Annali d'Italia, vol. 2 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750

Part 89

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Può non inverisimilmente riferirsi all'anno presente ciò che vien raccontato da Gregorio Turonense[2899] e da Paolo Diacono[2900]: cioè che tre duchi dei Longobardi, _Amone, Zabane e Rodano_, il secondo dei quali era duca di Pavia, trovando gusto nel mestiere del bottinare, si avvisarono di far buon colpo con passare anch'essi nella Gallia. Amone per la via di Ambrun arrivò fino a Macovilla, luogo donato dal re _Guntranno_ a Mummolo patrizio suo generale, e quivi mise il campo. Diede il sacco a tutta la provincia d'Arles e alle città circonvicine. Arrivato anche in vicinanza di Marsilia, condusse via quanti armenti e persone potè, e minacciò di mettere l'assedio alla città d'Aix, che con un regalo di danari se ne liberò. Zabane, tenuta la via della città di Die, si portò sotto Valenza, ed assediolla. Rodano anch'egli fece altrettanto a quella di Granoble. A questo avviso il valoroso generale de' Franchi _Mummolo_ uscì in campagna coll'esercito suo, e passato quasi miracolosamente il fiume Isere, perchè un animale in passandolo insegnò alla sua gente il guado, arrivò addosso a Rodano, che assediava Granoble. Messisi in battaglia i Longobardi, combatterono bensì con tutto coraggio, ma in fine restarono sconfitti, e Rodano ferito da un colpo di lancia, appena con cinquecento de' suoi salvatosi, portò la nuova delle sue disgrazie a Zabane che assediava Valenza. Allora amendue dato un saccheggio al paese, sen vennero ad Ambrun, dove di nuovo si presentò lor all'incontro Mummolo con uno innumerabil esercito, e diede loro un'altra rotta, di maniera che questi due duchi con poca gente presero la via d'Italia. Arrivati a Susa, furono aspramente accolti dagli abitanti del paese; perchè quella città si teneva tuttavia alla divozion dell'imperadore, e v'era dentro _Sisinnio_, generale di _Giustino_ Augusto. Dal che s'intende la balordaggine dei Longobardi, i quali in vece di attendere a sbrigarsi dei nemici che restavano loro in Italia, e confinavan con gli stati da loro presi, piuttosto vollero tentar più d'una volta di far delle conquiste nella Gallia. Balordi ancora, perchè con dividersi in tre corpi facilitarono ai Borgognoni la maniera di vincerli tutti. Ora Sisinnio accortamente fece cader nelle mani di Zabane una lettera ch'egli finse scritta a sè da Mummolo, in cui gli dicea che fra poco verrebbe a trovarlo. Altro non vi volle, perchè Zabane s'affrettasse a levarsi da quelle contrade. Amone dall'altro canto avendo inteso le male giornate de' suoi compagni, raccolto tutto il suo bottino, s'incamminò anch'egli alla volta d'Italia. Ma ritrovata grossa neve nell'Alpi, bisognò lasciar quivi la preda, e aver per grazia di poter mettere in salvo le persone. Questi fatti de' Longobardi son da me riferiti al presente anno, non già con sicura cronologia, perchè sì Gregorio Turonense, come Paolo Diacono, che qui il seguita, raccontano gli avvenimenti di questi tempi senza ordine, ora anticipando, ora posponendo le cose. Ma poco in fine importa in fatti tali lo stabilir l'anno preciso in cui accaddero. Certo non si può aderire a Sigeberto[2901], che riferisce agli anni 581 e 582 le incursioni dei Longobardi e il passaggio dei Sassoni nella Gallia, benchè il padre Pagi il tenga per uno scrittore esatto in distinguere i tempi delle imprese dei Longobardi. Nè si dee tacere avere scritto Fredegario[2902] che i duchi longobardi venuti ad un aggiustamento con _Guntranno_ re della Borgogna, in emendazione delle insolenze da lor fatte nel regno di lui, gli cederono le due città d'_Aosta_ e _Susa_ nell'Alpi del Piemonte, che da lì innanzi furono incorporate nel regno stesso della Borgogna. Come si accordi questo racconto con ciò che poco fa abbiam detto di Susa, io nol so dire. Aggiugne inoltre ch'essi duchi inviarono degli ambasciatori ai re _Guntranno e Childeberto_ per ottenere il loro patrocinio, e si obbligarono di pagar loro da lì innanzi dodicimila soldi d'oro ogni anno, e che cederanno anche la valle di Ametegi ad esso re Guntranno. Noi non possiam chiarire se tutte queste notizie contengano verità. Bensì fra poco vedremo se i re franchi avessero sì o no la protezione de' Longobardi.

NOTE:

[2899] Gregor. Turonensis, lib. 4, cap. 45.

[2900] Paulus Diaconus, de Gestis Lang., lib. 3, cap. 8.

[2901] Sigebertus, in Chron.

[2902] Fredegarius, in Chron., cap. 45.

Anno di CRISTO DLXXVII. Indizione X.

BENEDETTO I papa 4. GIUSTINO II imperadore 13. TIBERIO COSTANTINO cesare 4.

L'anno XI dopo il consolato di GIUSTINO AUGUSTO.

Potrebbe essere che in quest'anno fosse succeduto un fatto, di cui ci conservò la memoria Paolo Diacono[2903]. Calarono i Franchi nel territorio di Trento, posseduto allora dai Longobardi, e presero il castello d'_Anagni_. Crede il Cluverio[2904] che questo oggidì sia il castello appellato _Nan_ nella valle di _Non_, presso il fiume _Noce_ che va a scaricarsi nell'Adige. Ciò udito, accorse per ricuperarlo _Ragilone_ conte dei Longobardi di _Lagare_; ma non essendogli riuscito, sfogò la sua collera contro il paese con saccheggiarlo. Tornandosene poi indietro col bottino, fu sorpreso nel cammino da _Crannichi_ capitano de' Franchi, e tagliato a pezzi con molti de' suoi. Se vogliam credere al suddetto Cluverio, quel conte di Lagare comandava nella città di Garda nel lago Benaco, oggidì Lago di Garda; e il padre don Gaspero Beretti benedettino[2905] pretende che Paolo scrivesse _Comes Langobardorum, de Lacu Gardae_, e non già _de Lagare_. È lodevole la conghiettura, restando solamente da cercare perchè non il duca di Trento, a cui pare che fosse sottoposto quel castello, ma il conte di Garda, territorio diverso, si sbracciasse per ritorlo dalle mani dei Franchi. Come poi i Franchi sì lontani dal Trentino venissero ad impadronirsi di quel sito, s'intenderà tosto al ricordarsi che allora il dominio de' Franchi per conto del regno d'Austrasia abbracciava le Rezie, cioè i Grigioni, l'Alemagna, ossia la Svevia, e l'Elvezia, cioè gli Svizzeri; e però probabilmente anche il Tirolo. Per essere questi diversi popoli allora sudditi dei re franchi, perciò talvolta dagli scrittori sono appellati Franchi. Non andò poi molto che quel Crannichi capitano franzese, di cui pur ora parlammo, venne a dare il guasto al Trentino. Ma nel tornarsene addietro, raggiunto da _Evino_ duca di Trento in un luogo tuttavia appellato Salorno sulla riva dell'Adige, quivi lasciò la vita co' suoi seguaci, ed insieme tutto il bottino. In tal congiuntura Evino cacciò i Franchi da tutto il suo territorio. Questo Evino duca di Trento (seguita poi a scrivere Paolo Diacono) prese per moglie una figliuola di _Garibaldo_ duca, oppure, come egli il chiama, _re della Baviera_. Fu, siccome accennai all'anno 558, questo Garibaldo il primo duca di essa Baviera, il quale fondatamente sia da noi conosciuto. L'Aventino[2906] si figura che egli fosse anche il primo a non voler riconoscere la sovranità del re dei Franchi, regnante nell'Austrasia, e prendesse il titolo di re. Di ciò non abbiamo sicure memorie. Sappiamo bensì che i duchi della Baviera (provincia allora assai più vasta che negli ultimi secoli) affrettarono il nome di re, come eziandio fecero nelle Gallie i duchi della minor Bretagna. Intanto Paolo Diacono tenne conto di queste picciole notizie riguardanti il ducato di Trento, perchè avea davanti agli occhi la storia di _Secondo_ vescovo di Trento, vivuto in questi tempi, che ne dovette far menzione. Ma a notizia di lui non dovettero pervenire tante altre azioni più importanti e strepitose de' Longobardi, e di questi medesimi tempi, che restano seppellite nell'obblio. Giovanni abbate biclariense[2907] all'anno che precedette la morte di Giustino imperadore, cioè nel presente, racconta che _Bandario_, ossia _Baudario_, o _Baduario_, genero d'esso Augusto, fu sconfitto in una battaglia dai Longobardi, e non molto dappoi, o per qualche ferita, o per passione d'animo, diede fine ai suoi giorni. Di questa vittoria dei Longobardi, che probabilmente fu ben considerabile, stante il personaggio cospicuo che comandava l'armata de' Greci, nulla ne seppe Paolo Diacono, e niuna altra circostanza di essa ci rimane presso gli altri scrittori.

NOTE:

[2903] Paulus Diaconus, lib. 3, cap. 9.

[2904] Cluverius, Ital. lib. 1, cap. 15.

[2905] Berett., Dissertat. Chronogr. tom. 10. Rer. Ital.

[2906] Aventinus, Annal. Bajor.

[2907] Biclariensis, in Chron. apud Canis.

Anno di CRISTO DLXXVIII. Indizione XI.

PELAGIO II papa 1. TIBERIO COSTANTINO imp. 5 e 1.

L'anno XII dopo il consolato di GIUSTINO AUGUSTO.

Terminò in quest'anno la carriera de' suoi giorni _Giustino II_, imperadore, nel dì 5 di ottobre, per quanto abbiamo dalla Cronica Alessandrina[2908]. Strano è che il cardinal Baronio differisca la di lui morte sino all'anno 582. Il Sigonio il suppone mancato di vita due anni prima di questo, cioè nell'anno 576. E v'ha delle contraddizioni intorno a questo punto di storia infino fra gli storici antichi. Il più sicuro è attenersi qui alla sentenza e alle ragioni del cardinal Noris[2909] e del padre Pagi[2910], che al presente anno riferiscono la sua morte. Era egli oramai dagl'inveterati suoi mali condotto ad un pessimo stato di salute, e sentendosi già vicino a sloggiare da questo mondo, nel dì 26 di settembre avea dichiarato e fatto coronare imperadore _Tiberio_, a cui, come dicemmo, avea conferito negli anni avanti il titolo e l'autorità di Cesare. Teofane[2911] scrive che in tal occasione Giustino diede dei bellissimi avvertimenti a Tiberio per ben governare sè stesso e gli altri; e son gli stessi, ma più diffusi, che Evagrio ci narrò di sopra, allorchè Giustino il proclamò Cesare. _Vedi_, gli disse, _questo imperiale e questa dignità? Non io, ma Dio te gli ha donati. Onora tua madre_ (cioè Sofia Augusta), _che finora è stata tua padrona. Ricordati che prima le eri servo, ora le sei figlio. Non rallegrarti mai d'avere sparso il sangue altrui, nè rendi male per male. Guardati dall'imitar me in prendere delle nimicizie. Come uomo in ciò io ho peccato, e come peccatore ho portata la pena dei miei trascorsi. Coloro però che mi han fatto commettere questi mali, meco compariranno davanti al tribunale di Dio. Non t'insuperbire, come io una volta faceva, di questo abito. Abbi tanta cura de' tuoi sudditi, quanta n'hai di te stesso. E ricordati bene chi tu fosti prima, e chi sei di presente. Tutti questi_ (accennando l'assemblea) _ti sono ben servi, ma trattali da figliuoli. Ti sieno a cuore le milizie, ma non le amar troppo: so per pruova quel che dico. Lascia che ognun goda dei proprii beni, e verso i poveri fatti conoscere liberale._ Sarebbe desiderabile che a lettere maiuscole stessero scritti questi documenti ne' gabinetti di tutti i regnanti. Dappoichè il patriarca ebbe recitate le orazioni, e tutti ebbero intonato l'_Amen_, _Tiberio_ nuovo Augusto s'inginocchiò a' suoi piedi, ed allora Giustino gli disse queste pesantissime parole: _Io seguiterò a vivere, se tu vorrai; ed anche, se vorrai, son morto. Dio ti metta in mente ciò che io ho tralasciato di dirti_. Tiberio dipoi sparse denari nel popolo, e fece altre solennità usate nella creazion degl'imperadori. E mentre si celebravano i giuochi circensi, le fazioni gridarono di voler vedere la nuova imperadrice, e proclamarono _Anastasia_, che si scoprì moglie d'esso Tiberio con alto dispiacere di _Sofia_, la quale si pensava di sposarlo dopo la morte di Giustino. Per altro Teofane imbroglia non poco la serie de fatti di Tiberio. Fu di parere il cardinal Baronio che nell'anno precedente accadesse la morte di papa _Benedetto I_ di questo nome, perchè anticipò di un anno la creazione di lui. L'abbate Biclariense anch'egli la mette un anno prima di quella di _Giustino_ Augusto. Ma è senza fallo da preferire la sentenza del padre Pagi e di monsignor Francesco Bianchini[2912], che per varie ragioni uniscono coll'anno presente la morte di esso papa, e la creazione di papa _Pelagio II_. Quegli mancò di vita nel dì 30 di luglio, e questi fu ordinato papa nel dì 30 di novembre, se crediamo ad esso padre Pagi, che ciò discorda da Anastasio.

È degno di considerazione che esso papa Pelagio, per attestato del medesimo Anastasio[2913], fu consecrato _senza il comandamento del principe_. Vuol dire che non s'aspettò a consecrarlo che fosse venuto da Costantinopoli l'assenso e la licenza dell'imperadore. E questo _perchè in quel tempo Roma era assediata dai Longobardi_, ed essi facevano un gran guasto per tutta l'Italia. Avea dianzi detto lo stesso Anastasio, che vivente ancora papa _Benedetto_ i suddetti Longobardi scorrean per _tutta l'Italia_; e che a questi fieri malanni portati dalla guerra si aggiunse anche una terribile carestia, a cagione della quale molte fortezze si renderono ad essi Longobardi, per poter avere di che cibarsi. Però conosciuto da _Giustino_ Augusto il pericolo in cui si trovava Roma per cagione della fame e della mortalità che l'affliggeva, spedì ordini in Egitto, affinchè conducessero colà molte navi cariche di grani, che bastarono appunto a rincorare i cittadini, e a renderli animosi per sostenere gl'insulti de' Longobardi. Nell'edizione d'Ermanno Contratto fatta dal Canisio, questo fatto vien riferito all'anno 581. Ora in mezzo a queste afflizioni terminò la sua vita papa _Benedetto I_; e troppo importando alla salute di Roma l'avere un papa in mezzo a tante turbolenze, il clero e il popolo si credettero per questa volta dispensati dall'aspettare gli oracoli della corte imperiale per consecrar papa il nuovo eletto, cioè _Pelagio II_, romano di patria. Siccome osservò il cardinal Baronio[2914], le crudeltà usate verso i popoli d'Italia dai Longobardi, non solamente procederono dall'esser eglino barbari di nazione e gente feroce, ma ancora dalla diversità della religione. Certo è che la maggior parte d'essi professava la religione cristiana, ma non già la cattolica, seguendo essi, al pari dei Goti, de' Vandali e degli Svevi, la setta d'Ario. Oltre a ciò, alcuni fra essi e molti degli ausilarii, che con esso loro erano calati in Italia, tenevano tuttavia la credenza e i riti de' Gentili. Perciò non è da stupire se costoro infierissero anche contra delle chiese e de' sacerdoti cattolici. Nondimeno le principali calamità dell'Italia in questi tempi provennero dalla guerra, madre d'incredibili guai, massimamente ne' secoli d'allora, e dalla resistenza che fecero le città e i luoghi forti degl'Italiani, i quali non amavano di passar sotto la signoria di questi barbari forestieri. E in cotali disavventure principalmente restò immersa Roma colle città e paesi circonvicini, i quali, per quanto poterono, stettero costanti nella divozione del romano imperio. Descrive san Gregorio Magno[2915] papa, parlando di cose de' suoi dì, lo stato miserabile di quelle contrade, con dire, che dopo essersi veduti varii segni che predicevano le sventure d'Italia, vennero i Longobardi, _i quali fecero man bassa sopra il genere umano, già cresciuto in questa terra a guisa di campi ricchi di spesse spiche. Già si veggono spopolate città, fortezze abbattute, chiese incendiate, monasteri d'uomini e di donne abbattuti, intere campagne abbandonate dagli agricoltori, di maniera che la terra resta in solitudine, nè v'ha chi la abiti, ed ora osserviamo occupati dalle fiere tanti luoghi che prima contenevano una copiosa moltitudine di persone._ Questa è la pittura che fa de' suoi tempi, e massimamente dei contorni di Roma, il santo pontefice. La medesima si mira ricopiata e ripetuta da Paolo Diacono[2916], il quale, ciò non ostante, osserva che dai paesi involti in tante miserie conviene eccettuare quelli che Alboino avea preso, come la Venezia, la Liguria, la Toscana, l'Umbria, ed altre simili provincie. In queste, siccome ubbidienti e divenute sue proprie, non esercitavano i Longobardi le poco fa narrate crudeltà, ma sì ben sopra l'altre che faceano contrasto alla lor potenza e voglia di dominare; il che sempre più fa conoscere se il cardinal Baronio fosse buon interprete dei giudizii di Dio all'anno 570.

Benchè gli Estratti di Menandro Protettore sieno squarci senz'ordine di anni, l'uno dietro all'altro infilzati, pure sembra che a questi tempi possa appartener un fatto da lui raccontato[2917]: cioè che nell'_anno quarto dell'imperio di Tiberio Costantino_ (verisimilmente vuol dire del suo imperio cesareo, cominciato sul fine dell'anno 574,) _circa centomila Sclavi fecero un'irruzione nella Tracia_. Dopo le quali parole seguita a darci una notizia, che nondimeno è staccata dalla precedente: cioè che _Tiberio Costantino_. Cesare mandò in Italia molto oro _usque ad centum triginta pondo_, come tradusse il Cantoclaro; il che se per avventura significasse solamente _cento trenta libbre_, sarebbe una bagattella. Secondo me, il testo greco ha fino a _trenta centinaja_, cioè _tremila libbre d'oro_, che _Panfronio_ patrizio avea portato da Roma all'imperadore. Costui era ito alla corte di Costantinopoli per trovar maniera da poter liberare l'Italia oppressa dalle incursioni de' Longobardi. Ma Tiberio Cesare, a cui più che ogni altra cosa stava sulle spalle la guerra coi Persiani, e dietro a quella impiegava tutte le sue forze e pensieri, non potè mandar gente in Italia, nè prendere a far guerra in Oriente e in Occidente. Il perchè diede quel danaro a Panfronio, acciocchè si studiasse di ben impiegarlo con procurar di guadagnare alcuni capitani de' Longobardi, che andassero a militare in Oriente per l'imperadore, e lasciassero in pace l'Italia. E qualora ciò non gli venisse fatto, si studiasse di comperar dai re franchi un buon corpo di gente capace di rompere la potenza de' Longobardi. Di più non s'ha da Menandro Protettore, che salta appresso alle cose dei Persiani, contra de' quali era in campagna _Maurizio_ generale della greca armata, il quale, secondochè abbiamo da Evagrio[2918], fu assunto da Tiberio Costantino Augusto a quella dignità solamente dopo la morte dell'imperadore Giustino.

NOTE:

[2908] Chron. Alex.

[2909] Noris, de Synodo V, §. 3.

[2910] Pagius, Crit. Baron.

[2911] Theoph., in Chronogr.

[2912] Blanchinius, ad Vit. Anast. Biblioth.

[2913] Anastas., in Vita Pelagii II.

[2914] Baron., Annal. Eccl., ad ann. 573.

[2915] Greg. Magnus, Dialog., lib. 3, cap. 38.

[2916] Paulus Diaconus, lib. 2, cap. 32.

[2917] Menander Protector, tom. 1, Histor. Byz., pag. 124.

[2918] Evagr., lib. 5, cap. 9.

Anno di CRISTO DLXXIX. Indizione XII.

PELAGIO II papa 2. TIBERIO COSTANTINO imp. 6 e 2.

_Console_

TIBERIO AUGUSTO.

Fu splendido il primo giorno del presente anno, perchè _Tiberio_ Augusto procedette console, e celebrò questa solennità colla magnificenza usata. Intanto gli affari d'Italia andavano di male in peggio; e forse parlò di questi tempi in uno de' suoi squarci Menandro Protettore[2919], là dove scrive che quasi tutta l'Italia fu devastata e rovinata dai Longobardi. Anche l'abate Biclariense[2920] all'anno secondo di Tiberio nota che i Romani facevano in Italia una lagrimevol guerra contra dei Longobardi. E vuol dire che andava lor male per tutti i versi. Per questo comparvero di nuovo a Costantinopoli non so quanti senatori romani, inviati dal papa con alcuni sacerdoti per implorar soccorso dall'imperadore. Ma era troppo grande l'impegno in cui si trovava Tiberio Augusto per la guerra che più che mai bolliva in Armenia e in Oriente fra l'imperio e i Persiani. Venne bensì a morte in quest'anno _Cosroe_ re della Persia, ma _Ormisda_ suo figliuolo, più fiero ancora e superbo del padre, continuò le ostilità contra de' Greci, nè volle intendere proposizioni di pace. Tiberio non avea soldatesche da spedire in Italia: contuttociò fatto uno sforzo, ordinò che si arrolasse un corpo di gente, e l'inviò a questa volta. Ma il suo maggiore studio consistè in adoperar regali, come di sopra fu detto, coi capitani dei Longobardi, e prometterne assai più; di maniera che molti d'essi presero partito nelle truppe romane. Così Menandro Protettore. Tuttavia a poco dovette ridursi questo vantaggio, perchè non apparisce che punto migliorassero le cose d'Italia, se per avventura non fu che a forza di doni che i Longobardi s'indussero a levare l'assedio da Roma. Ora la menzione fatta da Menandro de' sacerdoti inviati dal romano pontefice a Costantinopoli, a me fa credere che sia da riferire a questi tempi l'andata di _san Gregorio Magno_ a risiedere in Costantinopoli col titolo ed impiego di apocrisario pontificio. Oggidì chiamiamo nunzii apostolici questi riguardevoli ministri della santa Sede. Soleano allora i papi tenerne sempre uno presso dell'imperadore in Costantinopoli, e un altro ancora in Ravenna presso dell'esarco, affinchè nell'una e nell'altra corte accudissero agl'interessi e bisogni della Chiesa romana. Certo è che _Pelagio II_ papa quegli fu che, avuta considerazione alla nobiltà della nascita, alla prudenza e sperienza negli affari, e al sapere e alla rara pietà di _san Gregorio_, conobbe di non poter scegliere miglior mobile di lui per valersene in quell'uffizio. Cavatolo dunque fuori del monistero, come fu di opinione il cardinal Baronio, e creatolo uno de' sette diaconi della Chiesa romana, l'inviò apocrisario alla corte imperiale. Giovanni diacono nondimeno nella vita di questo gran pontefice scrive[2921] che Benedetto papa il fece diacono, poscia Pelagio II suo successore _non molto dopo_ lo spedì a Costantinopoli. Questa opinione vien creduta più fondata dai padri Benedettini di san Mauro nella vita del medesimo papa; ma in un'altra antichissima vita di san Gregorio pubblicata dal padre Bollando, abbiamo un forte fondamento per la sentenza del Baronio.