Annali d'Italia, vol. 2 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750

Part 82

Chapter 823,297 wordsPublic domain

Gli Alamanni, una delle nazioni germaniche, già tributarii del re _Teoderico_, e tuttavia idolatri, s'erano dopo la di lui morte soggettati per forza al re _Teodeberto_, padre d'esso Teodebaldo, e fra essi erano due fratelli, duci di quella nazione, _Leutari_ e _Butilino_. Da Paolo Diacono[2756] questi è chiamato _Buccellino_, ed ha questo nome presso Gregorio Turonense[2757], e nelle Croniche di Mario Aventicense[2758] e del Continuatore di Marcellino conte[2759]. Costoro, veggendo che il re Teodebaldo preferiva il gusto della pace ad ogni guadagno, presero essi l'assunto di far la guerra in Italia ai Greci, invaniti della speranza di grandi conquiste e d'immenso bottino, sprezzando soprattutto Narsete, per essere eunuco ed allevato solamente fra le delizie della corte. Certo nol doveano ben conoscere. Però adunato un esercito di ben sessantacinque mila tra Alamanni e Franchi, calarono in Italia. Narsete, benchè non abbastanza informato di questi movimenti, ai quali probabilmente fu dato impulso dai Goti, vivente ancora il re Teia, piuttosto che dopo la sua morte, come credette Agatia, pure, per prevenir gli sforzi altrui, attese a conquistar le fortezze che nella Toscana erano tuttavia in mano dei Goti: segno che la convenzione fatta tra essi dopo la vittoria riportata contro Teia, o non era stata seguita, o riguardò solamente i soldati goti che intervennero al fatto d'armi con Teia. Ma premendogli maggiormente l'acquisto di Cuma, perchè in quel forte castello aveano i Goti ricoverate le loro più preziose cose, colà passò con tutto l'esercito, e l'assediò. V'era alla difesa _Aligerno_, fratello del defunto Teia, uomo di mirabil forza, che in tirar d'arco non avea pari. Furono fatte più mine per far cadere le mura; furono dati varii assalti: tutto riuscì inutile. Pertanto Narsete, avendo ormai intesa da sicuri avvisi la calata di Leutari e di Butilino con sì grossa armata, e l'arrivo d'essi di qua dal Po, non volle più perdere tempo intorno a Cuma; lasciato quivi un corpo di truppe bastevole per tener bloccata quella fortezza, passò in Toscana col resto dell'armata. Di colà spedì la maggior parte de' suoi sotto il comando di _Fulcari_, capitano degli Eruli, di _Giovanni_ nipote di Vitaliano, di _Artabano_ e d'altri condottieri verso il Po, con ordine d'impedire, per quanto permettevano le loro forze, i progressi dei Franchi ed Alamanni. Attese egli intanto ad altri vantaggi in Toscana. A lui si sottoposero Civitavecchia, Firenze, Volterra, Pisa e gli Alsiensi, creduti oggidì quei di Palo. I soli Lucchesi vollero far fronte, e quantunque avessero capitolato di arrendersi, qualora nello spazio di trenta dì non venisse loro un tal soccorso che fosse capace di combattere in campagna aperta, ed avessero dati gli ostaggi; pure, spirato il termine, mancarono di parola, sperando che di dì in dì arrivassero i Franchi. Fu consigliato Narsete di uccidere gli ostaggi in faccia agli assediati spergiuri. Egli inclinato alla misericordia, e riguardando come iniquità il punir gl'innocenti in luogo dei colpevoli, fece condurre gli ostaggi presso alle mura, ed intimò ai cittadini l'esecuzione delle promesse, minacciando di morte i lor parenti. Ricusando essi di farlo, ordinò che si decollassero, quei miseri, il carnefice diede colla spada i colpi, ma Narsete avea fatto metter loro un collare di legno coperto dai panni, per cui niun nocumento ebbero eglino, e, secondo il concerto fatto, finsero di stramazzar come morti. Allora un gran pianto e grido s'alzò per la città. Narsete promise di risuscitar quegli uomini, se si arrendevano, e fu accettata la proposizione. Ma dappoichè videro in salvo i suoi, nè pur vollero questa fiata mantener la parola. Narsete, in vece di pensare alla vendetta, mise in libertà gli ostaggi, i quali poscia tanto esaltarono l'affabilità e rettitudine del generale cesareo, che quel popolo cominciò a deporre tanta durezza. Erano già entrati i Franchi in Parma. Si avanzò spropositatamente e senza ordine verso quella città _Fulcari_ condottiere degli Eruli, inviato colà da Narsete. Nascosi i Franchi nell'anfiteatro ch'era fuori della città, gli furono addosso, e per quanta difesa egli facesse, rimase morto sul campo con quei che non poterono fuggire. Intanto i Goti abitanti nella Liguria ed Emilia, che aveano poc'anzi fatta pace ed amistà, ma finta, coi Greci, udendo gli avanzamenti de' Franchi, ruppero i patti e si gittarono nel loro partito. Per lo contrario i capitani di Narsete, scorgendo sè stessi inferiori di forze, e che i Goti spalancavano le porte delle terre subitochè arrivavano i Franchi, credettero ben fatto di ritirarsi nelle vicinanze di Ravenna. Mandò Narsete a rimproverarli di codardia, e tanta forza ebbero le di lui riprensioni, che ritornarono alla volta di Parma, e lì presso s'accamparono. Allora Narsete maggiormente affrettò l'assedio di Lucca, dov'erano entrati dei comandanti franzesi, e tuttochè con assalti, mangani e fuochi offendeva la città, tantochè finalmente la guarnigione, dopo d'essersi sostenuta per tre mesi, trattò di rendersi, ed ottenne il perdono del passato, con allegria ammise entro la città i Greci. Dopo di che Narsete si trasferì a Ravenna, e trovandosi nella vicina Classe, ebbe il contento di veder comparire _Aligerno_, fratello del morto re Teia, che saggiamente pensando all'avvenire, e nulla di bene sperando dalla parte dei Franchi, intenti solamente al proprio interesse e vantaggio, venne a proporgli la resa di Cuma da tanto tempo assediata, con farla valere in suo pro. Senza difficoltà si conchiuse presto l'affare, e venne quella forte rocca in poter delle sue genti con tutto o quasi tutto il tesoro, che ivi si conservava sì della corona, come de' particolari Goti. Riuscì ancora a Narsete di mettere il piede in Rimini per amichevol accordo coi Varni, che v'erano di presidio, e presero partito nell'armata imperiale. Disfece inoltre un corpo di due mila Franchi, i quali sbandati erano giunti fino ai contorni di Ravenna, mettendo tutto a sacco. E perciocchè il verno chiamava ognuno a quartiere, egli da Ravenna passò a Roma, dove si trattenne tutto quel tempo, addestrando intanto in continui esercizii il suo esercito per averlo pronto alla primavera ventura. Fu in quest'anno tenuto in Costantinopoli il quinto concilio generale, per terminare la fastidiosa controversia dei tre capitoli. Perchè non consentì papa _Vigilio_ alla condanna dei medesimi, _Giustiniano_ Augusto con iscandalosa prepotenza il cacciò in esilio con altri vescovi ch'erano del suo parere. Ciò non ostante, vedremo prosperate l'armi sue in Italia: il che dovea fare accorto il cardinal Baronio, che i giudizii di Dio sono occulti, e questo non essere il paese, dov'egli faccia sempre giustizia col punire i cattivi e premiare i buoni, ma riserbarlo egli al mondo di là.

NOTE:

[2752] Victor Turonen., in Chron.

[2753] Pagius, Crit. Baron.

[2754] Theoph., in Chronogr.

[2755] Agat., de Bell. Goth., lib. 1.

[2756] Paulus Diaconus, de Gestis Longob., lib. 2, cap. 2.

[2757] Gregor. Turonensis, lib. 3, cap. 32.

[2758] Marius Aventicens., in Chron.

[2759] Continuator Marcellini Comitis, in Chron.

Anno di CRISTO DLIV. Indizione II.

VIGILIO papa 17. GIUSTINIANO imperadore 28.

L'anno XIII dopo il consolato di Basilio.

Nulla si opponeva al poderoso esercito dei due duci alamanni e franchi, essendo assai debili a petto di queste, e troppo ancora divise in tanti presidii le forze imperiali d'Italia. Però costoro a man salva dalla Liguria passarono fin verso Roma[2760], lasciando dappertutto funestissimi segni della loro barbarie e rapacità. I Franchi, siccome gente cattolica, portavano rispetto ai sacri templi; ma gli Alamanni, che erano i più, facevano alla peggio dappertutto, asportando i vasi sacri, e spogliando d'ogni loro ornamento la chiese, con ispianarne ancora non poche, e con trucidar senza compassione i miseri contadini. Passarono oltre Roma, e giunti al Sannio, divisero l'armata in due. _Buccellino_, ossia _Butilino_, col maggior nerbo di quelle masnade tirò a man destra, con devastare la Campania, la Lucania, i Pruzii, e giugnere fino allo stretto di Sicilia. _Leutari_ marciò alla sinistra lungo il mare Adriatico, mettendo a sacco tutto quel tratto di paese sino ad Otranto. Era già avanzata la state, quando Leutari e il suo esercito, pieni di prede, pensarono di tornarsene alle lor case. Fattolo sapere a Buccellino, non volle costui imitarli, perchè i Goti gli davano ad intendere di volerlo per re loro. Venne Leutari, e giunto a Fano, mandò innanzi tre mila de' suoi per osservar se sicure erano le strade. _Artabano_ uffiziale cesareo, che avea rannata della gente in Pesaro, postosi in aguato, piombò loro addosso, ne uccise molti e fu' cagione che gli altri fuggendo misero in conquasso tutto l'esercito de' suoi, i quali mentre in quella confusione si armano, diedero campo alla maggior parte dei loro prigioni di scappare e di portar seco quanto poterono del ricco bottino. Finalmente Leutari, passato con gran fatica il Po, condusse la sua gente a Cenesa, allora posseduta dai Franchi. Così la chiama Agatia. Io la crederei Ceneda, terra della Venezia, se Paolo Diacono nol dicesse ritirato fra Verona e Trento vicino al lago di Garda. Quivi non men egli che tutti i suoi furono colti da una terribile e sì feroce peste, che coi denti si strappavano a brani la carne propria, e tutti o quasi tutti per esso malore finirono di vivere: giusto giudizio e castigo di Dio, per le enormità incredibili da loro commesse, come osservò lo storico Agatia. Nè già permise la stessa divina giustizia che avesse miglior mercato l'altra armata di Buccellino. Gregorio Turonense[2761] racconta in un fiato una man di fole di costui: cioè che egli riportò molte vittorie combattendo contra Belisario: il che diede motivo all'imperadore di richiamar Belisario e di mandare in Italia Narsete. Che esso Buccellino prese tutta l'Italia, diede una rotta a Narsete, e dipoi occupò la Sicilia, i cui tributi inviò al re Teodeberto: tutte fandonie, senza che sia un filo di verità. Il vero si è, che Buccellino, dopo aver dato il sacco a quante terre trovò per via fino a Reggio di Calabria, tornossene indietro, e giunto vicino a Capua, si accampò alla riva del fiume Casilino, cioè del Volturno, in un luogo che Paolo Diacono chiama Tanneto. Postosi all'incontro sull'altra riva Narsete con quanta gente di suo seguito potè. Descrive Agatia l'armatura de' Franchi, se pure non vuol dire degli Alamanni: cioè, che quasi tutti erano fanteria. Non usavano archi, frecce, dardi o fionde. Al lato destro portavano lo scudo, al sinistro la spada. Presso di loro non era in uso l'usbergo, ossia la lorica; pochissimi portavano celata in testa; nudi fino alla cintura, da cui poscia scendeano calzoni fino a' piedi, fatti di tela di lino, oppure di cuoio. Portavano anche accette con ferro da due parti aguzzo, e degli angoni, specie di alabarde coll'asta di legno, ma quasi tutta coperta di ferro e non molto lunga, nella cui punta era un acuto ferro con varie punte, ossieno uncini, che guardavano al basso, e simili agli ami. Di questi angoni si servivano per lanciarli contra il nemico, quando erano a tiro. Se colpivano il corpo, ancorchè il colpo non fosse mortale, non se ne potea sbrigar l'uomo ferito per cagion degli uncini. Se li ficcavano negli scudi, non ci era verso di staccarli, nè di valersi più di essi scudi, ed intanto trovandosi disarmato il corpo del nimico, o colla scure o con altra asta il uccidevano. Vennesi finalmente un dì ad un generale fatto d'armi. Alla ferocia di que' Barbari, benchè superiori di numero, prevalse il buon ordine, accompagnato dal valore delle milizie di Narsete. Restò morto nel conflitto _Buccellino_, e non solo sconfitti i suoi, ma messi a fil di spada tutti, coll'esserne appena salvati cinque, laddove soli ottanta in circa dell'esercito di Narsete perirono in quella giornata: di modo che ancor qui si potè ravvisare la mano di Dio. Immensa fu la preda che ne ebbero i vincitori, composta dello spoglio di tante provincie: e però tutti allegri ricondussero Narsete a Roma.

Il cardinal Baronio riferì all'anno 555 i fatti e la morte di questi due barbari capitani. Il Continuatore di Marcellino conte, all'anno 552. Il padre Pagi finalmente sostiene che senza dubbio avvennero nell'anno 553, allegando per la sua sentenza Agatia. Ma io tengo che sieno da riferire all'anno presente 554, e che evidentemente s'inganni il Pagi. Per confessione ancora di lui, nel mese di luglio dell'anno 552 seguì la battaglia, in cui morì il re Totila. Si raccolsero poi i Goti in Pavia, crearono re Teia. Questi mandò suoi ambasciadori a Teodebaldo re de' Franchi, per muoverlo contra de' Greci, e nulla ottenne. Costò questa spedizione del tempo. Appresso il medesimo Teia da Pavia col suo esercito si portò fin di là da Napoli: molto più tempo occorse a questo viaggio. Ciò saputo da Narsete, chiama dalla Toscana e dall'Umbria tutte le sue truppe, e con esse poi va a mettersi a fronte di Teia. Non si fanno volando quelle marcie. Stettero per _due mesi_[2762] guardandosi le due armate, finchè vennero alle mani, e nella zuffa rimase morto Teia. Sicchè la morte di questo re va sul fine dell'anno 552, o pure, come ho creduto io, fondato sopra Mario Aventicense[2763], ne' primi mesi dell'anno 553. Ora chiaramente si vede che Agatia narra nel primo libro gli avvenimenti succeduti _dopo la morte di Teia_: cioè l'avere i Goti istigata la nazion de' Franchi e degli Alamanni contra di Narsete; avere Leutari e Buccellino dovuto mettere insieme l'armata per calare in Italia, e che essi calarono ben tardi. Aggiugne che l'assedio di Cuma durò _più di un anno_, che Narsete spese _tre mesi_ a quello di Lucca, e poi passò a Ravenna, e di là a Roma, e vi stette _nel verno_. Ecco dunque terminato l'anno 553, e per necessità doversi riporre nell'anno presente 554 (come saggiamente ancor fece il Sigonio) le altre azioni, narrate da Agatia e da me, dei suddetti due generali alamanni o franzesi, sino alla lor morte[2764]. Così ancora ha fatto il suddetto Mario, col mettere un anno dopo la morte di Teia quelle di Leutari e di Buccellino. Crede parimente il suddetto padre Pagi che _Teodebaldo_ re dei Franchi terminasse il corso di sua vita nell'anno precedente 553. In prova di che egli cita il Continuatore di Marcellino conte, la cui testimonianza non può sembrar sicura da che egli sotto l'anno 552 mette la venuta in Italia di Narsete e le morti di Totila e di Buccellino, senza aver parlato di Teia: cose tutte contrarie alla cronologia di quei tempi. Mario Aventicense, nello stesso anno, in cui Leutari e Buccellino pagarono il fio delle tante iniquità da lor commesse in Italia, rapporta ancora la morte del re Teodebaldo. E ciò s'accorda con Agatia, il quale sul fine del secondo libro, dopo aver esposti i fatti e la caduta di quei due barbari capitani, scrive che in questo mentre fu rapito dalla morte esso re Teodebaldo senza prole, e che, venuti a contesa i due suoi zii _Childeberto_ e _Clotario_ per quella grande eredità, furono vicini a deciderla colle spade e coll'esterminio dei paesi. Ma Clotario, provveduto di cinque valorosi e bravi figliuoli, profittò della buona congiuntura di trovarsi Childeberto assai vecchio, e però entrò in possesso del vasto regno di Teodebaldo; ed essendo poi mancato di vita anche lo stesso Childeberto senza figliuoli, s'impadronì nella stessa guisa del regno di lui; con che venne ad unirsi tutta la monarchia franzese nel solo _Clotario_. Ma se, per quanto abbiam veduto nel presente anno 554, Leutari e Buccellino diedero fine alla lor tragedia; per conseguente, anche secondo Agatia, cadde in questo medesimo anno la morte del re Teodebaldo. E dicendo Gregorio Turonense[2765] che questo principe pagò il tributo alla natura _nell'anno settimo del suo regno_, veniamo ad intendere che il re Teodeberto suo padre cessò di vivere nell'anno 548. Strano è poi il voler inferire esso Pagi che al precedente anno appartenga la morte del re Teodebaldo e di Buccellino, perchè Agatia, dopo aver fatto il racconto suddetto, immediatamente soggiugne: che _in questi tempi_, correndo la state, Costantinopoli restò da un terribil tremuoto fracassata. _Se in questi tempi_, adunque nell'anno, in cui accadde la morte del re Teodebaldo, e però nel corrente anno 554, nel quale appunto riferisce Teofane lo stesso tremuoto, succeduto, secondo lui, nel dì 15 di agosto, _correndo l'Indizione II_, che vuol dire nell'anno presente.

NOTE:

[2760] Agath., lib. 2 de Bell. Goth.

[2761] Gregor. Turonens., lib. 3, cap. 32.

[2762] Procop., lib. 4, cap. 35.

[2763] Marius Aventicensis, in Chron.

[2764] Sigon., de Regn. Occident., lib. 20.

[2765] Gregor. Turonensis, lib. 4, cap. 9.

Anno di CRISTO DLV. Indizione III.

PELAGIO I papa 1. GIUSTINIANO imperadore 29.

L'anno XIV dopo il consolato di Basilio.

Abbiamo da Agatia[2766] che dopo la morte di _Leutari_ e di _Buccellino_, accaduta, come dicemmo, nell'anno precedente, circa sei mila Goti, i quali aveano prestato aiuto a que' generali masnadieri, temendo, anzi prevedendo che Narsete non gli avrebbe lasciati senza gastigo, si ritirarono in un fortissimo castello appellato _Campsa_. Probabilmente questo è _Compsa_, oggidì _Consa_, luogo picciolo sì, ma la cui chiesa gode l'onore di essere arcivescovato. Loro capo era un certo _Ragnari_, di nazione Unno o sia Tartaro, uomo arditissimo e scaltro. Narsete stette sotto quella fortezza tutto il verno. Venuta la primavera, colto fortunatamente da una saetta, Ragnari finì di vivere; ed allora i Goti capitolarono la resa, salve le loro vite. Fu loro mantenuta la parola. Ma Narsete, affinchè non tornassero a ribellarsi, tutti li mandò per mare a Costantinopoli. E qui finisce Agatia di parlare de' Goti, ossia degli Ostrogoti d'Italia, perchè con questa azione ebbe fine la guerra e il regno d'essi: regno ch'era durato circa sessantaquattro anni; regno non usurpato, perchè conquistato colla permissione dell'imperadore, e regno glorioso finchè visse il re Teoderico, ma che in fine fu l'esterminio d'Italia, non già per colpa dei soli Goti, ma perchè chi volle privarli del lor diritto ed abbatterli, fece loro una sì lenta e lunga guerra. Al nominarsi ora i Goti in Italia raccapricciano alcuni del volgo, ed anche i mezzo letterati, quasi si parli di Barbari inumani e privi affatto di legge e di gusto. Così le fabbriche antiche malfatte si chiamano d'architettura gotica, e gotici i caratteri rozzi di molte stampe fatte sul fine del secolo quintodecimo o sul principio del susseguente. Tutti giudizii figliuoli dell'ignoranza. _Teoderico_ e _Totila_, amendue re di quelle nazione, certo non andarono esenti da molti nei; tuttavia tanto fu in essi l'amore della giustizia, la temperanza, l'attenzione nella scelta dei ministri ed uffiziali, la continenza, la fede ne' contratti, con altre virtù, che potrebbono servir di esemplare pel buon governo de' popoli anche oggidì. Basta leggere le lettere di Cassiodoro, e in fin le storie di Procopio, nemico per altro dei Goti. Nè quei regnanti variarono punto i magistrati, le leggi o i costumi de' Romani; ed è una fanciullaggine ciò che taluno immagina del loro pessimo gusto. Lo stesso Giustiniano Augusto ebbe bensì più fortuna che i re goti; ma, se è vero, almeno per metà, quanto di lui lasciò scritto Procopio, fu di gran lunga superato da essi Goti nelle virtù. Credo io nulladimeno che influisse non poco alla rovina dei Goti, l'esser eglino stati infetti dell'eresia ariana. Perchè, quantunque lasciassero agl'Italiani libero l'esercizio dell'antica loro religione cattolica, e rispettassero i vescovi, il clero e le chiese, e nè pur castigassero chi della lor nazione passava al cattolicismo, tuttavia nel cuor de' popoli, e massimamente de' Romani, stava fitta una segreta avversione contro d'essi, mal sofferendo di essere signoreggiati da una barbara nazione, e tanto più perchè diversa di religione, dimodochè i più bramavano di mutar padrone. Lo mutarono in fatti, ma con pagare ben caro l'adempimento de' loro desiderii, per gl'immensi danni che seco portò una guerra di tanti anni; e, quel ch'è peggio, perchè questa mutazione si tirò dietro la total rovina dell'Italia da lì a pochi anni, con precipitarla in un abisso di miserie, siccome vedremo andando innanzi. Abbiamo da Agnello storico[2767], vivente nell'anno 830, che _Giustiniano_ imperadore donò alla chiesa di Ravenna tutte le sostanze che possedevano i Goti in quella città e nelle circonvicine, e le lor chiese, quali tutte furono consecrate da _Agnello_ arcivescovo, e dal rito ariano ridotte al cattolico romano. Spezialmente loda egli la chiesa di san Martino, fondata dal re _Teoderico_, mirabile per la sua bellezza.