Annali d'Italia, vol. 2 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750
Part 91
Veramente non mancano ragioni al padre Pagi per pretendere che solamente in quest'anno _Maurizio_ Augusto prendesse il consolato. Teofilatto, autore contemporaneo, Teofane, Cedreno e l'autore della Miscella asseriscono ch'egli entrò console nell'_anno secondo_ del suo imperio, il quale cominciato nel precedente agosto correva nel gennajo dell'anno presente, con fare dei gran regali al popolo. I fatti narrati dagli autori suddetti prima di questo consolato pare ch'esigano un anno intero, dappoichè Maurizio salì sul trono imperiale sino al consolato. Ma non lascia questa dilazione di essere contraria al costume degli altri imperadori. La Cronica Alessandrina è qui imbrogliata, notando l'anno presente con queste parole: _post consulatum_ _Mauricii Tiberii Augusti I solius_. Vuole il padre Pagi che quel post sia stato aggiunto dai copisti. Ma procedendo col medesimo ordine i seguenti anni col _secondo, terzo e quarto anno dopo il consolato_, non credo io già questo un errore. Rapporta lo stesso padre Pagi[2955] una iscrizione posta a _Candida_ chiarissima donna, seppellita _IV id. septemb. imper. D. N. Mauritio P. P. Aug. ann. IV post cons. ejusdem anno II, Indic. quarta. L'indizione quarta_ ebbe principio nel settembre dell'anno seguente 585, e però nel dì 10 d'esso mese nel medesimo anno correva _l'anno secondo dopo il consolato di Maurizio Augusto_. Però mi son io fatto lecito di riferire il di lui consolato al precedente, e non già al presente anno. Vedrassi confermata la mia conghiettura da un altro documento, di cui farò menzione all'anno 596. In quest'anno, secondo i miei conti, dovette seguire l'elezione d'_Autari_ in re de' Longobardi. Già mettemmo sul fine dell'anno 574, o sul principio del 575, la morte del re _Clefo_. Paolo Diacono[2956] scrive, che dopo essere stati i Longobardi per _dieci anni_ senza re, e sotto il governo dei duchi, finalmente di comun consenso elessero re il suddetto _Autari_ figliuolo del medesimo re _Clefo_. Ma a costituir qui il principio del regno di Autari, si oppone l'autorità di Giovanni abbate biclariense, autore che in questi tempi fioriva in Ispagna. Scrive egli[2957] che nell'_anno quinto di Tiberio_, ch'è il tredicesimo di _Leovigildo_ re dei Goti in Ispagna, i Longobardi in Italia si elessero un re della loro nazione per nome _Antarich_ (s'ha da scrivere _Autarich_), nel cui tempo i soldati romani furono tagliati a pezzi, ed occupati dai Longobardi i paesi d'Italia. _L'anno quinto_ di Tiberio Augusto caderebbe nell'anno di Cristo 582, e però sembra che due anni prima di quel ch'io stimo, s'avesse a metter l'elezion d'Autari. Ma non possiam fidarci in conto alcuno della cronologia dell'abate biclariense per i fatti d'Italia, perchè o i copisti avran confusi i tempi, o qualche giunta vi sarà stata fatta dai posteriori poco attenti. Fa egli che Tiberio Costantino Augusto giugnesse all'_anno VI_ del suo imperio, cosa che non sussiste. Mette all'_anno V di Maurizio_, cioè nel 586 e nel 587, la morte di papa _Pelagio_ e l'elezione di san _Gregorio_ il grande: eppure sappiamo che questi due fatti accaddero nell'anno 590, siccome vedremo. Però non può qui aver forza l'asserzione del Biclariense; e quando pur si volesse far valere, converrebbe allora abbandonare Paolo Diacono in questo particolare: il che non è sì facilmente da ammettere. E tanto meno possiam qui seguitare il Biclariense, perchè egli riferisce all'_anno VI_ di Giustino _II_ Augusto la morte di _Cunimondo_ re de' Gepidi, e nel _VII_ susseguente quella d'_Alboino_: che sono errori insoffribili; con aggiugnere ancora che i Longobardi dopo la morte d'Alboino _sine rege et thesauro remansere_: il che vuol dire ch'egli non conobbe il re _Clefo_, succeduto ad esso Alboino. Per altro sembra che lo stesso storico possa convenire nella opinione mia; perchè, dopo aver narrata l'assunzione al trono di _Autari_, soggiugne che gli _Sclavi_, oggidì _Schiavoni_, diedero il guasto all'Illirico e alla Tracia: il che appunto, per testimonianza di Teofane, accadde nell'anno presente.
Ora giacchè i duchi s'erano avvezzati ad assorbire tutti i tributi de' popoli, sarebbe rimasto il novello re Autari un re da scena, se non si fosse provveduto al decoroso sostenimento suo, e della corte convenevole al suo grado. Però fu conchiuso nella dieta de' Longobardi, che i duchi contribuissero pel mantenimento del re la metà delle loro sostanze. Non è poi chiaro ciò che Paolo Diacono significhi appresso con dire: _Populi tamen aggravati per Langobardos hospites partiuntur._ Pare che accenni che ai popoli italiani fu addossato il peso di mantenere i soldati longobardi; e però li compartirono fra di loro. Cominciò _Autari_ ad usare il prenome di _Flavio_, che era venuto alla moda fin dai tempi di Costantino il Grande, e questo passò dipoi nei re suoi successori. L'usarono anche i re goti in Ispagna. Per altro aggiunge Paolo Diacono che i Longobardi osservavano una singolar disciplina, e che _nel regno loro vi era questo di mirabile, che non succedevano violenze, nè alcuno tendeva insidie all'altro; niuno ingiustamente angariava o spogliava il compagno; non vi erano latrocinii nè assassinii; ognuno andava alla lunga e alla larga dovunque voleva, senza timore da essere insultato da alcuno_. Rapporta queste parole di Paolo il cardinal Baronio, e le reputa un'adulazione, cioè una falsa lode data da questo storico ai Longobardi, siccome discendente anch'esso dalla stessa nazione. Imperocchè gli scrittori che vissero in questi tempi, e massimamente _san Gregorio_ papa, raccontano tante iniquità commesse dai Longobardi, e parlano un linguaggio tutto diverso da quello di Paolo Diacono. Ma non avvertì il Baronio che Paolo mette questa invidiabil tranquillità _in regno Langobardorum_, cioè in casa propria de' Longobardi. Poichè per altro so ancor io che fuori di là, cioè contra de' Greci lor nemici, e contra chiunque teneva il loro partito, come fecero contro Roma. Ravenna ed altre città, esercitarono la rabbia loro con uccisioni e saccheggi. Ma queste son misere pensioni della guerra, che tutti i secoli, anche fra' cattolici, son provate e si pruovano. Però non è maraviglia se san Gregorio presente ai danni che ne pativa il territorio romano, e i Greci ed altri simili scrittori nemici dei Longobardi ne sparlavano ogni qualvolta gli aveano da nominare. E tanto più perchè i Longobardi erano allora di credenza ariani. Se i Franchi, i quali pur seguitavano la religion cattolica, fossero migliori dei Longobardi in questi tempi si può cercare nelle storie di Gregorio Turonense. Intanto è qui tempo di indagare il motivo per cui i Longobardi rimisero in piedi l'elezione d'un re. Dopo la morte del re _Clefo_ si studiarono essi di mantenere una buona pace ed armonia coi re franchi; e ne abbiamo una chiara testimonianza nella lettera scritta da papa _Pelagio II_ ad _Aunacario_, ossia _Aunario_ vescovo di Auxerres[2958], _III nonas octobris imperante domno Tiberio Constantinopoli_ (si dee scrivere _Constantino_) _Augusto VII_, cioè nell'anno 581, in cui il prega di rimuovere i re della Francia dall'amicizia ed unione dei nefandissimi Longobardi, nemici de' Romani, affinchè venendo il tempo della vendetta che si aspettava in breve dalla divina misericordia, non ne tocchi anche a quei re la loro parte. Ma creato imperadore _Maurizio_ nel dì 13 d'agosto dell'anno 582, egli cominciò da lì innanzi a meditar le maniere di provvedere ai bisogni dell'Italia oppressa dai Longobardi. Mandar qua armate non gli era permesso: ne aveva egli necessità in Oriente per difesa di quell'imperio. Altro ripiego non ebbe che di muovere _Childeberto_ re de' Franchi contra de' Longobardi, sperando col di lui braccio di cacciarli d'Italia. Gli spedì a quest'effetto degli ambasciatori[2959]: e perchè le lor parole riuscissero più efficaci, volle che portassero seco cinquantamila scudi d'oro, quasi equivalenti agli scudi degli ultimi secoli. Questa aurea eloquenza fece il desiderato colpo.
Pertanto, secondo che s'ha da Gregorio Turonense[2960], correndo l'anno nono di _Childeberto_, cioè nell'anno presente di Cristo 584, lo stesso re in persona calò con un potente esercito in Italia. Non si vollero arrischiare i Longobardi a battaglia alcuna campale, e credettero più sicuro ripiego il lavorar sotto mano con dei grossi regali. In fatti per mezzo di questi placarono sì forte il re Childeberto, che lo indussero a tornarsene indietro. Il Turonense scrive che i Longobardi allora si sottoposero alla signoria di lui, con promettere d'essergli fedeli e sudditi. Chi ne dubitasse, non avrebbe con che convincere Gregorio Turonense d'aver narrata una particolarità sì importante di quella guerra. Paolo Diacono, che copiò qui il Turonense, non parla di questa suggezione. Arrivato poi agli orecchii di Maurizio Augusto che Childeberto, con far la pace coi Longobardi, l'aveva burlato, pretese che gli tornassero indietro i cinquantamila soldi, o scudi d'oro, e scrivendo a Childeberto ne fece doglianza. Childeberto se ne rise, e neppure il degnò di risposta. Si può credere scorretto il testo del Turonense là dove: _Ab imperatore autem Mauricio ante hos annos quiquaginta millia solidorum acceperat, ut Langobardos de Italia extruderet_; perchè non era molto che Maurizio era giunto al trono, nè potea essere preceduto lo sborso. Lo stesso storico[2961] narrando dipoi i fatti dell'anno seguente 583, con iscrivere che l'imperadore per mezzo de' suoi legati faceva istanza presso Childeberto di riavere _aurum, quod anno superiore datum fuerat_, fa abbastanza intendere che lo sborso seguì all'anno presente, e non già qualche anno prima. Leggesi presso il Du-Chesne[2962] una lettera scritta da non so chi a nome di Childeberto re dei Franchi a _Lorenzo patriarca_, cioè metropolitano non so di quale città; mi si rende però probabile che a _Lorenzo_ arcivescovo di Milano, il quale risedeva allora in Genova, città tuttavia ubbidiente all'imperadore. Gli fa sapere d'essere già in marcia l'esercito franzese contra dei Longobardi, con raccomandargli di far sapere tale spedizione a _Smaragdo_ esarco in Ravenna, acciocchè anch'egli accorra dal canto suo a far guerra ad essi Longobardi. Dovrebbe essa lettera appartenere all'anno presente. Ora questa irruzione dei Franchi in Italia, preveduta dai Longobardi, ci porge un giusto fondamento per intendere i motivi che gli indussero ad eleggere un nuovo re, cioè _Flavio Autari_. Essendo allora spartito il regno de' Longobardi in tanti duchi e governi, cadauno indipendente dall'altro, e perciò divisi gl'interessi e le forze, conobbe quella nazione la necessità di avere un capo, dal quale si regolasse tutto il corpo; e per conseguente crearono un re nuovo. Se poi questa elezione seguisse allorchè s'udì che Childeberto re de' Franchi moveva l'armi verso l'Italia, per potergli resistere, oppure se dappoichè egli si fu ritirato, con avere appreso i Longobardi il pericolo, in cui s'erano trovati per la lor divisione, non si può decidere. Il Sigonio e il cardinal Baronio credono creato re Autari nell'anno 585; il padre Pagi, seguendo Sigeberto ed Ermanno Contratto, differisce la creazione di lui fino all'anno 586. Secondo i conti finora fatti, si può credere eletto nel presente; e tanto più, perchè Paolo Diacono registrò prima la elezione del re Autari, e poscia la calata in Italia del re Childeberto, succeduta senza fallo in quest'anno. So che a Paolo furono ignote molte azioni de' Longobardi, e ch'egli non è autore esatto, e molto meno irrefragabile nella serie dei tempi. Contuttociò par giusto il non dipartirsi da lui, se non quando cel persuadono delle chiare ragioni prese da altri più vecchi scrittori. Parimente lo abate Biclariense[2963] scrive _all'anno secondo di Maurizio_ Augusto, che durò fino alla metà d'agosto dell'anno presente, avere esso imperadore per danari commossa la nazion dei Franchi contra de' Longobardi: il che, dice egli, riuscì di gran danno all'una e all'altra nazione. Ora abbiam veduto ch'esso storico molto prima di questa spedizione dei Franchi pose la esaltazione d'Autari in re de' Longobardi, e però non pare essa da differire oltre all'anno presente. Sul principio d'ottobre di questo medesimo anno _Pelagio II_ papa scrisse una lettera a _san Gregorio_, allora suo nunzio alla corte imperiale[2964], incaricandolo di rappresentare a Maurizio Augusto le grandi angustie di Roma per cagione dei Longobardi, i pericoli di peggio, e il bisogno di truppe, di un duca, o di un generale d'armata, perchè Roma si trovava sprovveduta di tutto. Ma è probabile che non finisse l'anno senza che seguisse fra il re Autari e _Smaragdo_ esarco quella tregua di tre anni, di cui parla Paolo Diacono[2965], e di cui tratterò anch'io all'anno 586.
NOTE:
[2955] Pagius, Crit. Baron. ad ann. 585.
[2956] Paulus Diaconus, lib. 3, cap. 16
[2957] Abbas Biclariensis, in Chron.
[2958] Labbe, Concilior, tom. 5, pag. 939.
[2959] Paulus Diaconus, lib. 3, cap. 17.
[2960] Gregor. Turonensis, lib. 6, cap. 42.
[2961] Idem, lib. 8, cap. 18.
[2962] Du-Cange, Script. Rer. Franc. T. 1, p. 874.
[2963] Abbas Biclariensis, in Chron. apud Canisium.
[2964] Labbe, Concilior., tom. 5.
[2965] Paulus Diaconus, lib. 3, cap. 18.
Anno di CRISTO DLXXXV. Indizione III.
PELAGIO II papa 8. MAURIZIO imperadore 4. AUTARI re 2.
L'anno II dopo il consolato di MAURIZIO AUGUSTO.
Con gli affari d'Italia va congiunto in quest'anno un fatto spettante alla Spagna. Erano ariani i Goti, ossieno i Visigoti, che nella maggior parte di quel regno signoreggiavano. _Ermenegildo_ figliuolo maggiore di _Leovigildo_ re di quella nazione, dappoichè ebbe presa per moglie _Ingonda_ figliuola di _Sigeberto_ re dei Franchi, a persuasione di lei abbracciò la religion cattolica. Perciò nacquero dissensioni fra lui e il padre ariano; ed egli in fine si ribellò, e ne seguì fra loro guerra. Per attestato di Gregorio Turonense[2966], Ermenegildo stando in Siviglia, ricorse per ajuto al generale dell'imperadore, che allora facea guerra in Ispagna; mandò anche _san Leandro_ vescovo di quella città a _Tiberio Costantino_ imperadore, per avere il suo patrocinio. Ma il re Leovigildo suo padre con un regalo di trentamila soldi d'oro fece in maniera, che il generale dell'imperadore abbandonò quel povero principe, astretto dipoi a mettersi nelle mani del padre. Fu mandato in esilio, e finalmente messo in prigione, dove perchè non volle mai acconsentire di abbandonar la religion cattolica, d'ordine del re suo padre tolto fu di vita nell'anno presente. Quantunque l'abate Biclariense[2967] e sant'Isidoro[2968] non abbiano avuta difficoltà di chiamarlo _tiranno_, perchè si rivoltò contro il padre; tuttavia essendo certo ch'egli, piuttosto che abiurar la vera fede, rinunziò alla speranza del regno e sostenne la morte, perciò è onorato come martire dalla Chiesa di Dio: intorno a che si può vedere il bel racconto che ne fa san Gregorio il grande[2969], suo contemporaneo. _Ingonda_ sua moglie dagli uffiziali greci fu inviata a Costantinopoli; ma nel viaggio avendo fatta scala nell'Africa, quivi diede fine a' suoi giorni. Dal che vegniamo a conoscere che tuttavia restava in Ispagna qualche città di dominio degl'imperadori, dove tenevano governatori e milizie di qualche polso: se pur non si volesse dire che dalle isole Baleari, o dalla vicina Africa, posseduta allora dagl'imperadori, passassero le soldatesche cesaree in ajuto di Ermenegildo. Ora accadde, secondochè abbiam dal suddetto Turonense[2970] e da Paolo Diacono[2971], che furono inviati in quest'anno medesimo dei legati da _Maurizio_ imperadore al re _Childeberto_, per ripetere da lui l'oro che gli era stato pagato per far la guerra ai Longobardi. Questo re, perchè correa voce che la suddetta Ingonda sua sorella fosse stata trasportata a Costantinopoli, e gli premeva o di riaverla o di vederla ben trattata, s'indusse di nuovo a spedire l'esercito suo in Italia ai danni de' Longobardi. Ma ossia che trovassero qui più duro il terreno di quel che si pensavano, oppure, come vuole esso Turonense, che nascesse discordia fra i capitani franchi ed alamanni di quell'armata, se ne tornarono tutti indietro senza aver fatto un menomo guadagno. Non ben apparisce a quali anni s'abbiano da riferire le imprese di un certo _Drottulfo_, di cui tenne conto il suddetto Paolo Diacono. Mi sia permesso il farne qui menzione, ancorchè io supponga che in questi tempi fosse tregua fra i Greci e Longobardi. Costui era di nazione svevo, ossia alamanno. Fu fatto prigione dai Longobardi; ma pel suo valore andò tanto innanzi, che da' medesimi fu alzato al grado di duca, o pure di capitano. Ribellatosi poi dai medesimi, passò a Ravenna, e in servigio de' Greci fece molte prodezze. La prima fu di prendere la città di Brescello, posta alla riva del Po tra Parma e Reggio, dove stando con un buon presidio infestava forte le vicine città de' Longobardi. E perciocchè Faroaldo, duca di Spoleti, siccome dicemmo, avea presa la città di Classe, con lasciarvi una buona guarnigione che formava come un blocco alla città di Ravenna, Drottulfo, o Drottolfo, messa insieme una flotta di picciole barche nel fiume _Badrino_ (creduto dal Baudrand[2972] per errore il _Santerno_), e riempiutala di valorosi fanti, con quella assalì il presidio longobardo di Classe, e l'astrinse alla resa. Ma il re Autari, a cui pareva una spina sul cuore la città di _Brescello_, perchè posta in mezzo alle sue città, ne intraprese l'assedio: è ignoto in qual anno. V'era dentro il suddetto Drottolfo, che fece una gagliarda difesa. Veggendo egli finalmente di non poter più sostenerla, o in vigore di una capitolazione, o pure per via del Po, si ritirò a Ravenna, lasciando quella città in poter d'Autari, che ne fece spianar tutte le mura. Da lì innanzi Brescello, già città episcopale, andò perdendo la sua dignità, ritenendo nondimeno anche oggidì il credito di una riguardevol terra, sotto il dominio degli estensi duchi di Modena. Venne poi a morte Drottolfo in Ravenna, e fu seppellito presso la chiesa di san Vitale con un'iscrizione in versi, rapportata da Paolo Diacono, da Girolamo Rossi e da altri. In quest'anno ragionevolmente si può credere richiamato _san Gregorio_ da _Pelagio_ papa a Roma, dove, benchè si ritirasse di nuovo a vivere nel monistero di sant'Andrea, pure era molto adoperato nel sacro ministero dal medesimo pontefice. Invece di lui fu inviato a Costantinopoli per apocrisario _Lorenzo_ arcidiacono della santa romana Chiesa.
NOTE:
[2966] Gregor. Turonensis, lib. 5, cap. 39.
[2967] Abbas Biclariensis, in Chron.
[2968] Isidor., in Chron. Gothor.
[2969] Gregor. Magnus, Dialog.
[2970] Gregor. Turonensis, lib. 8, cap. 18.
[2971] Paulus Diaconus, lib. 3, cap. 23.
[2972] Baudr. Geograph., tom. 1.
Anno di CRISTO DLXXXVI. Indizione IV.
PELAGIO II papa 9. MAURIZIO imperadore 5. AUTARI re 3.
L'anno III dopo il consolato di MAURIZIO AUGUSTO.
Racconta Paolo Diacono[2973] che dopo la presa di Brescello il re _Autari_ conchiuse una tregua di tre anni coll'esarco di Ravenna _Smaragdo_. Io per me inclino a credere che nell'anno 584 questa tregua possa essere succeduta. La crede fatta il cardinal Noris[2974] nell'anno presente, e però stima parimente scritta nel medesimo una lettera di papa _Pelagio_ ad _Elia_ arcivescovo d'Aquileia, e ai vescovi suoi suffraganei, per rimuoverli dallo scisma[2975]. Comincia essa lettera con queste parole: _Quod ad dilectionem vestram_, ec., e fra l'altre cose dice il papa di non aver loro scritto prima per cagion delle guerre. _Postea ergo quam Deus omnipotens pro felicitate christianorum principum per labores atque solicitudinem filii nostri excellentissimi Smaragdi exarchi, et chartularii sacri palatii, pacem nobis interim, vel quietem donare dignatus est, cum omni solicitudine festinamus praesentia ad vos scripta dirigere._ Ma se poi non sappiam di certo l'anno della tregua, neppure possiam francamente asserir quello della lettera di papa Pelagio. Il padre Pagi, mettendo nel presente anno la lettera suddetta, dubita poi se la stessa tregua fosse stabilita nell'anno 584, o pure in questo anno, senza por mente ch'egli pretende eletto re solamente nell'anno presente _Autari_, ed attribuendo Paolo Diacono essa tregua al medesimo Autari, conseguentemente, secondo i conti del padre Pagi, non potè essa succedere nell'anno 584, ma può ben essere succeduta, secondo i miei conti, perchè in esso anno 584, a mio parere, _Autari_ cominciò a regnare. Quello ch'è certo, nulla profittò con questa lettera il pontefice _Pelagio_. _Elia_ arcivescovo coi suoi suffraganei dell'Istria, al vedere che il papa s'addirizzava a lui con preghiere, maggiormente alzò la testa; e a Roma bensì mandò la risposta per alcuni suoi messi, ma con ordine di nulla aggiugnere in voce a quanto si conteneva nella lettera di risposta. Tornò di nuovo papa Pelagio, senza perdersi d'animo, a scrivere delle lettere a que' vescovi scismatici, ma con trovarli sempre più indurati nella loro opinione. Allorchè Paolo Diacono scrisse[2976]: _Hic Pelagius Heliae Aquilejensi episcopo, nolenti tria capitula chalcedonensis synodi suscipere, epistolam satis utilem misit, quam beatus Gregorius, quum esset adhuc diaconus, conscripsit:_ ci fa intendere che Elia non volle accettare i tre capitoli del concilio calcedonense, come condannati nel quinto concilio. Ed in fatti esso autore[2977] riconosce di sotto che gli arcivescovi di Aquileja non voleano comunicare coi _condannatori dei tre capitoli_.
NOTE:
[2973] Paulus Diaconus, lib. 3, cap. 18.
[2974] Noris, de Synod. V, cap. 9, §. 4.
[2975] Labbe, Concilior., tom. 5.
[2976] Paulus Diaconus, lib. 3, cap. 20.
[2977] Idem, ibid., cap. 26.
Anno di CRISTO DLXXXVII. Indizione V.
PELAGIO II papa 10. MAURIZIO imperadore 6. AUTARI re 4.
L'anno IV dopo il consolato di MAURIZIO AUGUSTO.