Annali d'Italia, vol. 2 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750

Part 87

Chapter 873,441 wordsPublic domain

Nel settembre di quest'anno cominciò a correr l'_Indizione III_, e per conseguenza nel novembre susseguente fu posta questa iscrizione. Ora dicendosi ivi che quest'anno è il _terzo dopo il consolato di Giustino Augusto_, necessariamente il consolato stesso, secondo l'uso degli antichi, s'ha da mettere nell'anno 566, come immaginò il cardinal Baronio, e non già nell'anno 567, come pretese il padre Pagi. Di qui ancora impariamo, come già s'erano introdotti in Italia i monisteri delle sacre vergini, e che aveano le loro badesse sotto la regola di san Benedetto. Di questo monistero non ebbe notizia il padre Mabillone. Venendo ora ai fatti d'Italia, dico, con dispiacere, che non abbiamo un filo sicuro per ben distinguere i tempi dell'imperio dei Longobardi in Italia, perchè Paolo Diacono neppur egli l'ebbe, e a lui parimente mancarono molte notizie di questi tempi. Tuttavia, benchè il Sigonio differisca fino all'anno presente la conquista della provincia veneta, a me nulladimeno è sembrato più probabile, per le ragioni addotte, che si abbia essa a riferire all'anno precedente. Nel presente attese, a mio credere, il barbaro re a tor di mezzo l'impedimento ai suoi passi di _Mantova_. Non ne parla il suddetto storico; ma andando innanzi, scorgeremo che quella città venne in suo potere, e verisimilmente quest'anno, al contrario di _Cremona_ che si sostenne. _Trento_ ancora, colla sua provincia, o in questo o nel precedente, si sottomise all'armi de' Longobardi, e la stessa disavventura provarono le città di _Brescia_ e di _Bergamo_, senza apparire se la forza dell'armi o il solo timore le inducesse ad aprire le porte. Altrettanto è da dire di _Milano_. Sappiamo solamente di certo, attestandolo Paolo Diacono[2854], che _Alboino_ entrò in questa città (già rimessa in piedi per cura di Narsete) nel dì 3 settembre _indictione ingrediente tertia_, e per conseguente nel presente anno 569, in cui nel dì primo di esso mese cominciava a correre _l'indizione terza_. Dal conquisto di questa nobil città vo in conghietturando che Paolo Diacono cominciasse a numerar gli anni del regno di Alboino. Ora _Onorato_ arcivescovo di essa città, o prima che v'entrassero i Longobardi, o dappoichè vi furono entrati, se ne fuggì a Genova. Non c'è sufficiente autorità per credere ch'egli, dopo aver consigliata la resa della città, oppresso dal dolore di vederla saccheggiata contro i patti, se ne partisse, come ha creduto taluno. Landolfo seniore[2855], storico milanese del secolo undecimo, descrive questo saccheggio con tanti anacronismi e spropositi, che neppur nella sostanza merita fede. Questa disgrazia di Milano, se fosse vera, l'avrebbe saputa e notata Paolo Diacono, tanto più antico di Landolfo. Quando poi si ammetta ciò che gli antichi cataloghi degli arcivescovi di Milano, pubblicati dal padre Papebrochio e Mabillone, e da me nella seconda parte del tomo primo _Rerum Italicarum_, scrivono di esso Onorato, cioè ch'egli solamente _due anni_ governasse la Chiesa milanese: converrà dire che egli poco dopo la sua andata a Genova mancasse di vita come osservò il Sassi bibliotecario dell'Ambrosiana[2856]. Quello poi che specialmente è degno d'osservazione, e risulta da una lettera di san Gregorio Magno[2857], scritta a _Costanzo_ arcivescovo parimente di Milano, si è che _Lorenzo juniore_ fu eletto successore di Onorato in Genova dal clero e da molti nobili e cittadini milanesi, i quali per timore de' Barbari s'erano colà ritirati, come lo stesso san Gregorio attesta in un'altra lettera[2858]. Dall'antica tradizione de' Milanesi si ha che in Milano dagli scismatici fosse eletto nello stesso tempo arcivescovo un _Frontone_, intorno al quale abbiamo un favoloso racconto del suddetto Landolfo storico di quella città. Ma _Lorenzo_ legittimo pastore, affine d'essere approvato dal papa, fu obbligato ad inviare a Roma una carta di assicurazione, in cui accettava il concilio quinto generale, e condannava i tre capitoli. Questa carta fu sottoscritta dai più nobili fra i Romani, _inter quos ego quoque_ (aggiugne il santo pontefice) _tunc urbanam praeturam_ (_praefecturam_ ha un altro testo) _gerens, pariter subscripsi_: importante notizia che comincia a farci conoscere questo insigne pontefice, da cui tanto splendore s'accrebbe dipoi alla santa Chiesa romana, e che circa questi tempi in abito secolare esercitava la pretura o prefettura di Roma.

Dappoichè Alboino fu divenuto padron di Milano, le soldatesche longobarde si stesero per tutta la Liguria, e la ridussero quasi tutta alla loro ubbidienza. Secondo l'uso di questi tempi, diverso da quel de' Romani, questa provincia portava il nome di Liguria, ed abbracciava allora Milano, Pavia, Novara, Vercelli, quello che oggidì chiamiamo Monferrato, il Piemonte e tutta la riviera di Genova. Ed appunto abbiamo da Paolo Diacono che le città marittime, come Genova, Albenga, Savona (se pur questa è delle antiche città), Monaco ed altre per allora tennero saldo contra l'empito de' Longobardi. Ma soprattutto la città di _Ticino_, ossia di _Pavia_, sì per le buone sue fortificazioni, come pel numeroso presidio romano e pel coraggio de' cittadini, si mostrò alienissima dall'accettare il giogo dei Longobardi. Però Alboino, a cui sopra ogni altra cosa premeva il conquisto di quella città, ne intraprese l'assedio, portandosi con parte dell'esercito dal lato occidentale, dov'è ora il monastero di san Salvatore. L'altra parte passò a saccheggiar varii paesi, con penetrare anche di là dall'Apennino verso il Genovesato, ma senza poter mettere piede in quelle città, siccome abbiam detto. A queste calamità della Liguria, nel presente anno, s'aggiunse una terribil carestia, succeduta all'abbondanza dell'anno precedente. Intanto non resta memoria che _Giustino_ imperadore, principe riuscito alla pruova troppo debole per sostenere il peso d'un grande imperio, soccorresse a bisogno dell'opressa Italia. Abbiamo bensì da Menandro Protettore[2859] una notizia che non si dee ommettere: cioè che esso Augusto _circa il fine del quarto anno del suo imperio_ (e però nel presente anno, perchè il quarto ebbe principio nel dì 14 di novembre dell'anno precedente) _ne' primi giorni d'agosto_, inviò un'ambasciata ai _Turchi_, che una volta erano chiamati _Saci_. Era allora principe di quella nazione _Disabolo_, portante anch'egli il titolo di _Cagano_, titolo parimente usato, siccome dicemmo, dal principe degli Avari, con intendersi perciò che questo era nome non proprio, ma di dignità. Ora i _Turchi_ si contavano anch'essi fra le nazioni della Tartaria. _Hunni, quos Turcos nucupamus_, dice Teofane[2860] all'anno 571. Plino[2861], se pure non è guasta ne' suoi testi quella lezione, mostra che anche a' suoi dì erano conosciuti i _Turchi_. E v'ha taluno che sospetta avere infino Erodoto avuta notizia di questo popolo. Comunque sia, certo è che nel secolo, di cui ora trattiamo, era esso celebre nella Tartaria, e, per testimonianza di Menandro, potentissimo. E ciò vien confermato da Evagrio[2862], là dove scrive che gli Unni _Avari_, non potendo resistere alla possanza e fierezza de' _Turchi_ lor confinanti, furono obbligati a mutar paese; eppure parla di quegli stessi Avari che abbiam già veduti divenir padroni del Sirmio, della Dacia e della Pannonia, con giugnere dipoi a tanta possanza, che fecero tremar l'Italia tutta, siccome vedremo. Ho voluto far menzione dell'antichità e della forza e nazion de' _Turchi_, perchè costoro in fine son quegli stessi che, dopo il mille, fondarono nell'Asia e poscia dilatarono per l'Europa e per l'Africa quella sterminata monarchia, nemica del nome cristiano, che da tanti secoli si sostiene in piedi, ma pareva che negli anni addietro si andasse accostando secondo l'uso delle umane cose, alla sua rovina: e pure non è così.

NOTE:

[2854] Paulus Diaconus, de Gest. Langob., lib. 2, cap. 25.

[2855] Landulphus Senior, in Chron., tom. 4 Rer. Ital.

[2856] Saxius, in Notis ad Sigonium de Regno Italiae.

[2857] Gregor. M., lib. 4, ep. Edition Benedictin.

[2858] Greg. M., lib. 2, ep. 30.

[2859] Hist. Byz., tom. 1, pag. 151.

[2860] Theoph., in Chronogr.

[2861] Plin., lib. 6, cap. 7.

[2862] Evagr., l. 5, cap. 1 et 2.

Anno di CRISTO DLXX. Indizione III.

GIOVANNI III papa 11. GIUSTINO II imperadore 6. ALBOINO re 2.

L'anno IV dopo il consolato di GIUSTINO AUGUSTO.

Seguitò in quest'anno il re _Alboino_ ad assediare la città di Pavia. Intanto la maggior parte de' suoi si stese a conquistar quanto paese potè e a saccheggiar quanto loro veniva alle mani. In questi tempi, se non prima, s'impadronirono essi della maggior parte dell'Emilia, cioè di Tortona, Piacenza, Parma, Reggio e Modena. Si avanzarono questi Barbari per la Toscana; presero Spoleti, e tutta o quasi tutta l'Umbria, e forse alcuna delle città oggidì costituenti la Marca d'Ancona[2863]. Roma con alcune città circonvicine, si conservò all'ubbidienza dell'imperadore; e _Longino_ esarco difese anch'egli Ravenna con alcune o con tutte le città della Flaminia. Tanto avanzamento dell'armi longobardiche viene attribuito da Paolo Diacono all'aver que' Barbari trovata l'Italia in una somma debolezza a cagion della peste precedente che avea spogliato di tanti abitatori le città e campagne, e dell'orribil carestia che tuttavia si facea sentire per tutta l'Italia. Perciò non vi era chi potesse resistere, massimamente contra sì gran moltitudine di Barbari, e tanto più perchè da Costantinopoli non veniva soccorso alcuno. Mancò di vita circa questi tempi, per quanto crede il cardinal Baronio, nell'anno antecedente, com'è più probabile, _Paolino_ I, arcivescovo di Aquileia, cioè quegli che cominciò lo scisma della sua Chiesa e de' vescovi suoi suffraganei contro la sede apostolica, opponendosi al sentimento della Chiesa universale, coll'impugnare dei decreti del concilio quinto generale. Egli è chiamato _patriarca_ da Paolo Diacono; ma non sappiam di certo che egli fosse il primo ad arrogarsi questo titolo grandioso. Certo si trova dai suoi successori usato un tal distintivo dagli altri arcivescovi d'Occidente. Ed è ben vero che, siccome osservammo nell'anno 532[2864], Atalarico re dei Goti col nome di _patriarchi_ disegnò i metropolitani, e si trovava dato questo titolo anche ad altri arcivescovi; ciò non ostante, è sembrato ad alcuni[2865] che gli arcivescovi aquileiensi scismatici assumessero ambiziosamente questo titolo per mostrare un'indipendenza dai romani pontefici: titolo continuato dipoi per connivenza anche ne' successori cattolici, e non solo ne' vescovi di Aquileia oggidì abitanti in Udine, ma in quelli ancora di Grado, che furono una sezione della chiesa aquileiense, la dignità de' quali ultimi fu poi nel secolo decimoquinto, trasferita nei vescovi di Venezia. Ma intorno a questa disputa è da vedere quanto ha scritto il padre de Rubeis[2866] dell'ordine dei Predicatori. Ed ancor qui può parere che il cardinal Baronio, fuor di tempo, faccia da interprete dei giudizii di Dio, quasichè Dio in vendetta di questi scismatici (parla di Aquileia e di Milano) chiamasse in Italia la gente fiera de' Longobardi, e consumasse e divorasse le loro diocesi colle spade di que' Barbari crudeli, quando all'incontro Roma restò intatta dal furor di costoro. Ma per disgrazia tutto il contrario avvenne. Non si sa che i vescovi e popoli scismatici patissero tante calamità, quante ne immagina il padre degli Annali ecclesiastici. Anzi, siccome osservò il cardinal Noris[2867], più orgogliosi divennero da lì innanzi, e si fortificarono maggiormente nel lor scisma i vescovi prevaricatori sottoposti al dominio longobardico, perchè non più temevano del braccio secolare di chi comandava in Roma. E, per lo contrario, furono messi a sacco tanti altri paesi d'Italia e disfatte tante città, ch'erano ubbidientissime al romano pontefice. Nè fu già presa Roma dai Longobardi, pure patì anche essa innumerabili insulti e danni da que' Barbari, come abbiamo da san Gregorio Magno e da altre memorie di questi tempi. Oltre di che lo stesso Baronio[2868] riconosce gl'imperadori d'Oriente, allora padroni di Roma, _quibusvis Barbaris adversus Romanos truciores_. Or veggasi, come ben cammini il volere con tanta facilità entrare ne' gabinetti di Dio. Abbiamo poi da Agnello Ravennate[2869], che nell'anno V di Giustino secondo, principalmente spettante all'anno presente, fu spaventosamente afflitta l'Italia tutta dalla pestilenza dei buoi. Il che vien confermato da Mario Aventicense[2870], con aggiungnere che perì anche una gran quantità di persone da dissenterie e vaiuoli.

NOTE:

[2863] Paulus Diaconus, de Gestis Langob., lib. 2, cap. 26.

[2864] Cassiod., lib. 9, epist. 15.

[2865] Du-Chesne Scriptor. Rer. Franc., tom. 1, pag. 874.

[2866] De Rubeis, Dissert. et Monum. Ecclesiae Acquilejensis.

[2867] Noris, Dissertat. de Synodo V cap. 9, §. 3.

[2868] Baron., Annal. Eccl. ad ann. seq. 571.

[2869] Agnell., in Vita Petri Senioris, tom. 2 Rer. Italic.

[2870] Marius Aventicensis, in Chron.

Anno di CRISTO DLXXI. Indizione IV.

GIOVANNI III papa 12. GIUSTINO II imperadore 7. ALBOINO re 3.

L'anno V dopo il consolato di GIUSTINO AUGUSTO.

Continuò ancora nell'anno presente il re _Alboino_ l'assedio di Pavia. Potrebbe poi essere che circa questi tempi seguisse ciò che narra il suddetto Agnello[2871], con dire, che dopo avere i Longobardi fatte delle scorrerie in Toscana fino a Roma, diedero alle fiamme _Pietra Pertusa_, fortezza inespugnabile, in questi tempi, e nominata più volte da Procopio. Era situata questa presso il fiume Metauro di sotto da Urbino sopra un sasso scosceso. Aggiugne il medesimo autore, che impadronitisi i Barbari anche del _Foro di Cornelio_, città detta Flamina, la fortificarono a tutto lor potere. Questa dal castello ivi fabbricato, che per testimonianza di Paolo Diacono, fu appellato _Imola_, prese poi il nome che, ha tuttavia. Ma s'è così, par ben difficile a credere che i Longobardi si lasciassero addietro la città di Bologna senza impadronirsene. Alcuni scrittori moderni rapportano la suddetta edificazion d'Imola ai tempi di Clefo successor d'Alboino; ma neppur essi hanno pruove sicure di questo tempo. Non è improbabile (e pare che Leone Ostiense ve lo additi) che circa questi medesimi tempi i Longobardi, conquistato _Benevento_ colla maggior parte di quel che ora si chiama regno di Napoli, quivi fondassero l'insigne e vasto ducato di Benevento, con esserne creato primo duca _Zottone_. Questa opinione piacque a Scipione Ammirato, e fu insinuata dal padre Antonio Caracciolo, fondandola eglino sull'aver detto Paolo Diacono, che questo Zottone tenne quel ducato per lo spazio di vent'anni, combinando poi tal asserzione colla cronologia de' susseguenti duchi. Nondimeno il vero è che neppur Paolo Diacono ben conobbe il principio del ducato beneventano. E però tanto meno è a noi permesso di scoprirlo con certezza, mancandoci tante storie ed aiuti, che pure restavano a' tempi di Paolo. Che se Camillo Pellegrino[2872] credette e volle far credere che i Longobardi, venuti in aiuto di Narsete contra de' Goti, avessero piantate le fondamenta di questo ducato, a me non sembra degna una tal opinione di quel cospicuo letterato, sì occhiuto in tanti altri punti di storia quale egli fu. Si sa che Narsete cacciò tosto fuori d'Italia gli ausiliarii Longobardi, perchè troppo maneschi e rapaci. Godeva in questi tempi una tollerabil pace l'imperio d'Oriente, benchè governato da _Giustino_, principe di poca levatura, e che sembra aver troppo negligentate le cose d'Italia. Per poca avvertenza di lui, o de' ministri suoi, come s'ha da Evagrio[2873] e da Teofilatto[2874] istorici, si ruppe la pace fra i Greci e i Persiani, con insorgere una guerra funestissima, la quale per venti anni durò, e riuscì un seminario di calamità per le provincie poste fra i due avversarii imperii.

NOTE:

[2871] Agnell., ibidem.

[2872] Peregrinus, in Dissert. de origin. Ducat. Beneventani.

[2873] Evagr., lib. 5, cap. 7.

[2874] Theophilactus, lib. 3, cap. 8.

Anno di CRISTO DLXXII. Indizione V.

GIOVANNI III papa 13. GIUSTINO II imperadore 8. ALBOINO re 4.

L'anno VI dopo il consolato di GIUSTINO AUGUSTO.

L'assediata città di Pavia si sosteneva tuttavia contra del furore de' Longobardi; ma potrebbe essere ch'ella si rendesse ai medesimi verso il fine del presente anno, perchè ignoriamo il tempo in cui fu dato principio a quell'assedio. Paolo Diacono[2875] attesta ch'esso durò _per tre anni ed alquanti mesi_. Se nel settembre dell'anno 569 avessero cominciato i Longobardi a stringerla, verisimil sarebbe la sua caduta nel cadere di questo anno. Sia ad altri lecito il differirla ai primi mesi del seguente. Abbiamo dunque dal suddetto Paolo che quella città, dopo sì lunga ed ostinata difesa, finalmente per mancanza di viveri aprì le porte ad _Alboino_. Nel voler egli entrare per la porta orientale di san Giovanni, sotto d'essa gli cadde il cavallo; nè questo si voleva rizzare, per quanto il re adoperasse gli sproni, e il suo cavallerizzo colla frusta il percotesse. Allora uno dei suoi uffiziali, persona timorata di Dio, gli disse: _Ah, signore, vi sovvenga che giuramento abbiate fatto. Guastatelo, ed entrerete nella città. Questo povero popolo è popolo cristiano_. Il giuramento, dianzi fatto da Alboino in collera, era di mettere a fil di spada tutti i Pavesi, perchè non s'erano in tanto tempo voluti mai rendere. Ritrattollo Alboino, ben conoscendo che all'adempimento d'esso non era tenuto; ed allora, balzando tosto in piedi da sè il destriero, entrò il re nella città senza far male ad alcuno, e andò a stanziare nel palazzo già fabbricato dal re _Teoderico_. Tornato intanto il cuore in corpo ai cittadini, concorsero tutti a ringraziarlo e a riconoscerlo per loro principe. Ancor qui merita d'esser osservata la clemenza d'Alboino, tuttochè barbaro. Se si avesse a prestar fede a Mario Aventicense[2876] poco avrebbe goduto il re Alboino della sua terrena felicità, scrivendo egli che nell'anno presente, correndo la _indizione quinta_, seguì la sua morte. Anche l'abbate Biclariense[2877] sembra del medesimo parere. Ma il cardinal Baronio, anticipando ancora questo tempo, fa terminare la vita di Alboino nell'anno precedente 571, fondandosi sulle parole di Paolo, che scrive essere durato il regno d'Alboino _per tre anni e sei mesi_, e deducendo questi tre anni e mesi sei dall'ingresso de' Longobardi in Italia, cioè dall'anno 568. Perchè noi tutti ci troviamo qui nel buio, ed in ogni sentenza occorrono delle difficoltà; però è permesso a ciascun di seguitar l'opinione che gli sembra più verisimile. Quanto a me, rapporterò all'anno seguente la morte d'esso re, che certo non può essere accaduta nell'anno 571, come si figurò il Baronio, quantunque paia assistere alla di lui opinione il suddetto Mario, che posticipa d'un anno altri avvenimenti, d'allora, e sia per lui Agnello Ravennate, le cui parole riferirò fra poco.

NOTE:

[2875] Paulus Diaconus, de Gestis Langob., lib. 2, cap. 27.

[2876] Marius Aventicensis, in Chron.

[2877] Abbas Biclariensis, in Chron.

Anno di CRISTO DLXXIII. Indizione VI.

GIOVANNI III papa 14. GIUSTINO II imperadore 9. CLEFO re 1.

L'anno VII dopo il consolato di GIUSTINO AUGUSTO.

Mette il cardinal Baronio nell'anno precedente la morte di papa _Giovanni III_, per avere anticipato di un anno la sua creazione. Pretende il padre Pagi[2878], a cui tengo dietro anch'io, ch'egli compiesse la carriera del suo pontificato e della sua vita nell'anno presente a dì 13 di luglio. Dopo la di lui morte restò vacante gran tempo la cattedra di san Pietro, nè in quest'anno fu eletto altro papa; o, se fu eletto, non venne consecrato: segno che Roma dovea trovarsi in grandi angustie e confusioni, a cagione de' Longobardi, i quali infestavano i suoi contorni, ed arrivarono talvolta fino alle porte di essa città. Ma troppo scarse son pervenute a noi le notizie degli avvenimenti funesti di questi tempi. Paolo Diacono ne seppe poco anch'egli: eppure non abbiam se non lui che ci abbia conservata qualche memoria d'allora, ma senza distinguere gli anni, di maniera che per istabilire il tempo preciso di que' pochi fatti che restano, bisogna camminare a tentone. Ora dico che verisimilmente nell'anno presente, oppure nel susseguente, succedette la morte del re _Alboino_. Non abbiamo altro lume per assegnar questo tempo, se non le poche parole di Paolo Diacono, che scrive aver egli regnato in Italia _tre anni e sei mesi_. Dopo aver noi veduto ch'egli solamente nel settembre dall'anno 569 entrò in Milano, e spese _tre anni e qualche mese_ per ridurre alla sua ubbidienza Pavia, non resta luogo a credere ch'egli fosse levato di vita nell'anno 571, come s'avvisò di dire il cardinal Baronio, perchè sarebbe morto prima d'aver preso Pavia. Difficilmente ancora per la medesima ragione si può fissar la sua morte nell'anno 572. Mario Aventicense e l'abbate Biclariense, citati dal padre Pagi per tale opinione, han troppo slogate l'ossa in questi tempi. Di Mario lo confessa lo stesso Pagi. E il Biclariense, mettendo la morte di _Cunimondo_ re dei Gepidi un anno prima della morte del re Alboino, fa conoscere quanto poco sia da fidarsi di lui ne' fatti de' Longobardi. Il Sigonio poi lo rapporta all'anno 574, e concorre nel medesimo parere il padre Pagi, con allegare Ermanno Contratto[2879] e Sigeberto[2880], che appunto ne parlano a quell'anno. Anzi dic'egli che niuno meglio d'esso Ermanno ha inteso quello che volle dir Paolo Diacono, notando all'anno 571 la resa di _Pavia_, ed aggiugnendo che Alboino _sedem ibi regni statuens tres annos et sex menses in Italia regnavit_. Ma questo non può sussistere, cioè che dalla presa di Pavia cominciasse l'epoca del regno di Alboino, essendo per le cose dette chiaro che non potè quella città venire alle mani de' Longobardi nell'anno 571, e su tal supposto sarebbe morto Alboino nel 575, o nel 576. Ermanno ci dà anche la morte di Sigeberto re de' Franchi in esso anno 574; eppure il padre Pagi, e la corrente de' letterati il fa morto nell'anno 575. Quanto allo storico Sigeberto, a cui dà tanta autorità il padre Pagi, che vuole s'abbiano a correggere gli errori di Paolo Diacono con quanto lasciò scritto esso Sigeberto, strana è questa pretensione. Nè Sigeberto nè Ermanno Contratto ebbero davanti agli occhi, in iscrivendo de' Longobardi, se non l'unico Paolo Diacono. E di sopra all'anno 551 vedemmo rapportata, con solenne errore, da esso Sigeberto la morte di Alboino re de' Longobardi all'anno 543.