Annali d'Italia, vol. 2 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750
Part 76
Già abbiam veduto che razza di gente, intente solo ad ingrandirsi o per diritto o per traverso, fossero allora i re franchi. Anche nell'anno 537, per attestato di Sigeberto[2677], furono vicini a far guerra fra loro, se non si fosse interposta la _santa Clotilde_ loro madre ed avola. Procopio anch'egli aggiunge[2678] che quella nazione non sapeva allora cosa fosse il mantener parola, ed aver eglino bensì professata la religione cristiana, ma con ritener tuttavia varie superstizioni del paganesimo, forse perchè non tutti lo aveano per anche abiurato, o pure, come si ricava da Agatia[2679], coi Franchi buoni cattolici nelle armate erano mischiati gli Alamanni, gente divenuta loro suddita, e tuttavia barbara e in gran parte idolatra. Fra essi re più potente era _Teodeberto_, appellato re d'Austrasia. In una lettera da lui scritta a Giustiniano Augusto, in cui nondimeno v'ha dei nomi scorretti, egli dice di stendere il suo dominio dai confini della Pannonia sino all'Oceano, abbracciando le Toringia, e parte della Sassonia, e la Svevia, ossia l'Alemagna, e le provincie del Belgio, oltre alla porzione a lui toccata del regno della Borgogna, e ad altri stati di sua giurisdizione. Ora Teodeberto, al vedere in sì pericolosa guerra impegnati e smunti non meno i Goti che i Greci, dimentico del bel titolo di _padre_ ch'egli dava a Giustiniano, e dei regali da lui ricevuti, e delle belle promesse a lui fatte; molto più dimentico dell'obbligo contratto di aiutar Vitige, che a questo fine avea ceduto a lui ed ai suoi zii tutto quanto possedevano nella Gallia i suoi Goti, o vogliam dire Ostrogoti: entrò in pensiero di profittare anch'egli di sì bella occasione, coll'acquisto di qualche porzione d'Italia. Mario Aventicense[2680] ed il Continuatore di Marcellino conte[2681] riferiscono al presente anno questo fatto che abbiamo più distesamente narrato da Procopio[2682], scrittore allora dimorante in Italia al servigio di Belisario. Teodeberto adunque, messa insieme una armata di cento mila persone, per le Alpi della Savoia calò nel Piemonte. Erano quasi tutti fanti, che non portavano nè archi nè picca, ma solamente lo scudo e la spada, con una corta azza, nella cui cima il ferro grosso, dall'una parte e dall'altra era ben aguzzo e tagliente. Nelle battaglie dato il segno, con iscagliare quell'azza, solevano rompere lo scudo del nemico, e poi avventarsegli colla spada ed ucciderlo. I Goti in quelle parti, all'avviso che veniva sì forte esercito di Franchi, s'avvisarono tosto che fosse in loro aiuto; e già parea lor di veder Belisario supplicasse per un passaporto da potersene tornar colla vita in Oriente. Nulla di male fecero i Franchi finchè giunsero al Po, dove i Goti aveano un ponte, perchè desideravano forte di passarlo con lor buona grazia. Ma appena vi furono sopra, che presi quanti figliuoli e mogli de' Goti ivi si trovarono, ne fecero un sagrifizio a qualche lor falso dio, e ne gittarono i corpi nel fiume. Spaventata la guardia dei Goti, scappò tosto in Pavia. Arrivarono i Franchi dove era l'accampamento de' Goti, verso Tortona, da' quali fu lor fatto un buon accoglimento, come a buoni amici; quand'eccoti se li veggono venire addosso quai fieri nemici: cosa che li fece tutti dare alle gambe con tal confusione, che passarono fin per mezzo il campo de' Greci, e a dirittura se ne andarono a Ravenna. I Greci, all'incontro, al vedere sì grande scappata, vennero in esperienza che, arrivato Belisario, avesse data a costoro una rotta, e però presero le armi per seco unirsi. Ma trovandosi burlati e fieramente assaliti dai Franchi, si difesero ben per quanto poterono, ma in fine anch'essi furono astretti a voltar le spalle e a fuggirsene. Arrivati in Toscana, ragguagliarono Belisario del disgustoso accidente, e ne rimase non men egli che l'esercito suo stranamente conturbato, per apprensione che sì grosso torrente andasse finalmente a scaricarsi sopra di loro. Pertanto egli scrisse una bella lettera a Teodeberto, con rappresentargli la riverenza dovuta all'imperadore, la possanza di lui, i patti e le promesse seguite, ed esortarlo a ritirarsi.
Attribuisce Procopio all'efficacia di questa lettera l'essere in fatti ritornato da lì a non molto addietro il re Teodeberto colla sua gente. Ma probabilmente sì gran virtù non ebbe una carta sola. In amendue gli alloggiamenti de' Goti e de' Greci fuggiti trovarono i Franchi qualche copia di viveri, e si satollarono ben bene. Ma proseguendo il cammino, tra per essere quella una sterminata moltitudine, e perchè la carestia e la guerra aveano desertato il paese, cominciarono a far dei digiuni non comandati, e spesso altro non aveano che sola carne di bue da cibarsi e l'acqua del Po da bere. Questi patimenti, colla giunta dell'aria estiva e del clima diverso, produssero fra loro di grandi malattie, in manierachè almeno un terzo di quell'armata in breve perì, e il resto era malconcio di sanità. Questi motivi fecero risolvere Teodeberto a ritornarsene a casa. Del resto, secondo la testimonianza di Mario e del Continuatore di Marcellino, egli scorse per la Liguria e per l'Emilia, mettendo tutto a sacco. Più di ogni altro luogo provò Genova la di lui crudeltà, perchè non solo saccheggiata, ma anche rovinata dal furore delle sue genti. E tale fu il soccorso inviato ai Goti, secondo i patti, dai re franchi. E quando mai a questa spedizione alludessero alcune medaglie che si veggono di esso re Teodeberto, sarebbe da cercare se gran gloria seco porti una scorreria fatta più da saccomanno che da eroe, per finir di spogliare e di distruggere le misere provincie dell'Italia, senza alcuno che gli si opponesse. Proseguì intanto Belisario i due assedii d'Osimo e di Fiesole, e dopo molto tempo e fatiche gli venne fatto d'impadronirsi di quelle due città. Dopo di che, unite tutte le sue genti, passò verso Ravenna, e formonne il blocco. Per ben premunirsi avea Vitige fatto caricare nella Liguria una buona quantità di grani, che posta in barconi, calava giù pel Po alla volta di Ravenna. Volle la sua sfortuna che all'improvviso si abbassassero le acque di quel fiume senza poter passare innanzi le barche; e però venne tutto quel convoglio placidamente alle mani dei Greci, con restare sprovveduta Ravenna, senza ch'ella potesse sperar vettovaglie dalla parte dell'Adriatico, perchè Giustiniano era padrone della Dalmazia, e teneva non pochi legni in quel mare. Per quello che dirò più abbasso, dovrei qui riferire la resa di questa città, succeduta a mio credere; ma, seguitando il padre Pagi, mi prendo la libertà di parlarne solamente nel susseguente.
NOTE:
[2670] Marius Aventicensis, in Chron.
[2671] Procop., de Bell. Goth., lib. 2, cap. 21.
[2672] Baron., Annal. Eccl., ad ann. 538.
[2673] Procop., de Bell. Goth., lib. 2, cap. 22.
[2674] Paulus Diaconus, Histor. Longobardor., lib. 1, cap. 22.
[2675] Sigebertus, in Chron.
[2676] Procop., de Bell. Goth., lib. 3, cap. 33.
[2677] Sigebertus, in Chronico.
[2678] Procop., de Bell. Goth., lib. 3, cap. 25.
[2679] Agath., in Hist., lib. 2.
[2680] Marius Aventicensis, in Chron.
[2681] Continuator Marcellini, in Chron.
[2682] Procop., de Bell. Goth., lib. 2, cap. 25.
Anno di CRISTO DXL. Indizione III.
VIGILIO papa 3. GIUSTINIANO imperadore 14. ILDIBALDO re 1.
_Console_
FLAVIO GIUSTINO _juniore_, senza collega.
Siccome il padre Pagi osservò, questo _Giustino_ console orientale ebbe per padre _Germano_ patrizio, figliuolo di un fratello di Giustiniano, e però diverso da Giustino juniore poscia imperadore, che era nato da una sorella di Giustiniano. Viene appellato _juniore_ probabilmente per distinguerlo da Giustino seniore Augusto ch'era stato console nell'anno 519. _Cosroe_ re della Persia avea già, siccome dissi, mossa guerra a Giustiniano[2683] colla maggior felicità possibile, perchè non v'era nelle frontiere cesaree esercito alcuno valevole a far resistenza. Entrato dunque nella Mesopotamia, si impadronì della città di Sura e di Berea, e tirando dritto all'insigne città di Antiochia, l'assediò, la prese, e, dopo un terribil macello di cittadini e un sacco universale, la consegnò alle fiamme. Sopra la Soria tutta si scaricò questo turbine colla rovina delle città e degli abitanti. Grande impressione fecero nell'animo di Giustiniano questi progressi de' Persiani, nè scorgendosi possente a sostenere nello stesso tempo due gravissime guerre, l'una in Italia, l'altra in Oriente, siccome dissi, avea stabilito di dar fine alla prima come potesse il meglio, e di attendere all'altra più importante e vicina; e tanto più perchè avea bisogno di un bravo e sperimentato generale da opporre alla potenza di Cosroe, nè si trovava chi potesse uguagliarsi a Belisario, la cui persona egli credeva troppo necessaria in Oriente. Avea dunque in Italia a questo fine destinati per suoi ambasciatori al re _Vitige_, _Domenico_ e _Massimino_ senatori[2684]. In questo mentre i re franchi, udito il pericolo in cui stavano gli affari de' Goti in Italia, avevano anch'essi mandati ambasciatori a Vitige, proponendo di far calare un'armata di cinquecento mila combattenti in suo favore, e di unire insieme l'uno e l'altro dominio con quella forma di governo che sarebbe creduta più propria. Belisario, penetrati i disegni de' Franchi, non fu pigro a spedire anch'egli i suoi oratori a Vitige, con rappresentargli il pericolo di lui e della sua nazione, ogni qualvolta si accordasse coi Franchi, e che migliori condizioni poteva sperare da Giustiniano. In somma tanto fece che il distornò dal consentire a capitolazione alcuna coi Franchi, della fede dei quali abbiam già veduto quanto si potesse allora promettere. Arrivarono intanto i legati imperiali, ed entrati in Ravenna, dopo molto dibattimento si conchiuse il negoziato della pace, con che tutto il di qua dal Po restasse in potere dell'imperadore, e tutto il di là di Vitige e dei Goti. Portati questi patti a Belisario, a cui non era ignoto lo stato della città per la mancanza de' viveri, non li volle per conto alcuno sottoscrivere; e fattone conoscere il motivo a chi sparlava di lui, quietò ogni diceria su questo. Per lo contrario i Goti, veggendosi delusi, oramai stanchi del governo di Vitige, e spronati dalla fame, fecero segretamente proporre a Belisario, che se egli voleva assumere il dominio d'Italia, e farsi re, essi per tale il riconoscerebbero, troppo premendo loro di seguitare a starsene in Italia, senza timore d'essere inviati in Oriente. Venuta a notizia di Vitige questa risoluzione de' suoi, anche egli, per averne merito, occultamente ne fece fare istanza a Belisario, il quale, quantunque non si sentisse voglia di guadagnarsi il titolo di tiranno, ed avesse inoltre con grandi giuramenti obbligata la sua fede a Giustiniano di non far novità, tuttavia accettò l'offerta, e promise di eseguirla, e di non far male alcuno agli stessi Goti. Dato dunque ordine che speditamente venissero a Classe, cioè al porto di Ravenna, varie navi con grano ed altri viveri per soddisfare al bisogno de' Goti affamati, entrò dipoi pacificamente coll'esercito in Ravenna, non permise che ad alcun fosse recata molestia, e solamente si assicurò di Vitige, con fare dipoi uno spoglio di tutte le ricchezze del regal palagio, per presentarle all'imperadore.
La resa di Ravenna fu cagione che anche le altre città, e massimamente Trivigi ed altri luoghi della Venezia, inviassero legati a sottoporsi a Belisario. Procopio nell'entrare in Ravenna si faceva i segni di croce al mirare come, per così dire, un pugno di gente avesse soggiogata la nazione de' Goti, i quali in Ravenna sola superavano di numero l'esercito imperiale. Ma i Goti, dopo la morte di Teoderico, si erano impoltroniti, perchè dati agli agi, ed intenti cadauno a farsi un buon nido in Italia. Però le donne di quella nazione, che dianzi avevano udito dire di gran cose intorno al numero superiore e alla statura quasi gigantesca de' Greci, mirandone poi sì pochi prendere il possesso di Ravenna, e ch'essi erano come gli altri uomini ordinarii, sputavano in faccia ai loro mariti, con rimproverare ai medesimi l'insigne loro codardia. Lasciò poscia Belisario che chiunque de' Goti volle uscir di città, se ne andasse ad attendere ai fatti suoi e a visitare i suoi poderi. Ebbe anzi piacere che scaricassero Ravenna, perchè di gran lunga più erano essi che le schiere de' Greci in essa città. Ora qui devo avvertire i lettori d'aver io seguitato il padre Pagi in riferire all'anno presento la presa di Ravenna, fatta da Belisario, prima che terminasse l'_anno quinto_ della guerra gotica, cioè prima della primavera di quest'anno, nei cui primi mesi crede esso Pagi che seguisse la resa di quella città. Ma veramente tengo io che tal resa accadesse prima che finisse l'anno precedente 539. Nelle mie Antichità italiche[2685], là dove tratto della origine della lingua nostra volgare, ho rapportato uno strumento scritto in papiro egiziano _sub die tertio Nonarum januariarum, indictione tertia, sexies post consulatum Paulini junioris viri clarissimi, Ravennae_, cioè nel dì 5 di gennaio del presente anno. Ora da quello strumento e dalle lettere scritte ai magistrati di Faenza, chiaramente, a mio credere, si scorge che Ravenna non solamente nel principio dell'anno non era più assediata, ma godeva allora anche una somma pace ed avea commercio colle città circonvicine, e conseguentemente che essa era già venuta alle mani di Belisario. E quando sia così, bisognerà dire, o che il padre Pagi non ben concertasse gli anni della guerra gotica, o pure che in quest'anno poche novità succedessero, con essere cessata la guerra, attendendo Belisario a dare buon sesto alle conquiste fatte, e a quietare, s'era possibile, i soggiogati Goti. In fatti pareva ormai rimessa sotto il romano imperio l'Italia tutta, e che s'avesse a respirare e godere un po' di quiete nelle afflitte e devastate sue provincie. Ma fallirono ben presto le speranze de' popoli[2686]. Non mancavano, com'è il solito, nemici a Belisario; e questi scrissero all'imperadore ch'egli andava macchinando di farsi signore d'Italia. Può essere che Giustiniano niuna fede prestasse a sì fatte accuse. A buon conto il richiamò a Costantinopoli per dargli il comando dell'armata contra de' Persiani che superbi facevano alla peggio in Oriente, talmente che Giustiniano era giunto a comprare vilmente la pace con lo sborso di cinque mila libbre d'oro, e promessa di pagarne cinquecento ogni anno da lì innanzi. Il re _Cosroe_ dipoi non mantenne i patti, e continuò la guerra con più vigore di prima. Ma appena s'intesero i preparamenti di Belisario per la sua andata a Costantinopoli, che i Goti trovandosi burlati nelle loro speranze, e riconoscendosi ormai sottoposti all'imperadore, si raunarono, per consiglio di _Vraja_ nipote di Vitige, in una dieta a Pavia, e quivi proposero di crearsi un nuovo re. In fatti _Ildibado_, appellato da altri _Ildibaldo_, uno de' primarii fra essi che abitava in Verona, chiamato colà, fu improvvisamente vestito della regia porpora. Non volle egli mancare d'inviar tosto legati a Belisario, per rappresentargli la mancanza della parola data, con de' rimproveri ancora alla di lui viltà, quando non consentisse di farsi re d'Italia; che se egli s'accordasse coi lor desiderii, protestava Ildibado che sarebbe andato in persona a depositar la porpora ai suoi piedi. Lusingavansi molti fra i Goti che Belisario cederebbe a così belle istanze. Ma egli, saldo nella conoscenza del suo dovere, rimandò gli ambasciatori colle mani vuote.
NOTE:
[2683] Procop., de Bell. Pers., lib. 2, cap. 5.
[2684] Idem, de Bell. Goth., lib. 2, cap. 29.
[2685] Antiq. Italic., Dissert. XXXIII.
[2686] Procop., de Bell. Goth., lib. 2, cap. 30.
Anno di CRISTO DXLI. Indizione IV.
VIGILIO papa 4. GIUSTINIANO imperadore 15. ERARICO re 1. TOTILA re 1.
_Console_
FLAVIO BASILIO _juniore_, senza collega.
Crede il Baronio che questo _Basilio_ console fosse romano, e della casa _Decia_, e però della famiglia di quel Basilio che fu console nell'anno 463, a distinzione di cui fu appellato _juniore_. Procopio in fatti fa menzione di _Basilio patrizio_ dopo questi tempi in Roma. Ed è da osservare che questo si può dire l'ultimo dei consolati ordinarii dell'imperio romano, se non che Giustino Augusto juniore lo rinnovò nell'anno 567. E gl'imperadori d'Oriente continuarono poi un consolato perpetuo. Giustiniano quegli fu che fece andare in disuso questa sì illustre dignità, perchè egli solo ambiva tutto il lustro del comando. E l'abolì in Occidente col pretesto ch'esso portava una spesa eccessiva, giacchè i consoli doveano, per rallegrare il popolo, gittar monete d'oro e d'argento senza risparmio per le strade, vestire di livrea gran gente, e solevano dare spettacoli e giuochi scenici per divertimento del pubblico. Almeno due mila libbre d'oro spendeva cadauno dei consoli in tale solennità, e la maggior parte di tale spesa era pagata dall'imperiale erario. Richiamato intanto _Belisario_ da Giustiniano, avea già sciolte le vele verso Costantinopoli, seco onorevolmente conducendo _Vitige_ e sua moglie con alcuni de' primarii Goti, e specialmente i figliuoli del nuovo _re Ildibado_, trovati per buona ventura in Ravenna, e ritenuti[2687]. Giunto colà, li presentò a Giustiniano Augusto, che fece lor buon accoglimento, e mirò ancora con maggior piacere i tesori dal re Teoderico trasportati da Ravenna. Si credevano tutti che Belisario fosse per aver l'onore del trionfo, come l'aveva goduto per l'Africa ricuperata: ma, senza sapersene il perchè, non l'ottenne. E qui Procopio tesse un panegirico alle rare qualità e virtù di questo generale, lasciando indietro, secondo l'uso ordinario, i suoi difetti, che si veggono poi raccolti nella Storia segreta[2688]. I Goti, ch'erano con lui, andarono a militare in Oriente; il solo Vitige creato patrizio, per testimonianza di Giordano[2689], restò in Costantinopoli colla moglie _Mutasunta_, la quale dopo la morte d'esso Vitige, succeduta da lì a due anni, fu data per moglie a _Germano_, non già fratello, ma figliuolo di un fratello di Giustiniano Augusto, ed uno dei migliori generali di quell'età. Fece Belisario quella campagna contro i Persiani, ma con poca fortuna e meno onore, e tornossene poi sul fine a svernare a Costantinopoli. Le disavventure sue per cagione di _Antonina_ sua moglie adultera si possono leggere presso il medesimo Procopio ne' primi capitoli della suddetta Storia segreta. In Italia non altre novità succederono, se non che fu spedito da Giustiniano Augusto a Ravenna un certo _Alessandro_ suo maestro del conto, soprannominato _Forbicetta_, perchè colle forbici sapeva sì gentilmente tosare le monete d'oro, che non pativa punto il contorno delle lettere. Uomo avvezzo a scorticare i soldati e a procurar tutti i vantaggi del padrone, ma con procurare prima di ogni altra cosa i proprii; dimanierachè in poco tempo da una somma povertà era pervenuto ad una somma ricchezza. Costui cominciò non solamente a dare un buon assetto ai tributi e a ingrassare l'erario cesareo, ma eziandio a rivedere i conti del passato, infin sotto ai tempi del re Teoderico. Inventava egli dei crediti e delle accuse di rubamenti, che fingeva fatti sotto i re goti, anche contra chi non aveva mai maneggiate le entrate regali, pelando con ciò disperatamente chiunque egli voleva. E senza far capitale delle ferite e fatiche de' soldati, li ridusse ad una lieve paga.