Annali d'Italia, vol. 2 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750

Part 95

Chapter 953,487 wordsPublic domain

Non cessava il santo pontefice _Gregorio_ di far delle premure perchè si venisse ad una pace fra l'imperio e i Longobardi, sì perchè avea troppo in orrore gl'infiniti disordini prodotti dalla guerra, e sì perchè toccava con mano la debolezza dell'imperio stesso, che non poteva se non perdere continuando la discordia. Ora egli a tal fine scrisse in questo anno a _Severo_, scolastico (cioè consultore) dell'esarco[3029], con fargli sapere che _Agilolfo_ re de' Longobardi non ricusava di fare una pace generale, purchè l'esarco volesse emendare i danni a lui dati, prima che fosse venuta l'ultima rottura, esibendosi anch'egli pronto a fare lo stesso, se i suoi nel tempo della pace aveano danneggiato le terre dell'imperio. Però il prega di adoperarsi, acciocchè l'esarco acconsenta alla pace; che per altro Agilolfo si mostrava anche disposto a stabilirla coi soli Romani. Oltre a ciò, avvertisce l'esarco che varii luoghi ed isole erano in pericolo manifesto di perdersi; e però s'affrettasse ad abbracciar la proposta concordia, per poter avere un po' di quiete, e mettersi intanto in forze da poter meglio resistere. Ma l'esarco _Romano_ era della razza di coloro che antepongono il proprio vantaggio a quello del pubblico. Se la guerra recava immensi mali alla misera Italia, fruttava ben di molti guadagni alla borsa sua. E perciò non solamente abborriva la pace, ma giunse infino a caricar di calunnie il santo pontefice alla corte, in maniera che circa il mese di giugno _Maurizio_ Augusto scrivendo ad esso papa e ad altri delle lettere, il trattò da uomo _semplice_ e poco accorto, quasichè si lasciasse burlare da _Ariolfo_ duca di Spoleti con varie lusinghe di pace, ed avesse rappresentato alla corte o all'esarco delle cose insussistenti. Chi legge la lettera scritta in questo proposito dall'incomparabil pontefice, non può di meno di non ammirare e benedire la singolar sua umiltà e la destrezza, con cui seppe sostenere il suo decoro, e nello stesso tempo non mancar di rispetto a chi era principe temporale di Roma. Duolsi egli, fra l'altre cose, che sia stata rotta dagli uffiziali cesarei la pace da lui stabilita coi Longobardi della Toscana, mercè dell'occupazion di Perugia: poscia dopo la rottura, che sieno stati levati di Roma i soldati ivi soliti a stare di presidio, per guernire Narni e Perugia, lasciando in tal guisa abbandonata ed esposta a pericoli di perdersi quell'augusta città. Aggiugne essere stata la piaga maggiore l'arrivo di Agilolfo, perchè si videro tanti miseri Romani legati con funi al collo a guisa di cani, e condotti a vendere in Francia, dove dovea praticarsi un gran mercato di schiavi, benchè cristiani. Tali parole fecero credere al Sigonio[3030] che l'assedio di Roma fatto da Agilolfo s'abbia da riferire all'anno precedente 594, e non è dispregevole la di lui conghiettura, quantunque a me sembri più probabile che quel fatto succedesse prima. Si lagna ancora il buon papa che dopo essere i Romani scampati da quel fiero turbine, si voglia ancora crederli colpevoli per la scarsezza del frumento, in cui si trovava allora la città, quando s'era già rappresentato alla corte che non si potea lungo tempo conservare in Roma una gran provvisione di grano. E sofferiva bene esso papa con pazienza tante contrarietà; ma non sapeva già digerire che gli Augusti padroni fossero in collera contra di _Gregorio_ prefetto di Roma, e di _Castorio_ generale delle milizie, che pure aveano fatto de' miracoli nella difesa della città.

Di questo passo andavano allora gli affari d'Italia con un principe che vendeva le cariche, che credeva più ai cattivi che ai buoni consiglieri, e sceglieva ministri malvagi, i quali venivano in Italia, non per far del bene ai popoli, ma per ismugnere il loro sangue. Di questo ne abbiam la testimonianza dello stesso san Gregorio in una lettera scritta a _Costantina_ Augusta moglie dell'imperadore Maurizio[3031], dove le significa d'aver convertito alla fede molti gentili che erano nell'isola di Sardegna, e scoperto in tal congiuntura che costoro pagavano dianzi un tanto al governatore per aver licenza di sagrificare agl'idoli; e che anche dopo la lor conversione seguitava il governatore a voler che pagassero. Ripreso dal vescovo per tale avania, avea risposto d'aver promesso alla corte tanto danaro per ottener quella carica, e che neppur questo bastava per soddisfare al suo impegno. Nella Corsica poi tante erano le gravezze, che gli abitanti per pagarle erano costretti fino a vendere i proprii figliuoli, di maniera che moltissimi, i quali possedevano beni in quell'isola, erano forzati a ricoverarsi sotto il dominio _della nefandissima nazion dei Longobardi_, la quale dovea trattar meglio i sudditi suoi, e superava nel buon governo i Greci. Così in Sicilia eravi un esattore imperiale per nome Stefano, che senza processo confiscava a più non posso i beni di que' possidenti. Peggio nondimeno che gli altri operava _Romano_ patrizio, esarco di Ravenna. Con tutta la sua umiltà e pazienza il santo pontefice Gregorio non potè di meno di non accennare a _Sebastiano_ vescovo del Sirmio[3032], amico d'esso esarco, le oppressioni che Roma pativa per l'iniquità di costui. _Breviter dico_ (sono sue parole) _quia ejus in nos malitia gladios Longobardorum vicit, ita ut benigniores videantur hostes, qui nos interimunt, quam reipublicae judices, qui nos malitia sua, rapinis atque fallaciis in cogitatione consumunt._ Eppure i soli Longobardi erano trattati da _nefandissimi_. Venne a morte in quest'anno _Giovanni_ arcivescovo di Ravenna, e in suo luogo fu eletto _Mariniano_, a cui papa Gregorio concedette il pallio. Rapporta eziandio Girolamo Rossi[3033] una bolla di papa Gregorio, confirmatoria de' privilegii della chiesa ravennate; ma che contien troppe difficultà per crederla vera. Il cardinal Baronio[3034] ne ha mostrata la falsità. Passò ancora a miglior vita san _Gregorio_ vescovo Turonense, insigne storico delle Gallie. Circa questi tempi fu creato duca di Baviera _Tassilone_ da Childeberto re dell'Austrasia. Egli è chiamato re della Baviera da Paolo Diacono[3035] e da Sigeberto[3036] copiatore d'esso Paolo. Ma niun d'essi e niuna delle memorie antiche ci fa sapere cosa divenisse di _Garibaldo_ duca o re d'essa Baviera, padre, siccome dicemmo, di _Teodelinda regina_ de' Longobardi. Credesi che egli terminasse il corso de' suoi giorni, oppure che Childeberto sovrano della Baviera, a cagion dell'alleanza da lui contratta per via del matrimonio suddetto coi re longobardi, e da lui mal veduta, gli movesse guerra e il deponesse. Si sa ch'egli ebbe un figliuolo per nome _Gundoaldo_, che venne in Italia colla sorella Teodelinda, e questi, per attestato di Fredegario[3037], si accasò con una donna nobile di nazion longobarda, e n'ebbe de' figliuoli. Avremo occasione di parlare di questi principi più abbasso. Nè vo' lasciar di dire che in questi tempi l'umile pontefice romano ebbe da combattere colla superbia di _Giovanni_ il Digiunatore, patriarca di Costantinopoli, il quale voleva attribuirsi il titolo di _vescovo ecumenico_ ossia _universale_. A questa usurpazione egli si oppose con tutta forza e mansuetudine. Ne scrisse a lui[3038], all'imperadore, e a _Costantina_ imperadrice, dolendosi specialmente con quest'ultima, perchè si permettesse che fosse maltrattata la Chiesa romana, capo di tutte. Dice, fra le altre cose, in essa lettera, essere già ventisett'anni che i Romani viveano fra le spade dei Longobardi (prendendo le afflizioni dell'Italia dall'anno 568, in cui i Longobardi vi entrarono), e che la Chiesa romana avea fatto e faceva di grandi spese della propria borsa per regalare essi Longobardi, e salvare con tal mezzo il suo popolo: di modo che siccome l'imperadore teneva in Ravenna il suo tesoriere e spenditore per pagare l'esercito, così esso papa era divenuto spenditore in Roma, con impiegar nello stesso tempo le sue rendite in mantenimento del clero, de' monisteri e de' poveri, e in placare essi Longobardi. Contuttociò si vedeva questa deformità, che la Chiesa romana era astretta a sofferir tali strapazzi dall'ambizion del vescovo di Costantinopoli. Ma Giovanni digiunatore finì in quest'anno medesimo la lite col fine della sua vita: uomo per altro dipinto dai Greci per prelato di virtù cospicue, per le quali fu poi da essi messo nel ruolo dei santi.

NOTE:

[3029] Gregor. Magnus, lib. 5, ep. 36.

[3030] Sigon., de Regn. Ital., lib. 1.

[3031] Greg. Magnus, lib. 5, ep. 41.

[3032] Greg. Magnus, ep. 42.

[3033] Rubeus, Hist. Ravenn., lib. 4.

[3034] Baronal. An. Eccl.

[3035] Paulus Diaconus, lib. 4, cap. 7.

[3036] Sigebertus, in Chron.

[3037] Fredegar., in Chron., cap. 34.

[3038] Gregor. Magnus, lib. 5, epist. 21.

Anno di CRISTO DXCVI. Indizione XIV.

GREGORIO I papa 7. MAURIZIO imperadore 15. AGILOLFO re 6.

L'anno XIII dopo il consolato di MAURIZIO AUGUSTO.

Si andava tuttavia maneggiando l'affare della pace tra il re _Agilolfo_ e l'esarco di Ravenna. Ma perciocchè non mancavano persone che per privati riguardi attraversavano il pubblico bene, _s. Gregorio_[3039] diede incumbenza a _Castorio_ suo notaio residente in Ravenna di sollecitar questo aggiustamento, senza il quale soprastavano dei gravi pericoli a Roma stessa e a diverse isole. Ma in Ravenna da gente maligna fu di notte attaccato alle colonne un cartello in discredito, non solo del suddetto Castorio, ma del medesimo papa, quasichè per fini storti amendue promovessero l'affare di essa pace. S. Gregorio ne scrisse a _Mariniano_ arcivescovo, al clero, ai nobili, ai soldati e al popolo di quella città, con ordinare che pubblicassero la scomunica contra gli autori d'esso cartello. Nella Campania dovette esser guerra in questo anno, ed in essa furono presi molti Napoletani dai Longobardi. Non fu pigro il pietoso cuore del pontefice romano a scrivere tosto ad _Antemio_ suddiacono, suo agente in Napoli[3040], con inviargli una buona somma di danaro per riscattare chiunque non avea tanto da potere ricuperare la libertà. In quest'anno ancora l'infaticabil papa prese la gloriosa risoluzione di spedire in Inghilterra _s. Agostino_ monaco del monistero di s. Andrea di Roma, con altri compagni, a fin di convertire alla fede di Cristo gli Anglo-Sassoni, Barbari che da gran tempo aveano occupata la maggior parte della Bretagna maggiore. Questa memorabil impresa è una di quelle, per le quali il santo pontefice specialmente si acquistò il titolo di grande, e quello ancora di apostolo dell'Inghilterra, titolo parimente dato al medesimo Agostino, che fu creato primo arcivescovo di Cantuaria, e fece delle maraviglie per ridurre que' popoli alla greggia di Cristo. Riferisce Beda[3041] una lettera di s. Gregorio papa, rapportata anche da Gotselino[3042] nella vita del suddetto s. Agostino, e scritta _die X kalendas augusti, imperante D. N. Mauricio Tiberio piissimo Augusto, anno XIV post consulatum ejusdem domini nostri anno XIII, Indictione XIV_. Leggonsi le medesime note cronologiche in un'altra lettera del medesimo papa ad _Eterio_ vescovo, oppure a _Virgilio_ vescovo, o ad altri (il che poco importa), riferita dal medesimo Gotselino. Ora queste indicano precisamente il presente anno, perchè nel dì 25 luglio dell'anno 596 correva tuttavia _l'anno quattordicesimo_ dell'imperio di Maurizio, e _l'indizione quattordicesima_. E perciocchè in questo tempo concorre _l'anno decimoterzo dopo il consolato_ di esso Augusto, si viene a conoscere aver io fondatamente messo il consolato di Maurizio nell'anno 583, contro il parere del padre Pagi. Seguì nell'anno presente la morte ben frettolosa di _Childeberto II_, potentissimo re dell'Austrasia e della Borgogna, che avea recato tanti fastidii ai Longobardi e tanti danni alla Italia. Non avea più di venticinque o ventisei anni d'età; ed essendo pur morta nello stesso giorno, o poco dopo, la regina _Faileuba_ sua moglie, fu creduto che amendue fossero portati via dal veleno; ed alcuni scrittori moderni ne han fatto cadere il sospetto sopra la regina _Brunechilde_ sua madre, principessa che nulla trascurò per regnare. Ma nulla di ciò dicendone gli antichi, niun fondamento v'ha di questa diceria. Lasciò due figliuoli piccioli, _Teodeberto_ re dell'Austrasia, e _Teoderico_ re della Borgogna. Abbiamo da Paolo Diacono[3043] che il re _Agilolfo_ mandò, non si sa in qual anno, ambasciatori ad esso re Teoderico, o, per dir meglio, alla suddetta regina Brunechilde, che come tutrice de' nipoti governava gli stati, e stabilì una pace perpetua con esso. Racconta il medesimo storico che circa questi tempi si videro per la prima volta in Italia de' cavalli selvatici e de' bufali, che erano riguardati per maraviglia dagl'Italiani. E perciocchè Romano esarco era pertinace in non voler la pace, apprendiamo da una lettera di san Gregorio[3044] ad _Eulogio_ patriarca d'Alessandria, che i Romani pagavano la pena dell'iniquità di costui, scrivendo egli con sommo dolore, che non passava giorno senza qualche saccheggio, o morti, o ferite di quel popolo a cagion della guerra coi Longobardi. Da un'altra lettera del medesimo santo pontefice, scritta a _Teottista_ patrizia[3045], ricaviamo che in questo anno essi Longobardi condotti o spediti da _Arichi_, ossia da _Arigiso_ duca di Benevento, presero la città di _Crotone_, oggidì _Cotrone_ nella Calabria ulteriore, e condussero via schiavi molti uomini e donne, pel riscatto dei quali si affaticò la non mai stanca carità di questo inclito papa. Non apparisce che i Longobardi si mantenessero in quella città, troppo esposta alle forze marittime de' Greci.

NOTE:

[3039] Gregor. Magnus, lib. 6, ep. 30 et 31.

[3040] Idem, ib., ep. 35.

[3041] Beda, Hist. Angl., lib. I, cap 23.

[3042] Gotselinus, in Vita S. August. Cantuar. n. 7 et 8.

[3043] Paulus Diaconus, lib. 4, cap. 11 et 14.

[3044] Gregor. Magnus, lib. 4, ep. 60.

[3045] Idem, lib. 7, ep. 26.

Anno di CRISTO DXCVII. Indizione XV.

GREGORIO I papa 8. MAURIZIO imperadore 16. AGILOLFO re 7.

L'anno XIV dopo il consolato di MAURIZIO AUGUSTO.

Siam qui abbandonati dalla storia, senza sapere qual fatto rilevante accadesse in quest'anno in Italia, a riserva delle azioni di _s. Gregorio_ magno papa nel governo della Chiesa di Dio, che si possono leggere presso il cardinal Baronio e nella vita scrittane dai monaci Benedettini di s. Mauro. Certo durava tuttavia la guerra fra i Longobardi e i sudditi del romano imperio; ed essendo sì confusi i confini delle due diverse giurisdizioni, facile è che succedessero delle ostilità fra le due parti. Avevano i Greci mantenuto fin qui il loro dominio, non solamente nell'esarcato di Ravenna e nel ducato romano, ma ancora in Cremona, in Padova ed in altre città, massimamente marittime, ed anche Mantova era tornata alle loro mani. Non si sa intendere come i Longobardi più poderosi de' Greci non formassero l'assedio o il blocco di tali città che cotanto s'internavano ne' loro stati. Ma forse non istettero colle mani alla cintola, e noi solamente per mancanza di memorie, delle quali era privo anche Paolo Diacono, non abbiam contezza degli avvenimenti d'allora. Si crede nondimeno che san Gregorio papa in inscrivendo a _Gennadio_ patrizio ed esarco dell'Africa[3046], gli raccomandasse in quest'anno di vegliare alla sicurezza dell'isola di Corsica, sottoposta al governatore dell'Africa, perchè temeva di uno sbarco dei Longobardi in quell'isola e nella vicina Sardegna, come in fatti da lì a non molto accadde. Abbiamo poi da Teofilatto[3047] che verisimilmente nell'anno presente caduto infermo _Maurizio_ Augusto, fece testamento, in cui lasciò l'imperio d'Oriente a _Teodosio_ Augusto, il maggiore de' suoi figliuoli, e l'Italia colle isole adiacenti a _Tiberio_ suo figliuolo minore. Egli poi si riebbe da quel malore. Quanto meglio avrebbe egli operato se avesse inviato in Italia questo suo secondogenito! Sarebbe stata in salvo la di lui vita: e forse la presenza di questo principe avrebbe rimesso in migliore stato gli affari d'Italia. Non so dire se intorno a questi tempi terminasse i suoi giorni in Ravenna _Romano_ patrizio ed esarco, uomo nemico della pace, e che pescava meglio nel torbido. Pare che si possa ricavare da un'epistola di s. Gregorio[3048], che venisse in quest'anno a Ravenna _Callinico_ suo successore, personaggio di massime più diritte e più riverente verso il santo pontefice Gregorio. Certo è solamente che esso esarco si trova in Ravenna nell'anno 599. Negli Atti de' santi[3049], raccolti ed illustrati dal padre Bollando e da' suoi successori della Compagnia di Gesù, abbiamo la vita di s. _Ceteo_ vescovo di _Amiterno_, città florida una volta, ed oggidì distrutta, dalle cui rovine nacque la moderna città dell'Aquila, distante cinque miglia di là. Ivi è detto ch'egli era vescovo di quella città ai tempi di _s. Gregorio_ il grande e di _Faroaldo_ duca di Spoleti, nel cui ducato era compreso Amiterno. Furono deputati al governo di essa terra due Longobardi ariani, come erano i più di questa nazione, chiamati _Alais_ ed _Umbolo_. Per la lor crudeltà Ceteo vescovo se ne fuggì a Roma, e fu a trovare il santo papa Gregorio. Richiamato dal popolo alla sua residenza, godeva egli quiete e pace, quando Alais inviperito contro del compagno, mandò segretamente a _Veriliano_ conte d'Orta, città che doveva essere allora in poter dei Greci, acciocchè venisse una notte alla distruzion di Amiterno. Andarono gli Ortani; ma scoperto a tempo il lor tentativo, furono ripulsati. Alais restò convinto del tradimento, e perchè il vescovo Ceteo volle salvargli la vita, fu preteso complice, e però barbaramente gittato nel fiume Pescara ivi si annegò, e ne fu poi fatto un martire. In quella leggenda v'ha delle frottole: contuttociò non è da disprezzare il racconto suddetto.

NOTE:

[3046] Gregor. Magnus, lib. 4, ep. 3.

[3047] Theophilact. l. 8, cap. 11.

[3048] Greg. Magnus, lib. 7, ep. 29.

[3049] Acta Sanctorum Bolland. ad diem 13 junii.

Anno di CRISTO DXCVIII. Indizione I.

GREGORIO I papa 9. MAURIZIO imperadore 17. AGILOLFO re 8.

L'anno XV dopo il consolato di MAURIZIO AUGUSTO.

Da una lettera[3050] scritta in questo anno da _s. Gregorio_ ad _Agnello_ vescovo di Terracina, si ricava, che tuttavia restavano in quella città delle reliquie del paganesimo, le quali il santo papa procurò di schiantare. A questo fine si raccomandò ancora a _Mauro visconte_ d'essa città, acciocchè assistesse col braccio secolare alle diligenze del vescovo. Ordinò nello stesso tempo che niuno fosse esentato dal far le guardie alla città: al che ne' bisogni erano tenuti anche gli ecclesiastici; e che neppure i monaci godessero esenzione da questo peso, si raccoglie da un'altra lettera dello stesso pontefice[3051]. Questo ci fa vedere che continuasse la guerra, e fin dove arrivassero in questi tempi le scorrerie dei Longobardi. Riconosce egli dipoi[3052] l'essersi da tanto tempo preservata essa città dal cadere in mano de' nemici suddetti dalla protezion del principe degli apostoli s. Pietro, giacchè quella città si trovava allora senza gran popolo e senza guarnigione, almen sufficiente, di soldati. Il nome di _visconte_, che abbiam veduto poco fa, vuol che io ricordi qui come in questi secoli era in uso, e questo durò molti secoli dipoi, che i governatori d'una città erano appellati _comites_, conti. Aveano questi il loro luogotenente, chiamato perciò _vicecomes_, che nella lingua volgare italiana passò in _viceconte_, e finalmente in _visconte_. Dalle parole di s. Gregorio sovraccitate si raccoglie che nelle città tuttavia soggette all'imperio vi doveva essere il _visconte_, e per conseguenza il _conte_. Lo stesso si praticava in Francia. Veramente i Longobardi soleano chiamar _giudici_ i governatori delle loro città, come consta dalle lor leggi. Contuttociò talvolta ancora questi giudici portano il nome di _conte_. L'ordinario poi significato del titolo di _duca_ competeva a quei solamente che comandavano a qualche provincia, ed avevano sotto di sè più conti. Trovansi nondimeno _duchi_ d'una sola città. Ma di queste cose ho io abbastanza trattato nelle Antichità estensi[3053] e nelle Antichità italiane[3054]. Quello ancora ch'è da notare, non era per anche nato in questi tempi il titolo di _marchese_; e però la bolla che il Rossi, per quanto accennai di sopra, riferisce data da _s. Gregorio_ a _Mariniano_ arcivescovo in Ravenna, si scuopre falsa al vedere fatta ivi menzione dei _marchesi_, nome nato circa due secoli dipoi. Penso io che al presente anno appartenga la notizia di uno sbarco fatto dai Longobardi nell'isola di Sardegna, di cui siam debitori ad una lettera di san Gregorio[3055], scritta ne' primi mesi della _Indizione seconda_, cominciata nel settembre di quest'anno. L'aveva già preveduto il buon pontefice, senza lasciare di portarne per tempo colà l'avviso, acciocchè si facesse buona guardia, ma non gli fu creduto nè ubbidito. Ora colla presente lettera, scritta a _Gennaro_ vescovo di Cagliari, significa che finalmente era riuscito all'abbate _Probo_, inviato da esso papa al re _Agilolfo_, d'intavolar la pace. Ma perchè ci voleva del tempo, prima che ne fossero sottoscritte le capitolazioni da tutte e due le parti, perciò lo esorta ad ordinar una miglior guardia delle mura e ne' siti pericolosi, affinchè non venga voglia ai nemici di tornare in questo mentre a visitarli. Convien poi credere che nascesse qualche difficoltà, per cui paresse intorbidata la speranza d'essa pace; perciocchè da lì a poco (se pure non v'ha sbaglio nell'ordine e nella distribuzion delle lettere di s. Gregorio) torna egli a scriver al medesimo vescovo[3056], che _finita questa pace Agilolfo re de' Longobardi non farà la pace_: parole scure all'intendimento nostro. Forse era seguita una tregua, e si temeva che terminata questa non vi avesse da essere pace. Pertanto gl'inculca la necessità di stare all'erta, e di fortificare e provvedere di viveri più che mai la città di Cagliari e gli altri luoghi della Sardegna, per deludere gl'insulti de' nemici. Così il santo pontefice, indefesso in accudire anche alla difesa delle terre lontane dello imperio romano pel suo nobil genio, ed eziandio, come si può credere, perchè _Maurizio_ Augusto gli avea data la incumbenza di vegliare e soprintendere ai suoi affari per tutta l'Italia.

NOTE:

[3050] Greg. Magnus, lib. 8, ep. 18.

[3051] Idem, lib. 9, ep. 73.

[3052] Idem, lib. 8, ep. 22.

[3053] Antichità Estensi, cap. 1, part. 1.

[3054] Antiq. Italic., Dissert. VIII.

[3055] Greg. Magnus, lib. 9, ep. 4.

[3056] Gregor. Magnus, lib. 9, ep. 6.

Anno di CRISTO DXCIX. Indizione II.

GREGORIO I papa 10. MAURIZIO imperadore 18. AGILOLFO re 9.

L'anno XVI dopo il consolato di MAURIZIO AUGUSTO.