Annali d'Italia, vol. 2 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750

Part 85

Chapter 853,249 wordsPublic domain

Era già pervenuto _Giustiniano_ Augusto all'età di circa ottantatrè anni, tempo in cui dovea più che mai pensare ad assicurarsi quella vera e beatissima gloria che i buoni cristiani aspettano dopo la morte, e non la vana e fugace di questa vita. Pure, amando tuttavia di comparire maestro di teologia, e sedotto da qualche eretico suo favorito, volle ingerirsi di nuovo in decider quistioni riguardanti la dottrina della fede, con formare, per attestato di Teofane[2811], sul principio del corrente anno, un editto, in cui dichiarava incorruttibile e non soggetto alle naturali passioni il corpo del nostro Signor Gesù Cristo avanti la sua resurrezione; la qual sentenza era, ed è, opposta alla credenza della Chiesa cattolica. Perchè _Eutichio_, piissimo e santo patriarca di Costantinopoli, non volle sottoscrivere quest'empia decisione, sacrilegamente il fece deporre, e cacciollo in esilio. Quindi mosse una persecuzione contra tutti gli altri vescovi che ricusavano di consentire con lui, fra' quali specialmente fu _Anastasio_ patriarca di Antiochia. Era l'ingannato imperadore in procinto di bandirli tutti, e di pubblicare un così scandaloso editto, quando stanca la pazienza di Dio il chiamò a render conto dell'amministrazione sua, siccome abbiamo da Evagrio[2812], da Teofane, dall'autore della Miscella e da altri storici. Accadde la sua morte nel dì 13 o pure nel 14 di novembre del presente anno; e quantunque l'autore della Cronica Alessandrina, Mario Aventicense, Vittor Tunonense ed altri antichi la mettano nell'anno seguente 566, tuttavia, per le ragioni addotte dai cardinali Baronio e Noris, dal padre Pagi e da altri, siamo astretti ad abbracciar l'opinione che ascrive al presente anno il fine della di lui vita. Lasciò questo imperadore dopo di sè una memoria che non verrà mai meno, finchè dureranno fra i professori delle leggi i libri da lui pubblicati della giurisprudenza romana, e finchè la storia parlerà delle sue grandi imprese. Unironsi in lui molte virtù, ma contrappesate, anzi superate, da varii vizii e difetti, che, vivente lui, afflissero non poco i suoi sudditi, massimamente per gli eccessi suoi in materia di religione, e per gli aggravii e per le incredibili estorsioni lor fatte, e che non sono dissimulate dai vecchi scrittori. Chi prestasse fede alla Storia secreta di Procopio, uscita alla luce dopo gli Annali ecclesiastici del Baronio, Giustiniano sarebbe stato un mostro. Ma quella, per vero dire, è un'invettiva dettata da una strabocchevol passione, e in molti capi indegna di credenza, arrivando egli fino a scrivere che Giustiniano fosse un negromante, che non dormisse, che passeggiasse col busto senza capo, che fosse figliuolo del diavolo, e veduto sedere in maestà in forma di Satanasso: tutte scioccherie sconvenevoli ad un Procopio, cioè ad uno dei più nobili e saggi storici che ci abbia dati la Grecia. Racconta ancora cose nefandissime di Teodora Augusta prima ch'ella giugnesse alle nozze con Giustiniano, ed anche dipoi, le quali, procedendo da penna cotanto appassionata, non si debbono con tanta facilità tener per vere. Alcuni mesi prima che Giustiniano mancasse di vita, cioè nel mese di marzo, secondochè abbiamo da Teofane[2813], diede fine a' suoi giorni anche _Belisario_ patrizio. Giustiniano, che nel prendere la roba altrui non badava a scrupoli, occupò tutte le di lui facoltà, e le fece riporre nel suo erario, che si conservava nel palazzo di Marina, già figliuola dell'imperadore Arcadio. Benchè Giustiniano lasciasse dopo di sè due suoi pronipoti dal lato paterno, cioè _Giustino_ e _Giustiniano_, figliuoli di _Germano_ patrizio, nipote d'esso imperadore; tuttavia, o perchè egli altrimenti dispose nel suo testamento, o perchè così piacque al senato, ebbe nel dì 14 di novembre per successore nel trono imperiale _Giustino_ juniore, ossia secondo di questo nome, figliuolo di _Dolcissimo_ e di _Vigilanzia_ sua sorella, al quale egli dianzi avea conferita la dignità cospicua di curopalate, cioè di soprantendente al palazzo cesareo. Questi sul principio parve principe d'animo generoso, e che non gli mancasse destrezza ed abilità per gli affari; ma, andando innanzi, tradì l'espettazione comune. Godeva soprattutto di fabbricare; in tutto e per tutto professò sempre la religione cattolica; ornò e dotò riccamente molte chiese edificate da Giustiniano, e massimamente il mirabil tempio di santa Sofia. Le lodi si veggono cantate in un poema latino da _Corippo_ poeta africano di questi tempi. Solennemente coronato imperadore, dichiarò imperadrice Augusta _Sofia_ sua moglie, e fecela coronare anch'essa. Una delle sue più gloriose imprese, narrata da esso poeta, fu quella di pagar tutti i debiti di Giustiniano, e di restituire il mal tolto da lui. Innumerabili concorsero i creditori e gl'ingiustamente aggravati. A tutti in pubblico fu fatta giustizia e restituito il suo, di maniera che il circo risplendeva per l'oro che in tal congiuntura si distribuì. Non ci vuol di più per accertarsi dell'immensa avarizia e rapacità di sì glorioso imperadore, quale è tenuto Giustiniano, facendo anche fede, dopo Evagrio, Giovanni Zonara[2814], con dire ch'egli _per fas et nefas_ non cessò mai di succiare il sangue de' suoi popoli, per far poi delle chiese e delle altre fabbriche coll'altrui danaro, e per appagare ogni suo capriccio colla rapina della roba altrui.

NOTE:

[2811] Theoph., in Chronogr.

[2812] Evagr., lib. 4, cap. 40.

[2813] Theoph., in Chronogr.

[2814] Zonar., in Chron.

Anno di CRISTO DLXVI. Indizione XIV.

GIOVANNI III papa 7. GIUSTINO II imperadore 2.

_Console_

GIUSTINO AUGUSTO, senza collega.

Seguito io qui il cardinal Baronio, da cui vien posto _Giustino_ Augusto console nelle calende di gennaio dell'anno presente, e non già il padre Pagi, che mette il consolato preso da esso imperadore nell'anno susseguente 567. I motivi di così credere gli addurrò appunto nel seguente anno. Sotto l'Indizione XIV corrente nell'anno presente racconta Mario Aventicense[2815] che _Sinduvala_, erulo, cominciò ad esercitare la tirannia, e che fu ucciso da _Narsete_ patrizio. Potrebbe essere che questo fatto appartenesse all'anno precedente, perchè Mario all'anno medesimo rapporta la morte di Giustiniano Augusto. Comunque sia, di questo avvenimento fa anche menzione Paolo Diacono[2816], con iscrivere che _Sindualdo re de' Bretti_ (probabilmente è scorretto questo nome), discendente da quegli Eruli che Odoacre avea menato seco in Italia, e qui si erano accasati, dopo aver fedelmente servito per gran tempo a Narsete governator dell'Italia, e ricevutane la ricompensa di molti onori e benefizii, superbamente in fine gli si ribellò per voglia di regnare. Bisognò condurre contra di lui l'armata, e venire a battaglia. In essa egli restò sconfitto e preso. Narsete, per maggiormente esaltarlo, il fece impiccare per la gola ad un'alta trave. Dove costui comandasse, e dove seguisse questa battaglia, è a noi ignoto. Continua poscia Paolo Diacono a dire che in quel tempo Narsete patrizio per mezzo di _Dagisteo_ generale dell'armi, uomo bellicoso e forte, divenne padrone di tutti i confini d'Italia, probabilmente verso i monti che dividono l'Italia dalla Gallia, o dall'Alemagna, dove Sindualdo pare che avesse comando in questi tempi sopra i suoi Eruli. Dopo questo fatto mi sia lecito il far qui menzione della terribilissima peste che afflisse, e poco mancò che non desertasse l'Italia tutta. L'anno preciso non si sa. Paolo Diacono[2817] la mette circa questi tempi, nei quali mancò di vita Giustiniano imperadore. Infierì essa spezialmente nella Liguria; e san Gregorio Magno[2818] anch'egli attesta che questo malore recò del gran danno a Roma. Tanta fu la strage de' popoli, che restarono in molti luoghi disabitate affatto le campagne, nè vi era chi mietesse, nè chi raccogliesse le uve. Venuto poi il verno, si sentiva per l'aria di notte e di dì un suono di trombe, e a molti pareva d'udire il mormorio d'un esercito. Questa fiera pestilenza si provò solamente in Italia, nè passò in Alemagna nè in Baviera, e servì di preludio alle calamità che Dio preparava per l'Italia. Dissi di sopra all'anno 551 che il padre Pagi non prese ben le sue misure, mettendo in quell'anno il fine del regno dei _Gepidi_, mercè della gran rotta loro data da _Alboino_ re de' Longobardi. In quest'anno ripongo io quello avvenimento, avendone mallevadore Menandro Protettore[2819], storico del presente secolo, al cui racconto non fece mente esso Pagi. Racconta dunque Menandro ne' suoi frammenti, che assunto all'imperio _Giustino_ juniore, gli _Avari_, cioè gli Unni, che aveano posto il lor nido in quella che oggidì appelliamo Moldavia, gli spedirono ambasciatori per dimandargli i regali annui che Giustiniano imperadore per pusillanimità solea loro inviare, e per far pruova se poteano guadagnare di più; e veramente parlarono con insolenza a Giustino. Questa ambasceria è narrata medesimamente da Corippo; anzi da lui intendiamo che seguì sette giorni dopo la coronazione di esso Augusto, e però nel novembre del precedente anno. Giustino rispose con maggiore altura di non voler loro pagar un soldo, nè donar cosa alcuna; che se si arrischiassero di fare i begli umori contra dell'imperio romano, farebbe lor vedere chi era un imperador de' Romani; e che si contentassero, se li sopportava nel suo paese, perchè questo era il più gran regalo che potesse lor fare. Se n'andarono costoro con coda bassa, credendo forse che Giustino fosse da tanto da accompagnar la bravata coi fatti, e si voltarono verso il paese de' _Franchi_. Soggiugne il medesimo autore, cioè Menandro, ch'era pace e lega fra essi Avari e i Franchi[2820]. Ora _Boiano_, duca, ossia re degli Avari, appellato ancora _Cagano_ (cognome di dignità, perchè usato dagli altri re di questa schiatta d'Unni, che vennero poi padroni dell'Ungheria), fece sapere a _Sigeberto_, re de' Franchi, che il suo esercito abbisognava di viveri, e però il pregava di soccorso, promettendogli di ritirarsi fra tre giorni, se gli faceva questa grazia. Sigeberto non tardò a mandargli una buona quantità di buoi, pecore e grani. Certo è che il regno d'Austrasia posseduto da Sigeberto comprendeva la Svevia, parte della Sassonia e la Turingia e la Baviera. Di là dal Danubio senza fallo andarono gli Avari a trovare i Franchi.

Seguita a dire Menandro che in questi tempi _Alboino_ re de' Longobardi, sempre meditando come potesse abbattere _Cunimondo_ re de' Gepidi, con cui aveva una capitale dichiarata nimicizia, mandò ambasciatori a _Boiano_ re degli Avari, per istabilire seco una lega contra dei Gepidi. Fra le altre ragioni gli addusse questa, cioè non muoversi egli sì ardentemente alla guerra contro dei Gepidi, se non per dannificare _Giustino_ imperadore, cioè il maggior nemico che s'avessero gli Avari, dappoichè _egli poco prima, niun conto facendo dei patti stabiliti con Giustiniano Augusto suo zio, avea privato gli Avari de' consueti regali_. Per conseguente, se si sterminavano i Gepidi, sarebbe facile l'occupar la Tracia e scorrere fino a Costantinopoli. Non dispiacque a Boiano la proposizione, e fu chiusa la lega con condizione che vincendo, tutto il paese de' Gepidi passar dovesse in dominio ad essi Avari; laonde questi collegati si prepararono alla guerra. Il re de' Gepidi _Cunimondo_, penetrata che ebbe questa macchina, ricorse all'imperadore Giustino, ma non potè indurlo a prestargli aiuto. S'è perduta la storia del suddetto Menandro Protettore, con restarne solamente de' frammenti, rapportati nel primo tomo della Storia bizantina, e però non si vede il proseguimento della gara suddetta fra i Gepidi e Longobardi, nè dello sterminio de' primi. Ma ne abbiamo abbastanza per intendere che non già nell'anno 551, come pretese il padre Pagi, ma sì bene nel presente 566 succedette il memorabil fatto d'armi tra loro, che viene accennato da Paolo Diacono[2821]. Narra anche egli la lega di Alboino con gli Unni, chiamati Avari, i quali furono i primi ad entrare ostilmente nel paese de' Gepidi. Da tal nuova costernato Cunimondo, si avvisò di dar prima battaglia ai Longobardi, perchè, se gli riusciva di averla favorevole, si prometteva poi facile il superare anche gli Unni. Gli fallirono i conti. Con tal ardire combatterono i Longobardi, che la fortuna si dichiarò in loro favore; e sì grande fu la rabbia loro, che non diedero quartiere ad alcuno, e fra gli altri vi lasciò la vita lo stesso re _Cunimondo_. Però la dianzi sì potente nazione de' Gepidi rimase disfatta; nè ebbe più re da lì innanzi, in guisa che a' tempi d'esso Paolo Diacono il resto dei Gepidi era sottoposto ai Longobardi, o pure agli Unni, cioè a' Tartari Avari, che occuparono in tal congiuntura il loro paese di là dal Danubio (ma non già il Sirmio, che si trova da lì innanzi posseduto dai Greci), e susseguentemente si stesero per la Pannonia, allorchè i Longobardi vennero in Italia. Aggiungne esso Paolo Diacono che della preda immensa toccata in sì prosperoso conflitto ai Longobardi tutti arricchirono. Oltre ancora ad una gran moltitudine d'ogni sesso ed età, che fu fatta schiava, venne alle mani del re Alboino _Rosmonda_, figliuola dell'ucciso re Cunimondo; e perchè era già mancata di vita _Clotsuinda_, figliuola di _Clotario_ re de' Franchi, sua prima moglie, passò egli alle seconde nozze con quest'altra principessa, ma per sua grande sventura, siccome vedremo. Giovanni abbate biclariense[2822] mette anche egli sotto l'imperadore Giustino II la disfatta de' Gepidi, benchè fuor di sito, e troppo tardi, con aggiungnere che i tesori del re _Cunicmondo_ (così egli lo chiama) furono interamente portati a Costantinopoli al suddetto imperadore da _Trasarico_ vescovo ariano, e da _Rettilane_ nipote d'esso re ucciso. Evagrio anch'egli scrive che i Gepidi consegnarono il Sirmio all'imperadore. Di sopra abbiam detto che gli Unni Avari andarono a far una visita ai Franchi, probabilmente verso la Turingia. Di questo fatto, ma con altre più importanti circostanze, ci lasciò memoria anche Gregorio Turonense[2823]. Narra egli che nell'anno 561, o pure nel susseguente, gli Unni fecero un'irruzione nelle _Gallie_, sotto il qual nome, abusivamente adoperato, è probabile ch'egli intendesse il dominio dei re franchi, steso per buona parte ancora della Germania. Contra di questi Barbari procedette colla sua armata il re _Sigeberto_, e fatta giornata con loro, li ruppe e mise in fuga. Non andò molto che per mezzo d'ambasciatori seguì fra loro pace ed amicizia. Secondo il medesimo autore[2824], tornarono dipoi gli Unni (cioè nell'anno presente, come ci avvertì Menandro Protettore) con pensiero di passar nelle Gallie, cioè ne' paesi di Germania sottoposti al re d'Austrasia Sigeberto. Questi andò loro incontro con un esercito composto di una gran moltitudine d'uomini forti. Ma nel voler attaccar battaglia, saltò addosso ai Franchi tal paura, parendo lor di vedere delle fantasime, che diedero alle gambe. Il buon Gregorio Turonense attribuisce ciò alle arti magiche degli Unni. Mentre fuggiva la sua armata, il re Sigeberto ritiratosi in un luogo forte, fu quivi serrato dagli Unni. Ma siccome egli era persona galante ed astuta, con dei regali si cavò fuori d'impaccio; anzi trattò e conchiuse in tale occasione con quei Barbari una pace perpetua; e il re degli Unni, chiamato Cagano, anch'egli inviò dipoi parecchi doni ad esso re Sigeberto. Il padre Daniello[2825], elegantissimo scrittore della Storia franzese, supplendo col suo ingegno ciò che tacquero gli antichi storici della Francia, qui rappresenta lo stesso re Sigeberto preso dagli Unni e condotto alla tenda del vincitore, dove, facendo comparire la costanza del suo spirito, mirabilmente incantò quel barbaro, ma insieme generoso principe. Questi impedì che non fosse messo a sacco il di lui equipaggio, e gliel fece rendere. Sigeberto, avendo trovato in esso di che fare i presenti al re degli Unni, seppe così ben guadagnarlo, che ne ebbe la libertà e una pace giurata per sempre. Queste particolarità io le cerco in Gregorio Turonense, in Fredegario, e non le ritrovo. Richiamò Giustino Augusto in quest'anno dall'esilio _Eutichio_ patriarca di Costantinopoli con sua lode. Ma fu ben egli altamente biasimato da ognuno per aver levata la vita a _Giustino_ figliuolo di _Germano_ patrizio, pronipote, come già dissi, di Giustiniano Augusto dal lato paterno. Il valore e il credito di questo personaggio, tutto che quieto e fedele, faceva ombra e paura a Giustino e a _Sofia_ Augusta sua moglie. Veggasi Evagrio[2826], da cui sappiamo che questo imperadore si diede alle delizie anche più oscene, e cominciò sordidamente a vendere le cariche e gli uffizii, e fino i vescovati a persone indegne. Fece anche morire _Eterio_ e _Addeo_, chiarissimi senatori, ma con giusta condanna, se fu vero che avessero tramato contro la di lui vita. Credesi ancora pubblicata da lui in quest'anno la novella 140 riferita nel Codice di Giustiniano, in cui concede che di comun consenso si possa sciogliere il matrimonio fra i coniugati: legge contraria agli insegnamenti della religione cattolica.

NOTE:

[2815] Marius Aventicensis, in Chron.

[2816] Paulus Diaconus, de Gest. Langobard., lib. 2, cap. 3.

[2817] Paulus Diaconus, de Gestis Langob., lib. 2, cap. 4.

[2818] Gregor. Magnus, Dialogor., lib. 4, cap. 26.

[2819] Histor. Byzant., tom. 1, pag. 101.

[2820] Hist. Byzant., tom. 1, pag. 110.

[2821] Paulus Diaconus, de Gest. Lang., lib. 1, cap. 27.

[2822] Abbas Biclariensis, in Chron.

[2823] Gregor. Turonensis, lib. 4, cap. 23.

[2824] Gregor. Turonensis, lib. 4, cap. 29.

[2825] Daniel, Histoire de France, tom. 1.

[2826] Evagr., lib. 5, cap. 1 et 2.

Anno di CRISTO DLXVII. Indizione XV.

GIOVANNI III papa 8. GIUSTINO II imperadore 3.

L'anno I dopo il consolato di GIUSTINO AUGUSTO.

Mette il padre Pagi console nel presente anno GIUSTINO Augusto. Si fonda egli ne' Fasti de' Maffei romani, da lui non veduti, ma citati dal Panvinio; siccome ancora sull'autorità di Mario Aventicense, che congiunge col consolato di Giustino la _Indizione XV_. Cita anche in suo favore Teofane. All'incontro i cardinali Baronio e Noris riferirono all'anno precedente 566 il consolato di Giustino Augusto, e la loro opinione sembra a me che sia da preferire a quella del p. Pagi. Corippo nel panegirico di Giustino imperadore ci fa sapere ch'egli, appena salito sul trono, disse di voler rinnovare la dignità del consolato:

_. . . . . . . . . . . . . nomenque negatum_ _Consulibus consul post tempora cuncta novabo._

Perchè dunque, secondo il solito dei precedenti novelli imperadori, non prese egli il consolato nel primo dì di gennaio dell'anno precedente, ed aspettò a prenderlo un anno dopo? Nè Mario Aventicense discorda dal Baronio, perchè nell'anno susseguente alla morte di Giustiniano, accaduta nel 565, rapporta il consolato di Giustino, e lo stesso padre Pagi confessa ch'egli pospone un anno i fatti d'esso Augusto. Quanto a Teofane, anch'egli sembra convenire nella medesima sentenza, mettendo la elezion di Giustino a dì 14 di novembre, correndo l'_Indizione XIV_, cominciata nel settembre. Poscia nell'anno susseguente scrive ch'egli procedette console, diede spettacoli, e sparse gran copia di danaro al pubblico. Io credo poi decisa una tal quistione da un'iscrizione che riferirò all'anno 569, di maniera che ho creduto di non poter qui per conto alcuno aderire al Panvinio e al Pagi. Del resto da lì innanzi gl'imperadori greci solevano eglino soli procedere consoli, e per una volta sola, contandosi poi i susseguenti anni colla formula del _post consulatum_, finchè essi viveano. Quali fossero i costumi di Giustino Augusto, l'ho poco fa accennato. Aggiungo ora che sua moglie, cioè _Sofia_, era donna superba, che, non contenta di voler anche ella comandare ai popoli, cercava anche la gloria di comandare al marito. Da questa ambiziosa principessa l'antichissima tradizione degl'Italiani tiene che procedesse la rovina della misera Italia. Seguitava _Narsete_ patrizio a governar quello regno, facendo in esso fiorir la pace. Per attestato di Mario Aventicense[2827], egli avea lodevolmente fatto risorgere Milano con varie altre città distrutte dai Goti. Ultimamente, ad istanza di papa _Giovanni_, gli era riuscito di aver nelle mani _Vitale_ vescovo di Altino[2828], uno degli scismatici, che fuggito a Magonza, città signoreggiata allora dai re de' Franchi, s'era quivi per molti anni trattenuto. Il rilegò in Sicilia, affinchè non nudrisse nel suo popolo la disubbidienza alla santa Sede. Ora Narsete aveva accumulate immense ricchezze in sedici anni del suo governo d'Italia. Queste gli faceano guerra, perchè troppo esposte all'invidia degl'Italiani, o forse anche perchè non tutte giustamente acquistate. Però in quest'anno egli fu richiamato a Costantinopoli, per dargli un successore. _Tertio anno Justini minoris imperatoris Narsis patricius de Ravenna evocitatus est_: son parole d'Agnello[2829], che circa l'anno 830 scrivea le Vite degli arcivescovi di Ravenna. Attesta anch'egli i tesori raunati da Narsete, con soggiungere: _Egressus est cum divitiis omnibus Italiae, et fuit rector XVI annis_. Anche Mario Aventicense mette la chiamata di Narsete, ma all'anno seguente.