Annali d'Italia, vol. 2 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750

Part 96

Chapter 963,236 wordsPublic domain

Finalmente in quest'anno fu conchiusa la pace fra il re _Agilolfo_ e _Callinico_, esarco di Ravenna. Ne fa menzione Paolo Diacono[3057], e l'anno si ricava dalle lettere scritte sotto la presente _indizione seconda_ da _san Gregorio_ papa[3058], non solo alla cattolica regina _Teodelinda_, ma anco ad esso re Agilolfo, forse tuttavia ariano; non apparendo ch'egli avesse peranche abbracciata la religion cattolica. Ringrazia dunque Agilolfo della pace fatta, il prega di ordinare ai suoi duchi che la osservino e non cerchino dei pretesti per guastarla. Il saluta ancora _con paterna carità_: parole che paiono indirizzate ad un re cattolico, ma che sembrano poi non accordarsi coll'altre che egli soggiugne alla regina. Perciocchè dopo averla ringraziata dell'efficace mano che ella aveva avuta per condurre alla pace il regal consorte, l'esorta, _ut apud excellentissimum conjugem vestrum ita agatis, quatenus christianae reipublicae societatem non rejiciat. Nam sicut ei vos scire credimus, multis modis est utile, si se ad ejus amicitias conferre voluerit._ Queste parole paiono significare, desiderarsi dal papa una lega dei Longobardi coll'imperadore; ma può anche sospettarsi desiderio nel pontefice che la regina s'ingegni di tirare il marito al cattolicismo: il che per molte cagioni gli sarebbe riuscito di profitto, perchè certo tanti Cattolici suoi sudditi non miravano di buon occhio un principe ariano, e molto meno i Cattolici non suoi sudditi. Anche secondo l'umana politica sarebbe tornato il conto ad Agilolfo l'unirsi colla Chiesa cattolica; e questo punto l'intese bene _Clodoveo_ il grande re de' Franchi e _Recaredo_ re dei Visigoti, principi che abbracciarono la fede cattolica romana, e meglio con ciò si stabilirono nei loro regni. E che così facesse anche il re Agilolfo l'abbiamo da Paolo Diacono[3059], là dove scrive ch'egli mosso dalle salutevoli preghiere della regina Teodelinda, _catholicam fidem tenuit, et multas possessiones Ecclesiae Christi largitus est, atque episcopos, qui in depressione et abjectione erant, ad dignitatis solitae honorem reduxit_. Ma ciò dovette seguire più tardi, siccome vedremo più abbasso. Intanto certa cosa è che il re Agilolfo, cattolico o ariano che si fosse in questi tempi, non inquietava punto per conto della religione i Cattolici, e lasciava tutta la convenevole libertà ai vescovi di esercitare il sacro lor ministero, di comunicare colla santa sede, e di passare, occorrendo bisogni ecclesiastici, a Roma e a Ravenna, tuttochè città nemiche. In somma s'egli non avea per anche abjurato l'arianismo, almeno per le premure di Teodelinda piissima e cattolica regina, amorevolmente trattava i professori del cattolicismo. Non so io poi intendere come san Gregorio dopo avere scritte le lettere suddette, in una altra indirizzata ad _Eulogio_ patriarca[3060], sotto la stessa Indizione II, gli dica di trovarsi oppresso _dai dolori della podagra e dalle spade dei Longobardi_. Se la pace era fatta, come poi lagnarsi della guerra che suppone fatta dai Longobardi ai Romani? Ciò mi fa dubitare se a questa lettera sia stato assegnato il suo convenevol sito. Ma è ben degna di attenzione un'altra lettera scritta da questo glorioso pontefice a _Teodoro_ curator di Ravenna[3061], ministro che cooperato avea non poco alla conclusion della pace. Gli fa dunque sapere che _Ariolfo_ duca di Spoleti non avea voluto sottoscrivere la pace puramente, come il re Agilolfo avea fatto, con avervi apposto due condizioni, cioè ch'egli l'accettava, purchè dalla parte dei Romani non si commettesse in avvenire eccesso alcuno contra de' Longobardi, nè potessero i Romani far guerra ad _Arichi_, ossia _Arigiso_ duca di Benevento, confinante col ducato di Spoleti e collegato di esso Ariolfo. Nell'edizione di san Gregorio è scritto _Arogis_, ma si ha da scrivere _Arigis_.

Questa maniera di giurar la pace con tali riserve comparve a san Gregorio insidiosa e furbesca, affinchè restasse aperto l'adito a nuove rotture, non mancando mai pretesti per far guerra a chi ha in odio la pace. E tanto più trovava egli delle magagne in questo aggiustamento, perchè _Varnilfrida_ (forse moglie d'esso Ariolfo, non parendo questo un nome di maschio, che sarebbe stato _Varnilfrido_) non l'avea voluto sottoscrivere. Aggiunge che gli uomini mandati dal re Agilolfo a Roma esigevano che dal medesimo papa fossero sottoscritti i capitoli della suddetta pace: segno della considerazione e stima che quel re avea del romano pontefice, oppure che, non fidandosi dei Romani, esigesse per sigurtà lo stesso pontefice. Ma san Gregorio abborriva di farlo, sì perchè gli erano state riferite da Basilio, uomo chiarissimo, delle parole ingiuriose proferite da esso re contra della sede apostolica, e dello stesso papa Gregorio, benchè Agilolfo negasse a spada tratta di averle dette; e sì ancora, perchè se mai si fosse mancato da lì innanzi contro i patti, egli non voleva averne da render conto, premendogli di non disgustare un principe, di cui avea troppo bisogno pel governo di tante chiese poste sotto il di lui dominio. Però si raccomanda affin d'essere esentato da quella sottoscrizione. Stendeva in addietro il vescovo di Torino la sua giurisdizione nella valle di _Morienna_ e di _Susa_. Furono occupati questi paesi da _Guntranno_ re di Borgogna, allorchè i Longobardi fecero le irruzioni nelle Gallie, come raccontammo di sopra, ed uniti al suo regno della Borgogna. Ciò fatto, non piacendo ad esso re che que' popoli neppure pel governo spirituale fossero sottoposti al vescovo di Torino, cioè di una città sottoposta ai Longobardi, fece creare un nuovo vescovo della Morienna. Se ne dolse _Ursicino_ vescovo di Torino con san Gregorio, il quale sopra ciò scrisse due lettere[3062], l'una a _Siagrio_ vescovo d'Autun, e l'altra a _Teoderico_ e _Teodeberto_ re de' Franchi, con pregarli che non fosse recato pregiudizio ai diritti del vescovo torinese. Ma egli cantò a gente sorda; il vescovato di Morienna sussistè, e tuttavia sussiste. E da una d'esse lettere apparisce che il vescovo di Torino avea patito dei saccheggi nelle sue parrocchie, e che il popolo era stato condotto (certamente dai Franchi) in ischiavitù negli anni addietro. Rapporta l'Ughelli[3063] una carta d'oblazione fatta da _san Colombano_ abate del monistero di Bobio a _san Gregorio papa anno pontificatus domni Gregorii summi pontificis et universalis papae IV, Indictione III sub die III mensis novembris_. L'indizione terza cominciata nel settembre mostra appartener quella carta all'anno presente. Ma il lettore osservando che non correva in quest'anno l'_anno quarto_ di san Gregorio, e che non fu in uso di que' tempi il chiamare il romano pontefice, benchè capo della Chiesa di Dio, _papa universale_: (titolo che lo stesso san Gregorio impugnò cotanto nel patriarca di Costantinopoli); e che questa carta discorda dall'altre antiche memorie che fanno, siccome diremo più abbasso, fondato molto più tardi il monistero di Bobio; e che non si fa menzione degli anni dell'imperadore, come era il costume, benchè la carta si supponga scritta in Roma: non saprà, dissi, il lettore prestar fede ad un sì fatto documento.

NOTE:

[3057] Paulus Diaconus, lib. 4, cap. 13.

[3058] Greg. Magnus, lib. 9, ep. 42 et 43.

[3059] Paulus Diaconus, lib. 4, cap. 6.

[3060] Greg. Magnus, lib. 9, ep. 78.

[3061] Idem, ibid., ep. 98.

[3062] Gregor. Magnus, lib. 9, ep. 95 et 96.

[3063] Ughellius Italia Sacr., tom. 4, in Episcop. Bobiens.

Anno di CRISTO DC. Indizione III.

GREGORIO I papa 11. MAURIZIO imperadore 19. AGILOLFO re 10.

L'anno XVII dopo il consolato di MAURIZIO AUGUSTO.

Da una lettera scritta in quest'anno da _san Gregorio_[3064] ad _Innocenzo_ prefetto dell'Africa veniamo a conoscere la decantata pace, di cui s'è parlato finora, conchiusa fra l'esarco di Ravenna e il re Agilolfo. Le parole del santo pontefice portano che essa pace avea da durare _fino al mese di marzo della futura quarta indizione_: il che vuol dire fino al marzo dell'anno seguente 601; e perciò essa non fu una pace, ma bensì una tregua. E questa dubitava egli ancora se dovesse aver sussistenza, perchè correa voce che _Agilolfo_ fosse mancato di vita: il che si trovò poi falso. Si vuol anche osservare ciò che scrisse il medesimo papa a _Teodoro_ curator di Ravenna[3065], non so se sul fine del precedente, o sul principio del presente anno. Desiderava _Giovanni gloriosissimo prefetto di Roma_ di riaver sua moglie da Ravenna; però Gregorio raccomanda al suddetto Teodoro di metterla in viaggio; ed affinchè possa venire con più sicurezza, di farla scortare da un distaccamento di soldati _sino a Perugia_. Se non si opponesse l'autorità di Paolo Diacono, che ci fece già sapere che Agilolfo aveva ricuperata Perugia colla morte del duca _Maurizione_, potrebbono farci sospettar tali parole che Perugia fosse tuttavia in mano dei Greci. Perchè se era quella città in potere dei Longobardi, come poteva essere sicura questa dama in arrivando colà, e tornandosene indietro la scorta? E come i soldati greci passavano ad una città che era dei loro nemici? Certamente può restar qualche dubbio che Agilolfo tornasse padrone di quella città più tardi di quel che si credette Paolo Diacono, scrittore non assai esatto nella distribuzion de' tempi; oppure che la medesima gli fosse ritolta dai Greci. Ricavasi parimente da un'altra lettera di san Gregorio[3066], scritta in questi tempi a _Massimo_, vescovo di Salona in Istria, che gli Sclavi, ossia gli Schiavi o Schiavoni, minacciavano quella città, ed aveano anche cominciato ad entrare in Italia. Il cardinal Baronio cita per testimonio di ciò Paolo Diacono, che nel capitolo quattordicesimo del libro quarto scrisse, che gli Sclavi misero a sacco l'Istria e vi ammazzarono i soldati dell'imperadore. Ma queste parole di Paolo si leggono nel capitolo quarantesimo secondo del quarto libro, e appartengono a tempi molto posteriori. Fuor di sito ancora, perchè a quest'anno rapporta il suddetto annalista la presa fatta della città del Friuli da _Cacano_ re degli Avari. Essendo ciò avvenuto molti anni dopo, mi riserbo io a parlarne in luogo più proprio. In questi tempi bensì, o poco prima, si può credere, per attestato di Paolo Diacono[3067], conchiusa la pace in Milano tra il re Agilolfo e gli ambasciatori di Cacano, ossia del re degli Avari suddetti, di nazione Unni, dominanti nella Pannonia. Gli Slavi, o Schiavi, o Schiavoni, che vogliam dire, Barbari anche essi, che s'erano impadroniti di buona parte dell'Illirico, riconoscevano per loro signore il suddetto Cacano, o almeno dipendevano molto da lui. Però è probabile che Agilolfo, sentendo avvicinarsi que' Barbari all'Italia, si maneggiasse per aver pace da chi li signoreggiava. Assicurato poi con questi trattati di pace dai nemici esterni il re Agilolfo si rivolse con più franchezza a liberarsi dagl'interni. Se gli era ribellato _Zangrulfo_ duca di Verona. Gli fu addosso, e avutolo nelle mani, gli diede il gastigo meritato dai suoi pari. Lo stesso giuoco fece a _Gaidolfo_ duca di Bergamo, al quale due volte avea dianzi perdonato; e parimente levò dal mondo _Vernecausio_ in Pavia, di cui non sappiamo nè la carica nè il delitto. Racconta poi Paolo Diacono[3068] che Ravenna e la spiaggia dell'Adriatico fu maltrattata dalla peste, flagello che più crudelmente si fece sentire l'anno appresso in Verona. Io conto in un fiato questi avvenimenti che possono appartenere a questi tempi, perchè ci manca un filo sicuro per poterli distribuire ne' loro anni precisi. Seguita poi a dire il medesimo storico, che seguì una terribil battaglia tra i due re franchi, cioè fra Teodeberto II re potentissimo dell'Austrasia e _Teoderico_ re della Borgogna dall'un canto, e _Clotario_ II re di Soissons, ossia della Neustria dall'altro. Toccò al più debole l'andar di sotto. Grande fu la sconfitta di Clotario, rapportata da Fredegario[3069], per quanto si crede, all'anno presente: e gli costò questa disgrazia la perdita della maggior parte de' suoi stati. Finì di vivere in quest'anno _Costanzo_ arcivescovo di Milano. Il clero e i nobili ch'erano in Genova, elessero per suo successore _Deusdedit_ diacono. Ma il re Agilolfo, padrone di Milano, scrisse loro che ne desiderava o voleva un altro. Avvisato di ciò san Gregorio, fece intendere al popolo e clero milanese abitante in Genova, che non consentirebbe giammai in un uomo[3070], _qui non a catholicis, et maxime a Longobardis, eligitur_. Adunque il re Agilolfo non dovea per anche essere cattolico. Si sa che Agilolfo desistè da questa pretensione, probabilmente alle persuasioni della piissima regina _Teodelinda_, e che Deusdedit, chiamato anche _Diodato_, fu consecrato arcivescovo, forse nell'anno susseguente. Intorno a questi tempi Agilolfo mandò a _Cacano_ re degli Unni, padrone della Pannonia, degli artefici atti a fabbricar navi, delle quali egli poi si servì per espugnare un'isola della Tracia. Credesi ancora che fino a quest'anno essendo vivuto _Venanzio Fortunato_ vescovo di Poitiers in Francia, e celebre scrittore e poeta, nato in Italia, compiesse la carriera de' suoi giorni.

NOTE:

[3064] Gregor. Magnus, lib. 10, ep. 37.

[3065] Idem, ibid., ep. 6.

[3066] Gregor. Magnus, lib. 10, ep. 36.

[3067] Paul. Diac., lib. 4, cap. 13, et 14.

[3068] Idem, ibid., cap. 15 et 16.

[3069] Fredeg., in Chron. cap. 20.

[3070] Greg. Magnus, lib. 11, ep. 4.

Anno di CRISTO DCI. Indizione IV.

GREGORIO I papa 12. MAURIZIO imperadore 20. AGILOLFO re 11.

L'anno XVIII dopo il consolato di MAURIZIO AUGUSTO.

È da notare la data di una lettera di san _Gregorio_ papa a _Virgilio_ vescovo d'Arles, come è riferita da Beda[3071], cioè[3072]: _X kalend. juliarum, imperante domino nostro Mauricio Tiberio piissimo Augusto anno XIX: post consulatum ejusdem D. N. anno XVIII, Indictione IV_. Correva tuttavia nel dì 22 di giugno del presente anno il _diciannovesimo anno_ dell'imperio di Maurizio; e cadendo in questo l'_anno decimottavo dopo il consolato_, si vien sempre a conoscere con che fondamento io mi sia scostato dal padre Pagi, nell'assegnar l'anno del consolato di Maurizio Augusto. Benchè Paolo Diacono sia, come ho detto più volte, storico poco accurato nell'assegnare il tempo de' fatti ch'egli racconta, perchè, a mio credere, neppur egli n'ebbe bastevole informazione; pure comunemente vien creduto che al presente anno s'abbia da riferire la rinnovazion della guerra tra i Longobardi e l'imperio romano[3073]. _Callinico_ esarco di Ravenna, non so se perchè fosse terminata la tregua, oppure perchè essa durante se la vedesse bella di fare un buon colpo, spedì una banda di soldati a Parma, a' quali riuscì di sorprendere _Godescalco_, genero del re Agilolfo, e, secondo tutte le verisimiglianze, duca di quella città, insieme colla moglie, figliuola d'esso re; i quali probabilmente senza sospetto alcuno si divertivano in villa. Signoreggiavano i Greci in Cremona, e di là facilmente potè venire l'insulto fatto a due sì cospicue persone, che furono condotte prigioniere a Ravenna. Restò sommamente amareggiato per questo colpo il re Agilolfo, ed oramai chiarito che pace non vi poteva essere con gl'infidi e spergiuri ministri dell'imperadore, si applicò con tutto fervore alla guerra. Ma in vece di procedere contro Cremona e Mantova, le quali doveano essere ben guernite di presidio cesareo, andò a mettere l'assedio a _Padova_, città che forse non si aspettava una somigliante visita. Era stata finora quell'illustre città in mezzo a tante tempeste costante nella divozione verso il romano imperio, e fece anche in tal congiuntura una gagliarda difesa, sostenendo lungamente l'assedio, al dispetto delle minacce di Agilolfo. Ma in fine le convenne soccombere. Nelle capitolazioni fu salvata alla guarnigione imperiale la facoltà di andarsene, ed in fatti se ne passò a Ravenna. Allora Agilolfo barbaramente sfogò la conceputa sua collera contra di una città sì pertinace, ma innocente, con darla alle fiamme e spianarne le mura, forse intendendo di far con ciò vendetta dell'esarco, da cui troppo offeso si riputava. Tornarono in questi tempi dalla Pannonia, ossia dall'Ungheria, gli ambasciatori longobardi, che aveano confermata la pace col re degli Unni, chiamati Avari. Con esso loro ancora venne un ambasciatore di _Cacano_ re di que' Barbari, incaricato di passare in Francia per indurre quei re a mantener la pace coi Longobardi, stante la lega difensiva fatta da esso re colla nazion longobarda. La forza di Cacano era tale, che facea paura all'imperadore, ed esigeva rispetto anche dai re di Francia. E gli uni e gli altri ne aveano avute di brutte lezioni.

Potrebbe essere che in questi medesimi tempi fosse succeduto un altro fatto narrato parimente da Paolo Diacono[3074]. Avendo il re Agilolfo, siccome stuzzicato dall'esarco _Callinico_, ripigliate l'armi, probabile è ch'egli comandasse ancora ad _Ariolfo_ duca di Spoleti di travagliare Roma e Ravenna, affinchè niun soccorso si potesse inviare all'assediata città di Padova. Comunque sia, perchè il tempo non si può accertare, sappiamo che Ariolfo uscì in campagna, e trovandosi a fronte dell'esercito romano _appresso la città di Camerino_, venne con esso alle mani, e ne riportò vittoria. Dopo di ciò dimandò egli ai suoi che uomo era quello che avea combattuto sì valorosamente in suo favore in quella battaglia; ma niuno gli seppe rispondere. Tornato a Spoleti, e vedendo la basilica di _san Savino_ martire, interrogò gli astanti che casa era quella? Gli fu risposto dai Cristiani, essere quivi seppellito san Savino martire, che i Cristiani solevano invocare in loro aiuto, allorchè andavano alla guerra contra de' nemici. _Come può stare_ (replicò allora Ariolfo, gentile tuttavia di professione) _che un uomo morto possa dar qualche aiuto ad un vivo_? E smontato da cavallo, entrò in essa basilica per vederla. Or mentre stava osservando le pitture, si avvenne in una figura rappresentante san Savino, ed allora riconobbe esser egli lo stesso che gli avea prestato aiuto nel conflitto. Come poi sia credibile che questo santo militasse in favore di un pagano contra de' Cristiani, lascerò io disaminarlo ai saggi lettori. Forse le milizie sue erano composte di Cattolici che si raccomandarono a quel santo martire. Credono Camillo Lilii[3075] e Bernardino de' conti di Campello[3076], che dopo questa vittoria Ariolfo s'impadronisse di Camerino. Ma non si ricava punto da Paolo storico, unico a raccontar questo fatto, se Camerino fosse caduto prima, o solamente in questa congiuntura cadesse nelle mani dei Longobardi. Certo è che quella città si vede nei secoli susseguenti unita col ducato di Spoleti, ma non so io precisamente dire, se ora, o più tardi se ne impadronissero i Longobardi. Racconta parimente il medesimo Paolo che nell'anno susseguente alla vittoria riportata da Teodeberto e Teoderico re de' Franchi sopra del re Clotario, accadde la morte del suddetto Ariolfo duca di Spoleti; e questa per conseguente sarebbe seguita nell'anno presente, e non già nell'anno 602, come si pensò il cardinal Baronio, e molto meno nel 613, come fu di avviso il Lilii suddetto, e più tardi ancora, come altri hanno pensato. Ma convien ripetere che per la cronologia non si può sempre fidare dell'autorità di Paolo Diacono. Egli stesso, dopo aver narrata la morte di Ariolfo, passa nel capitolo seguente[3077] a parlare _de praedicatione_ (s'ha da scrivere _de praedatione_) _facta a Longobarda in Coenobio sancti Benedicti_; con dire accaduta la desolazione di quel sacro luogo _circa haec tempora_; eppur questa da altre memorie si prova succeduta alcuni anni prima. Quel che è certo, dopo la morte di Ariolfo, disputavano coll'armi il dominio di quel ducato due figliuoli del primo duca _Faroaldo_. Una battaglia decise la lite, e _Teodelapio_ vincitore fu quegli che da lì innanzi possedette e governò quel ducato. Abbiamo poi confermata da san Gregorio[3078] la guerra dell'anno presente in una lettera da lui scritta a tutti i vescovi della Sicilia, in cui espone il suo rammarico per gl'insulti e danni di bel nuovo inferiti a Roma dai nemici longobardi. Soggiugne appresso, trovarsi egli maggiormente afflitto, perchè avea inteso che i medesimi si preparavano per passare con un grande sforzo sopra la Sicilia. Perciò gli esorta ad implorare l'aiuto di Dio con processioni e preghiere pubbliche. Bisogna che queste minacce venissero da _Arigiso_ duca di Benevento, padrone della maggior parte di quello che è oggidì regno di Napoli. Ma non s'ha riscontro alcuno che questo fulmine andasse poi a cadere sopra la Sicilia.

NOTE:

[3071] Beda, Hist. Eccl. lib. 1, cap. 28.

[3072] Greg. Magnus, lib. 11, ep. 68.

[3073] Paulus Diaconus, lib. 4, cap. 21.

[3074] Paulus Diaconus, lib. 4, cap. 17.

[3075] Lilii Istoria di Camerino, part. 1, lib. 4.

[3076] Campello Istoria di Spoleti, lib. 11.

[3077] Paulus Diaconus, lib. 4, cap. 18.

[3078] Greg. Magnus., lib. 11, ep. 51.

Anno di CRISTO DCII. Indizione V.

GREGORIO I papa 13. FOCA imperatore 1. AGILOLFO re 12.

L'anno XIX dopo il consolato di MAURIZIO AUGUSTO.