Annali d'Italia, vol. 2 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750

Part 88

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Quanto a me dunque crederei più probabile (come ancora la credette il padre Bacchini) che seguisse la morte violenta del re _Alboino_ nell'anno presente 573. Essendo in questi tempi Milano metropoli e capo della Liguria, da che riuscì ad Alboino di entrarne in possesso, verisimilmente fu egli allora acclamato re. E contando dal dì 4 di settembre dell'anno 569, in cui succedette la presa di Milano, _tre anni e sei mesi_ ch'egli regnò, viene a cader la sua morte nell'anno presente 573, correndo tuttavia l'anno quarto del suo regno. Agnello Ravennate[2881] scrive che Alboino fu levato dal mondo _imperante Justino II, anno VI jussu uxoris suae Rosmundae IV kalendas julias_. Secondo i conti nostri, l'_anno sesto_ di Giustino II imperadore correva nell'anno 571. Però, a tenore delle ragioni addotte, non si può abbracciare la di lui opinione. Probabilmente quel testo è scorretto, e in vece di _anno VI_, Agnello avea scritto _anno VIII_. Notissima è la cagione e la maniera della morte di Alboino; tuttavia il corso della storia richiede che ancor io ne faccia menzione[2882]. Trovavasi questo re vittorioso in Verona, dove un giorno fece un solenne banchetto ai suoi uffiziali. Aveva egli fatto legare in oro il cranio del nemico _Cunimondo_ re dei Gepidi, da lui ucciso in battaglia, e in quello beveva: barbarica galanteria ed invenzione, di cui è buon testimonio Paolo Diacono, che giura d'aver veduto il medesimo teschio, mostratogli dal re _Ratchis_. Riscaldato il re barbaro dal vino, bestialmente invitò _Rosmonda_ sua moglie a bere allegramente in quella funesta tazza, perchè berrebbe in compagnia di suo padre. Era ella, siccome altrove dicemmo, figliuola del medesimo estinto re Cunimondo. Fu questa una stoccata al cuore della misera principessa, laonde inviperita cominciò tosto a macchinarne la vendetta: e comunicato il suo pensiero ad _Elmigiso_, scudiere, e fratello di latte d'Alboino, fu consigliata ad adoperar _Perideo_, uomo di gran forza, per levar di vita il marito. Ma non bastando le parole ad indurre Perideo a tentare un tal misfatto, la regina prese un altro spediente. Sapeva ella qual amicizia passasse fra una sua cameriera e Perideo; perciò concertò con essa di prendere segretamente il di lei luogo, allorchè Perideo venisse a giacere con lei. Credendosi Perideo d'essersi trovato colla solita amica, restò ben sorpreso, quando la regina gli si scoprì qual era con soggiugnere, che dopo un tal delitto altro non restava, se non che o egli ammazzasse Alboino, od Alboino, avvisato del fatto, levasse lui di vita. Elesse Perideo il primo partito. Or mentre Alboino nel dì 28 di giugno era il dopo pranzo ito a dormire, Rosmonda, levate prima l'armi dalla camera e legata ben bene la spada del marito, acciocchè non potesse nè adoperarla nè sguainarla, e chiuse l'altre porte, affinchè non si sentisse il rumore, introdusse Perideo nella stanza. Al primo colpo svegliatosi Alboino corse alla spada; ma ritrovandola sequestrata prese uno scabello e fece quanta difesa potè; ma in fine alle tante ferite stramazzò privo di vita. Divolgatasi la di lui morte, infiniti furono i lamenti e i pianti de' Longobardi, veggendosi tolto un sì bellicoso principe, universalmente amato e riverito dalla sua nazione. Fu data sepoltura al suo corpo, e racconta Paolo Diacono che a' suoi dì, circa l'anno 770, _Giselberto_ duca di Verona, fatto aprir quell'avello, ne estrasse la spada e gli ornamenti regali, con andarsi poi vanamente vantando d'aver veduto il re _Alboino_.

In ricompensa di così nera azione Rosmonda prese per marito Elmigiso, e tentò anche di farlo re. Ma insospettiti, o pure chiariti i Longobardi che dalla mano loro fosse venuto l'assassinio di Alboino, non solamente si opposero all'innalzamento di costui, ma ancora pensavano di levargli la vita. Allora Rosmonda segretamente mandò a Ravenna a pregare l'esarco Longino, che le inviasse una barca con uomini fedeli; il che egli puntualmente eseguì. In essa dunque di notte nel mese d'agosto entrata Rosmonda, se ne fuggì a Ravenna, conducendo seco il nuovo marito Elmigiso e tutto il tesoro dei re longobardi. Furono essi ben accolti da Longino. Ma non andò molto, che l'astuto Greco invaghitosi di Rosmonda, giovane avvenente, e più delle sue ricchezze, cominciò ad esortarla di voler prendere lui per marito, con liberarsi da Elmigiso, dandole ad intendere che così diverrebbe regina d'Italia. Non isparse in vano le sue parole. Aspettò l'ambiziosa Rosmonda che Elmigiso un dì stato al bagno, ne uscisse, e sotto pretesto di ristorarlo gli porse una tazza di vino, ma vino avvelenato. Appena ne ebbe egli tracannata la metà, che s'avvide di aver bevuta la morte. Però sfoderata la spada, e messale la punta alla gola, l'obbligò anch'essa a bere il resto: con che amendue caddero morti. È da maravigliarsi come Gregorio Turonense[2883], scrittore di questi tempi, e poco fa eletto vescovo scriva che Rosmonda facesse morir di veleno il re marito, e che fuggendo essa con un suo famiglio amendue furono presi ed uccisi. Merita qui ben più fede Paolo Diacono, che si servì delle storie di _Secondo_ vescovo di Trento. Longino inviò poscia a Costantinopoli all'imperadore il tesoro de' Longobardi, insieme con _Albsuinda_ figliuola del re Alboino, che Rosmonda sua madre avea menata con seco a Ravenna. Ne ebbe non poco piacere l'imperadore, e, per attestato di Agnello[2884], accrebbe all'esarco l'autorità e i salarii. Paolo diacono scrive che quelle ricchezze furono mandate a _Tiberio_ Augusto. Ma l'ordine dei tempi richiede che fossero inviate all'imperadore Giustino; e così in fatti lasciò scritto il suddetto Agnello Ravennate, che pochi anni dopo la morte di Paolo Diacono compilò le vite degli arcivescovi di Ravenna, che in questo fatto parla solo d'Elmigiso, e nulla dice di Perideo. Raunandosi più probabilmente nel mese d'agosto i principali capi della nazione longobarda in Pavia, e quivi elessero per loro re _Clefo_, ossia _Clefone_, uno de' più nobili fra loro. Non si sa ch'egli fosse coronato. Paolo Diacono[2885] scrive che nella funzione di creare i re longobardi si presentava un'asta al re nuovo, ma senza far parola di corona o di diadema. Questo re ebbe per moglie _Massana_; e, a riserva delle sue crudeltà accennate in due parole dal sudetto storico, niuna altra impresa di lui è giunta a nostra notizia.

NOTE:

[2878] Pagius, Critic. Baron.

[2879] Hermannus Contractus, in Chron.

[2880] Sigebertus, in Chronico.

[2881] Agnell., in Vita Petri Senioris, tom. 2 Rer. Italic.

[2882] Paulus Diaconus, de Gest. Lang., lib. 2, cap. 28.

[2883] Gregor. Turonensis, lib. 4, cap. 41.

[2884] Agnell., in Vita Petri Senioris, tom. 2 Rer. Italic.

[2885] Paulus Diaconus, lib. 4, cap. 55.

Anno di CRISTO DLXXIV. Indizione VII.

BENEDETTO I papa 1. GIUSTINO II imperadore 10. TIBERIO COSTANTINO cesare 1. CLEFO re 2.

L'anno VIII dopo il consolato di GIUSTINO AUGUSTO.

Dopo essere stato per _dieci mesi e tre giorni_ vacante il pontificato romano, per quanto ne scrive Anastasio bibliotecario[2886], fu finalmente consecrato papa _Benedetto_, primo di questo nome, cognominato dai Greci _Bonoso_. Crede il padre Pagi che ciò seguisse nel dì 3 di giugno. Dal cardinal Baronio è riferito all'anno precedente l'ingresso di questo papa nella sedia di san Pietro. Ad altro poi non si può attribuire sì gran dilazione in dare a Roma un nuovo pontefice, se non alle fiere turbolenze di questi tempi per l'invasione de' Longobardi, e all'abuso introdotto di non poter consacrare il papa eletto senza l'approvazione degli imperadori, dimoranti allora in Costantinopoli. In quest'anno appunto, per attestato di Evagrio[2887], di Teofane[2888] e della Cronica Alessandrina[2889], _Giustino_ Augusto talmente si conturbò all'udire i progressi de' Persiani, che gli aveano prese le città di Apamea e Daras, che gli diede alquanto volta il cervello. Riavutosi dopo qualche tempo, e trovandosi malconcio di sanità, così persuaso da _Sofia_ Augusta sua moglie, volle provvedersi di chi l'aiutasse nel governo. E fu questo _Tiberio_, nato nella Tracia, uomo di bellissimo aspetto, di alta statura, ma, quel che più importa, dotato di rare virtù. Giustino gli diede il titolo di _Cesare_, e in una maniera (dice Evagrio) che si tirò dietro l'ammirazione d'ognuno. Congregati tutti i magistrati e le persone di corte davanti al palazzo imperiale, dove intervenne ancora _Giovanni_ patriarca col suo clero, Giustino, dappoichè ebbe vestito Tiberio colla tonaca cesarea e col manto di porpora, ad alta voce gli disse: _Guarda, Tiberio, di non lasciarti ingannare dalla magnificenza di questa veste, nè dalla pompa delle cose visibili. Io scioccamente incantato da questo splendore, mi son renduto degno dell'ultimo supplizio. Tocca a te a correggere i miei falli, servendoti specialmente della mansuetudine e benignità nel governo de' popoli._ Poi mostrandogli col dito i magistrati, soggiunse: _Guardati dal creder loro, perchè essi mi hanno condotto nello stato che vedi._ Aggiunse altre simili parole che trassero le lagrime dagli occhi di tutti. Teofane scrive aver Giustino dati questi documenti a Tiberio, non allorchè il dichiarò Cesare (il che si crede fatto nell'anno presente), ma sì bene allorchè il creò Augusto e collega nell'imperio. E forse che Evagrio non è discorde da Teofane. Intanto il re Clefo regnava sopra i Longobardi. Abbiamo da Paolo Diacono che costui specialmente se la prese contro i _Romani potenti_, cioè contra gli antichi abitatori dell'Italia, sudditi del romano imperio, con ucciderne molti, e mandarne molti altri in esilio fuori di Italia. Non ispiega lo storico s'egli esercitasse questa crudeltà solamente verso i potenti delle città che andava conquistando, oppur se anco verso gli altri nobili delle città già conquistate da Alboino. Sappiamo da Gregorio Turonense, storico allora vivente, che i Longobardi entrati in Italia, _specialmente nei primi sette anni_, scorrendola, con spogliar le chiese ed uccidere i sacerdoti, _la ridussero in loro potere_. Paolo Diacono[2890], che, tessendo la storia de' Longobardi, chiaramente si protesta d'essersi servito di quella de' Franchi, scritta da esso Turonense, cedette che questa crudeltà e la _conquista della maggior parte d'Italia_ seguissero nel _settimo anno dalla venuta d'Alboino in Italia_. E ciò notando egli dopo aver narrata la morte del re Clefo, v'ha alcuno che si è servito di quel passo di Paolo per istabilire la cronologia delle azioni de' Longobardi. Ma, per vero dire, sono assai chiare le parole di Gregorio Turonense: oppur Paolo non ne intese bene il senso; laonde indarno si può far qui fondamento per dare un buon ordine alle azioni de' Longobardi. Possiamo bensì dedurne che nello spazio de' _primi sette anni_ riuscisse ai Longobardi di occupare la maggior parte dell'Italia, e che, per conseguente stendessero le lor conquiste in quelle contrade ancora che oggidì formano il regno di Napoli.

NOTE:

[2886] Anast. Biblioth., in Benedicto I.

[2887] Evagr., lib. 5, cap. 13.

[2888] Theoph., in Chronogr.

[2889] Chronicon Alexandrinum.

[2890] Paulus Diaconus, de Gest. Langobard., lib. 2, cap. 32.

Anno di CRISTO DLXXV. Indizione VIII.

BENEDETTO I papa 2. GIUSTINO II imperadore 11. TIBERIO COSTANTINO cesare 2.

L'anno IX dopo il consolato di GIUSTINO AUGUSTO.

Secondochè scrive Paolo Diacono, non più che un anno e sei mesi regnò _Clefo_ re dei Longobardi; e però o sul fine del precedente o pure sul principio del presente è da credere ch'egli fosse tolto dal mondo. Principe a noi solamente noto per la sua crudeltà, e non indegno della morte che gli toccò[2891]. Fu egli ucciso da un suo paggio o famiglio, senza che a nostra notizia sia giunta la cagione o la maniera di quest'altro regicidio. Per _dieci anni_ dipoi restò senza re il regno de' Longobardi, non so se perchè discordassero nell'elezione i primati, ovvero perchè per allora amassero di non avere un capo che regolasse il corpo loro, o pure perchè _Autari_ figliuolo del re Clefo paresse loro, a cagion della sua età, non per anche atto al governo dei popoli, siccome poi fu creduto da lì a dieci anni. Sappiamo bensì da Paolo Diacono che in questo decennio la nazion longobarda fu governata da trentasei duchi, formando essi una repubblica, concordemente regolata da tante teste, ma comandando cadaun di essi come sovrano a quella città che gli era stata data in governo, e coll'indipendenza dagli altri. Zabano signoreggiava in _Pavia_, Alboino in _Milano_, Vallari in _Bergamo_, Alachiso in _Brescia_, Evino in _Trento_, Gisolfo in _Cividale di Friuli_, e così altri in altre città. Non si può ben decidere se i ducati del _Friuli_ e di _Spoleti_ fossero allora formati con quella ampiezza che certamente ebbero dipoi; nè se fosse per anche nato il ducato insigne di _Benevento_. Contuttociò fondatamente si può credere che si fossero già introdotti alcuni duchi, i quali comandassero a più d'una città. Parleremo tra poco di _Faroaldo primo duca di Spoleti_. Per altro in somma confusione era per questi tempi lo stato dell'Italia. Restavano tuttavia in potere dell'imperadore Ravenna con alcune città circonvicine; Roma col suo ducato, che abbracciava altre città: Padova, Monselice e Cremona; e nella Liguria Genova con altri luoghi marittimi. Ritenevano ancora gli uffiziali cesarei alcuni luoghi nell'Alpi Cozzie, come Susa ed altri siti. Ed è fuor di dubbio che Napoli con altre città marittime seguitava ad esser fedele all'imperadore. Possedevano all'incontro i Longobardi le provincie del Friuli e della Venezia, la Liguria quasi tutta la Toscana e l'Umbria di qua e di là dall'Apennino, e penetravano nella Puglia e Campania. Sicchè la misera Italia era divisa e lacerata in varie parti, e per le offese e difese piena di guai. Attesta ancora Paolo Diacono[2892] che sotto questi duchi per la loro ingordigia di robe furono uccisi molti nobili romani, cioè italiani, e che i popoli furono tassati a pagar ogni anno per tributo la terza parte delle rendite delle lor terre ai Longobardi. Io so che v'ha taluno, a cui per cagion di questo tributo è sembrata ben deplorabile la condizion dell'Italia dopo la venuta de' Longobardi; quasi che non vi abbia de' popoli anche oggidì in Italia che, computati gli aggravii tutti pagano al principe loro eguali, anzi più gravi tributi. Oltre di che, chi esalta cotanto il governo dei Romani antichi in paragone di questi Barbari, dovrebbe ricordarsi quanti terreni si contribuissero una volta per fondar le colonie romane, e quanto maggior copia parimenti di terreni si sia in que' tempi tolta alle città per premiare i soldati, e a quanti aggravii fossero anche sotto i Romani sottoposti i popoli. Ora scrivendo Paolo Diacono che _per hos Langobardorum duces, septimo anno ab adventu Alboini, Italia in maxima parte capta est_; e venendo a cadere nell'anno presente il _settimo_ dopo la venuta d'Alboino, pare che il comando sovrano d'essi duchi avesse principio di qui.

Ho differito fin qui di parlare delle irruzioni fatte dai Longobardi nelle Gallie, perchè Gregorio Turonense, che ce ne conservò le notizie, e da cui le prese anche Paolo Diacono, secondo il suo solito, non ne indica gli anni. Mario Aventicense[2893] ne riferisce una all'anno 568, cioè a quel medesimo, in cui Alboino entrò colla sua nazione in Italia; il che difficilmente si può credere. Almen pare che le medesime succedessero parte sotto _Alboino_ e parte sotto il regno di _Clefo_, vivente ancora _Sigeberto_ re dei Franchi, il quale nell'anno presente tolto fu dal mondo. Raccogliesi dunque da esso Turonense (copiato dipoi da Paolo Diacono) che[2894] _santo Ospizio_, romito chiuso appresso Nizza di Provenza, predisse la venuta de' Longobardi nelle Gallie, e che devasterebbono sette città. Giunsero questi Barbari in quelle parti, e veduto il santo romito al fenestrino della torre, dove era chiuso, nè trovando porta alcuna, salirono sul tetto, e tolto via le tegole, videro il servo di Dio cinto di catene e vestito di cilicio. Il riputarono malfattore, ed egli per mezzo d'un interprete interrogato, rispose d'esser tale. Allora uno di quei Longobardi, sfoderata le spada, volle ucciderlo, ma se gl'intirizzì il braccio: dal che intesero ch'egli era un santo penitente. Entrarono dunque, non so se questi, o pur altri nelle Gallie[2895], e si diedero a saccheggiare il paese della Borgogna, che allora si stendeva pel Delfinato e per la Savoia. _Arnato_ patrizio de' Franchi, cioè ornato della più illustre dignità che allora conferissero gli imperadori e i re, accorse contra di costoro con quante forze potè; ma, venuto a battaglia con essi, vi lasciò la vita e la sua armata prese la fuga. Tanta fu la strage fatta de' Borgognoni in quella infelice giornata, che non si potè ben raccogliere il numero dei morti. Se ne tornarono appresso in Italia i Longobardi tutti carichi di bottino. Era tuttavia vivo il re _Alboino_. Vollero poi nell'anno appresso visitar di nuovo le Gallie, credendo di avere sì buon mercato, come era avvenuto la prima volta; e pervennero fin verso la città d'Ambrun. Ma ebbero all'incontro _Eunio_, soprannominato _Mummolo_, patrizio generale del re _Guntranno_, uomo di gran valore e di rara accortezza militare. Lasciò egli inoltrare i Longobardi per quelle montagne, e fatte tagliar le strade e baricare i passi, gl'imbrogliò in maniera, che molti ne uccise e fece gli altri prigioni, a riserva di pochi che, salvatisi colla fuga, poterono portarne la nuova in Italia. Come cosa scandalosa osservò il Turonense che intervennero a questa impresa contra de' Longobardi _Salonio_ vescovo di Ambrun, e _Segittario_ vescovo di Gap, amendue fratelli, guerniti di tutt'armi, e, quel ch'è peggio, di lor mano ancora uccisero alcuni di quei Barbari. Furono questi vescovi condannati dipoi nel concilio di Lione, e finalmente deposti in quello di Scialon; ma pur troppo servirono di esempio ad altri vescovi nell'avvenire per comparir nelle armate vestiti di celata e di usbergo, per far da bravi nelle battaglie, senza rispettare i sacri canoni, dai quali son detestati e puniti somiglianti eccessi.

Venne ancor voglia ai Sassoni, già calati in Italia con Alboino, di cercare la lor buona ventura nelle Gallie, ed entrati nella Provenza, si piantarono nel territorio di Riez, e di là facendo scorrerie, mettevano a sacco tutte le ville delle città circonvicine. Non fu lento a farsene rendere conto il generale de' Franchi Mummolo, che trovandoli sbandati, ne uccise alcune migliaia, a più ne avrebbe tagliato a pezzi, se non sopraggiungeva la notte. La mattina seguente raggruppatisi i restanti Sassoni, si disposero ad un nuovo cimento; ma andando innanzi e indietro dei messi, si venne ad un aggiustamento, per cui essi regalarono Mummolo, rilasciarono tutta la preda coi prigioni, e promisero di tornare all'ubbidienza del re _Sigeberto_. Ed, in fatti, venuti che furono in Italia, raccolsero le lor mogli e figliuoli, e se ne ritornarono nella Gallia, e poscia in Sassonia, dov'ebbero di male percosse dagli Svevi, che s'erano annidati nella patria di essi Sassoni, nè se ne voleano partire. Voce costante fu che costoro abbandonassero l'Italia, perchè non piacea loro di star sotto i Longobardi, che li trattavano da sudditi. Racconta parimente Mario Aventicense, che dopo essere stato ucciso il re Clefo, nel medesimo anno (e però nel presente) i Longobardi di nuovo tornarono nella Valle dei Vallesi; presero le Chiuse, ed abitarono molti giorni nel celebre monistero di Agauno. Aggiugne che vennero ad un conflitto coi Franchi, e quasi tutti rimasero morti sul campo. Ma se in questi anni era l'Italia immersa nelle miserie per cagione de' Longobardi, non godea già maggior felicità la Gallia stessa[2896]. Le guerre civili, insorte fra i due re _Chilperico_ e _Sigeberto_, si riaccesero più volte. Seguirono battaglie, stragi, saccheggi e incendii, colla desolazion delle campagne, delle chiese e de' monisteri, in guisa che Gregorio Turonense ebbe a chiamar più terribil quella persecuzione, che le sofferte ai tempi di Diocleziano. _Sigeberto_ infine più potente dell'altro, dopo avergli prese varie città, era alla vigilia di spogliarlo di tutto, quando da _Fredegonda_ moglie del re _Chilperico_, donna, a cui nulla costavano le iniquità, furono inviati due animosi sicarii, che, trovata maniera d'essere introdotti all'udienza di esso re Sigeberto, gli cacciarono nei fianchi due coltelli avvelenati, da' quali colpi egli tra poco morì. Credesi che a quest'anno appartenga il prospero successo delle armi Cesaree in Oriente contro _Cosroe_ re di Persia. Costui avendo che fare con _Giustino_ debolissimo imperadore, sempre più insuperbiva e faceva dei nuovi acquisti. Ma da che Tiberio fu creato Cesare, mutarono faccia gli affari[2897]. Sapendo egli usar meglio del danaro che dianzi si gettava in ispese vanissime, mise in piedi una poderosa armata di circa centocinquantamila soldati scelti, e ne diede il comando a _Giustiniano_ pronipote di Giustiniano Augusto, e figliuolo di _Germano_ patrizio. Questi valorosamente ito a fronte di Cosroe, gli diede di molte busse, il costrinse a ritirarsi in Persia, e nella Persia entrò anch'egli, da dove riportò un ricco bottino ed una gran moltitudine di prigioni. Circa questi tempi ancora, se si vuol credere al padre Mabillon[2898], san _Gregorio_ il grande, abbandonato il secolo e la pretura di Roma, abbracciò la vita monastica nel monistero romano di san Andrea sotto la regola di san Benedetto.

NOTE:

[2891] Paulus Diaconus, de Gest. Langobard. lib. 2, cap. 31 et seq.

[2892] Paulus Diaconus, de Gest. Langobard., lib. 2, cap. 32.

[2893] Marius Aventicensis, in Chron.

[2894] Gregor. Turonensis, lib. 4, cap. 6. Paulus Diaconus, lib. 3, cap. 1.

[2895] Gregor. Turonensis, lib. 4, cap. 42.

[2896] Gregor. Turonensis, lib. 4, cap. 44.

[2897] Evagr., lib. 5, cap. 14.

[2898] Mabillon, Annal. Benedictin.

Anno di CRISTO DLXXVI. Indizione IX.

BENEDETTO I papa 3. GIUSTINO II imperadore 12. TIBERIO COSTANTINO cesare 3.

L'anno X dopo il consolato di GIUSTINO AUGUSTO.