Annali d'Italia, vol. 2 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750

Part 97

Chapter 973,396 wordsPublic domain

A quest'anno mi sia lecito di riferir la invasione fatta dai Longobardi nell'Istria, provincia che si mantenne sempre fedele all'imperio[3079]. Unironsi costoro con gli Avari venuti dalla Pannonia, e con gli Sclavi calati dall'Illirico, e riempierono tutte quelle contrade di saccheggi e d'incendii. Erasi sostenuto fino a questi tempi nell'ubbidienza all'imperio il forte castello di _Monselice_, posto nel distretto di Padova. Finalmente esso venne in potere dei Longobardi, probabilmente dopo un ostinato blocco. Non apparisce altro fatto succeduto negli altri paesi in occasione della ricominciata guerra. Forse i Romani aveano fatta qualche tregua particolare coi duchi di Benevento e di Spoleti, da' quali erano attorniati. Ed appunto sotto quest'anno s. Gregorio scrisse una lettera[3080] _Arogi duci_ (lo credo error de' copisti antichi in vece di scrivere _Arigi duci_), in cui il prega di voler cooperare, acciocchè egli possa avere dalle parti de' Bruzii, oggidì Calabria, delle lunghe travi per servigio delle chiese de' ss. Pietro e Paolo, promettendo di regalarlo a suo tempo. Ciò fa conoscere che _Arigiso_ longobardo, duca di Benevento, di cui qui si parla, dovea professar la religione cattolica, e però con tanta confidenza tratta con esso lui il santo pontefice. Pare eziandio che in quelle parti non fosse rottura di guerra. Nacque nell'anno presente un figliuolo al re _Agilolfo_ dalla regina _Teodelinda_ nel palazzo di Monza, del quale parleremo fra poco. Rapporto io qui la nascita di questo principe, perchè Paolo[3081] la mette prima della morte di _Maurizio_ Augusto. Dovrebbe ancora appartenere a quest'anno la mutazione seguita in Ravenna dell'esarco. Erano malcontenti i Ravennati del governo di _Callinico_, specialmente, credo io, perchè egli aveva colla rottura della pace irritato lo sdegno de' Longobardi; e però tanto s'ingegnarono alla corte imperiale, ch'egli fu richiamato in Oriente, e venne rivestito di nuovo della dignità di esarco _Smaragdo_, o _Smeraldo_, che negli anni addietro vedemmo comandare con questo titolo in Italia. Potrebbe nondimeno essere che le peripezie in questi tempi accadute in Costantinopoli avessero data occasione di mutare ancora l'esarco di Ravenna, e che si avesse a differir la sua venuta in Italia sotto il governo di Foca all'anno seguente. Egli è dunque da sapere che in quest'anno succedette l'orribil tragedia dell'imperador _Maurizio_. Aveva egli sostenuto con varia fortuna per più anni la guerra coi Persiani, e poi con _Cacano_ re degli Unni padroni dell'Ungheria e di altri paesi. Pregiudicò non poco al di lui credito l'azione veramente scandalosa di non aver voluto riscattare dalle mani del suddetto Cacano dodicimila de' suoi, restati prigionieri in una battaglia, quantunque Cacano glieli esibisse per un prezzo vilissimo: il che fu cagione che quel barbaro re crudelissimamente fece tagliare a pezzi tutti quegl'infelici. Di qui principalmente nacque l'odio delle armate e del popolo contra d'esso Augusto. E se ne prevalse a suo tempo _Foca_, uno dei bassi uffiziali dell'esercito, uomo di terribil aspetto, non meno ardito che crudele, e dipinto da Cedreno[3082] con tutti i vizii[3083]. Si rivoltarono in quest'anno i soldati contra di _Pietro_, fratello dell'imperadore, che comandava l'armata, e proclamarono esarco, o, vogliam dire, generale, lo stesso Foca, con inviarsi dipoi alla volta di Costantinopoli, per deporre Maurizio, e fare un altro imperadore. Non finì la faccenda, che _Foca_ fu egli da que' malcontenti dichiarato imperadore, e coronato poi da _Ciriaco_ patriarca nel dì 23 di novembre. Costantinopoli gli aprì le porte. Già ne era fuggito con tutta la sua famiglia _Maurizio_, e ritiratosi a Calcedone; ma quivi preso nel dì 27 del suddetto mese diede fine alla tragedia che neppure oggidì si può udir senza orrore. Su gli occhi dello sventurato Augusto, per ordine del tiranno, furono scannati i suoi figliuoli maschi, cioè _Teodosio_ già dichiarato imperadore, _Tiberio_ destinato imperador d'Occidente, _Pietro_, _Giustino_ e _Giustiniano_. Con forte animo fu spettatore il misero padre di sì spietata carnificina, nè altre parole si sentirono uscirgli della bocca, che di umiliazione ai sovrani giudizii di Dio, con dire il versetto del salmo: _Justus es, domine, et rectum judicium tuum_. Dopo i figliuoli a lui pure tolta fu la vita, e parimente a _Pietro_ suo fratello, e ad altri uffiziali de' primi della corte. I lor cadaveri nudi gittati in mare servirono anche dipoi di spettacolo al matto popolo. Racconta Teofilatto[3084] che dopo la morte di Foca, leggendo egli il pezzo della sua storia, dove descrive questa lagrimevole scena, ad una grande udienza, proruppero tutti quegli ascoltanti in sì dirotto pianto, e in tanti gemiti e singhiozzi, che non potè andar più innanzi nella lettura. Da lì a tre anni anche la moglie di Maurizio _Costantina_ Augusta con tre figliuole sue e di esso imperadore, cioè _Anastasia_, _Teottista_ e _Cleopatra_, furono levate dal mondo per sospetti del crudele tiranno.

Non mancarono certamente difetti e vizii in _Maurizio_ imperadore, e specialmente diede negli occhi a tutti la sua avarizia, e il non pagare i soldati, permettendo che si pagassero essi coi rubamenti e colle rapine fatte addosso ai sudditi. Lo stesso s. Gregorio papa[3085] in iscrivendo a Foca, non ebbe difficoltà di dirgli: _Quiescat felicissimis temporibus vestris universa respublica, prolata sub causarum imagine praeda pacis_ (parole molto scure, e fors'anche difettose). _Cessent testamentorum insidiae, donationum gratiae violenter extractae. Redeat cunctis in rebus propriis secura possessio, ut sine timore habere se gaudeant, quae non sunt eis fraudibus acquisita. Reformetur jam singulis sub jugo imperii pii libertas sua_. Poscia soggiunge questa nobilissima sentenza, da lui ripetuta anche in un'altra lettera[3086] a _Leonzio_ già console, e che sarebbe da desiderare impressa in cuore di tutti principi cristiani: _Hoc namque inter reges gentium_ (cioè dei Gentili), _et reipublicae Imperatores distat: quod reges gentium domini servorum sunt_ (cioè comandano a degli schiavi); _imperatores vero reipublicae, domini liberorum_. Ecco qui ancora il nome di _respublica_ per significare l'imperio romano. In un'altra lettera da lui scritta a _Leonzia_ imperadrice[3087], moglie di Foca, ringrazia a mani levate Iddio, _quod tam dura longi temporis pondera cervicibus nostris amota sunt, et imperialis culminis lene jugum rediit, quod libeat portare subjectis_. Questo parlare di un pontefice di tanto giudizio e di sì rara santità ci danno abbastanza a conoscere che il governo di questo imperadore avea di grandi magagne, e ch'egli invece dello amore s'era conciliato l'odio de' popoli. Ma che? Sono ben rari i principi che non lascino dopo di sè varie occasioni di lamenti ai sudditi loro. Per altro si sa che Maurizio fu un principe attaccatissimo alla religion cattolica, che diede di gran prove della sua pietà e munificenza con frequenti limosine e fabbriche sì sacre che profane. Per attestato ancora di Teofilatto[3088] e di Suida[3089], bandì dal suo animo la superbia, fece sempre risplendere la sua clemenza e una lodevol umanità verso tutti, ancorchè fosse alquanto riservato in dare le udienze. Amò i letterati, e li premiò; scaricò i sudditi della terza parte dei tributi, forse allorchè salì sul trono; poichè non pare che durasse questo alleviamento nell'andare innanzi, per cagion delle aspre guerre che gli convenne sostenere. Altre sue lodi si possono raccogliere da Evagrio[3090], di maniera che si può ben conchiudere che principe tale non era già degno d'un sì lagrimevol fine, e che l'usurpatore _Foca_ potè ben portare la corona e il manto imperiale, ma non già rimuovere da sè il titolo di crudelissimo tiranno. Nè vo' lasciar di aggiugnere un'altra lagrimevol circostanza, di cui parla Teofilatto[3091], scrittore contemporaneo, cioè che in quella gran tragedia fu cercato un figliuolino lattante del medesimo Maurizio Augusto, per trucidarlo anch'esso. La balia, mossa a compassione, in vece di lui diede nelle mani di que' sicarii il proprio figliuolo. Ma accortosene Maurizio, scoprì l'affare, dicendo non essere giusto che quell'innocente pargoletto morisse per altri, e permise che ancora quest'altro suo figliuolo perisse. È azione facile da contarsi, ma non sì facile da essere creduta. Nè si sa intendere perchè egli non mettesse almeno essi figliuoli in salvo colla fuga, anzi richiamasse indietro _Teodosio_ il maggior d'essi, che era già arrivato a Nicea in Bitinia, per andare a chiedere il soccorso a _Cosroe_ re della Persia. Se non poteva egli viaggiare, perchè sorpreso da doglie articolari, potevano ben montare a cavallo i giovanetti figliuoli suoi, nè mancavano carrette per gl'inabili a cavalcare. A noi qui tocca di chinare il capo davanti agli occulti giudizii di Dio.

NOTE:

[3079] Paulus Diaconus, lib. 4, cap. 25 et 26.

[3080] Gregor. Magnus, lib. 12, ep. 21.

[3081] Paulus Diaconus, lib. 4, cap. 26.

[3082] Cedren. in Annal.

[3083] Chron. Alex. Teophil. lib. 8, cap. 10 et seq. Theoph., in Chron.

[3084] Theoph., lib. 8, cap. 12.

[3085] Greg. Magnus, lib. 13, ep. 31.

[3086] Idem, lib. 10, ep. 51.

[3087] Gregor. M., lib. 13, ep. 39.

[3088] Theophylactus, lib. 8, cap. 13.

[3089] Suidas, in verbo _Mauricius_, tom. 1 Hist. Byz.

[3090] Evagr., lib. 5, cap. 19.

[3091] Theophylact., lib. 8, cap. 11.

Anno di CRISTO DCIII. Indizione VI.

GREGORIO I papa 14. FOCA imperadore 2. AGILOLFO re 13.

_Console_

FOCA AUGUSTO.

Secondo il rito degli altri imperadori greci, che nelle prime calende di gennaio dopo l'assunzione al trono prendevano il consolato, tengo io che anche l'imperadore, o, per meglio dire, il tiranno _Foca_ prendesse la dignità consolare, con far le solennità consuete in tal funzione, e spargere danaro al popolo. Certamente quest'anno è notato nella Cronica Alessandrina[3092] _Phoca Augusto solo consule_. Il padre Pagi, che all'anno susseguente riferì il consolato di Foca, pretende che sia guasto questo passo, e che si corregga colle note croniche de' seguenti anni. Aggiugne di più, scriversi da Teofane[3093] sotto il presente anno: _Mensis decembris die septimo Indictione septima_ (Phocas) _sparsis pro consulum more nummis processit._ Ma lo stesso padre Pagi confessa all'anno 610 che la cronologia di Teofane, ne' testi che abbiamo, è difettosa. Nè esso storico dice che Foca fosse _disegnato console_ per l'anno 604. Anzi pare che dica ch'egli allora procedesse console. Io per me credo corrotto dai copisti il luogo di Teofane, avendo essi confuso il _settimo dì_ del mese colla _settima indizione_, in vece di scrivere nell'_indizione sesta_, cominciata nel settembre dell'anno precedente 602. E in fatti combinando gli avvenimenti narrati nella Cronica Alessandrina sotto l'anno 605 coll'anno in cui li racconta Teofane, si vede un divario non lieve tra questi due cronografi; e il fallo, a mio credere, sta nel testo di esso Teofane. Fu in quest'anno solennemente portato al sacro fonte in Monza il figliuolo nato al re _Agilolfo_. Per così magnifica funzione fu scelto il giorno santo di Pasqua, che per attestato di Paolo Diacono[3094], cadde nel dì 7 d'aprile, e però con indizio chiaro dell'anno presente. Ottenne la piissima regina _Teodelinda_ dal marito che esso figliuolo, a cui fu posto il nome di _Adaloaldo_, fosse battezzato da _Secondo_ abbate, nativo di Trento, uomo che era allora in concetto di gran santità, e carissimo ad essa regina. La città oggidì di _Monza_, situata dieci, o dodici miglia lungi da Milano, fu un luogo eletto da _Teoderico_ re de' Goti, secondochè attesta il suddetto Paolo istorico[3095], per villeggiarvi, a cagione della bontà dell'aria in tempo di state. _Modicia_ e _Modoetia_ è il suo nome nelle memorie dei vecchi secoli. Si conta anche una favolosa origine di questo nome _Modoetia_. Affezionossi dipoi la regina Teodelinda a questo medesimo luogo, e perciò quivi fabbricò un'insigne basilica, dedicata a Dio, in onore di s. Giovanni Battista, eletto per protettore della nazion longobarda, con arricchirla di molti poderi e di varii preziosi doni d'oro e d'argento. Parte d'essi tuttavia si conserva (cosa troppo rara e quasi miracolosa) nel tesoro d'essa basilica, e ne parla ai suoi tempi Bonincontro Morigia[3096], scrittore di Monza nella sua Cronica scritta nel secolo decimoquarto, e poscia Baldassar Fedele[3097], arciprete mitrato d'essa basilica in un libro stampato nell'anno 1514. Scrive, fra le altre cose, esso Morigia, che si leggeva ai suoi dì la scrittura fatta da essa regina nel giorno della coronazion del figliuolo con queste parole: _Offert gloriosissima Theodelinda regina una cum filio suo Adoaldo rege ipsa die, in qua in praesentia patris coronatus est ibi, sancto Joanni patrono suo de dono_ (forse _de donis_) _Dei, et de dotibus suis._ Aggiugne che san Gregorio Magno papa mandò _infinite reliquie_ sacre ad essa regina per mezzo di Giovanni Diacono, e tuttavia se ne leggeva il catalogo colle seguenti parole: _Haec sunt olea sancta, quae temporibus domini Gregorii papae ad duxit Johannes indignus et peccator domnae reginae Theodelindae de Roma in Modoetia._ Resta tuttavia questo catalogo originale, scritto in papiro egiziaca, che il volgo chiama corteccia di alberi, nella galleria Settala di Milano, ed io lo pubblicai colle stampe[3098]. Questi olii furono presi dalle lampane accese ai sepolcri di que' santi, oppure avevano toccato i sepolcri medesimi. Dice il Morigia che furono posti, e si conservavano tuttavia in s. Giovanni Battista di Monza in una bellissima arca di marmo dietro all'altar maggiore. Noi dobbiamo alla diligenza ed erudizione del dottore Orazio Bianchi[3099], nelle annotazioni alla Cronica di Paolo Diacono, la figura delle tre corone d'oro, che tuttavia si conservano nel tesoro di Monza. La prima è la celebre _ferrea_, così appellata per un cerchio di ferro ch'è inserito nella parte interiore, con cui si sogliono coronare gl'imperadori, come re d'Italia. L'opinione de' cittadini di Monza di questi ultimi tempi è, che quel cerchio sia formato da uno de' chiodi della croce del Signor nostro Gesù Cristo. Ma che gli antichi non conoscessero punto questa rarità, credo di averlo dimostrato nel mio Trattato _della Corona Ferrea_. La seconda corona d'oro è chiamata per antica tradizione la corona della regina _Teodelinda_, ornata di smeraldi e pesante once 14 e denari 19, dalla quale pende una croce d'oro gemmata di peso d'once 15 e denari 7. La terza è la corona di oro del re _Agilolfo_, il cui peso ascende ad once 21 e denari 12, dalla quale parimente si mira pendere una croce di oro, anche essa gemmata, pesante once 24 e denari 14. La rarità maggiore di questa consiste nel ritener l'iscrizione fatta dal medesimo re, consistente in queste parole:

✠ AGILVLF. GRAT. DI VIR. GLOR. REX. TOTIVS ITAL. OFFERET.

SCO. IOHANNI. BAPTISTÆ. IN ECLA. MODICIA.

Non era certo padrone di tutta l'Italia il re Agilolfo; ma possedendone la maggior parte, credette di potersene attribuire l'intero dominio. Il dono poi di questa corona (non si sa quando, da lui fatto a s. Giovanni Battista di Monza) verisimilmente appartiene a qual tempo, in cui, secondo l'attestato di Paolo Diacono, egli aveva abbracciato il cattolicismo, per le persuasioni della piissima regina Teodelinda sua moglie.

Oltre alla basilica di s. Giovanni Battista, fece fabbricar essa regina in Monza il suo palagio, nel quale eziandio ordinò che si dipingesse alcuna delle imprese dei Longobardi. Paolo Diacono[3100], che ai suoi dì osservò quelle pitture, raccolse dalle medesime qual fosse anticamente l'aspetto e la forma del vestire de' Longobardi: cioè si radevano la parte deretana del capo; e gli altri capelli li dividevano sulla fronte, lasciandoli cadere dall'una parte e dall'altra del volto sino alla dirittura della bocca. Nulla dice Paolo delle loro barbe, ma queste è da credere che le portassero, e ben lunghe, tenendo egli che da esse prendessero il nome di Longobardi. Portavano poi le vesti larghe, e massimamente fatte di tela di lino, come solevano in questi tempi anche gli Anglo-Sassoni, e adornavano esse vesti con delle liste o livree larghe, tessute di varii colori. Le loro scarpe erano nella parte di sopra aperte fino all'estremità delle dita, e queste si serravano al piede con delle stringhe di pelle allacciate. Aggiugne il suddetto storico che i Longobardi cominciarono dipoi a portar degli stivali di cuoio, usando ancora, qualora aveano da cavalcare, di tirar sopra essi stivali altri stivaletti o borzacchini di panno o di tela di colore rossiccio: il che essi aveano appreso dagl'Italiani. Seguitava intanto la guerra fra i Longobardi e i Greci in Italia, perchè sdegnato forte Agilolfo per la prigionia della figliuola e del genero, non voleva ascoltar parola di pace. Ottenne egli pertanto in quest'anno un rinforzo di soldati sclavi, ossia schiavoni, che _Cacano_ re degli Avari in virtù della lega gli mandò; e con tutto il suo sforzo intraprese l'assedio di _Cremona_, città che s'era mantenuta finora alla divozion dell'imperadore. Nel dì 21 d'agosto ne divenne egli padrone; e forse perchè da quella città era venuta la gente che fece prigion la figliuola; oppure perchè essa città, posta nel cuore degli stati longobardi, avea loro in addietro recate molte molestie: con barbarica vendetta la spianò sino ai fondamenti. Quindi passò sotto _Mantova_, città ripresa dagli imperiali al tempo di Romano esarco; e con arieti fece tal breccia nelle mura, che la guarnigione cesarea fu necessitata a capitolar la resa a patti di buona guerra, cioè colla facoltà di potersene andar libera a Ravenna: il che fu eseguito. Seguì la presa di questa città nel dì 13 di settembre. Venne anche in potere dei Longobardi un castello forte, appellato _Vulturina_; intorno al quale hanno il Biondo, il Cluverio, il padre Beretti ed altri disputato per assegnarne il sito, immaginandolo alcuni nella Valtellina ed altri vicino al Po, ma senza che alcun d'essi rechi alcun buon fondamento della loro opinione. Se mai la presa di questo luogo quella fosse stata che inducesse il presidio imperiale esistente in _Brescello_ a fuggirsene, col dare alle fiamme quella città posta alle rive del Po, come narra Paolo Diacono, si potrebbe credere che Vulturina fosse in quelle vicinanze. Ma ci mancano lumi per la conoscenza sicura del sito suo. Arrivarono in questo anno a Roma le immagini di _Foca_ e di _Leonzia_ Augusti e secondo il solito si fece gran solennità in riceverle, perchè in quest'atto consisteva la ricognizione del nuovo sovrano[3101]. Furono esse riposte nell'oratorio di s. Cesario; nè i Romani mostrarono difficoltà alcuna a riconoscere per loro signore quell'usurpatore del trono imperiale.

Abbiamo poi da _s. Gregorio_ che la guerra si faceva in altri siti d'Italia, giacchè scrive a _Smeraldo_ esarco[3102] d'avere inviata lettera a _Cillane_ (senza che apparisca dove questo longobardo comandasse) per vedere, s'egli voleva osservar la tregua di trenta giorni, già conchiusa da esso esarco; ed aver egli risposto di sì, purchè dalla parte dell'imperadore la medesima fosse osservata, e ch'egli si doleva forte dei suoi uomini uccisi dai Greci (per quanto si può conghietturare nel tempo stesso della tregua), e ciò non ostante aveva rilasciato i soldati cesarei fatti da lui prigioni ne' giorni innanzi. Aggiunge il santo papa di aver egli bensì mandato un suo uomo a Pisa per trattar co' _Pisani_ di pace o tregua, ma che nulla s'era ottenuto; e che già essi Pisani aveano preparate le lor navi per uscire fra poco in corso, cioè contra de' sudditi dell'imperadore. S'era maravigliato _Foca_ Augusto di non aver trovato in Costantinopoli alcun ministro del romano pontefice, perchè probabilmente s'erano essi ritirati, allorchè succedette la lagrimevol tragedia di _Maurizio_ Augusto, nè parve lor bene di presentarsi senza ordine del papa a quel tiranno. S. Gregorio[3103] gli scrive d'avere inviato a quella residenza _Bonifazio_ diacono, e in tal congiuntura il prega d'inviar de' soccorsi in Italia, essendo già _trentacinque anni_ che il popolo romano vive fra le scorrerie e le spade de' Longobardi. Ma Foca aveva altro da pensare. Si mosse tosto contra di lui _Cosroe_ re della Persia, per vendicare la morte dell'imperador Maurizio, e recò infiniti danni all'oriente cristiano. Conosceva inoltre Foca che non era stabile un trono acquistato con tanta fellonia e crudeltà, ed era perciò astretto a guardarsi dagl'interni nemici. Il perchè riflettendo Smeraldo esarco di Ravenna alla poca speranza de' soccorsi, e che non potea se non andar peggio continuando la guerra, si appigliò al partito di chieder pace o tregua al re Agilolfo. Questi consentì colla condizione di riaver sua figliuola e il genero _Godescalco_, che furono in fine rimessi in libertà. Ma la figliuola appena giunta a Parma, quivi morì di parto. Pace non già, ma tregua si conchiuse nel novembre fino alle calende di aprile dell'anno seguente. Dicendo poi Paolo Diacono[3104] che _in quest'anno_ seguì un'altra gran battaglia fra _Teodeberto II_ e _Teoderico_ re de' Franchi dall'una parte, e _Clotario II_ re di Soissons dall'altra, con gran mortalità di persone: o egli falla, o si debbono riferir le sue parole all'anno seguente 604, perchè ad esso appartiene quel fatto d'armi per consenso degli storici francesi. Intanto una lettera di s. Gregorio, che rapporterò fra poco, ci assicura della pace o tregua fatta in quest'anno fra l'esarco e i Longobardi.

NOTE:

[3092] Chronicon Alexandrinum.

[3093] Theoph., in Chron.

[3094] Paulus Diaconus, lib. 4, cap. 28.

[3095] Idem, ibid., cap. 22.

[3096] Morigia tom. 12. Rer. Ital.

[3097] Fidel., de Praerogat. Modoetiae.

[3098] Muratorius, part. 2, Anecdot. Latin.

[3099] Blancus tom. 1, Rer. Ital., pag. 460.

[3100] Paulus Diaconus, lib. 4, cap. 23.

[3101] Johannes Diaconus, in Vit. S. Gregor., lib. 4, cap. 20.

[3102] Gregor. Magnus, lib. 13, epist. 33.

[3103] Gregorius Magnus, lib. 15, ep. 38.

[3104] Paulus Diaconus, lib. 4, cap. 29.

Anno di CRISTO DCIV. Indizione VII.

SABINIANO papa 1. FOCA imperadore 3. AGILOLFO re 14.

L'anno I dopo il consolato di FOCA AUGUSTO.