Annali d'Italia, vol. 2 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750
Part 84
Secondo i conti del cardinal Baronio, diede fine nell'anno precedente alla vita e al pontificato papa _Pelagio_ primo di questo nome. Ma supponendo esso Baronio che il medesimo fosse fatto papa nell'anno 555, e riportando di poi il suo epitafio, da cui apparisce ch'egli tenne il pontificato _anni quattro, mesi dieci e giorni dieciotto_, e che fu seppellito _IV nonas martias_, ha ragione il padre Pagi di conchiudere che questo papa mancò di vita nel presente anno, ma non già nel dì primo di marzo, coll'essere stato portato nel dì seguente alla sepoltura, ma sì bene ch'egli nel dì 3 di marzo di esso anno 560 terminò i suoi giorni, e nel dì 4 del mese suddetto fu chiuso nell'avello, venendo le none di quel mese nel dì settimo. Tuttavia, non sapendo noi indubitatamente se papa _Vigilio_ suo antecessore morisse nell'anno 554, o pure nel 555, nè in qual giorno precisamente seguisse la consacrazione di esso papa Pelagio, però non è qui assai sicura la cronologia pontificia. Certo è bensì che succedette a Pelagio nella cattedra di san Pietro _Giovanni_, terzo di questo nome, dopo tre o quattro mesi di sede vacante. Dappoichè _Childeberto_ re di Parigi passò all'altra vita, venne a mancare il principale suo appoggio a _Cranno_ figliuolo rubello del re _Clotario_. La necessità il consigliò ad implorare la misericordia del padre, e, per quanto si può intendere dalle parole di Gregorio Turonense[2793], l'ottenne. Ma questo inquieto e torbido giovane da lì a non molto incorse di nuovo nella disgrazia del padre, in guisa che scappò nella Bretagna minore, dove essendo stato per qualche tempo nascoso, tanto si seppe adoperare, che _Conoboro_, ossia _Conoberto_, conte e signore di quella provincia, imprese la sua protezione, ed allestì una potente armata in difesa di lui. Clotario con tutte le sue forze e con _Childerico_ suo figliuolo entrò nella Bretagna; si venne ad un fatto d'arme, in cui restarono sconfitti i Bretoni, ucciso il loro conte, e Cranno, colla moglie e colle figliuole, abbruciato per ordine del padre, con lasciare una funesta memoria non meno de' suoi misfatti che della sua morte. Mario Aventinese[2794] riferisce all'anno presente questa brutta tragedia. In Costantinopoli poi a dì 9 di settembre, per relazione di Teofane[2795], essendo tornato dalla Tracia infermo _Giustiniano_ Augusto, senza lasciarsi vedere e senza dare udienza ad alcuno, corse voce per la città ch'egli era morto. Ne seguì uno non lieve tumulto nel popolo, e si chiusero tutte le botteghe. Ma guarito esso imperadore per intercessione de' santi Cosma e Damiano, mandò l'ordine che si facesse festa ed illuminazione per tutta la città, e ritornò la quiete primiera.
NOTE:
[2793] Gregor. Turonensis, lib. 4, cap. 20.
[2794] Marius Aventicensis, in Chron.
[2795] Theoph., in Chron.
Anno di CRISTO DLXI. Indizione IX.
GIOVANNI III papa 2. GIUSTINIANO imperadore 35.
L'anno XX dopo il consolato di Basilio.
Era omai giunto _Clotario_ re de' Franchi all'auge delle sue contentezze, perchè divenuto signore di una vasta monarchia. Era anche quietato ogni turbine dianzi commosso, quando gli convenne sloggiare dal mondo. Colpito da una febbre, mentre era alla caccia (famigliare divertimento ed esercizio di quei regnanti), passò a render conto a Dio de' suoi adulterii, della sua crudeltà e di altri suoi vizii, con dar luogo a succedergli ai quattro suoi figliuoli. Toccò il regno di Parigi a _Cariberto_; a _Guntranno_ quello d'Orleans colla Borgogna; Soissons a _Chilperico_: il regno di Austria a _Sigeberto_; e però in quattro regni fu di nuovo divisa la monarchia franzese. Restò eziandio del re Clotario una figliuola per nome _Clodosuinda_, ossia _Clotsuinda_. Ebbe questa per marito _Alboino_ re de' longobardi, del quale avremo troppa occasion di parlare andando innanzi. Per ora mi sia lecito di accennare ciò che ci han conservato i frammenti di Menandro Protettore[2796], storico di questo secolo, rapportati fra gli squarci delle Legazioni. Racconta egli che gli _Abari_, o _Avari_, mentovati di sopra all'anno 558, una delle numerose tribù e schiatte degli Unni e della Tartaria, spedirono ambasciatori a _Giustiniano_ Augusto, i quali esposero come la lor gente era la più forte e numerosa fra le settentrionali, e si gloriava di essere invincibile. Offerivansi di stringere lega con lui, e di esser a' suoi servigi, purchè loro fosse dato un buon paese da abitarvi, e una annua pensione o regalo. Giustiniano era allora assai vecchio; amava la pace e l'ozio. Si sbrigò di costoro con inviare ed essi _Valentino_ suo legato, il quale, portando seco catene d'oro, letti e vesti di seta ed altri regali, fece così ben valere questi doni, che gl'indusse per qualche tempo a far guerra agli _Ongori_, o _Ungheri_, appellati dipoi _Ungari_, abitanti anch'essi allora nella Tartaria, e ai Sabiri. Tornarono questi _Avari_, o _Unni_, che li vogliam dire (che appunto con questi due nomi si trovano mentovati dagli antichi scrittori), tornarono, dico, fra qualche tempo a dimandare all'imperadore un paese da potervi abitare. Mentre egli consulta, costoro si avanzarono fino al Danubio, e s'impossessarono di quel paese probabilmente della Moldavia e Valacchia, minacciando anche di passare di qua. In tal maniera vennero ad accostarsi ai _Gepidi_, che signoreggiavano nella Dacia ripense, nel Sirmio e in quella che oggidì vien chiamata Servia di qua dal Danubio, confinanti perciò ai _Longobordi_, i quali aveano la lor sede nella Pannonia e nel Norico. Non è improbabile che circa questi tempi succedesse un tale avanzamento degli Unni, ossia degli Avari, verso i paesi dominati dai Gepidi e Longobardi. Paolo Diacono[2797], favellando degli _Avari_, dice: _Qui primum Hunni, postea a rege proprie nominis Avares appellati sunt_. Nell'ottobre ancora dell'anno presente, secondo l'attestato di Teofane[2798], la fazione prasina, divenuta sempre più insolente col favore dell'imperadore, nei giuochi circensi assalì sotto i suoi occhi la fazione veneta. Seguitarono morti e incendii, e furono messi a sacco tutti i beni de' Veneti. Scappati i delinquenti a Calcedone nel tempio di santa Eufemia, Giustiniano non potè più contenersi dal farne gastigare assaissimi. Nè pure mancarono a quest'anno altre disgrazie, accennate tutte dal medesimo istorico, cioè incendii, pestilenze e sedizioni in Oriente, che io tralascio.
NOTE:
[2796] Hist. Byz., tom. 1, pag. 99.
[2797] Paulus Diaconus, de Gestis Langob., lib. 1, cap. 27.
[2798] Theoph., in Chronogr.
Anno di CRISTO DLXII. Indizione X.
GIOVANNI III papa 3. GIUSTINIANO imperadore 36.
L'anno XXI dopo il consolato di Basilio.
Circa questi tempi fu fatta pace tra l'imperadore _Giustiniano_ e _Cosroe_ re di Persia, come si raccoglie da Teofane[2799] e da Menandro Protettore[2800]. Ma, secondo la misera condizione di quei tempi, bisognò che l'imperadore vilmente la comperasse: cioè si obbligò di pagare ai Persiani trentamila scudi d'oro ogni anno, finchè essa pace durasse, e di sborsare il contante per i primi sette anni avvenire. Altrettanto si praticava bene spesso, allorchè gli Unni, Bulgari ed altri popoli barbari facevano irruzioni nell'imperio d'Oriente. Avrebbe fatto meglio l'imperador Giustiniano ad impiegar quel danaro, e tant'altro oro malamente gittato dietro a persone inutili ed infami, in mantener delle legioni e dei reggimenti di soldati, abili a far fronte a chiunque volea turbar la quiete de' suoi popoli, come usarono i saggi imperadori de' secoli precedenti.
NOTE:
[2799] Idem, ibid.
[2800] Tom. 1 Hist. Byz., pag. 133.
Anno di CRISTO DLXIII. Indizione XI.
GIOVANNI III papa 4. GIUSTINIANO imperadore 37.
L'anno XXII dopo il consolato di Basilio.
Degno è assai di riflessione ciò che sotto il presente anno vien raccontato da Teofane: cioè che da Roma giunsero a Costantinopoli laureati corrieri, portanti la lieta nuova che Narsete patrizio avea tolto ai Goti due fortissime città, cioè, come vo io credendo, Verona e Brescia. Presso Cedreno[2801], copiatore di Teofane, si trovano malamente storpiati i nomi di queste due città, chiamandole egli _Viriam et Brincas_. Mancano alla storia d'Italia lumi per dicifrar questi fatti. Contuttociò a me sembra verisimile che al presente anno si possa riferire quanto fu da me notato di sopra all'anno 555, cioè che, per testimonianza di Paolo Diacono[2802], avendo voluto _Amingo_ generale franzese prestar aiuto a _Guidino_ conte de' Goti, autore di una ribellione contra dell'imperadore, ne pagò il fio, con restar vinto ed ucciso in una battaglia da Narsete. Fatto prigione lo stesso Guidino, fu inviato a Costantinopoli coi ceppi. Siccome fu detto di sopra, anche Menandro Protettore parla della opposizione fatta da questo Amingo e Narsete al passaggio dell'Adige, appunto allorchè si trattò della pace coi Persiani, narrata nell'anno precedente. Quello che è certo, secondo la testimonianza di Teofane, dovettero in quest'anno ribellarsi i Goti che abitavano in Verona e Brescia, perchè non sembra verisimile che Narsete avesse differito finora l'acquisto di quelle due importanti città, nè che i Franchi possedessero paese in Italia. Narsete, adoperata la forza, le ricuperò, a mio credere, e ne spedì la lieta nuova a Costantinopoli. Però non sussiste, come taluno ha creduto, che Narsete cacciasse fuor d'Italia tutti i Goti. Li soggiogò bensì, e promessa da loro la fedeltà dovuta, seguitarono essi a vivere ne' luoghi, dove avevano abitazioni e beni. Ciò apparisce da questo fatto, da Agatia e da altre antiche memorie. E se Amingo Franco diede assistenza in quella occasione ai Goti, dovette venire dalla Suevia e dagli Svizzeri, paesi allora sottoposti ai Franchi. Molto meno può sussistere, perchè Agnello storico ravennate scrive[2803] che _pugnaverunt contra veronenses cives, et capta est civitas a militibus vigesima die mensis julii_, il figurarsi che i Veronesi fino a quest'anno si fossero mantenuti in libertà, senza essere sottoposti nè ai Goti, nè all'imperadore. Mancava forse a Narsete forza e voglia di sottomettere dopo tante altre queste due città? Scoppiò prima del tempo nel presente anno, a dì 25 di novembre, in Costantinopoli una congiura contra dell'imperadore _Giustiniano_, di cui fanno menzione Teofane[2804] e l'autore della Miscella[2805] all'anno 35 dell'imperio d'esso Augusto. _Ablavio_ e _Marcello_ banchieri, e _Sergio_ menavano un trattato di ucciderlo. Fu scoperta la secreta trama. Sergio, cavato fuor di un luogo sacrato, accusò come complice Vito, banchiere, e Paolo, curatore di Belisario patrizio. Presi questi due, furono esortati a confessare ch'era mischiato in essa cospirazione _Belisario_, ed infatti per tale lo incolparono. Nel dì 5 di dicembre raunata la gran curia davanti l'imperadore, e fattovi intervenire il patriarca _Eutichio_, colà chiamato ancora Belisario, gli fu letto sul volto la deposizione fatta contra di lui dai due suddetti. Se ne dolse egli forte: e tutte le apparenze sono ch'egli negasse il fatto, e chiamasse mentitori coloro. Contuttociò l'imperador, altamente sdegnato contra di lui, fece incarcerare tutti i di lui domestici, e diede a lui per carcere la casa sotto buone guardie, con restar sospese o pur tolte a lui tutte le sue cariche e dignità. Ne' susseguenti secoli prese anche piede un racconto popolare, cioè che Giustiniano facesse cavar gli occhi a questo gran capitano, e lo spogliasse di tutto, dimodochè, ridotto alla mendicità, andasse limosinando il vitto. Pietro Crinito, il Volterrano, il Pontano ed altri hanno sostenuta questa opinione, che ha avuta origine da Giovanni Tzetze, uno di quei greculi che fiorirono circa l'anno 1080. E quantunque il celebre Andrea Alciato si studiasse di far comparire questa per una solenne favola ed impostura, pure il cardinal Baronio[2806] non solamente giudicò vero il fatto, ma ne volle anche addurre la segreta cagione, cioè il castigo di Dio, per avere Belisario nell'anno 537, cioè tanti anni prima, cacciato in esilio papa _Silverio_, e sostituito in suo luogo papa _Vigilio_ a requisizione di Teodora Augusta. Senza fallo fu sacrilega l'azione di Belisario: e pure miglior consiglio sarebbe, se noi misere creature ci guardassimo dal volere sì facilmente entrare nei gabinetti di Dio, per interpretare gli alti suoi, e spesso inscrutabili, giudizii. È un gran libro quello dei giudizii di Dio, e il leggere in esso non è facile a noi altri mortali, chiara cosa essendo, come ho tante volte detto, che la divina provvidenza non dispensa sempre in questa vita i beni e i mali a misura dei meriti o demeriti dei mortali, nè paga ogni sabbato sera. Ha Iddio un altro paese in cui uguaglierà le partite. Però il cardinal Baronio (sia detto colla riverenza dovuta a quel grande uomo ed incomparabile storico) più saggiamente avrebbe operato, se, a riserva da certi casi, nei quali pare che visibilmente si vegga e senta la mano di Dio, si fosse ritenuto dall'interporre sì sovente il suo giudizio negli avvenimenti felici od infelici dei principi e degli altri uomini. E in questa occasione specialmente mi sembra di poter qui applicare la riflession suddetta, perchè, senza voler considerare che Belisario, dopo il fatto di papa Silverio, godè tanti anni di felicità, e prosperarono gli affari di Giustiniano Augusto, il qual pure, se non comandò, permise quell'eccesso; nè Teodora Augusta ne patì per questo nella presente vita; certo è, che non sussiste quel terribile abbassamento di Belisario, che qui vien supposto dal Baronio, e per conseguente neppure il visibile castigo e la vendetta di Dio sopra di lui. Di ciò parleremo all'anno seguente. Circa questi tempi, come diligentemente osservò il Pagi, fu scritta da _Nicezio_ vescovo di Treveri una lettera[2807] a _Clotsuinda_ moglie piissima di _Alboino_ re dei Longobardi, per esortarla a fare in maniera che il marito, abiurando l'arianismo, abbracciasse la religione cattolica, siccome per le persuasioni di santa _Clotilde_ avea fatto sul principio di quel secolo _Clodoveo_ re dei Franchi, avolo di essa Clotsuinda. In qual concetto fosse allora Alboino, si può raccogliere dalle seguenti parole: _Stupentes sumus, quum gentes illum tremunt, quum reges venerationem impendunt, quum potestates sine cessatione laudant, quum etiam ipse imperator ipsum praeponit, quod animae remedium non festinus requirit. Qui sic, quemadmodum ille, fulget fama, miror quod de regno Dei et animae suae salute nihil investigare studet_. E deesi anche avvertire che Nicezio chiama _Goti_, e non già _Longobardi_, il popolo soggetto ad esso re Alboino, non per altro, per quanto si crede, se non perchè fama era che fossero venuti i Longobardi dalla medesima Scandinavia, onde uscirono i Goti, ed eran perciò riputati una stessa nazione, benchè di nome diverso, come avvenne anco degli Unni, oggidì appellati da noi Tartari, divisi in varie numerosissime tribù. Per altro si sa che Procopio ed Agatia, storici di questi tempi, li chiamano _Longobardi_, e per questo nome erano conosciuti fin dai tempi di Cornelio Tacito, il quale fa menzione d'essi come d'un popolo particolare della Germania, e ne parlarono prima di Tacito anche Velleio Patercolo e Strabone, e poi Svetonio ed altri scrittori, nominandoli cadauno _Langobardi_ o _Longobardi_, e non già _Goti_. Ma _Alboino_, senza profittar delle prediche della cattolica sua consorte, finchè visse, stette attaccato all'eresia degli ariani.
NOTE:
[2801] Cedren., in Annal.
[2802] Paulus Diaconus, de Gest. Langobard., lib. 1, cap. 2 et 3.
[2803] Agnell., in Vita S. Agnelli, tom. 2 Rer. Italicar.
[2804] Theoph., in Chronogr.
[2805] Histor. Miscella, lib. 16.
[2806] Baron., Annal. Eccl. ad ann. 561.
[2807] Du-Chesne, in Appendice tom. 1 Rer. Franc.
Anno di CRISTO DLXIV. Indizione XII.
GIOVANNI III papa 5. GIUSTINIANO imperadore 38.
L'anno XXIII dopo il consolato di Basilio.
Fidatosi il cardinal Baronio di uno scrittorello non molto antico delle cose greche, e di alcuni pochi moderni, credette vero l'accecamento di Belisario, e l'esser egli stato astretto ad accattar per limosina il pane negli ultimi dì di sua vita. Ma nè Zonara, nè Glica, nè Costantino Manasse, citati da lui, rapportano sì gran peripezia di quel celebre generale d'armata. Or questa favola si dilegua per la testimonianza di Teofane[2808], il quale sotto quest'anno scrive che _nel dì 19 di luglio Belisario ricuperò tutte le sue dignità, e fu rimesso in grazia dell'imperadore_. Era egli stato fin allora sequestrato in casa. Ben esaminati tutti i suoi domestici, e terminato il processo, dovette comparire la di lui innocenza. Fors'anche si trovò che gli accusatori erano stati sovvertiti dalle suggestioni altrui, eccitate dall'invidia, a cui son soggetti tutti gli uomini grandi. Però gli furono restituiti gli onori e la grazia dell'imperadore. Non era a' tempi del Baronio uscita alla luce la storia di Teofane. Ma v'era ben quella di Cedreno (e lo stesso cardinale la cita), dove scrive[2809], che _presi gli autori della congiura, falsamente fu da essi incolpato Belisario, e gli fu dato il sequestro in casa. Il quale, dopo di essersi conosciuta la sua innocenza, a' dì 19 di luglio uscì in pubblico e ricuperò tutto il suo_. Viene asserito lo stesso dall'autore della Miscella[2810], più antico di Giorgio Cedreno, con riferire il sorgimento di Belisario al _dì 19 di marzo_, e non già di _luglio_. Ancora di questo scrittore fa menzione il cardinal Baronio; e pure egli volle piuttosto attenersi alle fole di Giovanni Tzetze, perchè gli premeva di far vedere puniti nel mondo di qua i peccati di Belisario. Circa questi tempi _Venanzio Fortunato_, nato in Italia in una villa posta fra Ceneda e Trevigi, dopo aver fatti i suoi studii in Ravenna, dove tuttavia erano in onore le buone lettere, sentendosi liberato da un fierissimo mal di occhi per intercessione di san Martino vescovo di Tours, passò dall'Italia nella Gallia a venerare il sepolcro di quel celebratissimo santo. Fissò dipoi il suo soggiorno nella città di Poitiers, carissimo alla santa regina e monaca _Radegonda_, amato dai vescovi di quelle parti, e riverito da tutti per la sua abilità nella retorica e poesia. Le opere da lui lasciate in prosa e versi sono di gran lume per la storia delle Gallie in questi tempi. Si accese in questo medesimo anno un gran fuoco nella città di Costantinopoli, per quanto abbiam da Teofane, che fra gli altri edifizii arse lo spedale dei pellegrini di san Sansone e molte chiese e monasteri: il che viene attributo dal cardinal Baronio a vendetta di Dio contra di Giustiniano per un suo errore in materia di fede, di cui parlerò all'anno susseguente. Ma che Dio, per vindicarsi di un principe caduto in fallo, distrugga i luoghi pii e le chiese sue proprie, non appaga l'intelletto. E tanto meno, perchè Giustiniano non avea peranche fatto conoscere questo suo errore, come si figura esso Baronio all'anno precedente 563.
NOTE:
[2808] Theoph., in Chron.
[2809] Cedren., in Hist. ad ann. 36 Justiniani.
[2810] Histor. Miscel., lib. 16.
Anno di CRISTO DLXV. Indizione XIII.
GIOVANNI III papa 6. GIUSTINO II imperadore 1.
L'anno XXIV dopo il consolato di Basilio.