Annali d'Italia, vol. 2 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750

Part 90

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In quest'anno, _imperante serenissimo Tiberio Costantino Augusto, anno imperii ejus quinto, eodem consule, sub die III nonarum novembrium, indictione XIII_, che aveva avuto il suo principio nel settembre, fu celebrato un concilio nell'isola di Grado da _Elia_ arcivescovo, ossia patriarca d'Aquileja, e dai vescovi suoi suffraganei, nel quale fu determinato che la sedia metropolitana di Aquileja da lì innanzi fosse fermata nella stessa isola di Grado, giacchè i Longobardi occuparono la città di Aquileja. Ubbidivano[2922] tuttavia all'imperadore le isole della Venezia e della Istria; e però parte dei suffraganei della chiesa di Aquileja era sotto il dominio imperiale, e parte sotto quello de' Longobardi. Elesse piuttosto il patriarca d'essere sotto gl'imperadori che sotto i Barbari, e trasferì per questo la cattedra metropolitana in Grado. Nella Cronica del Dandolo[2923] è stampato il suddetto concilio, e quivi non solamente si legge un breve di papa Pelagio II, che approva quella traslazione, ma vi si mira anche intervenuto _Lorenzo prete, legato della sede apostolica_. Ne ha parlato a lungo il cardinal Noris[2924]. È da maravigliarsene non poco, perchè que' vescovi erano scismatici, non voleano ammettere il concilio quinto generale, e nel medesimo loro sinodo confermarono talmente il concilio quarto calcedonense, che fecero ben conoscere ch'escludevano e riprovavano il quinto. Nè il legato del papa vi dice una parola in contrario; e il papa, benchè uomo di petto, nulla scrive in quel suo breve per esortare Elia alla pace e all'unità della Chiesa. Certo io ho talvolta dubitato se mai quella lettera di papa Pelagio e quel legato potessero a noi esser venuti da qualche giunta fatta col tempo a quel sinodo, per autenticare la traslazion della sedia di Aquileja. Ma ultimamente non solo ha dubitato di questo il padre Bernardo de Rubeis[2925] dell'ordine de' Predicatori, ma ha anche sostenuto che da capo a' piedi sia stato finto quel concilio per legittimare la traslazione suddetta. Tali son le ragioni da lui addotte; che non si potrà far capitale di un tal sinodo in avvenire. Credesi che san Gregorio il grande nell'anno 593 si applicasse a scrivere i suoi Dialoghi. In essi egli racconta[2926] che _quindici anni prima_ (e per conseguente sotto quest'anno) alcuni Longobardi avendo immolato al diavolo un capo di capra, e adorandolo, vollero costringere a far lo stesso quaranta prigioni italiani. Ricusando questi di aderire al rito sacrilego, furono tagliati a pezzi da quei Barbari infedeli. E una simil gloriosa morte fecero altri quaranta contadini presi da altri Longobardi, perchè non vollero mangiar carni sacrificate ai loro falsi dii. Ma, siccome fu avvertito di sopra, i più dei Longobardi, benchè Ariani, tenevano per sua la religione di Cristo; e però i suddetti eccessi sono da attribuire a quei pochi o molti gentili ch'erano mischiati con loro. Lo stesso san Gregorio, in una lettera[2927] scritta a _Brunechilde_ regina de' Franchi, è a noi testimonio che tra i Franchi (la maggior parte cristiani e cattolici) si trovavano tuttavia di quelli che immolavano agl'idoli, adoravano gli alberi e faceano sacrifizii ai capi degli animali. Per altro confessa il medesimo pontefice nel sopraccitato Dialogo, aver Iddio così temperata la crudeltà de' sacerdoti longobardi ariani, che non perseguitavano punto la religione cattolica.

NOTE:

[2919] Menander Protect., tom. 1, Hist. Byz. p. 126.

[2920] Johan. Biclariensis, in Chron.

[2921] Johannes Diaconus, in Vita Gregorii M., lib. 1, cap. 25.

[2922] _Non intende il dottissimo Autore, in questo ed in altri simili luoghi, delle isole di Rialto, poichè la nascente repubblica godeva della sua libertà._

[2923] Dandulus, Chron. Venet. Tom. 12 Rer. Italic.

[2924] Noris, Dissertat. de Synodo V, cap. 9, §. 4.

[2925] De Rubeis, Dissert. de Schismate Aquilejen.

[2926] Greg. Magnus, Dialogor., lib. 3, cap. 27 et 28.

[2927] Idem, lib. 7, ep. 7; nunc lib. 9, epist. 11.

Anno di CRISTO DLXXX. Indizione XIII.

PELAGIO II papa 3. TIBERIO Costantino imperadore 7 e 3.

L'anno I dopo il consolato di TIBERIO AUGUSTO.

Non ci somministra Paolo Diacono ordine sicuro di tempi nel riferire i fatti d'Italia; e però indarno si vuol adoperar la di lui autorità per istabilir gli anni precisi delle avventure ch'egli racconta. Chieggo io licenza di poter riportar sotto il presente un fatto di _Faroaldo_, primo duca di Spoleti[2928]. Questi con un buon esercito di Longobardi portatosi a Classe, s'impadronì di quella ricca città, con ispogliarla di tutte le sue ricchezze. Era _Classe_, come di sopra accennai, una picciola città, come borgo di Ravenna, da cui era lontana tre miglia. Così fu appellata, perchè quivi i saggi Romani teneano continuamente una classe, cioè una armata navale per difesa e sicurezza del mare Adriatico. La sua situazione anche oggidì si vede fra il mezzogiorno e levante rispetto alla città di Ravenna. Colà faceano scala i legni mercantili, e però abbondava di ricchezze. Girolamo Rossi[2929] pretende che Faroaldo mettesse lo assedio a Classe nell'anno 576, e che finalmente nell'anno 578 ne divenisse padrone. Di questo lungo assedio non apparisce pruova alcuna presso gli antichi. Ben si ricava dai susseguenti racconti di Paolo Diacono, che Faroaldo lasciò quivi un buon presidio, perchè solamente sotto l'esarco _Snaragdo_ i Greci ricuperarono quella città. Siamo poscia condotti da questa azione del duca Faroaldo ad intendere che già era formato il riguardevole ducato di _Spoleti_, di cui primo duca fu egli stesso. In questo ducato si compresero dipoi la capitale Spoleti, Norcia, Rieti, Ameria, città di Castello, Gubbio, Nocera, Fuligno, Assisi, Terni, Todi, Narni. Mi fo io a credere che passasse anche allora il dominio di esso Faroaldo di qua dall'Apennino; e certo da lì a qualche tempo tutta l'Umbria settentrionale con Camerino capo della medesima, si trova unita al ducato di Spoleti, e signoreggiata dai Longobardi. Ed appunto circa questi tempi è d'avviso il Sigonio[2930] che venissero in potere di essi Longobardi varie città e castella di quei contorni, cioè Sutri, Polimarzo, oggidì Bomarzo, Orta, Todi, Ameria, Perugia, Luciuolo (vien creduto oggidì _Ponte Ricciolo_) ed altri luoghi, perchè mancavano le forze all'esarco _Longino_ da difendere que' paesi, quando egli stesso penava a sostenersi in Ravenna. Non da altro m'immagino io che il Sigonio deducesse un tal fatto, se non dall'aver trovato presso Paolo Diacono[2931] che da lì ad alcuni anni, regnando il re _Agilulfo_, _Romano_ esarco ricuperò questi medesimi luoghi con ritorli dalle mani de' Longobardi. Ma da ciò non apparisce che tali conquiste fossero fatte dalla nazion longobardica in questi tempi. Molto era già ch'essi scorreano a man salva per l'Italia, sottomettendo tutti que' luoghi che si trovavano in istato di non poter fare resistenza. Può parimente accennarsi, come seguito verso questi tempi, l'acquisto del Sirmio, fatto dagli Avari, ossia dagli Unni dominanti nella Pannonia, dopo un lungo assedio[2932]. Tiberio Costantino Augusto, non avendo potere di soccorrerlo, ne ordinò la resa, e gli convenne pagare per giunta una gran somma d'oro a costoro, perchè deponessero le armi, e lasciassero in pace l'imperio, maltrattato dai Persiani in Oriente, e peggio in Italia dai Longobardi.

NOTE:

[2928] Paulus Diaconus, lib. 3, cap. 13.

[2929] Rubeus, Histor. Rav.

[2930] Sigon., de Regn. Italiae, lib. 1.

[2931] Paulus Diaconus, de Gest. Langobard. lib. 4, cap. 8.

[2932] Menander Protect., tom. 1. Histor. Byz., pag. 175.

Anno di CRISTO DLXXXI. Indizione XIV.

PELAGIO II, papa 4. TIBERIO Costantino imperadore 8 e 4.

L'anno II dopo il consolato di TIBERIO AUGUSTO.

Scrivo io la nota consolare secondo il rito usato ne' secoli precedenti, qualor veniva notato l'anno col _post consulatum_. Per altro si osserva in alcuni degli autori antichi una strana maniera di disegnar gli anni dopo la morte di Giustiniano Augusto, avvertita più volte dal padre Pagi; cioè in vece di dire il _primo anno dopo il consolato_, preso nell'anno precedente dall'imperadore, diceano l'_anno secondo dopo il consolato_. Altrove ho in rapportato un marmo ravennate, buon testimonio di questa usanza, leggendosi ivi seppellito Giorgio uomo chiarissimo banchiere[2933] _sub die pridie Nonarum augustarum, indictione XIV, imperante domino nostro Tiberio Constantino perpetuo Augusto anno VIII, et post consulatum ejusdem anno III_. Queste note cronologiche, se pur non v'ha error ne' copisti, indicano l'anno presente, e ci confermano la elezione di Tiberio Costantino Cesare seguita dopo il dì 6 d'agosto dell'anno 574. Eppure quest'anno, che era il _secondo dopo il consolato_, vien qui chiamato il _terzo_. Nella Cronica Alessandrina[2934], a tenore di quanto anche io ho scritto, è segnato il presente anno coll'_anno II post consulatum_. E però potrebbe nascer sospetto di qualche sbaglio, e che si avesse da anticipare il consolato di Tiberio Costantino. Certo non si sa intendere il perchè d'una formola tanto diversa dal costume degli antichi, al quale ho io creduto di dovermi attenere. Ho io poi detto più di una volta che Paolo Diacono scrive quel che potè sapere delle imprese de' Longobardi, ma che gli mancarono troppe memorie per tessere una storia compiuta di questi tempi. Ecco che non da lui, ma da una annotazione trovata dal padre Mabillon[2935] in fondo ad un codice manoscritto del Tesoro di santo Agostino, compilato da _Eugipio_ abate, si raccoglie la seguente notizia. Ivi si legge emendato il libro di Pietro notaio della santa cattolica chiesa napoletana, d'ordine di _Reduce_ vescovo di quella città _sub die iduum decembrium, imperatore domino nostro Tiberio Costantinopolis_ (ha da dire _Constantino_) _Augusti_ (vuol dire _Augusto_) _anno septimo, post consulatum ejusdem Augusti anno tertio, indictione quintadecima, obsidentibus Langobardis neapolitanam civitatem_. Credette il padre Mabillon che tal nota ci desse a conoscere l'anno 582. Ma, siccome avvertì il padre Pagi, qui è disegnato l'anno presente 581, perchè l'_Indizione XV_ ebbe principio nel settembre di questo medesimo anno. Da altre parole d'essa annotazione apparisce che _Eugipio_ abate fiorì molto prima di questi tempi, siccome ancor io[2936] osservai nelle annotazioni alle Vite de' vescovi di Napoli, scritte da Giovanni Diacono. Ricavasi inoltre dalla stessa nota che _Reduce_ fu ordinato vescovo da papa _Pelagio II_, e però fioriva in questi tempi. In quelle annotazioni non avvertii io che Sigeberto si era ingannato in rappresentarci il vescovo Reduce contemporaneo dell'abate Eugipio; il che in cagione che il riputassi vescovo molto prima de' tempi di Pelagio II papa. Quel che più importa, impariamo di qui, che nell'anno presente la città di Napoli fu assediata dai Longobardi, senza che si sappiano altre particolarità di questo fatto. Certo è nondimeno che quella città nè allora, nè poi non venne in potere de' Longobardi. E possiam solo comprendere di qui che la maggior parte della Campania dovea già essere stata presa da loro con altri paesi, e perciò formato in qualche maniera l'insigne _ducato beneventano_, di cui fu primo duca _Zottone_. Credette il cardinal Baronio che in questo anno fosse creato arcivescovo di Milano _Lorenzo juniore_ dopo la morte di _Frontone_ scismatico. Ma, siccome fu di sopra avvertito all'anno 569, molti anni prima egli succedette ad _Onorato_ arcivescovo, eletto in Genova dal clero cattolico e dai nobili milanesi colà rifugiati, siccome _Frontone_ fu eletto in Milano da quei che non accettavano il concilio quinto generale. Nel Catalogo degli arcivescovi di Milano, pubblicato dal padre Mabillon[2937], e poi dal padre Papebrochio[2938], si legge: _Frontus sedit annos XI depositus in Genua ad S..._ Perciò dal padre Pagi[2939] fu creduto che egli non meno di Lorenzo fosse eletto in Genova, e quivi ancora avesse sepoltura. Ma nel catalogo più antico d'essi arcivescovi, da me dato alla luce fra gli Scrittori delle cose d'Italia[2940], non si legge che Frontone fosse seppellito in Genova. Nè Genova era per anche venuta in poter de' Longobardi. Anzi per paura di questi s'era colà rifugiato l'arcivescovo Onorato con assai altri nobili. E però questa ed altre ragioni concorrono ad indicare che seguisse in Milano la elezione e la morte di questo arcivescovo scismatico. Leggonsi presso gli scrittori milanesi varie semplicità intorno al fine del simoniaco, o scismatico Frontone, derise dal dottore Giuseppe Antonio Sassi bibliotecario dell'Ambrosiana di Milano nelle sue erudite annotazioni al regno d'Italia del Sigonio[2941]. _Mario_ vescovo aventicense finì in questo anno di scrivere la sua Storia, di cui sarebbe da desiderare che fosse restata qualche copia men difettosa di quelle che han servito alla sua edizione.

NOTE:

[2933] Thesaur. Novus Inscription., pag. 430.

[2934] Chron. Alexandr.

[2935] Mabillon., Analect., pag. 67., edit. noviss.

[2936] Rer. Ital. Scriptor., part. II, tom. 1.

[2937] Mabill., Mus. Italic.

[2938] Papebrochius tom. 7. Maji in Act. Sanct.

[2939] Pagius, Crit. Baron.

[2940] Rer. Italic. Script. part. II, tom. 1.

[2941] Sigonii Opera, tom. 2. Edit. Mediolanens.

Anno di CRISTO DLXXXII. Indizione XV.

PELAGIO II papa 5. MAURIZIO imperadore 1.

L'anno III dopo il consolato di TIBERIO AUGUSTO.

Passò in quest'anno a miglior vita sant'_Eutichio_ patriarca di Costantinopoli, che prima di morire predisse a _Tiberio_ Augusto il viaggio istesso. Venne infatti a morte nel dì 14 d'agosto questo imperadore, siccome abbiamo da Eustazio[2942], dalla Cronica Alessandrina[2943], da Teofane[2944] e da altri. E ben s'accordano tutti gli scrittori in esaltar le di lui virtù. Era, per attestato di Evagrio[2945], che fioriva in questi tempi, principe di dolci costumi, di rara clemenza, di somma affabilità. Amava tutti, e però era amato da tutti. Stimava sè stesso ricco allorchè potea donare, e specialmente per sollevare le indigenze altrui, di maniera che niuno degli Augusti gli andò innanzi nella gloria d'essere limosiniere. In questo proposito racconta Gregorio Turonense[2946], allora vivente, molte cose che allora si dicevano, cioè di aver egli trovato più d'un tesoro in premio dell'insigne sua carità. Riputava questo buon principe oro falso quello che si fosse raccolto colle lagrime de' sudditi. Abolì ancora il perverso abuso di comperare i posti de' magistrati nelle provincie, conoscendo che questo era un vendere i sudditi ad essi magistrati. Nel dì quinto di agosto aveva egli dichiarato _Cesare_, secondochè s'ha da Teofilatto Simocatta[2947] e da altri autori, _Maurizio_ generale d'armi in Oriente, che già s'era segnalato in varie battaglie con riportarne vittoria: nella qual occasione Giovanni questore a nome di esso Tiberio Augusto infermo fece una bella parlata agli astanti. Leggesi fra le novelle aggiunte al Codice, secondo l'edizion del Gotofredo, una costituzion d'esso Tiberio, rapportata da Giuliano Antecessore colle seguenti note: _Data III Idus Augusti Constantinopoli, imperii domini nostri Tiberii P. P. Augusti anno octavo, et post consulatum ejus anno tertio, et Tiberii Mauricii felicissimi Caesaris anno primo_: cioè nel presente anno nel dì 15 d'agosto, nel quale è da osservare l'_anno III dopo il consolato_, conforme a quanto anch'io ho scritto, e come esige il costume degli antichi, e non già il _quarto_, come altri amarono di scrivere.

Non passò il medesimo dì 13 di agosto, che _Tiberio_ Augusto proclamò _imperadore_ il suddetto _Maurizio_, con far seguire gli sponsali fra lui e _Costantina_ sua figlia; e nel giorno appresso, cessando di vivere, lasciò libero il trono al suo successore. Era _Maurizio_ allora in età di quarantatrè anni, nato in Arabisso città della Cappadocia, ed avea tuttavia vivo _Paolo_ suo padre, e parimente la madre, che, chiamati a Costantinopoli, furono sempre in grande onore presso di lui. La sua temperanza, la sua prudenza ed altre virtù hanno la testimonianza di Evagrio, di Teofilatto e d'altri; confessando anche Menandro Protettore[2948] d'essersi mosso a scrivere la sua storia, perchè Maurizio si dilettava assaissimo della poesia e delle storie, e regalava generosamente i begl'ingegni, che certo non saranno stati pigri in dire assai bene di lui. Il cardinal Baronio in questi tempi imbroglia forte la sua cronologia, ingannato da un testo guasto di Evagrio, con aver differito il principio dell'imperio di Maurizio fino all'anno 586. Ma nell'appendice del tomo XII corresse un sì gran salto, riferendo la elezion di esso Maurizio all'anno 583. Ma è fuor dubbio che nell'agosto del presente anno _Maurizio Tiberio_ succedette nell'imperio a _Tiberio Costantino_ suo suocero, siccome anche il Sigonio diligentemente avea avvertito prima del cardinal Baronio, e prima ancora notarono Mariano Scoto ed Ermanno Contratto. Pensa il padre Mabillon[2949] che circa questi tempi s'abbia da riferire la distruzione dell'insigne monistero di Monte Casino, quantunque Paolo Diacono lo rapporti molto più tardi. Sopra ciò han disputato varii eruditi. La verità si è, che i Longobardi arrivati al sacro luogo, lo presero, ma senza poter mettere le mani addosso ad alcuno di que' monaci, che tutti fuggendo ebbero la maniera di salvarsi, verificandosi la predizione fatta da san Benedetto, e registrata da san Gregorio papa ne' suoi Dialoghi[2950]. Se ne andarono i fuggitivi monaci a Roma, seco portando l'originale della regola lasciata loro dal santo patriarca, e la misura del vino e il peso del pane che giornalmente si dispensava ai monaci, secondo il prescritto da esso san Benedetto. Benignamente accolti dal pontefice _Pelagio_, ottennero da lui un luogo presso la basilica lateranense per fabbricar ivi un monistero. Moltissimi anni dipoi restò disabitato e deserto quello di Monte Casino, e senza che mai i monaci si prendessero pensiero alcuno di trasportare di là i corpi di san Benedetto e di santa Scolastica, lasciati ivi in abbandono. È di parere il medesimo padre Mabillon[2951] che _poco dopo la morte di Tiberio Augusto, san Gregorio_, apocrisario pontificio allora in Costantinopoli, fosse richiamato a Roma da papa Pelagio, al quale il novello imperadore mandò un nuovo suo apocrisario, cioè _Lorenzo_ diacono. Ma se non son fallate le note di una lettera scritta da esso papa al medesimo san Gregorio, mentr'era alla corte imperiale, convien credere che molto più tardi egli se ne tornasse in Italia. Essa lettera, riportata da Giovanni Diacono[2952] nella vita del santo pontefice e dal cardinal Baronio, si vede _data quarto nonarum octobrium, Indictione tertia_. Cominciò ad aver corso nel settembre dell'anno 584 l'_indizione terza_, e però almen fino all'anno 585 convien differire il ritorno di san Gregorio in Italia.

NOTE:

[2942] Eustathius, in Vita Sancti Eutychii.

[2943] Chron. Alexandr.

[2944] Theoph., in Chron.

[2945] Evagr., lib. 5, cap. 13.

[2946] Gregor. Turonensis, lib. 5, cap. 20.

[2947] Theophilactus, lib. 1, cap. 1.

[2948] Menander Protect., tom. 1 Histor. Byzant. in Excerptis Suidae.

[2949] Mabill. in Annal. Benedict. ad ann. 580.

[2950] Greg. M., Dialog., lib. 2, cap. 7.

[2951] Mabill. ib. ad ann. 582.

[2952] Johann Diacon., in Vit. s. Gregor. lib. 1, cap. 32.

Anno di CRISTO DLXXXIII. Indizione I.

PELAGIO II papa 6. MAURIZIO imperadore 2.

_Console_

MAURIZIO AUGUSTO.

Fondato il padre Pagi sulla fede della Cronica Alessandrina, di Cedreno, e specialmente di Teofilatto, crede che _Maurizio_ Augusto prendesse il consolato solamente nell'anno seguente, e non già nel presente, com'erano una volta soliti i novelli imperadori. Perchè io il rapporti all'anno presente, ne addurrò i motivi nel susseguente. Furono, secondochè abbiamo da Teofane[2953] funestati i principii del governo di Maurizio Augusto da un tremuoto spaventoso, che a dì 10 di maggio si fece sentire in Costantinopoli, per cui tutto il popolo ricorse alle chiese. Gli Unni, o, vogliam dire, gli Avari, cioè i Tartari che signoreggiavano nella Pannonia, oggidì Ungheria, ed erano divenuti padroni del Sirmio, sempre inquieti ed avarissimi, e però sempre ansanti dietro a nuovi guadagni, ben veggendo la debolezza dell'imperio d'Oriente, spedirono circa questi tempi ambasciatori a Maurizio Augusto, con dimandargli la somma di ottantamila scudi d'oro, che pretendevano dovuti loro pel regalo annuo che l'imperadore, secondo i patti precedenti, era tenuto a pagare. E ne dimandarono anche ventimila di più. Lasciossi indurre Maurizio Augusto per aver la pace, e fu forzato a far tale esborso, e loro mandò ancora in dono un elefante e un letto d'oro, che richiedevano. Ma nè pur questo bastò a quietarli. Tornarono a chieder sotto varii pretesti ventimila scudi; e perchè l'imperadore non si sentì voglia di pagarli, questa insaziabil gente prese l'armi, s'impadronì delle città di Singidone, d'Augusta e di Viminacio nella Mesia, allora sottoposta alla prefettura dell'Illirico. Assediarono dipoi la città di Anchialo, fecero altre conquiste, e giunse il principe loro, appellato come gli altri _Cagano_, infino a strapazzare i legati a lui inviati da Maurizio. Queste dure lezioni davano i Barbari allora all'imperio d'Oriente, il quale nel medesimo tempo era involto nella guerra dei Persiani, infelicemente sostenuta da _Giovanni_, chiamato Mustacchione per gli lunghi mustacchi che portava, generale dell'armi in Oriente. Però non è da marivigliarsi, se gli affari d'Italia passavano male, non potendo Maurizio accudire con forza a tante parti e a tanti nemici. Pensò nulladimeno Girolamo Rossi[2954], che informato esso Augusto intorno a questi tempi del sommo bisogno che avea la Italia d'un buon generale d'armata, richiamasse a Costantinopoli l'esarco _Longino_, e mandasse in suo luogo _Smaragdo_, ossia _Smeraldo_ a Ravenna. Ma non resta nell'antica storia vestigio alcuno per determinare quando Longino desse luogo a Smaragdo. Nè la lettera di papa Pelagio, da cui il Rossi prese motivo d'immaginar questo cambiamento, serve al proposito, per nulla dire ch'essa anche appartiene all'anno 584 seguente.

NOTE:

[2953] Theoph., in Chronogr. Theophilactus, lib. 1, cap. 3.

[2954] Rubeus, Hist. Ravenn., lib. 4.

Anno di CRISTO DLXXXIV. Indizione II.

PELAGIO II papa 7. MAURIZIO imperadore 3. AUTARI re 1.

L'anno I dopo il consolato di MAURIZIO AUGUSTO.