Annali d'Italia, vol. 2 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750

Part 80

Chapter 803,110 wordsPublic domain

Preparò dunque una flotta numerosa di navi grosse, che i Goti di tanto in tanto aveano prese ai Greci, e ve ne aggiunse altre quattrocento minori, con pensiero di fare uno sbarco in quell'isola. Prima nondimeno di mettersi in viaggio a quella volta, provò se poteva sloggiare i Greci da Civitavecchia. _Diogene_ fuggito da Roma, s'era colà ritirato, e vi aveva un presidio sufficiente alla difesa. Fu formato l'assedio, e fatte varie chiamate a Diogene, ed esibitegli delle vantaggiose condizioni, finalmente si capitolò la resa, se entro il pattuito termine l'imperadore non gli mandava soccorso; e furono dati trenta ostaggi dall'una parte e dall'altra. Dopo di che i Goti diedero le vele al vento, e s'incamminarono verso la Sicilia. Giunti che furono a Reggio di Calabria, Totila intimò la resa a quel presidio di Greci, al comando de' quali erano _Torimuto_ ed _Imerio_. Ma trovatili costanti nel loro dovere, lasciò quivi un buon corpo di gente, con ordine di tener bene stretto quel presidio, affinchè non v'entrassero viveri, assai informato che quel castello, ossia quella città, ne penuriava non poco. Inviò un altro corpo de' suoi a Taranto, che senza fatica s'impadronì di quella terra. Nello stesso tempo i Goti da lui lasciati nel Piceno per tradimento entrarono nella città di Rimini. Avvicinandosi poi costoro a Ravenna, _Vero_, che allora era comandante delle armi in quella città, uscì in campagna col nerbo maggiore delle sue truppe, e venne con loro a battaglia; ma ebbe la sfortuna d'essere disfatto con gran perdita de' suoi, e con lasciare egli stesso la vita sul campo. Totila intanto passò con lo stuolo delle sue navi in Sicilia, ed accampossi intorno a Messina, alla cui difesa bravamente s'accinse _Donnenziolo_, uffiziale dell'imperadore, colla sua guarnigione. A riserva di quei che erano necessarii per quell'assedio, tutte le altre masnade dei Goti si sparsero per la Sicilia, e quasi tutta la misero a sacco, con occupare ancora qualche fortezza. Contra de' Siciliani erano forte in collera i Goti, perchè fino ne' tempi del re Teoderico supplicarono per essere esenti da grosse guarnigioni, per ischivarne l'aggravio, promettendo essi di ben difendere l'isola. Ma appena vi si lasciò veder _Belisario_, che tutti si ribellarono, acclamando l'imperadore. Mentre si faceva il brutto ballo in quelle contrade, la guarnigione di Reggio di Calabria, dopo aver consumati tutti i viveri, finalmente venne a rendersi con restar prigioniera di guerra. Portate a Costantinopoli sì triste nuove, determinò Giustiniano d'inviare in Italia _Germano_ patrizio, che dal padre Pagi[2735], forse per errore di stampa è chiamato _patruus_, cioè _zio paterno_ d'esso imperadore, ma che in fatti era figliuolo d'un fratello, ossia nipote del medesimo Augusto; personaggio di gran senno, gravità e coraggio, e di non minore sperienza nell'arte militare, la cui riputazione era in onore dappertutto, sì per esser sì strettamente congiunto di sangue coll'imperadore, e sì perchè molto prima avea data una famosa rotta agli Anti, popoli barbari, ed inoltre col suo valore e colla prudenza sua avea, per così dire, riacquistata all'imperio l'Africa, con torla dalle mani de' tiranni insorti in quelle parti dopo la conquista fattane da Belisario. Venne in Italia l'avviso di questa elezione, e rincorò quanti ci restavano o soldati, o ben affetti al nome dell'imperadore. Ma non si sa il perchè Giustiniano, mutato pensiero, diede il comando dell'armi d'Italia a _Liberio_ cittadino romano: benchè poco appresso pentito anche della scelta da lui fatta, non lo lasciasse venire, considerandolo per troppo avanzato in età e poco pratico del mestier della guerra. Trovavasi allora in Costantinopoli papa _Vigilio_ con assaissimi altri Italiani de' più nobili, che continuamente faceano premura ad esso Augusto, acciocchè un grande sforzo si facesse per ricuperar l'Italia dalle mani de' Goti. E specialmente erano inculcate tali istanze da _Gotico_ (così viene appellato nel testo di Procopio, ma probabilmente è _Cetego_) patrizio, stato gran tempo fa console. Un Cetego nell'anno 504 fu ornato di questa dignità; ma par molto indietro un tal tempo. Giustiniano prometteva tutto, ed intanto spendeva la maggior parte del tempo nella spinosa controversia dei tre capitoli, che allora bolliva forte in Oriente, e fu cagione di scisma e di non pochi ammazzamenti. Vigilio papa fece varie figure, contrariato dal clero romano, e massimamente dai vescovi dell'Africa e dell'Illirico, siccome può vedersi nella Storia ecclesiastica. Se Giustiniano Augusto non fosse stato fazionario in questa lite, e non avesse usato della prepotenza contro di esso papa, non sarebbero seguiti tanti sconcerti, che pur troppo turbarono forte la Chiesa di Dio.

NOTE:

[2733] Procop., de Bell. Goth., lib. 3, cap. 34.

[2734] Procop., de Bell. Goth., lib. 3, cap. 37.

[2735] Pagius, Crit. Baron., ad ann. 551, n. 2.

Anno di CRISTO DL. Indizione XIII.

VIGILIO papa 13. GIUSTINIANO imperadore 24. TOTILA re 10.

L'anno IX dopo il consolato di Basilio.

Leggesi una lettera di papa _Vigilio_ scritta in Costantinopoli nel dì 29 di aprile nell'anno XXIV dell'imperio di Giustiniano, e nono dopo il consolato di Basilio, cioè nell'anno presente, ad _Aureliano_ vescovo d'Arles, dove il prega che, essendosi udita l'entrata dei Goti in Roma, voglia muovere _Childeberto_ re de' Franchi a scrivere al re _Totila_, per raccomandargli la Chiesa Romana, acciocchè niun danno o pregiudizio venga inferito alla medesima, nè alla religion cattolica. Le istanze degl'Italiani rifugiati in Costantinopoli, e più l'impegno della riputazione, ebbero in fine tanta possa, che Giustiniano si applicò daddovero agli affari d'Italia. Dichiarò dunque capitan generale il suddetto _Giustino_ suo nipote, e gli comandò di marciare[2736]. Poche erano le milizie a lui assegnate per l'impresa d'Italia; ma gli fu sborsata una gran somma d'oro, con ordine di assoldare quanta gente potesse nella Tracia e nell'Illirico, e di condur seco _Filemuto_ principe degli Eruli colle sue barbariche brigate, e _Giovanni_ suo genero, ch'era figliuolo di una sorella di Vitaliano, e generale allora dell'armi dell'Illirico. Era morta ad esso _Germano_ _Passara_, sua prima moglie, che gli avea partorito due figliuoli, cioè _Giustino_ stato console nell'anno 540, e _Giustiniano_, che riuscì un valentissimo generale di armata, ambedue preparati per venire col padre in Italia. Passò poi, siccome altrove dicemmo, alle seconde nozze con _Matasunta_, figliuola di _Amalasunta_, e moglie in primo luogo di _Vitige_ re dei Goti. Questa ancora volle egli menar seco in Italia, con isperanza che i Goti per riverenza al nome di sua madre e del re Teoderico suo avolo, umilierebbero l'armi all'arrivo di lei. Datosi dunque a spendere largamente non solo il danaro a lui dato dall'Augusto Giustiniano suo zio, ma il proprio ancora, ammassò in breve un fioritissimo esercito, concorrendo a militare sotto di lui gli uffiziali più segnalati ed assaissima gente della Tracia e dell'Illirico e inoltre i Barbari stessi, tirati dalla fama del suo nome, e molto più dal danaro che puntualmente veniva sborsato. In Italia ancora, appena s'intese essere stato scelto per generalissimo dell'armi cesaree questo principe, che tutti i Greci ed Italiani militanti o per amore, o per forza nelle armate de' Goti, segretamente fecero intendere a Germano, qualmente arrivato ch'egli fosse in Italia, tutti, senza perder tempo, verrebbono ad unirsi con lui. All'incontro cotal nuova stordì forte i Goti, con restar anche divisi di parere, se avevano a prendere l'armi contro la stirpe di Teoderico, cioè contro Matasunta. In questi tempi essendo spirato il tempo che _Diogene_, uffizial greco, s'era preso per rendere Civitavecchia, ed avendo il re _Totila_ inviato colà deputati per l'esecuzion della promessa, egli si scusò di non poter mantenere la parola data, perchè Germano coll'esercito suo era vicino a dargli soccorso. Perciò l'una parte e l'altra restituì gli ostaggi, restando Diogene alla difesa di quella città, e Totila sommamente burlato e in collera per questo.

Ora mentre il valoroso Germano patrizio in Sardica, o Serdica, città dell'Illirico, ossia della Mesia o della Dacia, ammassava ed esercitava le raunate genti, disposto a passare in Italia, ecco gli Slavi, che, valicato il Danubio, fanno una irruzione nella Mesia, arrivano fino alla città di Naisso, con iscoprirsi il disegno loro di penetrar fino a Salonichi. Venne subito un ordine dall'imperador a Germano di lasciar per allora la spedizion d'Italia e di accorrere in aiuto di Salonichi. Ma avuto ch'ebbero gli Sclavi contezza, come era in quelle parti Germano con un'armata, tal terrore li prese, che, mutato cammino, s'istradarono altrove. Pertanto Germano, liberato dall'apprensione di que' Barbari, era già dietro ad imbarcar la sua gente per venir in Italia, quando all'improvviso si infermò d'una malattia che in pochi dì il condusse al sepolcro, desiderato e compianto da tutti. N'ebbe gran dispiacere anche l'imperador Giustiniano, che dipoi diede ordine a _Giovanni_ e a _Giustiniano_, figliuolo di esso Germano, di passar colla flotta in Italia. Aveva dianzi il medesimo Augusto inviato _Liberio_ con un'altra flotta carica di buone fanterie per soccorrere la Sicilia. Poscia, avendo egli rimesso in sua grazia _Artabane_, e creatolo generale della Tracia, aveva spedito ancor questo con alcune navi alla volta d'essa Sicilia, con ordine di prendere il comando delle truppe condotte da Liberio. Il primo a giungere in quell'isola fu Liberio, il quale a dirittura passò a Siracusa, allora assediata dai Goti, e felicemente entrò coi suoi legni nel porto. Artabane, all'incontro, sorpreso non lungi dalla Calabria da una fiera tempesta, vide dissipate tutte le sue navi, alcune trasportate nella Morea, altre perite; egli colla sua, che avea perduto l'albero maestro, fu spinto dal vento all'isola di Malta, e quivi si salvò. Liberio, non avendo forze bastanti in Siracusa da far sortite sopra i nemici, e trovata ivi non poca scarsezza di viveri, giudicò meglio di continuare il viaggio fino a Palermo. Sarebbe passata male a quella città, e forse ad altre, se essendo stato preso dai Goti in Catania _Spino_ da Spoleti, questore di Totila, e a lui carissimo, non avesse costui ottenuta la libertà, con promessa d'indurre i Goti a ritirarsi dalla Sicilia. Tante cagioni in fatti egli addusse a Totila, massimamente con fargli credere imminente l'arrivo di una poderosa armata imperiale, pervenuta già in Dalmazia, che fu risoluto nel consiglio de' Goti di lasciar in pace quell'isola. Poste dunque nelle lor navi le immense ricchezze raunate con tanti saccheggi de' miseri Siciliani, e una prodigiosa copia di grani e d'armenti rapiti, con lasciar qui dei presidii solamente in quattro luoghi, Totila menò le sue milizie in Italia. Non così fecero _Giovanni_ e _Giustiniano_, arrivati in Dalmazia colla flotta e coll'esercito maggiore spedito da Giustiniano. Perchè trovando quella provincia infestata dagli Sclavi, con dubbio che que' Barbari fossero stati mossi da segreto maneggio del re Totila, determinarono di svernare in quel paese, per mettersi poi in viaggio nella seguente primavera. Ma non si fermarono quivi gli Sclavi. Scorsero fino ad Adrianopoli, commettendo innumerabili mali, e portavano le minaccie fino ai contorni di Costantinopoli. Contro di loro fu spedito un esercito da Giustiniano, ch'ebbe la disavventura di essere sbaragliato da que' Barbari, e costoro s'avanzarono dipoi fino ai Muri Lunghi, luogo una giornata distante da Costantinopoli, dove una parte di essi fu disfatta. Gli altri carichi di preda se ne tornarono alle lor case. Fiorì in questi tempi _Vittore_ vescovo di Capoa, dotto non meno nelle latine che nelle greche lettere. Fabbricò un ciclo pasquale, e compose altri libri, de' quali parla la storia letteraria.

NOTE:

[2736] Procop., de Bell. Goth., lib. 3, cap. 3.

Anno di CRISTO DLI. Indizione XIV.

VIGILIO papa 14. GIUSTINIANO imperadore 25. TOTILA re 11.

L'anno X dopo il consolato di Basilio.

Circa questi tempi, durando tuttavia la guerra tra _Giustiniano_ Augusto e i Persiani, venne in pensiero all'imperadore di proibire a' suoi che non comperassero da lì innanzi le sete dai Persiani; perchè una tal merce era allora al maggior segno cara, e portava fuori degli stati dell'imperio delle grandi somme d'oro con profitto de' Persiani, i quali soli la traevano dall'India, e la vendevano poscia agli Europei con eccessivo guadagno. Questo editto fu cagione che alcuni monaci tornati dall'India si esibissero d'introdurre in Europa la fabbrica della seta, e ne descrissero la maniera all'imperadore, che molto se ne maravigliò, e gl'incoraggì, con promessa di gran premio, ad eseguire l'impresa. Per tanto quei monaci ritornarono nell'India, e di colà portarono a Costantinopoli molte uova di vermi da seta, che fatti poi nascere, e nutriti colle foglie di gelsi mori, cominciarono a dar seta, e ne introdussero l'arte o fabbrica nel romano imperio, dove poi si propagò ed è giunta a quel segno che ora si vede. Giù si preparava _Giovanni_, nipote di Vitaliano, alla partenza da Salona coll'armata navale cesarea destinata contra i Goti, quando arrivò ordine dell'imperadore che non si movesse, ed aspettasse l'arrivo di _Narsete_ eunuco, già destinato capitan generale dell'armi di Cesare in Italia. Si partì da Costantinopoli esso Narsete con un bell'accompagnamento di truppe, e colla cassa di guerra ben provveduta di danaro. Gli convenne fermarsi per qualche tempo in Filippopoli, perchè gli Unni, cioè i Tartari, aveano fatto una irruzion nella Tracia, saccheggiando il paese (disgrazia famigliare in que' tempi a tutti i confini settentrionali dell'imperio d'Oriente), ed impedivano i cammini. Finalmente, sbrigato da quella canaglia, proseguì il suo viaggio. Intanto il re _Totila_, presentita la venuta di Narsete, richiamò in Roma alcuni de' senatori, ed ordinò loro di aver cura della città, con lasciar gli altri nella Campania. Ma li teneva come schiavi, nè essi poterono riavere porzione alcuna de' beni sì del pubblico che dei privati. Poscia, allestite circa trecento navi lunghe, e caricatele di Goti, le spinse verso le spiagge della Grecia. Fecero costoro uno sbarco in Corfù, e devastarono quell'isola colle altre appresso; passarono in terra ferma, e diedero il sacco a varie terre; e costeggiando per quelle riviere, presero varii legni che conducevano vettovaglie per servigio dell'armata di Narsete. Era già gran tempo che i Goti tenevano assediata per terra e per mare la città d'Ancona; laonde quel presidio si trovava ridotto a gravi angustie per la penuria di viveri. _Valeriano_, che comandava in Ravenna per l'imperadore, non avendo altro ripiego per soccorrerli, scrisse lettera a Salona, pregando Giovanni, giacchè tante milizie avea condotte colà, di accorrere a salvar quella città dall'imminente pericolo di rendersi. Giovanni, benchè avesse ordini in contrario dalla corte, pure credendo meglio fatto di non ubbidire in circostanze tali, con trecento navi lunghe, piene di sue milizie, venne a trovar Valeriano, che seco unì altre dodici navi, ed amendue passarono a Sinigaglia. Ciò saputo dai Goti, vennero loro incontro con quarantasette navi cariche del fiore della lor gente, ed attaccarono la zuffa. Ma non erano da mettere in confronto dei Greci, bene addottrinati nelle battaglie navali, i Goti affatto novizii in quel mestiere. Perciò rimasero facilmente disfatti, con salvarsi appena undici dei loro legni. Il resto venne in poter dei Greci. Portata dai fuggitivi la nuova di questa disavventura agli altri ch'erano all'assedio di Ancona, fu cagione che sgombrassero in fretta il paese, e scappassero ad Osimo, lasciando in preda de' Greci le loro tende e bagagli. Questa percossa indebolì non poco le forze e il coraggio de' Goti. Tornò dipoi Valeriano a Ravenna, e Giovanni a Salona.

In questo medesimo tempo _Artabane_ giunto in Sicilia[2737], e preso il comando dell'armi cesaree, costrinse alla resa que' pochi presidii che Totila avea quivi lasciati ne' luoghi forti: cose tutte che accrebbero la costernazione de' Goti. Nè già restava speranza alcuna d'indurre Giustiniano Augusto a qualche ragionevol accomodamento. S'erano ben essi più volte esibiti di cedergli ogni lor pretensione sopra la Sicilia e Dalmazia, e di pagargli un annuo tributo, e di unir seco l'armi loro ad ogni sua requisizione come sudditi. Neppure fu data risposta alle lor proposizioni. Nondimeno _Totila_, principe di animo grande, punto non si sgomentava per tali contrarietà. Egli in quest'anno, raunata una possente flotta, la spedì in Corsica e Sardegna, dipendenti allora dal governo cesareo dell'Africa, e, senza trovarvi contrasto, sottopose quelle illustri isole al suo dominio. Tardi v'accorse _Giovanni_, generale dell'armi imperiali in Africa, colla sua flotta. Sbarcate le sue schiere in Sardegna, si pose a bloccare la città di Cagliari. E non l'avesse mai fatto; perchè dal presidio gotico, uscito fuori, fu con tal empito assalito, ch'ebbe bisogno di buone gambe per salvarsi con quei che poterono seguitarlo nelle navi, e seco se ne tornarono malcontenti a Cartagine. La città di Crotone in questi giorni era strettamente assediata dai Goti, e ogni dì più venendo meno i viveri, ebbe maniera di spedire un messo ad Artabane in Sicilia, per chiedergli soccorso. Sappiamo ancora da Procopio, che uditasi in Costantinopoli la morte poco dinanzi seguita di _Teodeberto_, potentissimo re dei Franchi, Giustiniano mandò per ambasciatore _Leonzio_ senatore a _Teodebaldo_ suo figliuolo e successore, per domandargli la restituzion dei luoghi occupati dai Franchi nella Liguria e Venezia, ed insieme per intavolare una lega con esso lui contra de' Goti. Teodebaldo rispose, che nulla era stato occupato da suo padre ai Greci in Italia, e che quanto vi possedeano i Franchi, l'aveano amichevolmente ricevuto da Totila che n'era padrone. Si scusò poi di non potere entrare in lega, perchè durava un accordo stabilito dal padre coi Goti con queste condizioni, che amendue le nazioni desistessero dal farsi guerra, e quietamente possedessero quanto aveano in Italia. Che se riuscisse a Totila di prevalere contra dell'imperadore, allora verrebbono ad una transazione che fosse la più utile e decorosa. Inviò poi Teodebaldo anch'egli a Costantinopoli i suoi ambasciatori, e, senza volere dare aiuto ai Greci, tenne forte le conquiste fatte da suo padre in Italia. Quali queste fossero, non bene apparisce. Se vogliam credere al padre Pagi, in quest'anno ebbe fine il regno de' _Gepidi_, i quali da molto tempo possedevano la Dacia, e signoreggiavano ancora nel Sirmio. Erano confinanti ad essi i popoli _longobardi_, siccome possessori della Pannonia, e non poche liti bollivano fra queste due potenti nazioni, siccome fu accennato di sopra. Per attestato di Procopio[2738], il re de' Gepidi, voglioso di vendicarsi coi Longobardi, mosse lor guerra in questi tempi. Reggeva allora la nazion longobardica il re _Audoino_. Questi subito ricorse a Giustiniano Augusto, con fare istanze di soccorso in vigore de' patti della lega che passava fra loro. Mandò veramente lo imperadore in suo aiuto non poche squadre d'armati, comandate da _Giustino_ e _Giustiniano_, figliuoli di _Germano_, e da altri capitani; ma queste si fermarono in Ulpia città dell'Illirico per una sedizione (vera o finta che fosse) insorta fra i cittadini a cagione delle controversie allora bollenti in materia di religione. Proseguì il viaggio solamente _Amalafrido_, figliuolo di _Amalberga_, figlia di _Amalafrida_, sorella del re _Teoderico_, e di _Ermenfrido_ già re della Turingia. Io non so perchè Procopio il chiami _Goto_, dopo averci indicato suo padre ch'era Turingio. La parentela spronò Amalafrida al soccorso del re Audoino, perciocchè una sua sorella, verisimilmente quella che presso Paolo Diacono porta il nome di _Rodelinda_, fu moglie d'esso re _Audoino_. Giordano storico[2739] chiama la moglie d'Audoino _figlia di una sorella di Teodato re dei Longobardi_; e veramente _Teodato_ ebbe per moglie _Amalafrida_ sorella del re Teoderico. Ora, per attestato dì Procopio, si venne ad un'atroce battaglia fra i Gepidi e Longobardi, in cui con tanta bravura e fortuna menarono le mani i Longobardi, che ne fu rotto e quasi tutto estinto sul campo l'esercito dei Gepidi.