Annali d'Italia, vol. 2 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750

Part 94

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Egregiamente serve a comprovare che non, come s'ha ne' testi della cronica Alessandrina, si hanno a notare gli anni del consolato di Maurizio Augusto, uno strumento pubblicato dal chiarissimo marchese Scipione Maffei[3006], ed esistente presso di lui. Esso fu scritto _in Classe ravennate imp. DN. N. Mauricio Tiberio P. P. Aug. anno nono, post consulatum ejusdem anno octavo, sub die sexto nonarum martiarum, Indictione nona_: cioè nell'anno presente. Benchè poi fossero seguite le nozze tra la regina _Teodelinda_ e il duca _Agilolfo_ nel novembre dell'anno precedente, pure la dignità regale non fu conferita ad esso Agilolfo se non nel maggio di quest'anno alla dieta generale de' Longobardi, che si raunò in Milano. Chi scrive ch'egli fu coronato in Milano colla corona ferrea non è assistito da documento, o testimonianza alcuna dell'antichità. Però da questo tempo io comincio a numerar gli anni del suo regno. Fredegario[3007] anche egli mette sotto il presente anno l'assunzione al trono di Agilolfo. La prima applicazione di questo novello re[3008] fu quella di spedire _Agnello_ vescovo di Trento in Francia, ossia in Germania, al re _Childeberto_, per liberare gl'Italiani condotti colà schiavi dai Franchi: pensiero degno di un re che dee essere padre del suo popolo. Trovò il vescovo che la regina _Brunechilde_, madre d'esso re, principessa famosa non meno per gli suoi vizii che per le sue virtù, avea riscattato col proprio danaro molti di quegli sventurati, e molti altri, col danaro del re Agilolfo, ne riscattò il vescovo, e tutti li ricondusse in Italia. Fu eziandio mandato dal re Agilolfo per suo ambasciatore alle Gallie _Evino_ duca di Trento, cioè, come si può credere, a _Guntranno_, re della Borgogna, e a _Clotario II_ suo nipote, re della Neustria, ossia della Francia occidentale, affinchè unitamente s'interponessero per condurre alla pace _Childeberto_ re della Francia orientale, ossia dell'Austrasia, che comandava ad una parte delle Gallie e a buona parte ancora della Germania. Probabilmente venne in questi tempi a morte _Atanagildo_ nipote d'esso Childeberto, già condotto a Costantinopoli, in riguardo del quale, cioè per riaverlo dalle mani de' Greci, avea Childeberto fatta guerra ai Longobardi. Certo non si truova più da lì innanzi memoria di lui nelle storie. Questo impegno dunque cessato, e riflettendosi da Childeberto che non gli tornava il conto ad ingrandire colla rovina dei Longobardi l'imperadore, la cui potenza avrebbe potuto un dì nuocere ai Franchi stessi, con isvegliar le antiche pretensioni, non fu difficile lo stabilir finalmente la pace tra i Franchi e Longobardi: il che servì a maggiormente stabilire il regno longobardico in Italia. Nell'anno addietro, allorchè i Franchi calati in Italia fecero sì aspra guerra, non dirò ai Longobardi, ma alle campagne degl'Italiani, _Minolfo duca_[3009], cioè governatore _della isola di s. Giuliano_, s'era gittato in braccio a questi nuovi venuti. In vece di _san Giuliano_, si ha da leggere _s. Giulio_, la cui isola tuttavia ritien questo nome nella diocesi di Novara e nel lago d'Omegna. Perchè quel sito era inespugnabile, qualora si fossero ritirate tutte le barche del lago, perciò parve al re Agilolfo che Minolfo non per necessità, ma per codardia o per tradimento si fosse gittato nel partito dei Franchi: perciò gli fece tagliar la testa ad esempio degli altri. Ossia poi che a _Gaidolfo_, appellato da altri _Gandolfo_, duca di Bergamo, non fosse piaciuta l'elezione del re Agilolfo, o ch'egli non volesse ubbidirlo, costui si ribellò contra di lui, e fortificossi gagliardamente in essa città. Accorse colà il re, e gli mise tal paura, che l'indusse a chiedere misericordia. Nè la chiese indarno; gli perdonò Agilolfo: ma per sicurezza della di lui fedeltà volle avere e condur seco degli ostaggi. Bisogna poi che costui fosse un cervello ben inquieto, perchè tornò poscia a ribellarsi, e si fortificò nell'isola posta nel lago di Como. Non tardò il re Agilolfo a cavalcare di nuovo per reprimere costui, ed ebbe la fortuna di cacciarlo di colà. Gli furono pagate le spese del viaggio, perchè avendo ivi trovate molte ricchezze, rifugiate dagl'Italiani in quel forte sito, vi mise le mani addosso, e se le portò, senza farsene scrupolo, a Pavia. Ma avendo noi veduto di sopra un simil racconto dell'isola Comacina, ch'è la stessa, può nascere dubbio intorno alle ricchezze ivi trovate, o in quella o pure in questa volta. Seguitò, ciò non ostante, Gaidolfo ad alzare le corna contra del re, confidato nella fortezza di Bergamo; ma Agilolfo il costrinse di nuovo ad umiliarsi: con che tornò, mercè della sua clemenza, a rimetterlo in sua grazia. Anche _Ulfari_ duca di Trivigi uno fu di quelli che si ribellarono al re Agilolfo; ma, assediato in quella città, fu forzato a rendersi prigione. Racconta Paolo che in quest'anno non piovve nel mese di gennajo fino al settembre, e però si fece una misera raccolta. Diedero ancora un gran guasto al territorio di Trento le locuste, cioè le cavallette più grosse delle ordinarie, con divorar le foglie degli alberi e l'erbe dei prati. Ma non toccarono i grani, e nell'anno seguente si provò questo medesimo flagello. A questi mali s'aggiunse una terribil peste, che afflisse specialmente Ravenna e l'Istria; e da una lettera di s. Gregorio Magno[3010] apparisce che questo malore infestava anche la città di Narni.

NOTE:

[3006] Maffei, Ist. Diplom., pag. 165.

[3007] Fredegar., in Chron., cap. 13.

[3008] Paulus Diaconus, lib. 4, cap. 1.

[3009] Paulus Diaconus, lib. 4, cap. 1.

[3010] Gregor. Magnus, lib. 2, ep. 2.

Anno di CRISTO DXCII. Indizione X.

GREGORIO I papa 3. MAURIZIO imperadore 11. AGILOLFO re 2.

L'anno IX dopo il consolato di MAURIZIO AUGUSTO.

Assicurato il suo regno dalla parte dei Franchi colla pace con esso loro stabilita, e depressi gl'interni nemici, volle ancora il re Agilolfo provvedere alla sicurezza sua dalla parte degli Avari, ossia degli Unni o Tartari che dominavano nella Pannonia, e stendevano la lor signoria sopra gli Sclavi, che diedero il nome alla Schiavonia. Era formidabile anche la potenza di quella nazione, e non andrà molto che cominceremo a vederne le funeste pruove in Italia. Con costoro fu conchiuso un trattato di pace e di amistà. Ma non erano terminati i mali umori interni. _Romano_ esarco lavorava sott'acqua, e tanto seppe fare, che con promesse e danari guadagnò _Maurizio_, ossia _Mauricione_ o _Mauritione duca_ di Perugia[3011], che accettò presidio greco in quella città. Si trovava allora l'esarco in Roma, ed ansioso di mettere il piede in sì riguardevol città, che poteva servirgli di frontiera contra de' Longobardi, si mosse di colà, conducendo seco quanti armati potè; e nel viaggio non solamente se gli diede Perugia, ma egli prese inoltre alcune delle città frapposte, cioè Sutri, Polimarzo, oggidì Bomarzo, Orta, Todi, Ameria, Luceolo, ed altre, di cui lo storico non seppe il nome. Giunsero queste disgustose nuove ad Agilolfo dimorante in Pavia, che ne dovette prontamente scrivere al duca di Spoleti, intanto che egli preparava l'esercito per accorrere in persona a quelle parti. A _Faroaldo_ primo duca di Spoleti, morto, non si sa in qual anno, era succeduto _Ariolfo_, uomo di gran valore. Io non so come, a chi compilò la vita di s. Gregorio Magno, scappò detto che questo _Ariolfo fu duca di Benevento_. Dal Baronio poi fu creduto _duca de' Longobardi nella Toscana_. Certo è ch'egli era _duca di Spoleti_, e lo attestano Paolo Diacono e l'autore della Cronica Farfense. In questi tempi l'Umbria da alcuni fu riguardata come parte della Toscana. Ora trovandosi egli il più vicino ai paesi caduti in mano del nemico esarco, si mise tosto in armi ed entrò in campagna. Fu preveduto questo colpo dal santo papa _Gregorio_; e siccome sulla sua vigilanza e prudenza specialmente posava la salute di Roma, ed era alla saggia sua direzione raccomandato il maneggio anche degli affari temporali in tempi sì scabrosi, egli perciò scrisse[3012] a _Veloce_ maestro della milizia, ossia generale d'armata, che intendendosi con _Maurilio_ e _Vitaliano_, a' quali ancora fece intendere la sua mente, stessero bene attenti ai movimenti del duca di Spoleti, e caso che si inviasse verso Roma o verso Ravenna, gli dessero alla coda. Ciò fu nel mese di giugno, e voce correva che Ariolfo fosse per essere sotto Roma nella festa di san Pietro. Nell'epistola trentesima notifica esso papa ai suddetti Maurilio e Vitaliano, che nel dì 11 quel mese (e non già di gennajo, come hanno alcune edizioni) esso duca Ariolfo gli avea scritta una lettera, di cui loro manda copia, con raccomandare ai medesimi di tenere all'ubbidienza dell'imperadore la città di _Soana_ posta nella Toscana, se pure Ariolfo non gli ha prevenuti, con portar via di là gli ostaggi. Costa poi da un'altra lettera di s. Gregorio[3013], scritta a _Giovanni_ arcivescovo di Ravenna, che Ariolfo arrivò colle sue genti fin sotto Roma, e quivi tagliò a pezzi alcuni, ad altri diede delle ferite: cosa che afflisse cotanto il placido animo dell'ottimo pontefice, che ne cadde malato, assalito da dolori colici. Quel nondimeno che maggiormente pareva a lui intollerabile, era, ch'egli avrebbe avuta maniera d'indurre alla pace i nemici (probabilmente impiegando del danaro, com'era solito in simili frangenti di fare), ma l'esarco _Romano_ non gliel voleva permettere: del che si duol egli forte coll'arcivescovo suddetto. E tanto più, perchè essendo stato rinforzato Ariolfo dalle soldatesche di due altri condottieri di armi, _Autari_ e _Nordolfo_, difficilmente volea più dar orecchio a trattati di pace. Pertanto il prega che se ha luogo di parlar di tali affari con sì strambo ministro, cerchi di condurlo alla pace, con ricordargli specialmente che s'era levato di Roma il nerbo maggiore delle milizie, per sostenere l'occupata Perugia, come egli deplora altrove[3014], nè vi era restata altra guarnigione che il reggimento teodosiano, così appellato da _Teodosio_ Augusto, figliuolo di _Maurizio_ imperadore, il quale ancora, per essere privo delle sue paghe, stentava ad accomodarsi alla guardia delle mura. Aggiugne che anche _Arichi_, ossia _Arigiso_ duca di Benevento, il quale era succeduto a _Zottone_ primo duca di quella contrada, instigato da Ariolfo, rotte le capitolazioni precedenti, avea mosse le sue armi contra de' Napoletani, e minacciava quella città.

Non si doveano credere i Longobardi obbligati ad alcun trattato precedente, da che l'esarco sotto la buona fede aveva occupato ad essi Perugia con altre città. Paolo Diacono[3015] parla della morte di _Zottone_ suddetto dopo venti anni di ducato, con dire che in suo luogo succedette _Arigiso_, mandato colà dal re _Agilolfo_, e per conseguente o in questo o nel precedente anno, con intendersi da ciò che il ducato beneventano dovette aver principio circa l'anno 571, come pensò il padre Antonio Caracciolo. Era _Arigiso_ nato nel Friuli, avea servito d'ajo a' figliuoli di _Gisolfo_ duca del Friuli, ed era parente del medesimo Gisolfo. Risulta poi dalla suddetta lettera di san Gregorio all'arcivescovo di Ravenna, che la città di Fano era posseduta allora dai Longobardi, e vi si trovavano molti fatti schiavi, per la liberazion de' quali aveva il caritativo papa voluto inviare nel precedente anno una persona con danaro; ma questa non si era arrischiata di passare pel ducato di Spoleti, che divideva Roma da quella città ed era sotto il dominio de' Longobardi. Tuttavia non lasciò _Fortunato_, vescovo d'essa città, di riscattarli, con aggravarsi di molti debiti per questa santa azione[3016]; e san Gregorio gli concedette dipoi che potesse vendere i vasi sacri delle chiese per pagare i creditori. Quel _Severo vescovo scismatico_, la cui città era stata bruciata, e per cui l'arcivescovo di Ravenna chiedeva delle limosine a san Gregorio, vien creduto _vescovo_ di _Aquileja_ dal cardinal Baronio[3017] e dal padre Mabillone[3018]. Io il tengo per _Severo vescovo d'Ancona_, nominato altrove da san Gregorio, giacchè egli dice: _Juxta quippe est civitas Fanum_: il che non conviene nè a Grado nè ad Aquileja. Nell'edizione di san Gregorio fatta da' padri Benedettini, la lettera sedicesima del libro nono[3019] è ad _Serenum anconitanum episcopum_. Si ha da leggere _ad Severum_, apparendo ciò dalla susseguente lettera ottantesima nona[3020]. Dovea questo vescovo, addottrinato dalle disgrazie della sua città, avere abbandonato lo scisma e meritata la grazia di san Gregorio.

NOTE:

[3011] Gregor. Magnus, lib. 2, ep. 8.

[3012] Gregor. Magnus, lib. 2, ep. 3, 29 et 30.

[3013] Idem, lib. 2, ep. 46.

[3014] Gregorius M., lib. 5, ep. 40.

[3015] Paulus Diaconus, lib. 4, cap. 19.

[3016] Greg. Magnus, lib. 7, epist. 13.

[3017] Baron., Annal. Eccl.

[3018] Mabill., in Annal. Bened., lib. 8, cap. 37.

[3019] Greg. M., lib. 9, ep. 16, edition. Bened.

[3020] Idem, ibid. epist. 89.

Anno di CRISTO DXCIII. Indizione XI.

GREGORIO I papa 4. MAURIZIO imperadore 12. AGILOLFO re 3.

L'anno X dopo il consolato di MAURIZIO AUGUSTO.

Ci fa sapere Paolo Diacono, che irritato forte il re Agilolfo per la perdita di Perugia e dell'altre suddette città, si mosse immediatamente da Pavia con un possente esercito per riacquistare quella città. E però potrebbe essere che appartenesse al precedente anno questo suo sforzo. Ma non parlando punto san Gregorio di Agilolfo nelle lettere scritte in quell'anno, nè essendo molto esatto nell'ordine dei tempi lo storico suddetto, chieggo licenza di poter riferire al presente anno l'avvenimento suddetto. Venne dunque il bellicoso re con grandi forze all'assedio di Perugia, e con tal vigore sollecitò quell'impresa, che tornò alle sue mani essa città, e _Maurizio_ preso pagò colla sua testa il tradimento fatto. Come poi e quando Perugia tornasse in poter dei Romani, nol so. Certo è che vi tornò. Par ben credibile che Agilolfo ricuperasse ancora l'altre città a lui tolte dall'esarco. Nè questo gli bastò. Volle anche tentare Roma stessa: al che non fece mente Paolo Diacono, allorchè scrisse, che dopo la presa di Perugia Agilolfo se ne tornò a Pavia. Racconta il santo pontefice[3021] ch'egli era dietro a spiegare al popolo il capitolo quarantesimo di Ezechiello, allorchè s'intese _jam Agilulphum Longobardorum regem, ad obsidionem nostram summopere festinantem, Padum transisse_. E che seguissero dipoi dei gran travagli e danni al popolo romano, si raccoglie da quanto seguita appresso a dire il medesimo san Gregorio[3022]: _Ubique luctus aspicimus. Ubique gemitus audivimus; destructae urbes, eversa sunt castra, depopulati sunt agri, in solitudinem terra redacta est. Alios in captivitatem duci, alios detruncari, alios interfici videmus_. Aggiugne più sotto[3023]: _Nemo autem me reprehendat, si post hanc locutionem cessavero, quia, sicut omnes cernitis, nostrae tribulationes excreverunt. Undique gladio circumfusi sumus, undique imminens mortis periculum timemus. Alti detruncatis ad nos manibus redeunt; alii captivi, alii interemti ad nos nuntiantur. Jam cogor linguam ab expositione retinere_. E queste parole son quelle che fecero dire a Paolo Diacono[3024], il qual sembra discorde da sè medesimo, essere rimasto sì atterrito il beato Gregorio papa dall'arrivo del re Agilolfo, che cessò dal proseguire la spiegazion del testo di Ezechiello. Crede il cardinal Baronio che questi guai di Roma succedessero nell'anno 595, quando tutte le apparenze sono che molto prima arrivasse un sì atroce flagello addosso a quella città. Ed è fuor di dubbio che Roma, tuttochè guernita d'un debolissimo presidio, valorosamente si difese in quelle strettezze, di modo che il re Agilolfo, scorgendo la difficoltà dell'impresa, fors'anche segretamente commosso dalle preghiere e dai regali, che a tempo opportuno soleva impiegare per bene del suo popolo il generoso papa Gregorio, si ritirò da quei contorni, e dopo tanti danni inferiti lasciò in pace i Romani. Mancò di vita in quest'anno uno dei re franchi, cioè _Guntranno_ re della Borgogna, principe per la pietà e per altre virtù assai commendato. Perchè in questi tempi non si durava gran fatica a canonizzare gli uomini, e specialmente i principi dabbene per santi, però anche a lui toccò d'essere messo in quel ruolo. Morì senza figliuoli, e lasciò tutti i suoi stati al re di Austrasia _Childeberto_, la cui potenza con una sì gran giunta divenne formidabile. E buon pei Longobardi che neppur egli sopravvivesse di molto a questo suo zio.

NOTE:

[3021] Gregor. M., Praefat. lib. 2, in Ezechi.

[3022] Paulus Diaconus, lib. 4, cap. 8.

[3023] Greg. M., Homil. 6, lib. 2.

[3024] Idem, lib. 2, Homil. ultim.

Anno di CRISTO DXCIV. Indizione XII.

GREGORIO I papa 5. MAURIZIO imperadore 13. AGILOLFO re 4.

L'anno XI dopo il consolato di MAURIZIO AUGUSTO.

Credesi che nell'anno precedente san Gregorio papa prendesse a scrivere i suoi Dialoghi; ma c'è anche motivo di giudicare che ciò succedesse nell'anno presente, scrivendo egli[3025] che _cinque anni prima_ era seguita la fiera innondazione del Tevere. Manteneva intanto il santo pontefice buona corrispondenza con _Teodelinda_ regina dei Longobardi, principessa piissima e bene attaccata alla religione cattolica: il che giovò non poco per rendere il re Agilolfo suo consorte, benchè ariano, ben affetto e favorevole ai Cattolici stessi, e servì in fine, siccome diremo, ad abbracciare la stessa fede cattolica, se pur sussiste ciò che ne lasciò scritto Paolo Diacono. Era stato eletto arcivescovo di Milano _Costanzo_; e perchè si sparse voce ch'egli avesse condannati i tre capitoli del concilio calcedonense, ed accettato il concilio quinto, tre vescovi suoi suffraganei, fra' quali specialmente quello di Brescia, non solamente si separarono dalla di lui comunione, ma eziandio indussero la regina a fare lo stesso. Restano due lettere scritte da san Gregorio[3026] alla medesima regina, nelle quali si duole ch'ella si sia lasciata sedurre, quasi la dottrina del concilio calcedonense, principalmente sostenuta dalla Chiesa romana, avesse patito alcun detrimento per le persone condannate dipoi nel quinto concilio generale. Da altre lettere del medesimo papa pare che si raccolga essersi Teodelinda umilmente accomodata alle di lui esortazioni. Ma veggasi all'anno 604. Abbiamo anche da Paolo Diacono[3027] che a questa buona principessa san Gregorio, non si sa quando, inviò in dono i Dialoghi suddetti. Una delle maggiori premure, che circa questi tempi nudriva l'infaticabil pontefice, era quella di stabilir la pace coi Longobardi. A così lodevol pensiero chi s'opponesse lo vedremo nell'anno seguente, contuttochè io non lasci di sospettare che possa tal pace appartenere all'anno presente, non essendo noi certi che tutte le lettere di san Gregorio papa sieno disposte con ordine esattissimo di tempo. Comunque sia, in una lettera scritta da esso papa sotto l'indizione duodecima, cioè sotto quest'anno, al sopra citato Costanzo arcivescovo di Milano, si vede che il ringrazia delle nuove dategli del re _Agone_ (così ancora veniva chiamato, siccome già accennai, il re _Agilolfo_) e dei re de' Franchi, e desidera d'essere informato di tutto altro che possa accadere. Dice in fine una particolarità degna d'attenzione nelle seguenti parole, cioè: _Se vedrete che Agone re de' Longobardi non possa accordarsi col patrizio_ (ossia con _Romano_ esarco), _fategli sapere che si prometta meglio di me, perchè son pronto a spendere, s'egli vorrà consentire in qualche partito vantaggioso al romano imperio_. Desiderava Gregorio che seguisse la pace generale, e perchè ciò venisse effettuato, si esibiva a pagare; e quando poi non si potesse concludere questa general pace, proponeva di farla almeno col ducato romano, per non vedere più esposto alle miserie della guerra il popolo, ch'egli più degli altri era tenuto ad amare. Sono di parere i padri Benedettini, nella edizione di san Gregorio, che a quest'anno appartenga una lettera del medesimo santo papa[3028] scritta a _Sabiniano_ suo apocrisario, ossia nunzio alla corte di Costantinopoli, con ordinargli di dire ai _serenissimi nostri padroni, che se Gregorio lor servo si fosse voluto mischiare nella morte dei Longobardi, oggidì la nazione longobarda non avrebbe nè re, nè duchi, nè conti, e si troverebbe in una somma confusione. Ma perchè egli ha timore di Dio, teme di mischiarsi nella morte di chicchessia._ Parole degne d'attenzione, per conoscere sempre più la santità di Gregorio, e qual fosse il governo de' Longobardi, del quale parleremo in altro luogo. Era imputato il santo pontefice d'aver fatto morire in carcere _Malco_ vescovo longobardo, oppure di qualche città suggetta ai Longobardi; e però si giustificò colle suddette espressioni.

NOTE:

[3025] Gregor. Magnus, Dialog., lib. 3, cap. 19.

[3026] Idem, lib. 4, ep. 4, et 38.

[3027] Paulus Diaconus, lib. 4, cap. 5.

[3028] Gregor. Magnus, lib. 4, ep. 47.

Anno di CRISTO DXCV. Indizione XIII.

GREGORIO I papa 6. MAURIZIO imperadore 14. AGILOLFO re 5.

L'anno XII dopo il consolato di MAURIZIO AUGUSTO.