Annali d'Italia, vol. 2 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750
Part 92
Fu anche mosso da papa _Pelagio_ l'esarco di Ravenna _Smaragdo_ per mettere in dovere _Elia_ arcivescovo d'Aquileja, capo degli scismatici in Italia. Da un memoriale presentato alcuni anni dopo dai vescovi d'Istria all'imperadore _Maurizio_, apparisce che Smaragdo diede ad esso ostinato arcivescovo per questa cagione molti disgusti, e il minacciò di peggio. Ma ricorse egli all'imperadore[2978] con supplicarlo di aspettare che, ritolte ai Longobardi le città dov'erano alcuni de' suoi suffraganei, come Trivigi, Vicenza e simili, andrebbono poi tutti a Costantinopoli, per metter fine alla divisione, secondo il giudizio di sua maestà: quasichè toccasse al tribunale secolaresco il decidere le cause della religione. Maurizio Augusto mandò allora ordine a Smaragdo di non inquietare alcun di que' vescovi per questo motivo, perchè quello non gli pareva tempo di disgustare i popoli che avrebbono potuto gittarsi in braccio ai Longobardi nemici. In tale stato era l'affare dello scisma d'Aquileja, quando venne a morte l'arcivescovo, ossia patriarca _Elia_. Dal padre de Rubeis[2979] si fa mancato di vita nell'anno precedente. Ebbe egli per successore _Severo_, il quale, al pari dell'antecessore, mise la sua sedia nell'isola di Grado. O sia che il papa avesse rimosso l'imperadore dal proteggere quei vescovi pertinaci nello scisma, o che essendo contro la mente dell'esarco stato eletto Severo, esso Smaragdo si credette di aver le mani slegate, un dì egli arrivò improvvisamente da Ravenna a Grado con molta gente armata, prese il novello _patriarca_[2980], e con esso lui _Severo vescovo di Trieste, Giovanni vescovo di Parenzo, e Vindemio vescovo di Ceneda_, e violentemente li condusse a Ravenna, dove li tenne sequestrati per un anno. Nel memoriale suddetto dicono i vescovi che l'esarco adoperò ingiurie e bastonate, allorchè per forza levò da Grado que' vescovi. Abbiamo da Teofane[2981] che nell'_anno sesto_ di Maurizio imperadore, nel mese di settembre, correndo l'_indizione sesta_ (tutti indizii dell'anno presente, perchè appunto nel mese di settembre cominciò a correre l'indizione sesta), i Longobardi mossero guerra ai Romani. Adunque ragion vuole che la tregua accennata da Paolo Diacono fra i Longobardi e Smaragdo esarco avesse principio, come io congetturai, nell'anno 584, e terminasse nel presente. E dicendo esso storico che di quella tregua fu autore il re _Autari_, si vien anche ad intendere che l'elezione di questo re non si può differire con Sigeberto e col padre Pagi all'anno 586. Certo è da stupire, com'esso Pagi pretendesse così accurato nelle cose di Italia esso Sigeberto istorico, quando in questi medesimi tempi si scuopre sì abbondante di anacronismi la di lui istoria. Ma qual fatto degno di memoria operassero i Longobardi, dopo avere ripigliata la guerra coi Romani, non ne ebbe notizia Paolo Diacono, e molto meno ne possiam noi rendere conto. Mi sia lecito avvertire, che fra gli altri malanni recati all'Italia dalla venuta de' Longobardi, non fu già il più picciolo quello d'essersi introdotta una fiera ignoranza fra i popoli, e l'essere andato in disuso lo studio delle lettere, perchè, oltre all'aver que' Barbari prezzate solamente l'armi, le gente italiane fra i rumori e guai delle continuate guerre altra voglia aveano che di applicarsi agli studii, oltre all'essere loro ancora mancati i buoni maestri. Però o niuno s'applicò allora a scrivere la storia de' suoi tempi; o se pur vi fu qualche storico, le sue fatiche si sono perdute. Paolo Diacono non fa menzione se non di _Secondo_ vescovo di Trento, che in questi tempi fioriva, _et aliqua de Langobardorum gestis scripsit_: il che vuol dire che neppur egli scrisse se non poche cose dei Longobardi. Tuttavia potrebbe essere che appartenesse a questo anno lo scriversi da Giovanni abbate Biclariense[2982], che correndo l'anno IV di Maurizio, _Antane_ (vuol dire Autari) re dei Longobardi, venuto alle mani coi Romani, diede loro una rotta, e molti n'uccise, con occupar dipoi i confini dell'Italia. L'anno quarto di Maurizio durò sino all'agosto dell'anno precedente 586, e però a que' tempi dovrebbe appartener questo fatto. Ma non è ben sicura per gli affari d'Italia la cronologia del Biclariense. Egli mette nell'anno appresso l'elezion di papa Gregorio, cioè il Grande, che pur cadde nel 591. Perciò potrebbe essere che quel fatto d'Autari contra i Romani anch'esso succedesse più tardi. E quando sussista la tregua accennata, non potè certo accadere nell'anno 586.
NOTE:
[2978] Libell. apud Baronium in Append. ad tom. 9 Annal.
[2979] De Rubeis, Monument. Eccl. Aquilejeus.
[2980] Paulus Diaconus, lib. 3, cap. 26.
[2981] Theoph., in Chron.
[2982] Abbas Biclariensis, in Chron.
Anno di CRISTO DLXXXVIII. Indizione VI.
PELAGIO II papa 11. MAURIZIO imperadore 7. AUTARI re 5.
L'anno V dopo il consolato di MAURIZIO AUGUSTO.
Stette l'arcivescovo d'Aquileja _Severo_ coi due suoi suffraganei in Ravenna per un anno, detenuto sotto buone guardie e con molti disagii. Tante minaccie di esilio e d'altri incomodi furono adoperate[2983], che finalmente s'indussero que' prigionieri ad accettare il concilio quinto generale e a comunicar con _Giovanni_ arcivescovo cattolico di Ravenna. Dopo di che furono messi in libertà. Tornarono questi a Grado; ma nè il popolo, nè gli altri vescovi vollero riceverli. Perciò Severo, pentito di quanto aveva operato in Ravenna, fece raunare un conciliabolo nella terra di Marano, dove esibì la confusione e la detestazione dell'errore da sè commesso: così chiamava egli l'aver avuta comunione in Ravenna coi _condannatori dei tre capitoli_. Queste parole di Paolo indicano ch'egli assai conosceva sopra che fosse fondato lo scisma della provincia d'Aquileja, nè essere certo che egli ignorasse lo stato di quella lite, come talun suppone. Ma l'altre parole di Paolo non lasciano ben intendere se si accordarono i vescovi di quel concilio. Pare che abiurassero lo scisma i seguenti, cioè Pietro, vescovo d'_Altino_, Chiarissimo di _Concordia_, Ingenuino di _Sabione_, Agnello di _Trento_, Juniore di _Verona_, Oronzio di _Vicenza_, Rustico di _Trivigi_, Fontejo di _Feltri_, Agnello di _Asolo_, e Lorenzo di _Belluno_: e che con Severo patriarca, il quale difendeva i tre capitoli del concilio calcedonense, avessero comunione Severo, vescovo di _Trieste_, Giovanni di _Parenzo_, e Vindemio di _Ceneda_. Ma ciò non sussiste, perchè miriamo poi nel memoriale di sopra accennato più che mai pertinaci nello scisma i vescovi di _Sabione, Belluno, Concordia, Trento, Verona, Vincenza_ e _Trivigi_. Fu sparsa voce fra la plebe che _Smaragdo_ patrizio ed esarco di Ravenna per la violenza usata contra di quei vescovi, era stato invasato dal demonio; e Paolo Diacono prese una tal diceria per buoni danari contanti, con aggiugnere ciò _giustamente_ accaduto, perch'egli dovea considerare come un eccesso lo strapazzo fatto a que' vescovi, tuttochè scismatici. Credesi appunto che circa questi tempi, cioè o nell'anno precedente o nel presente, esso _Smaragdo_ fosse richiamato da Maurizio Augusto a Costantinopoli, con essere succeduto nel suo posto _Romano_ patrizio, terzo fra gli esarchi di Ravenna. Abbiamo poi da Gregorio Turonense[2984] che in quest'anno il re _Autari_ spedì degli ambasciatori a _Childeberto_ re de' Franchi, per chiedere in moglie _Clotsuinda_ sua sorella. Non dispiacque al re d'Austrasia questa proposizione, ed accettò i ricchi regali inviati a tal fine, con promettere ad Autari quella principessa. Ma arrivati alla corte di Childeberto qualche tempo dopo gli ambasciatori di _Recaredo_ re dei Visigoti, distrussero tutto ciò che aveano fatto i Longobardi. Era il re Recaredo principe di gran possanza, perchè dopo avere il re _Leovigildo_ suo padre defunto acquistata la Gallizia con estinguere il regno degli Svevi, egli signoreggiava oramai quasi tutta la Spagna, e stendeva anche il suo dominio nella Gallia col possesso della provincia narbonese, oggidì appellata la Linguadoca.
Aveva egli inoltre il merito e la gloria d'avere il primo fra i re Goti abbandonato l'arianismo per le persuasioni di _san Leandro_ arcivescovo di Siviglia, e condotta già col suo esempio, se non l'intera nazione de' suoi, certo la maggior parte ad abbracciare la religione cattolica. Ora, o fosse che i ministri del papa e dell'imperadore, a' quali non potea piacere questa alleanza dei Longobardi coi Franchi, disturbassero l'affare, oppure che fosse creduto più proprio di dar quella principessa ad un re cattolico, come era Recaredo, che ad Autari principe ariano: certo è che il trattato di quel matrimonio per Autari andò per terra, senza che apparisca dipoi s'esso veramente s'effettuasse col re Recaredo: intorno a che disputano tuttavia gli scrittori franzesi. Forse di qui sorse qualche amarezza fra i Longobardi ed i Franchi. In fatti seguita poi a scrivere il Turonense, copiato ancor qui da Paolo Diacono[2985], aver fatto intendere Childeberto a Maurizio imperadore, come egli era pronto a far guerra ai Longobardi per cacciarli d'Italia: al qual fine spedì appresso un poderoso esercito in Italia. Il prode re Autari non ispaventato da si gran temporale, unite le sue forze, andò ad incontrare l'armata franco-alamanna. Fu ivi fatto _un tal macello de' Franchi, che non ve n'era memoria d'altro simile_. Molti furono i prigioni, e gli altri fuggendo pervennero con fatica al loro paese. Queste son parole di Gregorio Turonense, autore contemporaneo e franzese, da cui Paolo Diacono imparò questo avvenimento, giacchè egli troppo scarseggiava di notizie intorno ai fatti d'Italia d'allora. Nè altra particolarità a noi resta di questo sì memorabil fatto. Sicchè andiam sempre più scorgendo qual fosse la protezione dei re franchi, che pure Fredegario ci fa credere comperata dai Longobardi coll'annuo tributo di dodicimila soldi d'oro. A quest'anno ancora crede il padre Pagi che s'abbiano da riferir le parole di Teofilatto[2986], là dove scrisse, che _Roma vecchia_ (così chiamata a distinzione di Costantinopoli, che portava il nome di _Roma nuova_) rintuzzò gli empiti de' Longobardi. In qual maniera non si sa; siccome neppur sappiamo a qual anno precisamente s'abbiano da riportar due imprese d'Autari raccontate da Paolo Diacono[2987]. Mi si permetta il farne qui menzione. Fin circa questi tempi s'era mantenuta alla divozione degl'imperadori l'_isola Comacina_, cioè un'isola posta nel lago di Como, appellato il Lario, luogo assai forte, e che fece anche nel secolo duodecimo gran figura nelle guerre tra i Milanesi e Comaschi. Quivi dimorava per governatore _Francione_, generale cesareo d'armi, e vi si era mantenuto per ben _venti anni_ contro le forze de' Longobardi. Questo numero d'anni, preso dall'arrivo dei Longobardi in quelle parti, viene a cadere ne' tempi presenti. Un buon corpo di Longobardi formò l'assedio di quella isola, e dopo sei mesi ne costrinse alla resa Francione, a cui nelle capitolazioni fu accordato di potersene andare colla moglie e col suo equipaggio a Ravenna; e la parola gli fu mantenuta. Di grandi ricchezze furono trovate in quell'isola, colà ricoverate, come in luogo sicuro, dagli abitanti di varie città. Si dimenticarono probabilmente gl'ingordi Longobardi di farne la restituzione ai legittimi padroni. Similmente spedì Autari un altro corpo d'armata, di cui fu generale _Evino_ duca di Trento, contro dell'Istria, provincia sempre fedele all'imperadore. Fecero costoro un gran bottino, incendiarono molte case e terre con tal terrore degl'Istriani, che furono obbligati, per liberarsi da questo flagello, di cacciarlo via a forza d'oro. E però i Longobardi, accordata loro la pace, ossia una tregua d'un anno, si ritirarono con portare al re una riguardevol somma di danaro.
NOTE:
[2983] Paulus Diaconus, de Gest. Langobard., lib. 3, cap. 26.
[2984] Gregor. Turonensis, lib. 9, cap. 25.
[2985] Paulus Diaconus, lib. 3, cap. 28.
[2986] Theophilact., lib. 3, cap. 4.
[2987] Paulus Diaconus, lib. 3, cap. 27.
Anno di CRISTO DLXXXIX. Indizione VII.
PELAGIO II papa 12. MAURIZIO imperadore 8. AUTARI re 6.
L'anno VI dopo il consolato di MAURIZIO AUGUSTO.
Giacchè non era riuscito al re Autari di ottenere in moglie la principessa del sangue reale di Francia, rivolse egli le sue mire ad avere _Teodelinda_, figliuola di _Garibaldo_ duca di Baviera, a cui Paolo Diacono dà il titolo di re, secondo il costume di altri scrittori. Abbiamo da Fredegario[2988] che tra questa principessa e _Childeberto_ re de' Franchi erano seguiti gli sponsali di futuro matrimonio. Ma la regina _Brunichilde_, madre d'esso re, una delle grandi faccendiere e sconvolgitrici delle corti dei re franchi, disturbò quelle nozze. Rotto questo trattato, Autari inviò colà un'ambasceria a far la dimanda di Teodelinda[2989], e Garibaldo molto volentieri vi acconsentì. Ricevuta questa risposta, e desiderando egli di veder co' suoi occhi la novella sua sposa, prese occasione di mandar dei nuovi ambasciatori colà, e fingendo d'esser anche egli uno d'essi, travestito s'accompagnò con loro. Il capo dell'ambasceria era un vecchio, che ammesso con gli altri all'udienza del duca Garibaldo, espose quanto gli occorreva per parte del suo signore. Dopo di lui si fece avanti l'incognito Autari, e disse che a lui in particolare era stata data dal suo re l'incumbenza di vedere la principessa Teodelinda per potergli riferire le di lei belle qualità, già intese per fama. Fece Garibaldo venir la figliuola; ed Autari ben guatatala da capo a piedi, se ne compiacque forte, e disse che certamente il re de' Longobardi sarebbe ben contento d'avere una tale sposa, e il popolo una tale regina. Poscia il pregò che fosse loro permesso di riconoscerla per tale con ricevere da lei il vino, secondo l'uso della nazion longobarda. Fece Garibaldo portar da bere, e dappoichè Teodelinda ebbe data la coppa al capo degli ambasciatori, la porse all'ignoto Autari; ma questi, in renderla alla principessa, senza che alcun vi facesse mente, le toccò gentilmente la mano, e nel baciare il bicchiere, fece in maniera ch'essa mano della principessa gli toccò la fronte, il naso e la faccia. Raccontò poi Teodelinda questo fatto alla sua balia, e non senza rossore. Rispose la donna accorta: _Signora, niun altro avrebbe osato toccarvi, se non chi ha da essere vostro marito. Ma zitto, che il duca vostro padre nol sappia._ Soggiunse dipoi: _Voi siete ben fortunata di aver per isposo un principe sì degno e cotanto leggiadro._ Era in fatti allora il re Autari nel fiore della sua età, di bella statura, con chioma bionda, e di grazioso aspetto. Se n'andarono gli ambasciatori, ed Autari nell'uscir dei confini della Baviera, appena fatti i complimenti a que' Bavaresi che lo aveano accompagnato, s'alzò sulle staffe quanto potè, e scagliò con tutta forza una picciola scure ch'egli teneva in mano, verso dell'albero più vicino; ed essendo questa andata a conficcarsi profondamente in esso, allora disse: _Autari sa fare di queste ferite_; e ciò detto, spronò il cavallo, e se ne andò con Dio, lasciando i Bavaresi assai persuasi che questo galante ambasciatore era il principe stesso.
Potrebbe essere che queste ambasciate fossero andate nel precedente anno. Egli è ben da credere che nel presente si effettuasse il matrimonio suddetto. Racconta lo storico longobardo, che dopo qualche tempo arrivarono dei torbidi in Baviera al duca Garibaldo a cagione dell'arrivo de' Franchi: il che ha dato motivo ai moderni scrittori franzesi[2990] di credere che il re d'Austrasia _Childeberto_, mirando di mal occhio l'amistà e congiunzione di sangue e d'interessi, che s'andava a stabilire fra il duca Garibaldo, suo vassallo, e il re dei Longobardi, all'improvviso facesse marciare un'armata in Baviera, che vi recò dei gravi danni, e tentò di sorprendere _Teodelinda_. Paolo Diacono altro non racconta se non quel poco che ho riferito di sopra, con aggiugnere appresso che questa principessa se ne fuggì verso l'Italia con _Gundoaldo_ suo fratello, e fece sapere al re Autari la sua venuta. È ignoto ciò che accadesse al duca Garibaldo suo padre, e nulla di più se n'ha da Gregorio Turonense e da Fredegario. Vedremo bensì fra qualche tempo che a lui succedette _Tassilone_ nel ducato della Baviera. Andò il re Autari incontro a Teodelinda con un grande apparato, e celebrò dipoi con universale allegrezza le nozze nella campagna di Sardi di sopra a Verona nel dì 13 di maggio. In quella occasione scrive Paolo che un fulmine cadde sopra un legno nel recinto, dove era la corte, e che uno degli indovini Gentili che _Agilulfo duca di Turino_ avea seco condotto, gli predisse non dover passare gran tempo che la donna poco fa sposata dal re Autari diverrebbe moglie di esso Agilulfo. A costui minacciò Agilulfo di tagliargli la testa, se mai più gli scappava detta parola di questo; ma l'indovino insistè che si avvererebbe la sua predizione, siccome in fatti seguì. Ma non è se non bene l'andare adagio in prestar fede a cotali dicerie, che non rade volte nascono dopo il fatto. Fu ucciso in Verona nel tempo d'esse nozze _Ansullo_ parente del re Autari, e Paolo Diacono non potè penetrarne la cagione. A' tempi ancora d'esso Paolo correa voce[2991] che circa questi tempi il re Autari, passando pel ducato di Spoleti, arrivasse fino a Benevento, con impadronirsi di quel paese: e poscia arrivasse fino a Reggio di Calabria, dove, avendo osservata una colonna posta alquanto nel mare, spinto innanzi il cavallo, la toccò colla punta della spada con dire: _Fin qua arriverà il confine dei Longobardi_. Ed era fama che tuttavia quella colonna fosse chiamata _la colonna d'Autari_. Ma di questi fatti Paolo altro mallevadore non ebbe se non la tradizione del volgo, fondamento molte volte fallace per farci conoscere il vero. Però varii letterati hanno disputato intorno all'origine dell'insigne ducato di Benevento, il quale non si può credere che avesse principio in quest'anno, quando si ammetta col medesimo Paolo[2992] che _Zottone_ primo duca governasse quel ducato per anni venti. Neppur sembra verisimile ciò che Camillo Pellegrino immaginò, cioè che il ducato suddetto nascesse anche prima della venuta del re Alboino in Italia. Probabilmente ne' primi sette anni dopo la lor calata i Longobardi s'impadronirono di buona parte della Campania e della Puglia, e vi fondarono un ducato di cui fu capo Benevento, e che s'andò a poco a poco dilatando, fino ad abbracciar il regno, appellato ora di Napoli, a riserva della città medesima di Napoli e di alquante altre marittime, che si tennero forti nella divozion dell'imperio. Reggio di Calabria era di queste; e però quantunque Autari fuori di essa città potesse veder quella colonna, pure è più probabile ch'egli non arrivasse fin là. Fu quest'anno funesto all'Italia per un terribil diluvio d'acque, a cui un simile da più secoli non s'era veduto. Il Tevere crebbe nel mese di novembre ad una sterminata altezza in Roma, vi diroccò molte case, empiè i magazzini dei grani con perdita di molte migliaia di moggia d'essi, e fece altri malanni. Ne abbiamo per testimoni i due santi Gregorii[2993], allora viventi, cioè il Grande e il Turonense. Dal primo de' quali, siccome ancora da Paolo Diacono[2994], sappiamo che per le provincie della Venezia e Liguria, anzi per tutte l'altre d'Italia, si provò questo flagello. Portò esso con seco le lavine d'assaissimi poderi, e ville intere nelle montagne, una gran mortalità d'uomini e di bestie, e ne rimasero disfatte le strade. Racconta san Gregorio Magno un miracolo succeduto in Verona, dove il fiume Adige tanto si gonfiò, che l'acque sue giunsero sino alle finestre superiori della basilica di san Zenone martire, la quale era allora fuori di quella città. Ma quantunque fossero aperte le porte d'essa basilica, le acque non entrarono dentro, e servirono come di muro alla stessa basilica. Si trovava allora in quella città il re Autari, e questa inondazione si tirò dietro in qualche parte la rovina delle mura di Verona, la qual città da lì a due mesi restò per la maggior parte disfatta da un furioso incendio. Alle inondazioni suddette venne poi dietro la peste, di cui parlerò nell'anno seguente.
NOTE:
[2988] Fredegarius, in Chron., cap. 34.
[2989] Paulus Diaconus, lib. 3, cap. 29.
[2990] Daniel, Histoire de France tom. 1.
[2991] Paulus Diaconus, de Gestis Langobard., lib. 3, cap. 31.
[2992] Paulus Diaconus, de Gestis Langobard., lib. 3, cap. 32.
[2993] Greg. Magnus, Dialog. lib. 3, cap. 19. Gregor. Turonensis, lib. 10, cap. 1.
[2994] Paulus Diaconus, lib. 3, cap. 23.
Anno di CRISTO DXC. Indizione VIII.
GREGORIO I papa 1. MAURIZIO imperadore 9.
L'anno VII dopo il consolato di MAURIZIO AUGUSTO.
Crebbero dunque nell'anno presente le calamità dell'Italia per una fierissima pestilenza che privò di vita una innumerabil moltitudine di gente. Specialmente infierì essa nella città di Roma[2995], e colto da questo medesimo malore papa _Pelagio II_, passò a miglior vita nel dì 8 di febbrajo. Si venne all'elezione del successore, e i voti concordi del clero, senato e popolo concorsero a voler papa _Gregorio_, diacono della Chiesa romana, che santamente vivea nel monistero di sant'Andrea, dappoichè fu richiamato da Costantinopoli. Piacque sommamente a tutti una tale elezione, fuorchè ad un solo, e questi fu lo stesso Gregorio, il quale per ischivar questo peso ed onore, secondo che attestano il suddetto Turonense e Giovanni Diacono[2996], spedì segretamente delle lettere a Maurizio imperadore, supplicandolo, con quante ragioni potè, di non confermare la sua elezione. Era già passato in uso l'abuso, come altrove s'è detto, che restasse libera al clero, senato e popolo romano l'elezione del papa; ma non si potea venire alla di lui consecrazione senza il consenso e l'approvazione degl'imperadori. Crede il cardinal Baronio che san Gregorio altamente detestasse, come una eresia, l'introduzion di questo legame, perchè suppone opera d'esso pontefice una sposizione de' Salmi Penitenziali, che è alle stampe. Ma gli eruditi oggidì pretendono che quell'opera uscisse dalla penna di _san Gregorio VII_ papa, a cui certamente convien quel linguaggio; nè avrebbe _san Gregorio Magno_ voluto valersi di questo ripiego per sottrarsi al pontificato, se l'avesse creduto un tirannico sacrilegio, ed avesse tenuto _Maurizio_ Augusto uguale a Nerone e a Diocleziano, come tenne l'autore della sposizione suddetta. Ma scoperto il disegno dell'umile servo di Dio Gregorio, il prefetto di Roma, suo fratello, oppure Germano di nome, fece prendere per istrada le di lui lettere, e ne scrisse egli dell'altre all'imperadore, con addurre tutte le ragioni di dover confermare in tempi sì scabrosi il pontificato nella persona di Gregorio, nobile, perchè di sangue senatorio, e tale per la pietà, per lo sapere e per altre sue rare doti, che pari a lui non si trovava in questi tempi. Mentre si aspettavano le risposte della corte, il santo pontefice si applicò tutto a placar l'ira di Dio in mezzo al gran flagello della pestilenza. A tal fine instituì una general litania, ossia processione di penitenza, con dividere in varie schiere il popolo che vi dovea intervenire, cioè il clero secolare, gli uomini, i monaci, le sacre vergini, le maritate, le vedove, i poveri e i fanciulli. Venne dipoi l'assenso dell'imperadore, e cercò ben Gregorio di fuggire, ma preso, fu per forza condotto alla chiesa, e quivi consecrato nel dì 5 di settembre. Così la Chiesa di Dio venne ad aver un pontefice, esemplare d'ogni virtù, le cui gloriose azioni, la vita santissima, i libri eccellenti sono tuttavia e saranno sempre oggetto dei nostri encomii.