Annali d'Italia, vol. 2 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750

Part 93

Chapter 933,040 wordsPublic domain

Intanto non rallentava l'Augusto _Maurizio_ i suoi maneggi presso _Childeberto_ re d'Austrasia, il più potente dei re franchi, per esterminare i Longobardi dall'Italia. Era succeduto dianzi un affare che poteva intorbidar la buona intelligenza fra questi monarchi, se la prudenza di Maurizio non vi avesse trovato rimedio[2997]. Spediti da Childeberto tre ambasciatori a Costantinopoli, fecero scala in Africa a Cartagine. Uno de' lor famigli avendo presa non so qual roba ad una bottega, e differendo di restituirla, fu colto un dì nella piazza dal mercatante, e preso; nè questi voleva lasciarlo, se non restituiva il mal tolto. Il Franco, messa mano alla spada, pagò il povero mercatante con levargli la vita. Ciò udito, il governatore della città con una truppa d'armati e col popolo tumultuante andò all'abitazion dei legati. Usciti fuori due d'essi, furono trucidati dall'infuriata gente. _Grippone_ capo dell'ambasceria ne fece di gravi doglianze, e Costantinopoli, maggiormente quivi espose le sue querele. Maurizio Augusto irritato per l'insolenza de' suoi, ne promise una strepitosa vendetta; e regalato ben bene Grippone, il rimandò a casa assai contento, e con forti istanze, perchè Childeberto movesse l'armi contra de' Longobardi. Premeva a quel regnante di riaver dalle mani dell'imperadore il suo nipote _Atanagildo_, figliuolo d'_Ingonda_ sua sorella, morta in Africa, e _santo Ermenegildo_ che era stato condotto a Costantinopoli; perciò mise insieme una grande armata, composta di venti duchi, ciascuno de' quali conduceva la gente della sua provincia. Racconta il vescovo turonense, che _Audoaldo_ duca, venendo alla testa del popolo di Sciampagna, arrivato a Metz, vi commise tanti saccheggi ed omicidii, come se fosse stato un nemico della propria terra; e che altrettanto fecero gli altri duchi, con rovinare il proprio paese, prima di riportare vittoria alcuna de' loro nemici. Questo era uno dei brutti costumi de' Franchi d'allora, e se ne lamentò anche il buon re della Borgogna _Guntranno_, con avere attribuito a tanta iniquità delle sue genti le rotte ch'egli ebbe dai Goti nella Linguadoca. Ne fo io menzione anche per ricordare che de' Longobardi lontani dal commettere tali eccessi coi sudditi propri, pure dicono tanto male gli scrittori loro nemici, e all'incontro i Franchi, non certo migliori de' Longobardi, si veggono cotanto esaltati da alcuni scrittori. Calò dunque in Italia dalla parte della Rezia, ossia de' Grigioni, e da quella di Trento, lo sterminato esercito dei Franchi, e de' varii popoli della Germania sudditi del re Childeberto divisi in varie colonne. _Audoaldo_ con sei altri duchi passò a dirittura verso Milano, e in quelle vicinanze si accampò. _Olone_ duca arrivato a Bellinzona, terra del distretto di Milano, dove comincia il lago Verbano, ossia Maggiore, quivi lasciò la vita, colpito da un dardo nemico. Ed essendosi queste genti sbandate per andar a cercar di che vivere, dovunque arrivavano, aveano addosso i Longobardi che gli accoppavano senza remissione. Fecero nondimeno i Franchi una prodezza nel territorio di Milano. Eransi portati i Longobardi lungo le sponde di un laghetto, da cui esce un fiumicello a noi ignoto. Giunti colà i Franchi, videro un Longobardo sulla riva opposta armato di tutto punto, che disse loro: _È venuto il dì, in cui si vedrà a chi Dio voglia più bene._ Passarono di qua dal fiume alcuni pochi Franchi, e messisi addosso a costui, tante gliene diedero, che lo stesero morto a terra. Allora i Longobardi, raccolte le lor bagaglie, si ritirarono tutti, di modo che i Franchi non trovarono in quel sito se non i segni che vi erano stati nemici. Tornarono poscia al loro accampamento, e colà giunsero i legati dell'imperadore per avvisarli che era in marcia per venire ad unirsi con loro l'esercito cesareo fra tre giorni, e se ne accorgerebbono allorchè vedessero data alle fiamme una villa ch'era sul monte. Aspettarono i Franchi per sei giorni, e mai non videro comparire alcuno. _Cedino_, ossia _Ghedino_, duca con tredici altri duchi entrato dalla parte di Trento in Italia, prese cinque castella, e si fece giurare ubbidienza da que' popoli.

Il re Autari da due parti assalito con tante forze, prese in questa congiuntura il saggio partito di tener ben guardati i luoghi forti e le città, dove s'erano rifugiate le genti col loro meglio, lasciando la campagna alla discrezione, ossia indiscrezion de' nemici. S'era specialmente ben fortificato egli e provveduto in Pavia. Ma ciò che non poterono far le spade, lo fece l'aria della state, a cui non erano usati i Franchi e gli Alamanni: cioè s'introdusse la dissenteria in quelle armate, e ne fece una grande strage. Vi si aggiunse anche la fame per la mancanza de' viveri, in guisa che essendo oramai troppo sminuito l'esercito, determinarono que' capitani, dopo tre mesi di scorrerie fatte per la Liguria e per i contorni, di tornarsene al loro paese. Ma nel ritorno la fame li maltrattò cotanto, che furono obbligati a vendere infin l'armi e il vestito per aver da mangiare e per poter giugnere vivi a casa. Nel passare ancora per alcuni paesi (forse de' Grigioni o del Trentino) che erano stati una volta sotto il dominio del re _Sigeberto_, padre del re _Childeberto_, diedervi il sacco, e fecero schiavi quanti caddero nelle loro mani. Con tali particolarità racconta Gregorio Turonense questa guerra de' Franchi, i quali o non vollero per politica far danno maggiore ai Longobardi, o non poterono per debolezza; perchè allora non si facea la guerra, come oggidì si pratica, con tanti attrecci, provvisioni di buoni magazzini e maniere di forzar anche le città più forti. Son di parere alcuni scrittori pavesi, che in questa occasione la città di Ticino fosse presa da _Papio_, uno de' duchi franchi, e cominciasse da lì innanzi a chiamarsi _Papia_, oggidì _Pavia_. Son questo favole prive d'apparenza, non che di fondamento di verità. Era anticamente quella città ascritta alla _tribù papia_. Di là conghietturo io che possa essere venuta la mutazion del suo nome.

Paolo Diacono[2998], secondo il solito, copiò qui fedelmente il racconto di Gregorio Turonense, con solamente aggiugnere che l'esercito franzese giunse nel territorio di Piacenza, e di là arrivò fino a Verona, con ispianar molte castella, non ostante i giuramenti di salvar quei luoghi, allorchè spontaneamente loro si renderono gli abitanti, credendo i Franchi gente da mantener parola. Nel territorio di Trento specialmente diroccarono Tesana, Maleto, Semiana, Appiano, Fagitana, Cimbra, Vizzano, Brentonico, Volene, Ernemase e due altre castella in Alsuca, ed uno nel veronese. Tutti gli abitanti d'esse castella furono condotti in ischiavitù. Quei soli del castello della Verruca, in numero di secento, per l'interposizione d'_Ingenuino_ vescovo di Sabione (il cui vescovato fu poi trasferito a Brixen) e di _Agnello_ vescovo di Trento, ebbero la fortuna di potersi riscattare con pagare un soldo di oro per cadauno. Ma questa guerra fu di maggior conseguenza di quel che apparisca dal racconto del Turonense e di Paolo Diacono, il quale si accinse a scrivere la storia de' Longobardi con poche notizie. Noi abbiam delle lettere pubblicate dal Freero e dal Du-Chesne[2999], e scritte parte dal re _Childeberto_ a _Maurizio_ Augusto, a _Giovanni_ patriarca di Costantinopoli, ad _Onorato_ aprocrisario del papa, a _Domiziano_ vescovo di Melitina e consigliere cesareo, a _Paolo_ padre dell'imperadore e ad altri ufficiali della corte imperiale, dove si fa menzione dei legati inviati a Costantinopoli, e della lega che si manipolava fra questi principi contra de' Longobardi. Ve n'ha dell'altre della regina _Brunichilde_ a _Costantina_ Augusta moglie dell'imperador Maurizio, in cui le raccomanda forte _Atanagildo_ suo nipote, e ad _Anastasia_ Augusta vedova di Tiberio Costantino imperadore, al suddetto _Atanagildo_ e allo stesso _Maurizio_ Augusto. Ma specialmente son degne di attenzione due lettere, la prima delle quali è scritta al re Childeberto da esso imperadore, in cui gli fa sapere che prima ancora dell'arrivo in Italia dei duchi franzesi, era riuscito all'armata cesarea di prendere per battaglia le città di _Modena_, d'_Altino_ e di _Mantova_, venendo in questa maniera ad impedir l'unione delle soldatesche longobarde. Essersi poi inteso che uno dei duchi franzesi, per nome _Cheno_, aveva trattato di pace con _Autari_, il quale s'era chiuso in Pavia, essendosi anche gli altri suoi capitani colle lor milizie ritirati in diverse castella. Che trovandosi il suddetto Cheno duca presso Verona con ventimila combattenti, erano andati a trovarlo i messi cesarei per concertar seco l'assedio di Pavia, la presa della qual città avrebbe dato l'ultimo tracollo alla nazion longobarda. Ma che i duchi franchi, dopo aver fatta una tregua di dieci mesi coi Longobardi, se n'erano iti con Dio, senza farne parola con gli uffiziali di Cesare: il che era da credere che sarebbe dispiaciuto non poco ad esso Childeberto, perchè se si fosse ito di accordo, si era sull'orlo di veder libera l'Italia dai Longobardi. Il perchè vivamente il prega di spedire per tempo nel prossimo anno le sue armate in Italia, prima che i Longobardi possano fare la raccolta de' grani, giacchè l'armata cesarea non solamente s'era impadronita delle città suddette, ma erano anche tornate alla divozion dell'imperio quelle di _Reggio_, _Parma_ e _Piacenza_ coi loro duchi e con assaissimi Longobardi. Finalmente egli raccomanda di ordinare che sieno messi in libertà i poveri Italiani menati schiavi di là dai monti, perchè questa obbligazione era espressa nei patti della lega. L'altra lettera è di _Romano_ patrizio ed esarco di Ravenna, scritta al medesimo re _Childeberto_, con significargli la presa delle suddette città di _Modena_, _Altino_ e _Mantova_. E che mentre egli era in procinto di portarsi all'assedio di _Parma_, _Reggio_ e _Piacenza_, i duchi longobardi di quelle città erano venuti in fretta a trovar esso esarco in Mantova, e s'erano messi all'ubbidienza della _santa repubblica_ (nome usato molto in que' tempi per significare ciò che oggi chiamiamo _sacro romano imperio_) con dargli per ostaggi i loro figliuoli. Tornato esso esarco a Ravenna, s'era dipoi portato in Istria, per far guerra a _Grasolfo_ nemico. Giunto colà, se gli era presentato _Gisolfo magnifico duca, figliuolo di Grasolfo_, che nella sua giovanile età avea ciera di voler essere migliore del padre, con offerirgli di sottomettere sè stesso con tutto il suo esercito alla _santa repubblica_. E che era arrivato in Italia _Nordolfo_ patrizio col suo esercito in servigio dell'imperadore, il quale in compagnia di _Ossone_, uomo glorioso, avea ricuperate varie città. Il perchè esso Romano, persuaso che il re stia saldissimo nel pensiero di eseguire i patti della lega, e massimamente sapendo ch'egli è in collera contra dei suoi duchi, perchè erano tornati indietro senza aver soddisfatto agli ordini di sua maestà, vorrà ben rispedire l'armata al primo tempo; ed avanti che si faccia il raccolto de' grani, con dei capitani meglio intenzionati; raccomandandosi soprattutto che gli faccia opportunamente sapere qual via terranno in venendo, e a qual preciso tempo si moveranno. In fine il supplica di dar buon ordine alle sue genti, acciocchè non mettano a sacco, nè incendino le case degl'Italiani, in favore e difesa de' quali sono inviate, e niuno d'essi menino in ischiavitù, e allo incontro rilascino i già fatti schiavi.

Queste particolarità fanno abbastanza intendere che la guerra mossa in quest'anno dall'imperadore e dal re Childeberto contra de' Longobardi, più di quel che ne seppero i due sovrallodati storici, portò dei vantaggi all'armi cesaree, e di pericolo al regno de' Longobardi. E se i Franchi avessero operato di concerto e più daddovero, forse si dava l'ultimo crollo alla signoria d'essi Longobardi in Italia. Anzi mi nasce qui sospetto di qualche abbaglio in Paolo Diacono[3000], il quale, siccome accennai, ci rappresentò per primo duca del Friuli _Gisolfo_, e tale creato nell'anno 568 dal re Alboino. Ora dalla lettera apparisce che Romano esarco era andato in Istria per far guerra a _Grasolfo_ padre di _Gisolfo_. Forse questo _Grasolfo_ fu egli il primo duca in quelle contrade, e, venuto a morte in quei tempi, ebbe per successore nel ducato Gisolfo suo figliuolo, il quale andò in questi tempi a sottomettersi all'esarco. Se nell'anno 568 Gisolfo avesse avuto il ducato del Friuli, bisognerebbe supporlo fin d'allora capace di governar popoli. Anzi Paolo dice che il re Alboino _Gisulfum, UT FERTUR, suum nepotem, VIRUM per omnia idoneum, qui eidem_ (regi) _Strator erat, quem lingua propria Marpahis appellante Forojulianae civitati, et toti regioni illi praeficere statuit_. Ma ciò non può sussistere, perchè, per attestato di Romano esarco, che lo aveva veduto co' propri occhi, era assai giovinetto esso Gisolfo nell'anno 590, _in juvenili aetate_. Adunque giusto sospetto ci è che Paolo non avesse in questo racconto altro fondamento che la tradizion popolare, e sinceramente lo confessa egli stesso con dire _ut fertur_; e che il primo duca del Friuli fosse _Grasolfo_, e successivamente lo stesso _Gisolfo_ in quest'anno 590. Dappoichè si furono ritirate dall'Italia le genti del re Childeberto, sapendo il re Autari[3001] quanta autorità avesse in tutto l'imperio franzese, specialmente sopra il cuore d'esso _Childeberto_ suo nipote, _Guntranno_ re della Borgogna, uno dei tre re della Francia, allora regnanti, principe pacifico e di tutta bontà; gli spedì degli ambasciatori per pregarlo della sua mediazione ad ottener la pace. Gli rappresentarono questi la divozione professata in addietro dalla nazion longobarda ai re franchi, co' quali aveano mantenuta sempre una buona intelligenza, senza aver meritato di essere perseguitati da loro: però pregavano che si rimettesse buona amicizia e concordia fra le due nazioni, esibendosi pronti, in qualunque tempo, alla difesa dei Franchi, e che desistessero dall'ajutare un comune nemico, il quale, atterrata l'una nazione, si sarebbe aperto il passo a minacciare e distruggere ancor l'altra. Furono benignamente ascoltati dal re Guntranno, e poscia inviati con qualche sua commendatizia al re Childeberto, al quale con tutta sommessione fecero la medesima rappresentanza. Passò qualche giorno senza che i legati avessero concludenti risposte, quando eccoti arrivarne degli altri, spediti dalla regina _Teodelinda_ colla nuova che il re Autari era morto; i quali pregarono similmente Childeberto di voler concedere la pace ai Longobardi. Childeberto li congedò tutti con delle buone parole e speranze. Fu poi da lì a non molto conchiusa questa pace col successore d'Autari, e da lì innanzi non ebbero molestia alcuna i Longobardi dalla parte dei Franchi: il che servì a renderli animosi, con ridersi eglino dipoi della potenza dei greci imperadori.

In fatti diede fine in quest'anno alla sua vita il re _Autari_, mentre era in Pavia, nel dì 5 di settembre, per attestato di Paolo Diacono, e corse voce ch'egli morisse di veleno. Ebbe principio in esso mese di settembre l'_indizione nona_, ed appunto si ha una lettera scritta da s. Gregorio papa[3002] sotto la medesima Indizione, e indirizzata a tutti i vescovi d'Italia, con far lor sapere che il _nefandissimo Autarit_ (questo è il titolo, di cui sono frequentemente ornati i re longobardi e la lor nazione dai Romani, perchè troppe offese ne avevano ricevuto, e tuttavia ne ricevevano. Anche i Goti erano ariani, ma di loro parlavano in altra maniera i Romani, perchè erano sudditi di essi): che Autari, dissi, avea nella prossima passata pasqua vietato il battezzar nella fede cattolica i figliuoli dei Longobardi (ariani), per la qual colpa Iddio lo aveva tolto dal mondo. Paolo Diacono scrive che Autari regnò _sei anni_; ed essere egli morto nel principio di settembre di quest'anno, adunque dovette egli essere eletto re verso il fine dell'anno 584, come già dicemmo, e non già nello anno 586, come pretese il padre Pagi, che volle seguitar Sigeberto, certamente ingannato sì nel principio che nel fine del governo di Autari. Lo stesso Pagi accordò che in quest'anno esso Autari lasciasse di vivere, nè poi s'avvide che i suoi conti non batteano intorno all'epoca di questo re. Ora bisogna ben che fossero rare le doti e le virtù della regina _Teodelinda_, benchè di nazion bavarese, perchè non solamente seguitarono i primati longobardi a venerarla ed ubbidirla qual padrona, ma anche le permisero di eleggersi un nuovo marito che fosse degno di reggere il loro regno. Nè diede loro fastidio che Teodelinda professasse la religione cattolica: tanta doveva essere la saviezza, la pietà e la prudenza di questa principessa. Avrebbe ella, credo io, scelto volentieri un principe longobardo cattolico di credenza, se lo avesse trovato, ma niun ve n'era. Però, seguendo il consiglio de' più assennati, mise li occhi sopra _Agilolfo duca a di Torino_, principe bellicoso, parente del defunto re Autari, di bell'aspetto, di mente attissima a ben governar dei popoli. Fattolo chiamare alla corte, gli andò incontro fino alla terra di Lomello, onde prese il nome il paese della Lomellina, alcune miglia lungi da Pavia. Colà giunto Agilolfo, fece Teodelinda portar da bere, e dopo aver essa bevuta la metà d'una tazza, porse il resto ad Agilolfo, il quale, nel restituirle la tazza, riverentemente le baciò la mano. Allora la regina sorridendo, ma con onesto rossore, gli disse, non essere di dovere ch'egli baciasse la mano a chi dovea baciare la bocca. Ed ammessolo all'altro bacio, gli significò la intenzione sua d'averlo per marito e di farlo re. Che più? Le nozze si celebrarono con gran solennità ed allegria sul principio di novembre, ed Agilolfo cominciò bene ad ajutar la regina consorte nel governo del regno, ma per allora non assunse il titolo di re. Non si sa intendere come Gregorio Turonense[3003] scrivesse, che mentre stavano presso del re _Childeberto_ i legati del re Autari, arrivò la morte d'esso Autari, e che in suo luogo era succeduto _Paolo_. Di questo _Paolo_ non v'ha memoria alcuna; nè esso è nome longobardico. Molto meno può esso convenire ad Agilolfo, che solamente due mesi, dappoichè era morto Autari, sposò Teodelinda, in guisachè non potè mai, coll'avviso della morte d'Autari, giugnere alla corte di Childeberto la nuova del successore eletto. Meglio informato degli affari de' Longobardi non fu Fredegario[3004] colà, dove scrive che _Agone re de' Longobardi, figliuolo del re Autari_, prese per moglie _Teodelinda di nazione franzese_: cioè non seppe che questa principessa in prime nozze era stata moglie del re Autari, e fallò in credere _Agone_ figliuolo d'Autari. Per altro Agilolfo fu anche nomato, per testimonianza di Paolo Diacono, _Ago_ o _Agone_: il che si vede praticato in questi tempi per altri nomi. In quest'anno _Maurizio_ imperadore dichiarò Augusto e collega nell'imperio _Teodosio_ suo primogenito, nato nell'anno 585. Ciò apparisce dal racconto che fa degli atti di s. Gregorio il Grande Giovanni Diacono[3005].

NOTE:

[2995] Gregor. Turonensis, lib. 10, cap. 1. Paulus Diaconus, lib. 3, cap. 23.

[2996] Johannes Diaconus, in Vit. S. Gregor., lib. 1, cap. 40.

[2997] Gregor. Turonensis, lib. 10, cap. 2.

[2998] Paulus Diaconus, lib. 3, cap. 30.

[2999] Du-Chesne, Scriptor. Rer. Franc., tom. 1.

[3000] Paulus Diaconus, lib. 2, cap. 4.

[3001] Greg. Turonensis, lib. 10, cap. 3. Paulus Diaconus, lib. 3, cap. 34.

[3002] Gregor. Magnus, lib. 1, epist. 17.

[3003] Gregor. Turonensis, lib. 10, cap. 3.

[3004] Fredegarius, in Chron. cap. 34.

[3005] Johann. Diacon., in Vit. S. Greg. M., lib. 1, cap. 40.

Anno di CRISTO DXCI. Indizione IX.

GREGORIO I papa 2. MAURIZIO imperadore 10. AGILOLFO re 1.

L'anno VIII dopo il consolato di MAURIZIO AUGUSTO.