Annali d'Italia, vol. 2 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750
Part 78
Aveva il re _Totila_ inviato un distaccamento delle sue schiere ad assediare Otranto, ed egli poi colla sua armata era passato sino alle vicinanze di Roma. Sapendo che i Romani erano poco soddisfatti dei Greci, scrisse loro più lettere; fece anche spargere ed attaccare in Roma varii biglietti, per tentar pure, se potea muover quel popolo a far qualche novità; ma il presidio imperiale, comandato da _Giovanni_ generale dell'armi, tenne tutti in dovere, diede solamente occasione di cacciar fuori di Roma tutti i preti ariani. In tal maniera passavano le faccende, quando l'imperador _Giustiniano_, avvisato da più bande e da più di uno, e massimamente da _Costanziano_, che comandava in Ravenna, del pessimo stato de' suoi affari in Italia, ancorchè gli pesasse forte addosso l'arrabbiata guerra dei Persiani, pure determinò di mandare in Italia _Belisario_, già ritornato in sua grazia per opera di _Teodora_ Augusta. Ma pochi combattenti seco condusse Belisario, se non che nel viaggio con danari ingaggiò quanti giovani scapestrati potè, e con essi arrivò a Salona in Dalmazia. Di là spedì _Valentino_ con alcune navi cariche di vettovaglie, per soccorrere Otranto assediato, dove la guarnigione affamata avea già capitolato la resa, se non compariva soccorso fino a un determinato giorno. Fu a tempo Valentino, ed i Goti delusi giudicarono meglio di levar quell'assedio. Si studiò intanto Belisario, dopo essere passato a Pola, di metter in ordine la sua, per altro assai tenue, armata; e finalmente con buon vento si condusse a Ravenna. Ma non si dee tacere che il Continuatore di Marcellino conte[2709] riferisce solamente all'anno seguente 545 la venuta in Italia di Belisario, come ancora credette il cardinal Baronio. Ebbe maniera Totila di risapere quali fossero le forze che il generale cesareo avea menato seco; e gli riuscì in questi tempi di impadronirsi dell'assediata città di Tivoli per tradimento di alcuni pazzi cittadini, che furono la rovina della lor patria: perchè entrati i Goti, crudelmente trucidarono tutti quegli abitanti, e fino il loro vescovo. Si mise poi l'esercito suo a cavallo del Tevere, con che cominciò ad impedire il passaggio dei viveri dalla Toscana a Roma. Dall'altra parte Belisario inviò _Vitalio_, uno dei suoi capitani, a Bologna, per cui cura quella città ritornò alla divozione di Cesare. Mandò parimente _Torimuto_, _Recila_ e _Sabiniano_ con mille soldati a soccorrere Osimo, assediato da Totila; e questi felicemente entrarono nella città. Ma conosciuto dipoi ch'erano d'aggravio al presidio, una notte se ne tornarono via, non già con quella fortuna con cui erano venuti, essendochè avvertitone Totila da una spia, mise in aguato due mila dei suoi, che coltili all'improvviso, ne uccisero dugento, sbandarono il resto, e rimasero padroni di tutto il loro bagaglio. Aveva, secondo il suo costume, Totila fatto abbattere le porte, ed anche una parte delle mura di Pesaro e di Fano, perchè non vi si annidassero i Greci. Belisario stando in Ravenna, fatta segretamente prendere la misura delle porte di Pesaro, e fabbricatene delle simili ben armate di ferro, diede ordine a Sabiniano e Torimuto di condurle seco sopra alcune barchette, e sbarcatele in terra, di applicarle al sito loro, e poscia di riparare il meglio che potessero le mura, e di fortificarsi in quella città colla guarnigione che con esso loro inviò. Fu diligentemente eseguita la di lui intenzione: il che inteso da Totila, v'accorse con un buon corpo di gente per isloggiarli, ma senza frutto, dimanierachè, dopo avervi consumato non poco tempo intorno, prese il partito di ritornarsene all'assedio da tanto tempo intrapreso di Osimo. Fece egli ancora nei medesimi giorni stringere con un forte blocco le città di Fermo e di Ascoli. Terminò in quest'anno a dì 26 di marzo la sua vita in terra l'insigne patriarca _san Benedetto_[2710], istitutore, ossia ristauratore in Occidente dell'ordine monastico, ordine celebratissimo, il quale non tardò a diffondersi non solo per tutta l'Italia, ma anche per tutta la Gallia e per altri paesi del rito latino, dimanierachè a poco a poco la sua regola fu accettata anche nei monisteri che dianzi erano stati fondati con altro istituto. Diede parimente in quest'anno compimento al suo poema eroico, dove son raccontati gli Atti degli Apostoli, _Aratore_, nobile romano, che da papa _Vigilio_ fu promosso al grado di suddiacono della Chiesa romana. Fu letta pubblicamente e con grandi applausi questa sua fatica in varii giorni nella chiesa di san Pietro in Vincula.
NOTE:
[2709] Continuator Marcellini Comitis, in Chron.
[2710] Faust., in Vit. S. Mauri. Chronicon S. Medardi apud Dacherium.
Anno di CRISTO DXLV. Indizione VIII.
VIGILIO papa 8. GIUSTINIANO imperadore 19. TOTILA re 5.
L'anno IV dopo il consolato di Basilio.
Trovavasi _Belisario_ in Ravenna con poche milizie, e queste ancora creditrici da gran tempo del soldo loro dovuto; ed essendo la maggior parte dell'Italia in potere di _Totila_, non restava maniera al generale cesareo, non dirò di rimettere in piedi gli affari, ma neppur di sostener quel che restava in dominio de' Greci[2711]. Perciò spedì a Costantinopoli _Giovanni_ nipote di Vitaliano, con vive istanze, a _Giustiniano_ Augusto, per ottenere un gagliardo rinforzo di gente e di danaro, e con pregarlo specialmente di mandargli le guardie ch'esso Belisario era solito a condur seco nelle guerre. Andò Giovanni; ma intento ai proprii affari, attese a concertare il suo matrimonio con _Giustina_, figliuola di _Germano_, nipote dell'imperador Giustiniano. In questo mentre a Totila si renderono le città di Fermo e di Ascoli; dopo di che egli si trasferì all'assedio di Spoleti e di Assisi. _Erodiano_, che comandava nella prima di queste città, portato dall'odio ch'egli professava a Belisario, promise di rendere la città col presidio, se nello spazio di trenta giorni non gli veniva soccorso; e questo non essendosi mai veduto comparire, fu eseguita la capitolazione. _Siffrido_, ch'era alla difesa d'Assisi, in varie sortite troppo animosamente fatte restò finalmente ucciso egli colla maggior parte dei suoi, e però i cittadini si renderono anch'essi ai Goti. Portatosi dipoi Totila all'assedio di Perugia, usò quante minaccie e promesse mai seppe, per indurre _Cipriano_ governatore della città ad arrendersi; ma si parlò ad un sordo. Ebbe maniera di farlo assassinare da una delle di lui guardie, che si salvò poi nel campo de' Goti; ma, ciò non ostante, i soldati di quel presidio s'ostinarono alla difesa della città, e Totila fu costretto ad abbandonar l'impresa. Si rivolse egli dunque verso Roma, e formò il blocco alla medesima. E qui convien osservare la saggia condotta di questo re italianizzato. Per ordine suo rigoroso, dai soldati non era inferita molestia o danno alcuno agli agricoltori, i quali perciò in tutta l'Italia attendevano alle lor fatiche, senza essere inquietati perchè pagassero i tributi consueti al re, e le pensioni dovute ai lor padroni usciti di Roma. S'accostarono i Goti a Roma, e non potendolo sofferire _Artasire_ e _Barbazio_, due capitani fra' Greci, ancorchè contro la volontà di _Bessa_, allora comandante in Roma, uscirono loro addosso con una buona brigata, e li misero in fuga; ma caduti in un'imboscata, vi lasciarono quasi tutti la vita, il che fu cagione che niun ardisse di uscir fuori della città da lì innanzi. Nulla potevano ricavare i Romani dalle lor campagne, nulla neppure poteva loro venire per mare, perchè dopo la presa di Napoli i Goti aveano messa insieme una piccola flotta di legni armati che aggraffava quante navi osavano di passare dalla Sicilia a Roma. Fu anche per sospetto mandato in esilio a Centocelle, oggidì Civitavecchia, _Cetego_ patrizio, capo del senato romano.
Totila, che, mentre attendeva ad un affare, pensava a molt'altri, mandò in questi tempi un corpo di truppe per tentare di ridurre alla sua ubbidienza o colle buone o colle brusche Piacenza, città principale dell'Emilia, che sola restava in quelle parti in potere de' Greci. Fecero i Goti la chiamata, ma buttarono le parole al vento, e però si accinsero all'assedio. Non sapeva Belisario in Ravenna qual rimedio o partito prendere in tanta decadenza degli affari di Cesare in Italia, perchè privo dei due più importanti nervi della guerra, cioè di soldatesche e di danaro. Però per mare passò a Durazzo, e di là seguitò a tempestare Giustiniano Augusto, per far venire de' pronti soccorsi. Mandò egli in fatti un buon rinforzo di gente condotto da _Giovanni_ nipote di Vitaliano, e da _Isacco_ fratello di _Narsete_. Comandò ancora che Narsete andasse a trattar coi capi degli Eruli, per condurre al suo soldo una buona mano di quei Barbari. Molti in fatti ne arrolò Narsete, e li condusse a svernar nella Tracia con disegno di spignerli nella prossima ventura primavera in Italia. Riuscì a costoro, nell'andar a quartiere, di dare una rotta agli Sclavi, che, passato il Danubio, eran venuti a bottinare in quelle parti. Premendo poscia a Belisario di recar qualche soccorso ai Romani, spedì per mare _Valentino_ e _Foca_ con una brigata d'armati al castello di Porto, situato alla sboccatura del Tevere, dove era governatore _Innocenzo_, affinchè non solamente custodissero quel posto, ma eziandio di là infestassero i Goti che erano sotto Roma. Fecero costoro sapere a _Bessa_, comandante dell'armi in Roma, il dì che volevano assalire il campo nemico; ma Bessa non istimò bene di mettere a rischio i suoi. Persistendo nondimeno essi nella voglia di farsi onore, uscirono un giorno da Porto, e trovarono quel che non aspettavano; perchè Totila, informato da un disertore, prese così ben le sue misure, che fattili cadere in un aguato, quasi tutti gli ebbe morti o prigioni. Papa _Vigilio_ in quest'anno, perchè chiamato in Oriente da Giustiniano Augusto, siccome vedremo, e fors'anche prima, scorgendo avvicinarsi l'assedio dei Goti, giudicò che per lui, creatura de' Greci, non fosse buona in que' tempi l'aria di Roma, era passato in Sicilia. Sapendo le strettezze, nelle quali si trovava ridotto il popolo romano per la scarsezza dei viveri, e dai medesimi cittadini ancora, come si può credere, sollecitato, fece caricar molte navi di grano, figurandosi che potrebbero arrivar fino a Roma. I Goti postati all'imboccatura del Tevere, al vedere avvicinarsi questa flotta, si tennero nascosi dietro alle muraglie delle case, aspettando a bocca aperta questo regalo della buona fortuna. Vennero le navi, e quantunque i Greci posti nel castello di Porto corressero ai merli, e, con isventolar le vesti, facessero loro segno di retrocedere, tuttavia credendo i marinari che quel fosse un segno d'allegrezza, continuarono il viaggio, e tutte a man salva furono prese dai Goti. V'eran dentro molti Romani, e fra essi un vescovo per nome _Valentino_. Condotto questi alla presenza di Totila, perchè, interrogato di varie cose, fu convinto di bugia, Totila gli fece tagliar le mani, e lasciollo andar con Dio. Anastasio bibliotecario[2712] nella vita di Vigilio spropositatamente confonde i tempi delle azioni di questo papa. Scrive inoltre che egli per ordine di _Teodora_ Augusta fu preso, posto in nave e condotto in Sicilia; e che, nell'uscir di Roma, una parte del popolo gli dimandò la benedizione, un'altra gli gittò dietro sassi e bastoni, e gli sonò la mattinata con gridare: _Teco venga la tua fame, teco la tua moria. Male hai fatto ai Romani, male abbi ovunque vai._ Aggiungne, ch'egli fece un'ordinazione in Sicilia, e fra gli altri ordinò vescovo di santa Rufina, ossia di Selva Candida, il suddetto _Valentino_, con inviarlo dipoi a Roma per suo vicario, dove gl'incontrò la disgrazia poco fa narrata. Non si accordano ben queste cose colla gran cura che Vigilio, stando in Sicilia, si prese per soccorrere il popolo romano, nè la violenza e prigionia descritta da Anastasio, coll'esser dipoi stato accolto Vigilio con sommo onore in Costantinopoli: il che viene asserito da Teofane[2713] e confessato da Anastasio medesimo. Procopio, scrittore il più informato di questi tempi, scrive che Vigilio papa fu chiamato a Costantinopoli da Giustiniano, e non già preso per forza per ordine di _Teodora_ Augusta. Da altri documenti nondimeno, che son citati dal cardinal Baronio e dal padre Pagi, si ha ch'egli mal volentieri andò a Costantinopoli, e v'andò solamente per non disgustar l'imperadore che gli faceva tanta premura.
NOTE:
[2711] Procop., de Bell. Goth., lib. 3, cap. 12.
[2712] Anastas. Biblioth., in Vita Vigilii.
[2713] Theoph., in Chronogr.
Anno di CRISTO DXLVI. Indizione IX.
VIGILIO papa 9. GIUSTINIANO imperadore 20. TOTILA re 6.
L'anno V dopo il consolato di Basilio.
Dopo avere i cittadini di Piacenza sostenuti i morsi più fieri della fame, con ridursi a cibarsi dei più sozzi alimenti, e fin di carne umana, nell'assedio posto alla loro città, finalmente si arrenderono ai Goti. Non men fiera si provava la fame in Roma, dimodochè que' cittadini pregarono _Pelagio_ diacono di voler portarsi a trattare con Totila di una tregua d'alcuni giorni. Era lungamente stato questo Pelagio in Costantinopoli apocrisario, ossia nunzio di papa Vigilio, e tornato a Roma, avea portato seco delle grosse somme d'oro, e se ne servì egregiamente in mezzo alle calamità della sua patria per le insigni limosine da lui fatte ai poveri. L'accolse onorevolmente Totila, ma il prevenne con dirgli che non gli parlasse di tre punti, cioè di far grazia ai Siciliani, nè di perdonare alle mura di Roma, che erano cagione di non poter combattere alla larga coi nemici, nè di restituire gli schiavi romani che si erano arrolati nell'esercito suo. Da questo ragionamento scomposto Pelagio si sbrigò con poche parole, e se ne tornò a Roma, senza recar consolazione alcuna al suo popolo. Disperati i Romani ricorsero a _Bessa_ e _Conone_, capitani dei Greci, scongiurandoli di rendersi; ma ne riportarono solamente delle vane parole di vicino soccorso; ed intanto crebbe all'eccesso la fame, che da Procopio descritta fa orrore. Finalmente chi potè con danari comperare dagli uffiziali cesarei la licenza di poter uscire di città, se n'andò. Ma non pochi morirono dietro alla strada, o nelle barche; e altri furono presi ed uccisi dai nemici. Ecco dove era ridotto il senato e popolo romano. Giunte a Durazzo le soldatesche condotte da _Giovanni_ e da _Isacco_, Belisario di colà con questo rinforzo passò ad Otranto, e di là nel Mediterraneo[2714], con giungere in fine al porto romano, dove si mise ad aspettar _Giovanni_, che, ito per terra, s'impadronì di Brindisi e poi della Calabria, de' Bruzii e della Lucania, con istrage di quei pochi Goti ch'erano in quelle parti. Ma non attentandosi egli di passare per Capoa, perchè Totila vi avea inviato trecento dei suoi più valorosi guerrieri: Belisario determinò di soccorrere come poteva il meglio i Romani oramai sfiniti per la fame. Fece caricar le vettovaglie sopra barche ben difese da parapetti di tavole ben munite di soldati, ed egli fu il primo a salire in una, e ad incamminarsi pel Tevere. Aveva Totila con lunghe travi a guisa di ponte serrato il passo in quel fiume colla giunta di due torri nell'una e nell'altra riva. Riuscì a Belisario d'incendiarne una colla morte di circa dugento Goti, e già si preparava per rompere il ponte, quando gli giunse avviso che _Isacco_, lasciato alla difesa del castello di Porto, dov'era anche _Antonina_ moglie d'esso Belisario, contra gli ordini precisi a lui dati, aveva assalito il campo de' Goti vicini con isbaragliarlo; ma che perdutasi la sua gente a svaligiare le lor tende, era poi stata disfatta dai medesimi di bel nuovo attruppati, con rimanere egli stesso prigione. Restò da tal nuova troppo sconcertato Belisario, per paura di aver perduta la moglie, l'equipaggio e l'unico luogo della ritirata (il che vero non era); e però tornossene indietro, per l'afflizione cadde malato, e fu in pericolo di soccombere alla gravezza del male.
Quattro degl'Isauri[2715], che faceano la sentinella alle mura di Roma, più volte di notte s'erano calati giù con funi, per trattare con Totila dell'entrata nella città, e il tradimento fu conchiuso. Saliti quattro de' suoi più animosi Goti in tempo di notte, insieme con gl'Isauri suddetti ruppero la porta Asinaria, e diedero il comodo a tutta l'armata di occupar la città. Totila, che non volea far del male ai cittadini, per attestato di Anastasio[2716], trattenne i suoi soldati, e tutta la notte fece suonar le trombe, acciocchè il popolo potesse fuggire, o nascondersi nei sacri templi. _Bessa_ con tutti quasi i suoi se ne fuggì, e seco andarono _Decio_ e _Basilio_ patrizii con alcuni altri che poterono aver cavalli. _Massimo_, _Olibrio_, _Oreste_ ed altri si rifugiarono in san Pietro. Fatto giorno, i Goti fecero man bassa contro molti che incontravano nelle strade, e vennero morti ventisei soldati greci e sessanta della plebe. Tosto se ne andò Totila al Vaticano per venerare i corpi degli Apostoli, e quivi se gli affacciò _Pelagio_ diacono, implorando misericordia pel popolo che restava, ridotto nondimeno a pochissimo numero, e l'ottenne. Si trovò nel palazzo di Bessa una gran quantità d'oro, ammassato dall'infame uffiziale col vendere ad esorbitante prezzo il grano agl'infelici Romani. Trovossi _Rusticiana_, già moglie di _Boezio_ e figliuola di _Simmaco_, con varii senatori, che avendo impiegate le loro sostanze per alimentare i poveri in quelle estreme miserie, si erano ridotti a mendicar essi il pane, battendo alle porte dei benestanti. Avrebbono ben voluto i Greci levar di vita Rusticiana, perchè ad istanza di lei erano state gittate a terra in Roma le statue del re Teoderico; ma il saggio Totila nol comportò; anzi tanta attenzione adoperò, che a niuna delle donne fu fatta menoma violenza. Nel dì seguente raunati i Goti, ricordò loro Totila come di ducento mila combattenti ch'erano prima si fosse ridotta a sì poco la loro milizia, e come da sette sole migliaia di Greci erano essi stati vinti e spogliati del regno. Tutto ciò avvenuto per gastigo di Dio, a cagione delle iniquità dianzi commesse contro i sudditi dell'imperio romano dai Goti stessi. Però, se loro premeva di conservar l'acquistato, si studiassero di farsi amici di Dio, con esercitar la giustizia, e non nuocere indebitamente a veruno. Convocato dipoi il senato romano, rinfacciò loro l'ingratitudine, perchè, dopo aver ricevuti tanti benefizii da Teoderico e da Atalarico, che aveano lasciato loro tutti i magistrati e la libertà della religione, e rendutili sommamente ricchi, si erano poi rivoltati contra dei Goti e dati in preda ai Greci, da' quali niun bene aveano finora ricevuto, anzi aveano riscosso ogni male: laonde meritavano d'esser ridotti nella condizione di schiavi. Ma alzatosi Pelagio, con buone parole il placò, e ne riportò promesse di tutta clemenza. In fatti Anastasio bibliotecario[2717] e l'autore della Miscella[2718] scrivono che entrato Totila in Roma, _abitò coi Romani, come un padre coi figliuoli_. Mandò egli dipoi lo stesso _Pelagio_ e _Teodoro_ avvocato romano a Costantinopoli per trattar di pace. Altra risposta non ebbe da _Giustiniano_, se non che _Belisario_ suo generale dimorava in Italia, e che era in suo potere l'accomodar le cose. Intanto i Goti ebbero una percossa dai Greci nella Lucania; e questa fu cagione che Totila determinò di levarsi da Roma; ma perchè non si fidava dei Romani, nè voleva che i Greci vi si tornassero ad annidare, fece abbattere in più luoghi le mura della città. Corse anche voce, ch'egli volesse diroccar le più belle fabbriche di Roma; ma pervenuto ciò a notizia di Belisario, che tuttavia si fermava in Porto, gli scrisse una lettera ben sensata per dissuaderlo; laonde gli passò la barbara voglia, se pure mai l'ebbe. Lasciata Roma vota, col menar seco i senatori, e mandare il popolo nella Campania, si portò nella Lucania e Calabria, e fece tornar quei popoli, a riserva d'Otranto, alla sua divozione. Da lì a poco s'impadronirono i Greci di Taranto e di Spoleti. Fu questo l'anno in cui papa _Vigilio_, dopo essersi fermato lungo tempo in Sicilia, non potendo più resistere alle istanze di Giustiniano Augusto, s'incamminò alla volta di Costantinopoli, dove bolliva forte fra i cattolici la controversia dei tre capitoli, cioè di condannare o non condannare _Teodoro_ mopsuesteno, una lettera d'_Iba_ edesseno e gli scritti di _Teodoreto_, tutte persone gran tempo fa defunte. Perchè questa condanna pareva pregiudiziale al concilio calcedonese, però i più de' cattolici, e fra gli altri lo stesso Vigilio papa, l'abborrivano forte. Ma era non poco impegnato e riscaldato per essa Giustiniano Augusto, principe che, non contento dell'uffizio suo d'imperadore, voleva anche farla da dottore, da vescovo e da papa, dimenticando che l'autorità nelle cose e dottrine sacre era stata conferita da Dio, non già ai principi secolari, ma sì bene a san Pietro e a' suoi successori, e ai vescovi della Chiesa cattolica. Quanto in questa lite accadde, potrà il lettore raccoglierlo dalle opere dei cardinali Baronio e Noris, e dal padre Pagi, dal Fleury, e dagli atti del concilio generale quinto.
NOTE:
[2714] Procop., de Bell. Goth., lib. 3, cap. 18.
[2715] Procop., de Bell. Goth., lib. 3, cap. 20.
[2716] Anastas. Bibliothec., in Vita Vigilii.
[2717] Anastas. Bibl., in Vit. Silverii.
[2718] Hist. Miscella, lib. 16.
Anno di CRISTO DXLVII. Indizione X.
VIGILIO papa 10. GIUSTINIANO imperadore 21. TOTILA re 7.
L'anno VI dopo il consolato di Basilio.