Annali d'Italia, vol. 2 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750

Part 81

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Qui il padre Pagi pretende che a tutti i patti si sia ingannato Procopio, con dire succeduto questo gran fatto d'armi sotto _Audoino_ re de' Longobardi, perchè, per attestato di Paolo Diacono[2740] e dell'abate Biclariense[2741], a' tempi del re _Alboino_, figliuolo di esso Audoino, accadde la terribil rotta dei Gepidi; e si ha da Sigeberto[2742] che Alboino cominciò a regnare nell'anno 543. Racconta in fatti Paolo Diacono che si fece giornata campale fra que' Barbari, in cui restarono interamente sconfitti i Gepidi, e tanta fu la rabbia de' Longobardi vincitori, che non diedero quartiere ad alcuno, di modo che la potente nazione dei Gepidi rimase disfatta, nè ebbe più re da lì innanzi. E perciocchè Procopio, in raccontando i fatti dell'anno susseguente 553, mette tuttavia vivo _Toresino_, ossia _Turisendo_, re de' Gepidi, vuole esso Pagi che ancor qui lo stesso Procopio prendesse abbaglio, attestando del pari Paolo Diacono e l'abate Biclariense che nel tempo di quel memorabil conflitto regnava fra i Gepidi non _Toresino_, ma _Cunimondo_ suo figliuolo, che restò anch'egli vittima del furor de' Longobardi. Ma il Pagi non usò qui la sua solita diligenza ed attenzione; cioè confuse in una due diverse battaglie, altra essendo quella che accadde in quest'anno, regnando _Toresino_ fra i Gepidi, e _Audoino_ fra i Longobardi, di cui appunto conservò memoria Paolo Diacono al primo libro della storia longobardica al capitolo ventesimoterzo, e in cui restò morto _Turismondo_ figliuolo del re Toresino; e di questa prima battaglia fa menzione anche l'autore della Miscella[2743]. L'altra si vede narrata dal medesimo Paolo Diacono al capitolo vigesimosettimo di esso libro primo, e dall'abate Biclariense, allorchè _Cunimondo_ era re de' Gepidi, ed _Alboino_ de' Longobardi. Procopio narra cose avvenute a' suoi giorni, e ch'egli poteva ben sapere; e nominando egli più volte il re _Audoino_, vivente in quest'anno, indarno si vuol produrre contra la di lui autorità Sigeberto, scrittore che fiorì dopo l'anno 1100, il quale fa morto Audoino nel 543, con error manifesto, siccome vedremo. Mette anche Sigeberto da lì a poco con altro errore la morte di Totila, e il fine del regno de' Goti nell'anno 546. Procopio, dico, nell'anno seguente 553, ci assicura che _Toresino_, o _Turisendo_, re de' Gepidi, era tuttavia vivente e regnante fra i Gepidi. Scrive inoltre che un certo _Ildisgo_ si ricoverò presso i Gepidi, ed un certo _Ustrigoto_ presso i Longobardi, ed essersi accordati i re di quelle due nazioni per uccidere entrambi que' rifugiati. Adunque durava tuttavia il regno dei Gepidi. Ma quel che decide la presente quistione, si è la chiara testimonianza di _Menandro protettore_, storico di questo medesimo secolo, e continuatore della storia di Agatia, non osservato dal padre Pagi. Alcuni pezzi della sua opera si leggono negli Estratti delle legazioni[2744]. Egli dunque narra, che mentre era imperadore _Giustino_, il successore di Giustiniano, bolliva una fiera inimicizia fra _Alboino re dei Longobardi_ e _Cunimondo re de' Gepidi_, ed avere il primo fatto ricorso agli _Abari_, ossieno _Avari_, cioè agli Unni, che noi chiamiamo Tartari, e stabilita lega con loro, come accenna anche Paolo Diacono; dopo di che fece la guerra ai Gepidi. _Cunimondo_ ricorse all'imperadore _Giustino_; ma questi non volle mischiarsi nelle loro liti. Però non sotto Giustiniano Augusto, ma sotto il suo successore Giustino succedette il secondo fatto di armi, che portò seco la distruzione del regno de' Gepidi, narrato da Paolo Diacono, e diverso dal primo, di cui parla Procopio. Serviranno tali notizie pel proseguimento della storia d'Italia. Intanto merita di esser fatta menzione, che _Giordano_ storico, appellato indebitamente fin qui _Giornande_, a cagione di qualche testo scorretto, dopo aver accennata la prima sanguinosa battaglia fra i Gepidi e i Longobardi, narrata anche da Procopio, diede fine al suo Trattato istorico _de regnorum successione_, terminato perciò nel corrente anno. Dalla prefazione di esso libro si scorge ch'egli avea prima composto l'altro libro _de Rebus Geticis_, cioè nell'anno 550, perchè ivi fa menzione nella nascita di _Germano_, figliuolo postumo di _Germano_ patrizio, di cui poco fa parlammo, e di _Matasunta_ figliuola di _Amalasunta_. Era questo Giordano di nazione _Goto_. Sigeberto[2745] il fa anche _vescovo_, ed alcuni perciò l'han creduto troppo buonamente vescovo di Ravenna. Quanto a me, siccome dissi nella prefazione alle sue opere[2746], tengo ch'egli fosse _monaco_; e non sarebbe gran cosa che avesse avuta la sua stanza in Ravenna, allora sottoposta a Giustiniano Augusto, al vedere come egli parli d'esso imperadore e dei Greci. In quest'anno seguì un gran dibattimento in Costantinopoli per cagione di tre capitoli che _Vigilio_ papa, _Dazio_ arcivescovo di Milano, ed altri di Italia sosteneano contro la pretensione e prepotenza di Giustiniano Augusto, che s'era ostinato a volerli condannati, lasciandosi indurre da _Teodoro_ vescovo di Cesarea in Cappadocia, capo degli eretici acefali. Pubblicò esso Augusto un editto intorno a questa controversia, con abusarsi della sua autorità e con discapito del suo nome. Perchè se gli oppose Vigilio, nè volle consentire, fu maltrattato; e temendo di peggio, come potè il meglio, scappò a Calcedone, con rifugiarsi nella chiesa di santa Eufemia di quella città, che era il più riverito asilo sacro dell'Oriente in questi tempi.

NOTE:

[2737] Procop., de Bell. Goth., lib. 4, cap. 24.

[2738] Procop., de Bell. Pers., lib. 4, cap. 25.

[2739] Jordan., de Regnor. Success.

[2740] Paulus Diaconus, de Gest. Langobard., lib. 1, cap. 27.

[2741] Abbas Biclariensis, in Chron.

[2742] Sigebertus, in Chron.

[2743] Hist. Miscella, lib. 16.

[2744] Hist. Byz., tom. 1, pag. 110.

[2745] Sigebertus, in Chronico.

[2746] Rer. Italicar. Scriptor., tom. 1.

Anno di CRISTO DLII. Indizione XV.

VIGILIO papa 15. GIUSTINIANO imperadore 26. TEIA re 1.

L'anno XI dopo il consolato di Basilio.

Avea finora l'imperador _Giustiniano_ atteso con gran negligenza agli affari di Italia. Finalmente, come se si fosse svegliato da un grave sonno, tutto si diede a preparare i mezzi per distruggere il regno dei Goti. Eletto _Narsete_ capitan generale delle sue armi in Italia, soprattutto si studiò di provvederlo del maggior nerbo di chi prende a guerreggiare, cioè del denaro, acciocchè con questo assoldasse un fioritissimo esercito, soddisfacesse alle milizie esistenti in Italia, prive da gran tempo di paga, e potesse ancora sedurre i seguaci di Totila. Era Narsete piccolo di statura e gracile, non sapeva di lettere; mai non aveva studiato eloquenza; ma la felicità del suo ingegno, la sua attività e prudenza supplivano a tutto, e compariva mirabile la grandezza dell'animo in quest'uomo, che pur era eunuco[2747]. Adunque così bene assistito Narsete, trasse seco a Salona un'armata, secondo que' tempi, ben poderosa. Imperocchè molta gente aveva egli raccolto da Costantinopoli, dalla Tracia e dall'Illirico, correndo a folla le persone alla fama dei tesori imperiali ch'egli generosamente impiegava. Trovò in Salona le soldatesche già raunate da _Germano_ patrizio e da _Giovanni_ genero d'esso Germano. Seco ancora si unì un corpo di due mila e dugento de' migliori e più scelti Longobardi, che il re _Alboino_, ad istanza di Giustiniano Augusto, spedì all'impresa d'Italia, colla giunta ancora di tre mila combattenti per servigio de' primi; così che sembrano simili agli uomini d'arme usati nei secoli posteriori in Italia. Inoltre ebbe Narsete tre mila cavalli Eruli, molti Unni, molti Persiani e quattrocento Gepidi con altre non poche truppe d'altri paesi. Restava di trovar la via di condurre in Italia tutto questo esercito. Per mare non appariva, perchè sarebbe stato necessario un immenso stuolo di navi. Per terra bisognava passare per luoghi, dove i Franchi tenevano dei presidii. Narsete senz'altro mandò a dimandare il passaggio ai Franchi, che lo negarono, col pretesto ch'egli menava seco dei Longobardi lor capitali nemici. Segno è questo che i Franchi dovevano aver occupato le città di Trivigi, Padova e Vicenza, o almeno dei luoghi in quelle parti. Certo non erano padroni di Verona. Trovavasi Narsete in grande agitazione per questo, e tanto più perchè si venne a sapere, aver _Totila_ inviato _Teia_ suo capitano col fiore de' Goti alla suddetta Verona per contrastare il passo all'armata nemica, la qual pure, quand'anche i Franchi avessero conceduto il passaggio, non potea tenere altra strada che quella di Verona, essendochè il Po in questi tempi formava delle sterminate paludi dove ora è il Ferrarese con altri paesi circonvicini. Avea inoltre Teia fatti incredibili lavorieri alle rive del Po, acciocchè non restasse aperto adito alcuno per quelle parti ai nemici. Prevalse dunque il parere di Giovanni nipote di Vitaliano, assai pratico de' cammini, il quale consigliò d'istradare l'armata per i lidi del mare Adriatico fino a Ravenna, col condurre seco un sufficiente numero di barche atte a far ponti per valicare i molti fiumi che vanno a sboccare nel mare. Così fu fatto, e felicemente con tutto il suo numeroso oste Narsete pervenne a Ravenna; cosa che non si erano mai aspettata i Goti. Fermatosi quivi nove giorni per rinfrescare e rimettere in lena le truppe, con esse poi s'inviò alla volta di Rimini, al cui fiume e ad uno stretto passo ebbe all'incontro _Usdrila_ capitano di quel presidio, uomo valoroso[2748]. La morte di costui fece ritirare i suoi nella città; laonde Narsete continuò il suo viaggio. Ma perchè nella via Flaminia, andando innanzi, si trovava Pietra Pertusa, fortezza quasi inespugnabile, che impediva il passo, voltò Narsete a man destra per valicar l'Apennino. Totila dimorava in questi tempi in Roma, aspettando che da Verona venissero a congiungersi seco le squadre comandate da Teia. Venute queste, ancorchè fossero restati indietro due mila cavalli, mosse l'armata sua, e per la Toscana s'inoltrò sino all'Apennino in un luogo appellato Tagina, alquante miglia lungi dal campo di Narsete postato ad un luogo chiamato i Sepolcri dei Galli. Crede il Cluverio[2749] che que' siti fossero tra Matelica e Gubbio, e verso l'antica, ora desolata, terra di Sentino.

Quivi si accinsero amendue le nemiche armate a decidere con un generale conflitto della sorte d'Italia. Procopio, secondo il costume di varii storici greci e latini, ci fa intendere le belle parlate che i due generali avrebbono dovuto fare ai lor soldati per animargli al combattimento. Ma quando, già schierati gli eserciti, si credeva inevitabile il fatto d'armi, Totila si ritirò indietro, per attender due mila combattenti che a momenti doveano arrivare. Arrivati poi questi, si venne alla giornata campale, che fu formidabile, sanguinosa e piena di morti, ma specialmente dalla parte dei Goti. Tacciato fu d'inescusabile imprudenza Totila, perchè ordinò ai suoi di non valersi nella zuffa nè di saette, nè di spade, ma solamente di picche e lance, servendosi all'incontro l'armata di Narsete di tutte le sue armi, fece tal guasto in quelle de' Goti, che finalmente la rovesciò e mise in fuga. Rimasero estinti sul campo circa sei mila Goti; altri si arrenderono, che furono poco appresso tagliati a pezzi dai Greci. Gli altri, coll'aiuto delle loro gambe o de' cavalli, si studiarono di salvare la vita. Sopraggiunse la notte, e Totila fuggendo anche egli cercava di mettersi in salvo. Ma, o sia che nel calore della battaglia fosse stato trafitto da una saetta, mentre al pari dei soldati valorosamente combatteva; o sia che nella fuga da un Gepida appellato Asbabo fosse ferito con una lancia nella schiena (che questo non si sa bene), giunto ch'egli fu ad un luogo chiamato Capra, fu bensì curata la sua ferita, ma da lì a poco di quella morì, e al corpo suo tumultariamente data fu sepoltura. Principe, benchè barbaro di nazione, pure degno d'essere registrato fra gli eroi dell'antichità; tanto era stato il suo valore nelle azioni, la sua prudenza nel governo, la sua vigilanza ed attività nella decadenza d'un regno, che, trovato da lui sfasciato, s'era per sua cura rimesso in assai buono stato. Era eziandio lodata da tutti la sua continenza, e da molti la sua giustizia e clemenza, con altre virtù che meritavano bene un fine diverso. Questa vittoria, quantunque non isterminasse affatto la potenza dei Goti, pure le diede un gran crollo. Narsete, siccome persona ammaestrata nella vera pietà, la riconobbe dal favore e voler di Dio, e non già dalle mani degli uomini. Evagrio[2750] l'attribuisce alla divozione professata dal medesimo Narsete alla beata Vergine madre di Dio, e il cardinal Baronio[2751] all'avere in questi tempi Giustiniano, dappoichè avea fatti varii strapazzi e violenze a papa Vigilio, rallentato il suo rigore, con dimostrare di voler pur rimettere in lui le controversie della religione. Ed in tanto il papa se ne stava come esiliato in Calcedone, e ritirato nel tempio di santa Eufemia. Dopo questo felice successo dell'armi cesaree in Italia, attese Narsete a cacciar via i Longobardi seco condotti, perchè costoro barbaramente incendiavano le case, e facevano violenza alle donne, anche rifugiate nei sacri templi. Caricatili dunque di doni, gl'inviò al lor paese, cioè nella Pannonia, ossia nell'Ungheria, facendoli accompagnare da _Valeriano_ e da _Damiano_ suo nipote con un corpo di milizie, affinchè que' Barbari non commettessero disordini nel viaggio. Sbrigato Valeriano da costoro, condusse le sue brigate sotto Verona con pensiero di formarne l'assedio, se il presidio gotico non s'induceva a rendersi. Trovò in essi buona disposizione; ma ciò risaputo dai Franchi acquartierati in quel territorio, tanto si adoperarono, che il trattato andò a monte, e Valeriano si ritirò altrove.

Intanto i Goti scampati dalla battaglia suddetta si ridussero a Pavia, e quivi crearono per loro re _Teia_ figliuolo di _Fridigerne_, il più valoroso de' loro uffiziali. Trovò egli in quella città parte di quel tesoro che per sicurezza v'avea mandato Totila, e con esso tentò di tirare in lega i Franchi; e nello stesso tempo rimise in piedi un competente esercito. Narsete in questo mentre, dopo aver ordinato a Valeriano che si portasse al Po, per impedire i progressi dei Goti, col suo esercito prese Spoleti, Narni e Perugia, e quindi voglioso di mettere il piè in Roma, colà si portò. Per non tenere occupata tanta gente nella difesa di quell'ampia città, avea il re Totila fatta cingere di mura una picciola parte intorno alla mole d'Adriano, oggidì castello Sant'Angelo, formandovi una specie di fortezza. In essa riposero i Goti il meglio de' loro averi, con farvi buona guardia; del resto della città si prendevano poca cura. Non fu però difficile a Narsete il dare la scalata ad un sito delle mura, dove niuno si trovava alla difesa: con che s'impadronì di Roma. E strettosi dipoi intorno al castello, tal terrore diede a quella guarnigione, che in poco tempo essa capitolò la resa, salve le persone. Racconta qui Procopio, senza saper intendere i giudizii di Dio, come la presa di Roma fatta dai Greci riempiè di giubilo i Romani banditi, subito che l'intesero, e pur questa fu la loro rovina. Perciocchè i senatori, ed altri che erano nella Campania, si mossero tosto per rimpatriare; ma colti dai Goti che tenevano varie fortezze in quelle parti, furono messi a fil di spada. Altri, incontrandosi ne' Barbari che militavano nell'esercito di Narsete, ebbero la medesima sorte. Dianzi ancora aveva il re Totila, allorchè marciava contro a Narsete, scelti da varie città trecento figliuoli dei nobili Romani, sotto pretesto di tenerli come suoi familiari, ma veramente perchè gli servissero d'ostaggio, e gli avea mandati di là dal Po. Trovatili il nuovo re Teia, tutti barbaramente li fece uccidere. Studiossi dipoi questo re, quanto potè, per muovere contra i Greci anche _Teodebaldo_ re dei Franchi, offerendogli una gran somma di danaro; ma non gli venne fatto, perchè non volevano i Franchi spendere il loro sangue in servigio de' Goti, nè de' Greci, e solamente pensavano a far eglino soli la guerra per conquistare ed unire, se avessero potuto, ai lor dominii anche l'Italia. Vennero intanto in poter di Narsete il castello di Porto, Nepi e Pietra Pertusa. Mandò egli dipoi _Pacurio_, all'assedio di Taranto, altri a quello di Civitavecchia ed a quello di Cuma, nel cui castello Totila avea riposta parte del suo tesoro, e messovi per governatore _Aligerno_ suo minor fratello.

NOTE:

[2747] Agath., lib. 1 de Bell. Gothic.

[2748] Procop., de Bell. Goth., lib. 4, cap. 29.

[2749] Cluverius, Ital., lib. 2, cap. 6.

[2750] Evagr., lib. 4, cap. 23.

[2751] Baron., Annal. Eccl.

Anno di CRISTO DLIII. Indizione I.

VIGILIO papa 16. GIUSTINIANO imperadore 27.

L'anno XII dopo il consolato di Basilio.

Ho io rapportato all'anno precedente 552 la morte del re _Totila_ e l'elezione di _Teia_, uniformandomi col Sigonio e col padre Pagi, ancorchè Mario Aventicense, seguitato dai cardinali Baronio e Noris, la riferisca all'anno presente. Certamente Procopio assiste alla prima sentenza, e si veggono altri fatti posticipati d'un anno nella Cronica d'esso Mario. Peggio fa Vittor Tunonense[2752], che mette nell'anno susseguente 554 la battaglia in cui Totila fu ucciso. Ma certo coi conti del Pagi[2753] e i miei si accorda Teofane[2754], il quale scrive che nell'anno medesimo in cui morì _Menna_ patriarca di Costantinopoli, correndo l'_Indizione XV_ (la qual morte tutti gli eruditi concedono seguita nell'anno 552 senza dissentirne i cardinali suddetti): in esso anno, dico, nel mese d'agosto arrivarono a Costantinopoli i corrieri trionfali, portando la nuova della gran vittoria ottenuta da _Narsete_ colla morte di Totila, le cui vesti insanguinate e la sua berretta carica di gemme fu presentata a _Giustiniano_ Augusto. Sia nondimeno lecito a me di seguitar Mario Aventicense in un fatto, cioè in rapportare all'anno presente la morte del re _Teia_, giacchè egli in un anno rapporta la di lui elezione, e nel susseguente la di lui caduta. Teia dunque, a cui premeva forte di conservar Cuma, per non perdere il tesoro quivi rinchiuso, uscito di Pavia, arditamente passando per molti luoghi stretti e per le rive dell'Adriatico, all'improvviso comparve nella Campania. Colà del pari col suo esercito si trasferì Narsete, e giunto verso Nocera alle falde del monte Vesuvio, si trovò a fronte de' Goti, i quali s'erano fortificati alle rive del fiume Dragone. Due mesi stettero quivi le armate, senza che l'una potesse o volesse assalir l'altra. Ma dacchè un Goto, per tradimento, vendè a Narsete tutta la flotta delle navi, onde Teia riceveva, secondo il bisogno, i viveri, allora i Goti attaccarono la battaglia, e combatterono da disperati. Vi rimase morto _Teia_, dopo aver fatto delle incredibili prodezze; e ciò non ostante seguitarono furiosamente i suoi a combattere. La notte servì a far cessare il conflitto. Ma, fatto giorno, ricominciarono la zuffa, e con tanto vigore menarono le mani, che non si potè mai romperli. Ritiratisi finalmente, e ragunato il consiglio, mandarono a dire a Narsete, che ormai conoscevano essersi Iddio dichiarato contra di loro, e che deporrebbono l'armi, chiedendo solamente di potersene andare per vivere secondo le loro leggi, giacchè intendeano di non servire all'imperadore; siccome ancora di poter portar seco il danaro che cadaun avea riposto in varii presidii d'Italia. Penava Narsete ad accordare queste condizioni, ma _Giovanni_ nipote di Vitaliano, con rappresentargli che non era bene il cimentarsi di nuovo con gente disperata, e che bastava ai prudenti e moderati il vincere, senza esporsi a nuovi pericoli, tanto disse, ch'egli acconsentì. Fu dunque convenuto che quei soldati goti coi loro bagagli speditamente uscissero d'Italia, nè più prendessero l'armi contra dell'imperadore. Mille di essi andarono a Pavia ed oltre Po, e gli altri Goti confermarono quei patti, in guisa che Narsete s'impadronì di Cuma e degli altri presidii. Con che Procopio dà fine all'anno XVIII della guerra de' Goti, terminato nella primavera presente, ed insieme alla sua storia, continuata poi da Agatia, scrittore anch'esso di questi tempi. Ma io dubito forte che sieno state aggiunte al testo di Procopio queste ultime parole, confrontandole con ciò che il suddetto Agatia ci verrà dicendo[2755]. Scrive egli adunque, che dopo la convenzione stabilita con Narsete, i Goti parte andarono nella Toscana e Liguria, parte nella Venezia e in altri luoghi, dov'erano soliti di abitare. Si aspettava che adempiessero le promesse fatte, e contenti dei lor beni schivassero da lì innanzi i pericoli, con respirare da tante calamità. Ma poco appresso si diedero a macchinar altre novità e ad intraprendere un'altra guerra. Conoscendo di non poterla far soli, spedirono ai Franchi, per indurli a muoversi contra de' Greci. Qui Agatia fa un bell'elogio de' Franchi, rappresentandoceli, benchè Barbari, pure diversi troppo dagli altri Barbari nella pulizia e nella maniere di vivere, per cui somigliavano piuttosto ai Romani, e massimamente per la religione cattolica da essi ancora professata, e per la giustizia e per la singolare bravura, con cui aveano largamente dilatato il loro dominio, e per la concordia che regnava fra loro. Patisce eccezione quest'ultima lode; e se Agatia fosse vivuto un poco più, forse avrebbe tenuto un differente linguaggio. Regnava allora _Teodebaldo_, il più potente di quei re, giovinetto dappoco, perchè di sanità meschina. A lui ricorsero i Goti transpadani, ma nol trovarono disposto a voler brighe di guerra.