Annali d'Italia, vol. 2 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750

Part 83

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Aveva l'imperadore Giustiniano nell'anno avanti, per le istanze del clero romano e di Narsete, richiamato dall'esilio papa _Vigilio_, coll'aver nondimeno esatto ch'egli prima approvasse il concilio generale tenuto in Costantinopoli, il che egli fece. Ad istanza sua ancora pubblicò un editto, indrizzato a _Narsete_ duce e ad _Antioco_ prefetto d'Italia, per dar qualche sesto agl'incredibili disordini dell'infelice Italia, confermando in essa gli atti dei re goti, fuorchè di _Totila_. Una particolarità poi v'aggiunge Anastasio bibliotecario[2768], per la quale, e con ragione, il cardinal Baronio non potè contenersi di non esclamare contra Giustiniano che voleva parer sì pio, e non si guardava dalle più visibili empietà. Cioè, chiamati ch'egli ebbe a Costantinopoli i vescovi e cherici romani, che dianzi eran stati relegati in esilio, dimandò loro, se voleano ricevere per papa _Vigilio_, che ne avrebbe piacere. Se no, che quivi aveano _Pelagio_ arcidiacono dalla Chiesa romana, e consentirebbe che il facessero papa. Riposero che volevano _Vigilio_; e quando poi Dio l'avesse chiamato a sè, allora, secondo il suo comandamento, sarebbe pontefice Pelagio. Questi furono i primi frutti del governo di Giustiniano in Italia, cioè il rendere schiava la Chiesa apostolica romana, coll'attribuirsi non dirò di confermare i papi eletti dal clero e popolo (abuso dipoi praticato), ma di deporre infino gli eletti consacrati. Abbiam anche veduto come egli praticasse con papa _Silverio_, antecessor di Vigilio. Permise poi l'imperador ch'esso _Vigilio_ se ne ritornasse in Italia. Ma, giunto in Sicilia, mentre era in Siracusa gli crebbero tanto i dolori pel male della pietra, a cui era suggetto, che si morì: pontefice entrato con male arti nella sedia di Pietro, balzato qua e là finchè visse, e miseramente morto in fine lungi da Roma, e compianto da pochi. Crede il padre Pagi che la sua morte succedesse sul principio di questo anno. Il Continuatore di Marcellino conte[2769] la riporta all'anno precedente. Tuttochè sia scorretto il testo di Vittoro Tunonense[2770] nel ragguaglio degli anni, pure facendolo egli mancato di vita l'anno avanti all'elezion di _Pelagio_ suo successore, s'accorda col Continuatore suddetto. Comunque sia, credesi dal cardinal Baronio[2771] e dal padre Pagi[2772] che nel presente anno circa il mese d'aprile in Roma venisse eletto papa _Pelagio_, primo di questo nome, cioè quel medesimo arcidiacono della Chiesa romana, di cui si è parlato più volte di sopra. Ma l'elezione sua procedette piuttosto dal comandamento dell'imperador Giustiniano, comunicato a Narsete, che dal libero volere del clero e popolo romano. L'essersi tardato cotanto dopo la morte di Vigilio a dare un nuovo pontefice alla Chiesa di Dio, indica abbastanza che si vollero aspettare gli oracoli di Costantinopoli. Ed Anastasio bibliotecario[2773] attesta che una gran moltitudine di Romani ricusava di comunicar con Pelagio, per sospetto nato che egli avesse cooperato alla morte di papa Vigilio; e si penò a trovar chi il consacrasse vescovo. Fatta poi, per ordine suo e di Narsete, una processione del popolo da san Pancrazio a san Pietro, quivi Pelagio salito sul pulpito col Vangelo in mano e colla croce in capo, avendo giurato di non aver avuto mano nella morte dell'antecessore, quetò il popolo ed approvò anch'egli il quinto concilio generale, così richiedendo la pace delle Chiese: giacchè restava intatta la dottrina del quarto calcedonense. In questa maniera l'abuso introdotto dai re goti per cagione degli scismi che non si consecrasse il romano pontefice senza l'approvazione e confermazione loro, fu continuato da Giustiniano, che non volle essere da meno di quei re; e i successori suoi non vollero essere da meno di lui. Quel che è peggio, bisognò col tempo comperare questa approvazione collo sborso di buona quantità di danaro che si pagava ai greci imperadori, il che non si ricava già sicuramente dal Comento attribuito a san Gregorio Magno sopra i Salmi, come stimò il cardinal Baronio, perchè non convengono già a quel mansuetissimo pontefice, nè a' suoi tempi, certe espressioni pungenti contra dell'imperadore; ma si raccoglie manifestamente da Anastasio bibliotecario nella vita di papa Agatone. Impariamo ancora dal Diurno antico de' romani pontefici, pubblicato dal padre Garnieri della compagnia di Gesù, che dopo la morte del papa, e dopo un digiuno di tre giorni, si raunavano il clero e senato romano, i nobili, i soldati e il popolo, e venivano all'elezione del successore. Fatta questa, se ne inviava il decreto a Costantinopoli agli Augusti, per ottenerne la confermazione. Se ne scriveva anche all'esarca di Ravenna, all'arcivescovo e ai giudici di quella città, e all'aprocrisario, o sia al nunzio della Chiesa romana, quivi esistente, acciocchè dessero mano alla già fatta elezione. Venuta l'approvazione imperiale, si consacrava il nuovo papa. Altrettanto si praticava per gli altri vescovi nei paesi sottoposti all'imperio di Oriente.

Dopo quello che abbiam riferito del greco storico Agatia, egli più non parla dei fatti d'Italia, con lasciarci conseguentemente nel buio per i tempi susseguenti. Tuttavia abbiamo da Mario Aventicense[2774] che un anno dopo la morte di Buccellino, e perciò nel presente, l'esercito de' Franchi diede una rotta a quel de' Romani, cioè degl'imperiali, e devastò un tratto di paese, con asportarne di molte ricchezze. Ci danno queste parole indizio che contra dei Franchi, stabiliti in varii siti della Liguria e Venezia, Narsete avea spedito un corpo d'armata per isloggiarli da quelle parti, giacchè l'irruzione fatta da Leutari o Buccellino dovette esser creduta tacitamente comandata ed approvata dai re franchi; e perciò Narsete guardò come rotti i patti e la pace con loro. Venuta poi alle mani coi Franchi, la sua gente voltò le spalle, e il paese pagò le spese della sinistra loro fortuna. Ma poco durò il trionfo dei Franchi. Raunate maggiori forze Narsete, per testimonianza del medesimo Mario, si spinse addosso ai Franchi, e gli obbligò ad abbandonare tutto quanto essi avevano occupato in Italia. Se ciò è vero, ecco finalmente ridotta sotto il comando di Giustiniano Augusto l'Italia tutta; spinti fuori d'essa i Franchi, e il resto della nazion gotica, sparso per varie terre e città d'Italia, oramai quieto sotto il novello padrone, senza più alzare un dito contra la di lui potenza. Abbiamo solamente da Paolo Diacono[2775] che _Amingo_ generale dei Franchi, avendo voluto dare aiuto a _Guidino_ conte dei Goti, che si era ribellato contra di Narsete, fu ucciso in una battaglia dalle genti di esso general cesareo, e Guidino preso fu inviato a Costantinopoli. Non si sa il tempo preciso di questo fatto. Da Paolo vien riferito nell'anno stesso in cui Narsete mise a morte Buccellino con tutto il suo esercito. Ma non è circa questi tempi in tutto sicura ed esatta la cronologia di Paolo Diacono, benchè i fatti sieno certi. Menandro Protettore[2776], storico di questo secolo, scrive che _Amingo_ franzese ai tempi di Giustiniano Augusto s'accampò colle sue brigate al fiume Adige allorchè i Romani volevano passarlo. Ciò conosciuto da Narsete, mandò _Panfronio_ patrizio, e _Buono_ conte del patrimonio privato dell'imperadore, suoi legati ad Amingo, ad esortarlo di non opporsi agli interessi dell'Augusto suo padrone, e che non gli piacesse far guerra _di nuovo_ coi Romani, perchè durava la tregua tra i Romani e i Franchi. Altra risposta non venne da Amingo, se non ch'egli non gli darebbe un dardo, finchè avesse salva la mano, con cui potesse lanciarlo. Quando ciò succedesse, è a noi tutto oscuro. Ma se sussiste un passo di Teofane, che riferirò qui sotto all'anno 563, si potrà dubitare che non tutta l'Italia venisse sì tosto in poter di Narsete.

NOTE:

[2766] Agath., de Bell. Goth., lib. 2.

[2767] Agnel., in Vita S. Agnelli, tom. 2 Rer. Italicar.

[2768] Anast. Bibl., in Vita Vigilii.

[2769] Continuator Marcellini Comitis, in Chron.

[2770] Victor Turonensis, in Chron.

[2771] Baron., Annal. Eccl., ad hunc ann.

[2772] Pagius, Crit. Baron., ad hunc ann.

[2773] Anastas. Bibl., in Vit. Pelagii I.

[2774] Marius Aventicens., in Chron.

[2775] Paulus Diaconus, de Gest. Langobard., lib. 2, cap. 2.

[2776] Histor. Byzant., tom. 1, pag. 133.

Anno di CRISTO DLVI. Indizione IV.

PELAGIO I papa 2. GIUSTINIANO imperadore 30.

L'anno XV dopo il consolato di Basilio.

O sia perchè la storia d'Italia cominci qui a scarseggiare di lumi, anzi d'autori che trattino de' fatti in essa occorsi; o perchè la pace succeduta non partorisse da qui innanzi fatti degni di memoria: nulla mi si presenta di riguardevole accaduto in Italia, fuorchè la guerra della religione, narrata dai cardinali Baronio e Noris, e dal padre Pagi. Erasi tenuto in Costantinopoli il quinto concilio generale, col disegno di pacificare i tumulti e le dissensioni delle Chiese cattoliche intorno ai tre capitoli. _Vigilio_ papa, dianzi ripugnante, avea finalmente acconsentito; ed altrettanto fece dipoi papa _Pelagio_ suo successore, con protestar tutti salva la dottrina del precedente concilio calcedonense. Ma perchè a molti vescovi italiani, africani, franzesi e dell'Illirico pareva pregiudicato dal quinto concilio al calcedonense, però seguitarono non pochi d'essi a disapprovarlo e a non voler comunione con chi l'accettava. Pelagio papa con varie lettere si studiò di sgannarli; ne guadagnò alcuni, ma altri più che mai ricalcitrarono. Fra questi specialmente si distinsero l'arcivescovo d'Aquileia e i suoi suffraganei. Reggeva allora la Chiesa aquileiense _Paolino_ novellamente eletto, che non solamente in un sinodo provinciale alzò bandiera contro del quinto concilio suddetto, ma eziandio formò scisma, ricusando di comunicar con papa Pelagio, riguardato da lui come trasgressore della fede, perchè avea condannati i tre capitoli. Pelagio, non dovendo, nè volendo sofferire tanta animosità, risentitamente ne scrisse più lettere[2777] a Narsete, con pregarlo massimamente di voler far mettere le mani addosso, non solo a Paolino, non riconosciuto da esso Pelagio per legittimo vescovo d'Aquileia, ma anche all'arcivescovo di Milano (senza dirci il suo nome), perchè, trascurata la approvazione della Sede apostolica, avea consecrato vescovo il suddetto Paolino. Voleva Pelagio che colle guardie questi due fossero inviati a Costantinopoli. Ma Narsete, considerando non molto convenevoli alle congiunture de' tempi sì fatte violenze, andò temporeggiando, sopra tutto per isperanza che questi pertinaci si ridurrebbono colle buone a riconoscere il loro dovere. Giunsero essi a scomunicare anche lo stesso Narsete. Per altro si sa che i romani pontefici usarono per alcun tempo della tolleranza ed indulgenza verso i ripugnanti al concilio quinto, concilio neppur da molti uomini dotti e santi riguardato allora con quella venerazione che ogni cattolico professava ai quattro primi concilii generali. Ma intorno a tale scisma, e se di là avesse principio il titolo di _patriarca_, di cui son in possesso da tanti secoli gli arcivescovi di Aquileia, è da vedere una dissertazione e i monumenti della Chiesa aquileiense pubblicati dal padre Bernardo de Rubeis dell'ordine de' Predicatori. Fra coloro poi che compariscono poco favorevoli al concilio quinto suddetto, merita specialmente d'essere annoverato _Cassiodoro_, ossia _Cassiodorio_, già senatore, già console, ed uno de' più insigni personaggi della corte dei re goti, finchè durò la loro potenza, ed uno de' più riguardevoli scrittori italiani del secolo presente. Questi, dopo la caduta del re _Vitige_, chiarito oramai della vanità delle grandezze umane, diede un calcio al secolo, e ritiratosi nel fondo della Calabria, quivi professò la vita monastica, seguendo, secondo tutte le verisimiglianze, l'istituto e la regola di san Benedetto. Fondò egli il monastero appellato Vivariense, presso di Squillaci, e quivi attese a scrivere libri sacri, e ad istruire non meno nella pietà che nelle lettere i suoi discepoli. Alla di lui attenzione è obbligata di molto anche per questo l'Italia tutta. Ora egli ne' suoi scritti accetta bensì con somma venerazione i quattro primi concilii generali, ma non già il quinto. Erasi ingrandito a dismisura _Clotario_ re dei Franchi, coll'aver giunto al suo dominio gli stati ben vasti del defunto _Teodebaldo_. Ed essendosi a lui ribellati i Sassoni, gli avea sconfitti in una battaglia, con devastare dipoi la Turingia, perchè quel popolo s'era dichiarato in favore dei Sassoni. Tornarono nel precedente anno a far delle novità contra di lui i medesimi Sassoni, e egli, mossosi con un potente esercito per castigarli, li ridusse in istato di chiedergli misericordia, e di offerire la metà de' lor beni in soddisfazione del commesso misfatto. Clotario era tutto disposto a far loro grazia; ma i suoi capitani ostinati quasi il violentarono a rigettare ogni esibizione di quei popoli. Gli costò caro l'aver lasciate le vie della clemenza, perchè, venuto ad un secondo combattimento, ebbe la peggio con grande strage de' suoi, e gli convenne fuggire e chiedere appresso per grazia la pace. Abbiamo queste notizie da Gregorio Turonense[2778], da Fredegario[2779] e dal Continuatore di Marcellino conte[2780].

NOTE:

[2777] Pelag. I, ep. 3 et 5.

[2778] Gregor. Turonensis, lib. 4, cap. 14.

[2779] Fredegarius, in Chron.

[2780] Continuator Marcellini Comitis, in Chron.

Anno di CRISTO DLVII. Indizione V.

PELAGIO I papa 3. GIUSTINIANO imperadore 31.

L'anno XVI dopo il consolato di Basilio.

L'antica storia ci fa pur sentire frequenti i tremuoti, e tremuoti orribili, nella città di Costantinopoli. Due in quest'anno, per testimonianza di Agatia[2781] e di Teofane[2782], ne succederono, l'uno a dì 6 di ottobre, e l'altro a dì 14 di dicembre, amendue de' più spaventosi che mai si fossero uditi. Rovinarono a terra moltissimi palagi e case, e non poche chiese, e sotto quelle rovine perirono assaissimi del popolo. L'imperador _Giustiniano_, cessato questo gran flagello, attese a ristorar gli edifizii che aveano patito, e spezialmente a proseguir la fabbrica dell'insigne tempio di santa Sofia, che riuscì poi una maraviglia del mondo. Se ne legge la descrizione esattamente e minutamente tessuta dal celebre Du-Cange nella sua Costantinopoli cristiana. Circa questi tempi, e forse prima, divampò la ribellione di _Cranno_, figliuolo di _Clotario_ re de' Franchi, contra dello stesso suo padre[2783]. Era questo giovine principe dotato di belle fattezze di corpo, spiritoso ed accorto; e suo padre gli avea dato il governo dalla provincia dell'Auvergne. Ma abbandonatosi ai vizii e ad iniqui consiglieri, cominciò ad esercitar delle violenze con grave lamento de' popoli. Chiamato dal padre, che volea rimediare a questi disordini, piuttosto elesse di prendere l'armi contra di lui, che di ubbidirlo, ormai sedotto, al pari d'Assalonne, dalla voglia di regnare prima del tempo. Ciò che maggiormente gli faceva animo ad imprendere questa malvagia risoluzione, era l'assistenza segretamente a lui promessa da _Childeberto_ suo zio re di Parigi, troppo disgustato perchè Clotario di lui padre avesse assorbito tutto il regno d'Austrasia, cioè il posseduto dal già re Teodebaldo, senza farne parte a lui, come era di giustizia. Pertanto si venne ad una guerra scandalosa, che durò molto tempo, essendosi veramente dichiarato in favore di Cranno il suddetto re Childeberto. L'Italia intanto si godeva una buona pace. Narsete n'era governatore, e a Narsete non mancava pietà, giustizia e prudenza per governare i popoli alla sua cura commessi. Secondochè abbiamo da Andrea Dandolo[2784], la tradizione in Venezia era ch'egli, ito colà, fabbricasse nell'isola di Rialto due chiese, l'una in onore di san Teodoro martire, e l'altra di san Menna e di san Geminiano vescovo di Modena.

NOTE:

[2781] Agath., lib. 5 Histor.

[2782] Theoph., in Chronogr.

[2783] Gregor. Turonensis, lib. 4.

[2784] Andreas Dandulus, Chron. Venet., tom. 12 Rer. Italic.

Anno di CRISTO DLVIII. Indizione VI.

PELAGIO I papa 4. GIUSTINIANO imperadore 32.

L'anno XVII dopo il consolato di Basilio.

Per relazione di Teofane[2785] e dell'autore della Miscella[2786], in quest'anno cominciò a vedersi in Costantinopoli una nazione, che non s'era dianzi mai veduta. Si chiamavano _Abari_ o _Avari_, e corse tutto il popolo a contemplar quelle brutte ciere. Portavano i capelli lunghi, raccolti con un nastro, e cadenti giù per le spalle. Nel resto degli abiti comparivano somigliantissimi agli Unni. Ed in fatti erano anch'essi, non men che gli Unni, Tartari di nazione. Costoro, spediti dalla loro tribù, chiedevano all'imperador _Giustiniano_ di potersi stabilire nella Mesia, offerendosi pronti a servirlo in tutte le occorrenze colle lor armi. Forse nulla per allora ottennero. Torneremo a parlarne fra poco; e lo richiede la storia d'Italia, perchè costoro misero poi piede nella Pannonia, ossia nell'Ungheria, e si fecero pur troppo conoscere col tempo crudelissimi arnesi anche agl'Italiani. Ai tremuoti, che sul fine dell'anno addietro afflissero cotanto la città di Costantinopoli, si aggiunse da lì a poco, cioè nel febbraio dell'anno corrente, una terribil peste, che inferocì specialmente contro i giovani, e, secondochè attesta anche Agatia[2787], portò sotterra un'infinita moltitudine di popolo. A questo malore, il più micidiale degli altri, è tuttavia, e sarà sempre soggetta quella città finch'essa trascurerà quelle precauzioni, colle quali si vuol ora preservata l'Italia. Nè qui si fermò l'infelicità di quelle contrade. Sul principio del verno, essendo gelato il Danubio, passati di qua con facilità gli Unni sotto il comando di _Zaberga_ lor capo, vennero saccheggiando tutto il paese, disonorando le femmine, e menando in ischiavitù chi loro aggradiva. Giunsero fin sotto le mura di Costantinopoli, nè trovavano chi loro si opponesse. Osservò Agatia, che, secondo le regole dell'imperio e giusta la misura degli aggravii, si aveano da tenere in piedi secento quarantacinque mila combattenti. In questi tempi non ve n'era che cento cinquanta mila; e questi divisi parte in _Italia_, parte in _Africa_, in _Ispagna_ (perchè, oltre all'isole adiacenti alla Spagna, tuttavia nel continente si conservava qualche città fedele al romano imperio, come si raccoglie da sant'Isidoro), in _Egitto_, in _Colco_ e ai confini della Persia. _Giustiniano_, invecchiato forte, non era più quello di prima. Lasciava andare in malora i paesi; e se i Barbari o minacciavano guerra, o la facevano, comperava da essi a forza d'oro la pace. Il denaro, che s'aveva da impiegare in mantener dei reggimenti di soldati, serviva ad alimentar meretrici, ragazzi, sgherri. E in Costantinopoli, ancorchè durassero le scuole militari, alle quali una volta erano ascritti i più valorosi e pratici dell'arte militare, ben pagati perciò, allora queste erano composte di gente che comperava que' posti, nè altro merito avea che di andar bene vestiti. Così governava in questi tempi Giustiniano, di cui anche è memorabile la cecità e stupidità in portar tanto affetto ai seguaci della fazione prasina, che loro era permesso d'uccidere di bel mezzo giorno nella città quei della fazione veneta loro emuli, e di entrar per forza nelle case, e di rubare, senza che temessero della giustizia. E guai a quei giudici che trattavano di castigargli. Se crediamo a Mario Aventicense[2788], venne a morte in quest'anno _Childeberto_, uno dei re franchi, giunto già ad un'avanzata vecchiaia, nel mentre ch'egli sostenendo la ribellione di _Cranno_, figliuolo del re _Clotario_, cercava di vendicarsi del fratello che aveva occupato tutto il regno d'Austrasia. Portò questa morte al re Clotario il possesso anche degli stati ch'erano goduti da esso re Childeberto, e così venne ad unirsi in lui tutta la vasta monarchia de' Franchi, che abbracciava tutta la Gallia (a riserva della Linguadoca dominata da Visigoti, e della Bretagna minore governata dai suoi sovrani) e buona parte della Germania, compresavi la Sassonia, la Turingia, l'Alemagna e la Baviera, la qual ultima provincia circa questi tempi cominciò ad aver il suo duca. E questi fu _Garibaldo_, a cui il re Clotario diede per moglie _Valderada_, chiamata da altri _Valdetrada_, ossia _Valdrada_, vedova del fu re Teodebaldo.

NOTE:

[2785] Theoph., in Chronogr.

[2786] Histor. Miscella, lib. 16.

[2787] Agat., lib. 5 Hist.

[2788] Marius Aventicensis, in Chron.

Anno di CRISTO DLIX. Indizione VII.

PELAGIO I papa 5. GIUSTINIANO imperadore 33.

L'anno XVIII dopo il consolato di Basilio.

Per relazione di san Gregorio Magno[2789], _Sabino_ vescovo di Canosa ragionando con _san Benedetto_, patriarca de' monaci in Occidente, dei fatti di Totila re dei Goti, entrato già in possesso di Roma, gli palesò il suo timore che questo re avrebbe distrutta e renduta inabitabile Roma. Rispose san Benedetto: _Roma sarà sterminata, non già dagli uomini, ma sì bene da fieri temporali e da orribili tremuoti._ Soggiugne san Gregorio, scrittore di questo secolo, ch'era chiaramente verificata la profezia del santo abate, perchè a' suoi dì si miravano in Roma le mura della città scompaginate, case diroccate, chiese atterrate dai turbini, e gli edifizii per la vecchiaia andar tutto di rovinando. È di parere il padre Mabillone[2790] che nel luglio ed agosto del presente anno tutto quasi l'Oriente e l'Occidente fosse stranamente afflitto dalle inondazioni del mare, dalle tempeste, dai tremuoti e dalla pestilenza; e che da tanti flagelli patisse più Roma che dalla fierezza de' Barbari, con adempiersi allora quanto avea predetto san Benedetto. Onde egli abbia tratta questa notizia, non l'ho potuto scoprire. Trovavasi in gran confusione la corte e città di Costantinopoli, per aver vicini alle porte gli Unni, i quali devastavano la campagna, e minacciavano anche la stessa città. Per attestato di Agatia[2791] e di Teofane[2792], altro ripiego non ebbe _Giustiniano_ Augusto, che di ordinare a _Belisario_ patrizio di procedere contra di quegl'insolenti Barbari. Era già venuta la vecchiaia a trovare questo eccellente generale; tuttavia, così esigendo il bisogno, diede di mano alle sue armi, e con quelle poche truppe che potè adunare, consistenti in alcune sole centinaia di cavalli e di alcune altre di pedoni, uscì coraggiosamente in campagna, e raunato un grande stuolo di contadini, si fortificò fuori della città. Poscia più coll'industria e con gli stratagemmi, che colla forza, tanto seppe fare, che obbligò i Barbari a ritirarsi. Giustiniano dipoi per liberarsi da costoro, e mandarli contenti al loro paese, valendosi dell'apparenza di riscattare gli schiavi, votò loro in seno una buona quantità di oro, e n'ebbe la pace.

NOTE:

[2789] Gregor. Magnus, Dialogor., lib. 2, cap. 15.

[2790] Mabillonius, Annal. Benedictin., lib. 5.

[2791] Agath., lib. 5 Hist.

[2792] Theophan., in Chron.

Anno di CRISTO DLX. Indizione VIII.

GIOVANNI III papa 1. GIUSTINIANO imperadore 34.

L'anno XIX dopo il consolato di Basilio.