Annali d'Italia, vol. 2 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750
Part 8
[299] Ammianus, lib. 29.
[300] Gothof., Chron. Cod. Theod.
[301] Baronius, ad an. 358.
[302] Ammianus, lib. 18, cap. 1.
[303] Eunap., in Excerpt. de Legat. Tom. I Hist. Byz.
[304] Ammianus, lib. 18, cap. 3.
[305] Ammianus, lib. 18, cap. 11.
[306] Idem, ibid., cap. 5.
[307] Ammianus, lib. 19, cap. 11.
[308] Labbe, Concil. General. Baronius, Annal. Eccl.
Anno di CRISTO CCCLX. Indizione III.
LIBERIO papa 9. COSTANZO imperadore 24.
_Consoli_
COSTANZO AUGUSTO per la decima volta, e FLAVIO CLAUDIO GIULIANO CESARE per la terza.
Prefetto di Roma in parte di questo anno continuò ad essere _Tertullo_, di professione pagano, che nell'anno precedente corse pericolo della vita in una sedizion del popolo affamato, perchè i venti contrarii non lasciavano venir le navi solite a portare i grani. L'anno presente fu quello in cui si sconciò fieramente la competente armonia, durata fin qui tra l'imperadore Costanzo e Giuliano Cesare, tuttochè anche in addietro, per testimonianza d'Ammiano[309], nella corte d'esso Costanzo abbondassero coloro che screditavano a tutto potere Giuliano, e mettevano in ridicolo ogni azione di lui, non mai nominandolo se non con parole di disprezzo. Avea esso Giuliano passato il verno in Parigi[310], quando gli giunse l'avviso che gli Scotti e Pitti, popoli barbari della Bretagna, facevano delle scorrerie nelle provincie romane di quella grand'isola. Spedì egli colà con un corpo di soldatesche _Lupicino_ generale, uomo valoroso, ma crudele ed avaro, e così borioso, che Giuliano ebbe ben cara questa occasione di allontanarselo dai fianchi. Partì costui sul fine del verno da Bologna di Picardia, ed arrivò felicemente a Londra. Altro di più non sappiamo della sua spedizione. Ma eccoti arrivar nelle Gallie _Decenzio_, uno de' segretarii di Costanzo, con lettere ed ordini indirizzati a _Lupicino_ (era questi andato già in Bretagna) e a _Gintonio_ primo scudiere[311] di condurre in Levante gli Eruli, i Batavi, i Petulanti ed i Celti, con trecento altri scelti dalle truppe di Giuliano. Era fatta istanza di tal gente pel bisogno pressante della guerra persiana; ma credesi che vi entrasse ancora un'invidia segretamente portata da esso Augusto al plauso e buon concetto che s'andava Giuliano acquistando coll'armi nelle Gallie. Intanto ad esso Giuliano unicamente fu scritto di eseguir certi ordini dati a Lupicino. Noi qui non abbiamo se non istorici pagani[312] che parlano di questo fatto, e può dubitarsi della lor fede. A udir costoro, procedette onoratamente Giuliano in tal congiuntura, col mostrarsi prontissimo all'ubbidienza, ancorchè sommamente se ne affliggesse, perchè così veniva a restare spogliato del miglior nerbo della sua armata, per modo che non solamente niuna impresa poteva egli più tentare, ma restavano anche le Gallie esposte alla violenza de' Barbari transrenani. Rappresentò ben egli a Decenzio il pericolo del paese, e la difficoltà di menar in Oriente que' soldati che s'erano arrolati, o pure come ausilarii militavano con patto di non passar le Alpi; ma Decenzio non aveva autorità di mutar gli ordini imperiali; e però scelti i migliori soldati, senza risparmiare nè pur le guardie del medesimo Giuliano, intimò a tutti la marcia. Giuliano[313] anch'egli volle che abbandonassero i quartieri, e fossero lesti al viaggio. Ma si cominciarono ad udir pianti, grida e querele di quella gente; si sparsero biglietti pieni di lamenti contra di Costanzo e in favor di Giuliano, quasichè si volesse condurli alla morte, facendoli pattare a sì rimoti paesi. Giuliano, per facilitar la loro andata, ordinò che potessero condur seco le loro famiglie, nè volea che transitassero per Parigi, dove egli dimorava, affinchè non succedesse sconcerto alcuno. Ma Decenzio fu di altro parere. Vennero a Parigi, e quanto quel popolo gli scongiurava di non andare, affinchè il paese non rimanesse esposto alla crudeltà dei Barbari, altrettanto i soldati mostravano desiderio di restarvi. Tenne Giuliano alla sua tavola i più cospicui uffiziali, usando con loro ogni cortesia, e facendo ad essi ogni più larga esibizione, in guisa tale che tra queste dolci parole e l'abborrimento a lasciar quel paese, se ne ritornarono tutti molto pensosi ed afflitti al loro quartiere.
Ma non terminò la giornata, che i soldati già commossi dai biglietti, si ammutinarono, e, prese l'armi, andarono ad assediar il palazzo dove era Giuliano, e con alte grida cominciarono a proclamarlo _imperadore Augusto_, e che voleano vederlo[314]. Fece Giuliano serrar le porte, e i soldati costanti stettero ivi sino alla mattina seguente, in cui rotte le porte, l'obbligarono ad uscirne, ed allora rinforzarono le acclamazioni, dichiarandolo Augusto. Mostrò Giuliano colle parole e coi fatti quanta resistenza potè; ma perchè i soldati minacciarono di torgli la vita se non si rendeva, forzato fu in fine di acconsentire. Allora posto sopra uno scudo, fu alzato da terra, e fatto vedere ad ognuno. Occorreva un diadema per coronarlo, ed egli protestò di non averne. Si pensò a prendere una fascia giojellata della toletta della moglie; ma non parve buon augurio il ricorrere ad un ornamento donnesco. Fu proposto di pigliare una redine ricamata di cavallo, acciocchè servisse almeno all'apparenza; ma stimò la cosa vergognosa; finchè un uffizial moro, cavatasi di dosso una collana d'oro giojellata, l'esibì, e con questa applicatagli al capo comparve in certa maniera coronato. Il che fatto, egli promise ai soldati cinque nummi d'oro e una libbra d'argento per testa. Nella lettera scritta agli Ateniesi, Giuliano protesta e giura per tutti gli dii (a molti pagani dovea costar poco un tal giuramento) ch'egli nulla sapeva della risoluzion presa dai soldati, e nulla operò per indurli a tale atto, e ch'egli fece quanto fu in sua mano per sottrarsi alla lor volontà; ma che dopo aver acconsentito, benchè per forza, non era più sicura la sua vita, se avesse voluto retrocedere. Ne creda il lettore quel che vuole. Ammiano scrive[315] che nella notte precedente, mentre Giuliano ondeggiava, invocando i suoi dii, per sapere se dovea cedere al voler dei soldati, gli comparve un'ombra, qual si dipingeva il genio del popolo romano, che gli disse d'essere più volte venuto alla sua porta per entrare, e far lui salire in alto; ma che se fosse rigettato anche questa volta, se ne partirebbe ben mal contento; avvisandolo nondimeno che non istarebbe gran tempo con esso lui. Comunque sia di questa o inventata o pazzamente creduta fantastica visione, ci assicura Eunapio[316] che Giuliano in quella stessa notte, avendo seco un pontefice gentile, ch'egli segretamente avea fatto venir dalla Grecia, fece con lui certe cose, delle quali eglino soli ebbero conoscenza, potendosi non senza fondamento sospettare che fossero sacrifizii, o incantamenti di magia, per cercar l'avvenire, de' quali è certo che si dilettò forte l'empio ed ingannato Giuliano. Ritiratosi poi egli nel palazzo, parve pieno di inquietudine e malinconia; e perchè corse nel giorno seguente voce ch'egli era stato ucciso (scrivendo in fatti Libanio[317], essere stato guadagnato un eunuco, suo aiutante o mastro di camera, per fare il colpo), i soldati volarono al palazzo, e vollero vederlo, con far susseguentemente istanza che fossero uccisi gli amici di Costanzo, i quali s'erano opposti alla di lui promozione. Ma Giuliano protestò che nol sofferirebbe giammai, e donò anche la vita all'eunuco suddetto. Perchè ad una parte di quelle milizie che già erano partite arrivò dietro la nuova dell'esaltazione di Giuliano, se ne ritornarono anch'esse a Parigi, dove esso novello Augusto, raunata tutta l'armata, fece un'arringa, lodando il lor coraggio, e protestando che non darebbe mai le cariche alle raccomandazioni, ma solamente al merito: il che piacque di molto a chi l'ascoltò.
E tale fu la maniera con cui Giuliano salì alla dignità imperiale, verisimilmente nel marzo od aprile di questo anno. Certamente gli storici gentili[318], partigiani spasimati di questo apostata imperadore, cel rappresentano portato per forza al trono, e senza sua precedente brama o contezza. Ma gli scrittori cristiani[319] furono d'opinion diversa, e condannarono la di lui ribellione ed ingratitudine verso Costanzo, sospettandola o credendola figliuola della di lui ambizione. Ora, dappoichè Decenzio ebbe veduta questa scena, non tardò a ritornarsene alla corte di Costanzo. _Fiorenzo_ prefetto del pretorio delle Gallie, che s'era ritirato apposta a Vienna, perchè prevedeva dei torbidi, anch'egli s'affrettò ad uscir dalle Gallie. Ebbe Giuliano tanta moderazione, che gli mandò dietro tutta la sua famiglia, con provvederla ancora del comodo delle poste. Vi restava il solo _Lupicino_, creduto capace d'imbrogliar le carte. Ma Giuliano, assai accorto, spedì un uffiziale a Bologna di Picardia, affinchè non passasse persona in Bretagna a portargli le nuove; ed intanto con sue premurose lettere il chiamò di là, e, ritornato che fu, il ritenne prigione. Non tardò poscia a spedire _Euterio_ suo maggiordomo, e _Pentado_ mastro degli uffizii, all'Augusto Costanzo con lettera, in cui rappresentava la violenza a lui fatta, pregandolo di consentirvi, e promettendo d'ubbidire come prima agli ordini suoi, d'inviargli alcune milizie, di accettar dalle sue mani un prefetto del pretorio, con riserbarsi l'elezione degli altri uffiziali. Leggesi questa lettera presso Ammiano[320]. Fece anche scriverne un'altra dall'armata di tenor poco diverso[321]. Il bello fu che agli ambasciatori suoi, se non falla Ammiano, diede un'altra segreta lettera, indirizzata al medesimo Costanzo, piena di sentimenti ingiuriosi e mordaci, che lo stesso storico confessa indecenti, e tali da non essere rivelati al pubblico. Zonara[322] veramente rapporta più tardi, cioè dappoichè seguì aperta rottura fra Costanzo e lui, questa lettera; ma Ammiano ha il vantaggio sopra di lui d'essere scrittore contemporaneo ed adoratore dello stesso Giuliano. Andarono gli ambasciatori, passando con difficoltà, e con assai ritardi per l'Italia e per l'Illirico; e finalmente arrivati in Asia, trovarono l'imperadore Costanzo in Cesarea di Cappadocia. Era già stato prevenuto l'arrivo loro da Decenzio, Fiorenzo ed altri fuggiti dalle Gallie. Costanzo ammise quei legati all'udienza, si mostrò alterato stranamente contra di Giuliano, nè più li volle ascoltare. Tuttavia, contenendo la collera sua, e consigliato dai savii, fece sapere colla spedizione di _Leonas_ questore a Giuliano di non poter approvare il fatto, e che s'egli voleva provvedere alla salute propria e dei suoi amici, si contentasse del titolo di _Cesare_, e di ricevere gli uffiziali che gli verrebbero spediti, cioè _Nebridio_ eletto prefetto del pretorio delle Gallie, e _Felice_ mastro degli uffizii. Arrivato Leonas a Parigi, fu ben accolto[323], ed esposti gli ordini di Costanzo, Giuliano si mostrò pronto ad ubbidire, purchè l'esercito v'acconsentisse[324]. Leonas non volle rimessa la decision dell'affare a tante teste, per paura d'essere tagliato a pezzi. Accettò bensì Giuliano per uffiziale Nebridio, ma rifiutò tutti gli altri, con rimandar poscia Leonas a Costanzo, e dargli, secondo Zonara, la lettera suddetta ben fornita di querele ed ingiurie contro il medesimo Augusto. Andarono poi innanzi e indietro altre ambascerie, ma senza che alcun dei due retrocedesse un passo: con che rotta affatto restò fra di loro l'armonia, e crebbe l'odio e lo spirito della vendetta.
Sì preso dalla rabbia per questo tradimento del beneficato Giuliano si trovò l'Augusto Costanzo, che pose infino in consulta, s'egli dovesse lasciar la guerra strepitosa de' Persiani per volgere l'armi contra del cugino. La vinse il parere de' saggi, che gli consigliarono di continuar la dimora in Oriente: altrimenti non la sola Mesopotamia, ma anche la Soria correvano rischio di cader nelle mani del re Sapore. Esso re appunto, venuta la stagione del guerreggiare, uscì in campagna nell'anno presente ancora con grandi forze[325]. Caddero i primi suoi fulmini sopra la città di Singara nella Mesopotamia, la quale fece per qualche dì gagliarda difesa; ma soccombendo essa in fine alla nemica potenza, furono tutti i suoi abitanti col presidio condotti in una misera schiavitù, e la città restò smantellata. Di là Sapore passò addosso alla città di Bezabde, appellata anche Fenice, città forte alle rive del fiume Tigri, custodita da tre legioni romane. Dopo alcuni giorni d'assedio il vescovo della città si portò al campo persiano per procurar la liberazione o la salute del suo popolo. Parlò ai venti, e la città da lì a qualche tempo fu presa a forza d'armi. Chi de' cittadini scappò al furor delle sciable, andò a penare schiavo nelle contrade persiane. Con questa felicità camminavano gli affari di Sapore: ed ancorchè l'imperadore Costanzo, dimorante in Costantinopoli, udisse tanti suoi progressi, sembrava più applicato a rovinar la Chiesa cattolica, che a difendere i proprii Stati. Quando Dio volle, passò pur egli in Asia, e giunse a Cesarea di Cappadocia, dove poco fa dicemmo che gli capitarono le disgustose nuove della ribellione di Giuliano. Fece maneggi per tener saldo nella fedeltà verso l'imperio _Arsace_ re dell'Armenia, il qual veramente con tutte le minaccie di Sapore corrispose alle speranze de' Romani. Passò dipoi Costanzo a Melitene, città della picciola Armenia, per unir ivi tutta la sua armata, e questa non fu all'ordine che dopo l'equinozio dell'autunno. Se un così timido e negligente generale d'armi fosse capace di grandi imprese, e di far paura ai Persiani, ognun sel vede. Marciò egli alla perfine, e, passando per Amida, non potè mirarne le rovine senza un tributo di lagrime. Si credette di poter ricuperare Bezabde, e l'assediò; ma sopravvenendo le pioggie e la cattiva stagione, fu costretto a levare il campo, e a ritirarsi coll'esercito ad Antiochia, dove si fermò per tutto il verno. In questo mentre[326] il novello imperador Giuliano, a fin di tenere in esercizio le sue truppe, passò all'improvviso il Reno, per quanto si crede, verso Cleves, e diede addosso ai Franchi cognominati Attuarii, che avevano in altri tempi colle loro scorrerie inquietata la vicina Gallia. Durò poca fatica a vincerli. Perchè umilmente chiesero pace, loro la diede; e poi, dopo aver visitate sin verso Basilea le fortezze poste sulla riva del Reno, per Besanzone passò a svernare in Vienna del Delfinato. Morì circa questi tempi _Flavia Giulia Elena Augusta_ sua moglie, e sorella dell'imperador Costanzo[327]: chi disse di parto, chi perchè cacciata dal palazzo[328]: e non mancò chi parlò di veleno, come s'ha, per attestato del Valesio, da una orazion manuscritta di Libanio. Fioriva in questi tempi l'insigne vescovo di Poitiers nelle Gallie sant'_Ilario_, che per la religion cattolica tanto soffrì e tanto scrisse.
NOTE:
[309] Ammianus, lib. 17, cap. 11.
[310] Idem, lib. 15, cap. 1.
[311] Julian., Epist. ad Atheniens.
[312] Zosimus, lib. 3, cap. 10. Libanius, Orat. X. Ammianus, lib. 20, cap. 4.
[313] Julian., Epist. ad Atheniens.
[314] Zosim. l. 3, c. 11. Julian., Epist. ad Athen. Ammianus, lib. 20, cap. 4. Libanius, Orat. XII.
[315] Ammianus, lib. 20, cap. 5.
[316] Eunap., Vit. Sophist., cap. 5.
[317] Liban., Orat. XII.
[318] Liban. Ammian. Zosimus.
[319] Gregorius Nazianzen., Orat. II. Philostorgius, lib. 4, cap. 5. Theodoret., in Histor. Eccl. Sozom., in Hist. Eccl. Zonaras, in Annal.
[320] Ammian., lib. 20, cap. 8.
[321] Julian., Epist. ad Athen.
[322] Zonar., in Annal.
[323] Liban., Orat. XII.
[324] Zonar., in Annalib.
[325] Ammian., lib. 20, cap. 6.
[326] Ammianus, lib. 20, cap. 10.
[327] Goltzius Tristanus.
[328] Ammianus, lib. 21, cap. 1. Zonar., in Annalib.
Anno di CRISTO CCCLXI. Indizione IV.
LIBERIO papa 10. GIULIANO imperadore 1.
_Consoli_
FLAVIO TAURO e FLAVIO FIORENZO.
Il secondo console, cioè _Fiorenzo_, quel medesimo è che vedemmo prefetto del pretorio delle Gallie, e fuggito di là dopo la ribellion di Giuliano, da cui poscia fu condannato a morte; ma egli si nascose, tanto che venissero tempi migliori. _Tauro_ era anche prefetto del pretorio d'Italia, e, per ben servire a Costanzo, aveva oppresso i cattolici nel concilio di Rimini. Permise Iddio che anch'egli fosse dipoi condannato all'esilio da Giuliano, tuttochè nulla avesse operato contra di lui. _Tertullo_ in questo anno ancora si truova prefetto di Roma. In luogo suo fu poi creato Massimo, dappoichè Giuliano divenne padron di tutto. Passò esso Giuliano Augusto, siccome già accennai, il verno in Vienna[329], dove sul principio di marzo gli giunse avviso che gli Alamanni sudditi del re o principe Vadomario verso Basilea aveano fatto delle scorrerie nel paese romano della Rezia. Spedì egli Libinone conte con una brigata di soldati per mettere al dovere que' Barbari; ma essi misero lui a morte, avendo egli disordinatamente voluto venir alle mani con loro. Fama corse che _Vadomario_, uomo furbo, trattando con Giuliano, gli dava i titoli d'Augusto e di dio[330]; menava poi segreti trattati con Costanzo imperadore, e da lui avea ricevuti ordini d'infestare il medesimo Giuliano; dicendosi di più ch'erano state intercette lettere comprovanti tal fatto. Vero o falso che ciò fosse, Giuliano se ne prevalse per uno de' suoi pretesti di far guerra a Costanzo. Intanto diede commissione a _Filagrio_ suo segretario, che poi fu conte d'Oriente, di attrappolar, se poteva, Vadomario, con cui continuava l'apparenza della pace; ed in fatti gli riuscì di farlo prigione in un convito. Altro male non gli avvenne, se non che Giuliano il relegò nelle Spagne, di dove uscito nei tempi susseguenti, fu creato duca della Fenicia. Passò poi lo stesso Giuliano di là dal Reno per gastigar coloro che aveano ucciso Libinone; ma non ebbe molto a faticare, perchè tutti dimandarono pace, o pure la confermarono, con che restarono quiete quelle contrade. Ma questi non erano i gran pensieri di Giuliano. Giacchè durava la nimicizia insorta fra lui e Costanzo, andava egli da gran tempo ruminando qual partito convenisse prendere, cioè di venire a guerra aperta, o pur d'intavolare qualche accordo con lui anche con proprio svantaggio. Ma perchè conosceva non essere Costanzo principe da potersi fidare della di lui parola, antepose la risoluzion di passare all'armi contra di lui. E tanto più si animò a questa impresa, perchè, essendo egli perduto nell'arte d'indovinare[331] o per augurii o per negromanzia, s'immaginò che Costanzo avesse da mancar di vita in questo anno, e nel mese di novembre. San Gregorio Nazianzeno scrive[332], non essere da stupire s'egli previde la morte d'esso imperadore, perchè avea guadagnato uno dei di lui cortigiani per avvelenarlo; e per questa fidanza s'incamminò dipoi coll'armi verso Levante. Osservò ancora Sozomeno[333] la follia di Giuliano in prestar fede ai suoi auguri e indovini, perchè egli non previde punto la propria morte, nè il funesto fine della sua impresa contro i Persiani. Ammiano il vuole scusar su questo, con dire ch'egli riguardava, non come cose certe, ma solamente come conghietture le predizioni de' suoi indovini: scusa familiare ad altri che s'immergono nell'arte empia e vanissima di voler conoscere l'avvenire.
La risoluzion presa da Giuliano di sguainar la spada contra di Costanzo imperadore ognun può scorgere quanta occasion desse a tutti i saggi di mormorare di lui, trattandosi di volgere l'armi contra di un cugino che l'avea colmato di benefizii, valendosi dell'autorità a lui conferita per ispogliare ed abbattere il medesimo suo benefattore. Cresceva anche l'iniquità ed ingratitudine sua, perchè Costanzo non si movea punto contra di lui, e trovavasi allora in angustie per la svantaggiosa guerra che avea coi Persiani. Si studiò lo stesso Giuliano di parare questa odiosità con varie scuse e pretesti, essendosi spezialmente studiato di giustificar la sua condotta presso le città della Grecia, come apparisce dalla lunga sua lettera, o sia dal manifesto scritto agli Ateniesi[334], che si legge stampata. Il bello è ch'egli pretendeva di essere stato o consigliato o pure obbligato dai suoi dii a ribellarsi; e Zosimo scrive[335] che una deità, apparendogli in sogno, l'animò all'impresa, senza badare ch'egli covava in cuore un interno iniquo dio, cioè l'ambizione, da cui era più che da altro spronato a tanta sconoscenza verso chi l'avea tanto beneficato. Anche i suoi soldati e partigiani dicevano promesso a lui da essi dii un felice successo: il che quanto si verificasse, si vedrà a suo tempo. Intanto fece egli quanti preparamenti mai seppe di gente e danaro per marciare verso l'Oriente. L'amore, ch'egli s'era guadagnato fra i popoli delle Gallie, indusse molti ad offerirgli spontaneamente ori ed argenti per isperanza di ricavarne buon frutto a suo tempo; nè si trovò più difficoltà ne' soldati per uscir dalle Gallie, e passar l'Alpi, facendo egli credere alla sua armata di non cercar altro per ora che d'impossessarsi dell'Illirico sino alla Dacia novella, per prendere poi altre misure o di accordo o di guerra. _Nebridio_, mandato già per prefetto del pretorio nelle Gallie da Costanzo, il solo fu[336] che protestò di non poter impegnarsi contra dello stesso Costanzo Augusto, e corse rischio d'essere messo in brani dai soldati, se Giuliano non l'avesse coperto col suo manto, e datagli poi licenza di ritirarsi in Toscana. Da Libanio[337] vien chiamato esso Nebridio un mezzo uomo. Se vuol dire per avventura un codardo, da quando in qua merita nome di codardo la fedeltà verso il principe suo? Se non si trattasse di un nobile romano, si crederebbe che egli parlasse di un eunuco. Fece Giuliano una promozion d'uffiziali, creando generale della sua cavalleria _Nevitta_, _Dagalaifo_ capitan delle guardie, _Mamertino_ tesoriere, quello stesso che poi compose il panegirico di Giuliano, e distribuendo ad altri varie cariche militari e civili. Lasciò _Sallustio_ per prefetto del pretorio nelle Gallie, e finalmente mise in moto l'esercito suo, diviso in varii corpi, parte inviandone per l'Italia, e parte per la Rezia, per far credere che fossero più che non erano le forze sue, quando non più di ventitrè mila persone, se non s'inganna Zosimo[338], egli conduceva seco. Con gran diligenza marciarono; ed ordine v'era di trovarsi tutti a Sirmio. Era allora tempo di state. Arrivato che fu Giuliano dove il Danubio comincia ad essere navigabile, trovata ivi fortunatamente gran copia di barchette, con tre mila soldati s'imbarcò, e andò a prendere terra in tempo di notte a Bononia, nove miglia lungi da Sirmio, capitale della Pannonia. Di là spedì Dagalaifo con una brigata di soldati, a mettere le mani addosso a _Lucilliano_ conte, generale d'armi di Costanzo nell'Illirico, il quale per sua negligenza niun sentore pare che avesse avuto de' frettolosi movimenti di Giuliano. Coltolo a letto, il menarono via, e presentarono ad esso Giuliano: dopo di che a dirittura egli marciò a Sirmio, dove fu con gran pompa e festa accolto da quel numeroso popolo: cosa che gli fece sperar facile la conquista di tutto l'Illirico. E così in fatti avvenne, perchè senza adoperar lancia o spada in poco tempo tutto l'Illirico, la Macedonia e la Grecia il riconobbero per loro signore[339]. Creò egli allora governatore della seconda Pannonia _Aurelio Vittore_, quel medesimo che ci lasciò un compendio delle Vite dei Cesari. Venuto già era l'autunno, e Giuliano si ridusse a Naisso nella Dacia novella, o nella Mesia, dove, secondo le apparenze, si fermò sino alla morte di Costanzo, applicandosi intanto ad ingrossar la sua armata e a munir le fortezze, con disegno poi di entrar nella Tracia, e far maggiori progressi.