Annali d'Italia, vol. 2 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750

Part 73

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Udita che ebbe l'imperador Giustiniano la nuova dell'ingiusta prigionia d'_Ilderico_ re dei Vandali, suo singolare amico[2623], aveva spedito ambasciatori a _Gelimere_ usurpatore del regno africano, con esortarlo a rendergli la libertà, e ad aspettare di entrar con giusto titolo nel dominio, giacchè Ilderico era in età molto avanzata; e se pur voleva ritenere il governo, lo ritenesse, ma con lasciar qualche apparenza di decoro a chi, secondo il testamento di Genserico, era legittimo possessor di quel regno. Se ne tornarono gli ambasciatori a Costantinopoli senza frutto alcuno; anzi peggiorarono gli affari d'Ilderico, perchè Gelimere, col pretesto ch'egli meditasse di fuggire, maggiormente il ristrinse, e fece cavar gli occhi ad Oamere di lui nipote, uomo bellicoso, e tenuto dai Vandali pel loro Achille. Avvisato di ciò Giustiniano, tornò a spedirgli nuovi ambasciatori, con richiedere che gli mandasse Ilderico ed Oamere, acciocchè potessero, l'uno privo del regno, e l'altro degli occhi, passare in pace il resto della lor vita, altrimenti protestava rotta la pace, e ch'egli si studierebbe di vendicar l'ingiuria fatta ad un amico e insieme alla giustizia. La risposta di Gelimere fu, ch'egli era stato alzato di comun concordia dai Vandali al trono, a lui dovuto, come discendente da Genserico, più che ad Ilderico. E che un saggio imperadore doveva attendere a governare il suo imperio senza impacciarsi de' regni altrui. Che se pur gli saltasse in testa di rompere i patti e di fargli guerra, si persuadesse che nol troverebbe a dormire. A questa risposta montò in collera Giustiniano, e determinò di muover guerra a Gelimere. Ma ad una tal risoluzione trovò contrarii tutti i suoi ministri, e massimamente _Giovanni_ prefetto del pretorio, ricordandosi tutti dello sforzo inutilmente fatto da Leone Augusto per riconquistar l'Africa, e spaventati dalle immense spese che sarebbe costata una armata navale, e dal pericolo di portar la guerra sì lontano, e in paese ben provveduto di gente e di denaro, e però capace di far abortire tutte le idee di chi se ne volesse render padrone. Tanto dissero essi, che in Giustiniano calò la voglia di quella impresa. Quand'eccoti un giorno capitare un vescovo che dimandò all'imperadore un'udienza segreta. In essa gli fe' saper d'essergli stato in una visione comandato da Dio di andare a trovarlo, e sgridarlo, perchè, dopo d'aver preso a liberare i cattolici dell'Africa dalla tirannia degli ariani, per una vana paura se ne fosse poi ritirato, con aggiugnere: _Il Signore mi ha detto, che facendo V. M. questa guerra, la assisterà, e infallibilmente l'Africa tornerà sotto il romano imperio_. Di più non occorse, perchè Giustiniano, senza più far caso delle difficoltà proposte, coraggiosamente intraprendesse la guerra dell'Africa, per la quale fece nell'anno presente i necessarii preparamenti. Ma non si vuol tacere che nel gennaio di questo medesimo anno avea lo stesso imperadore corso grave pericolo per una sedizione mossa in Costantinopoli contra di lui dalle fazioni veneta e prasina[2624]. Il caricarono d'ingiurie nel circo, poscia si diedero a scorrere per la città, con attaccar fuoco alle più magnifiche fabbriche e chiese della medesima. Unissi con loro la plebe, e tale fu l'apparenza di questo turbine, che Giustiniano già avea preparata una nave per fuggirsene. Anzi essendosi sparsa la voce che egli fosse fuggito, il popolo acclamò imperadore _Ipazio_ figliuolo di Magna sorella del fu Anastasio Augusto, che era stato console nell'anno 500; e se fosse riuscito loro d'entrare nel palazzo imperiale, peggiori conseguenze avrebbe avuto l'attentato di tanti sediziosi. Ma uscito _Narsete_ capitan delle guardie, e guadagnati con denaro molti della fazione veneta, cominciò a calare il tumulto. E mentre il popolo si trovava raunato nel circo, uscirono da varie parti le guardie e i soldati dell'imperadore, condotti parte da esso Narsete, parte da _Belisario_, generale delle milizie, e da un figliuolo di Mondo, ossia Mundone generale dell'Illirico, e fecero man bassa addosso alle fazioni, anzi a chiunque de' cittadini e forestieri incontravano, di maniera che vi restarono uccise circa trenta o trentacinque mila persone: colla quale strage terminò affatto il bollore della sedizione. _Ipazio_ preso, e con lui _Pompeo_ e _Probo_ suoi cugini furono condotti in prigione, e poco si stette a far vedere al pubblico i lor cadaveri. Marcellino conte[2625] scrive, che per loro suggestione fu mossa questa tempesta contra di Giustiniano, e ch'erano entrati molti de' nobili in questa congiura. Però furono confiscati tutti i lor beni con profitto indicibile dell'imperiale erario. Curiosa cosa è il leggere presso Teofane il principio di questa tragedia nel circo per le varie acclamazioni, dimande e gridi de' prasini, e risposte del ministro cesareo; senza che si possa ora da noi intendere come si facessero simili dialoghi, e si potessero discernere quelle voci. Giustiniano, uscito di questo terribil cimento, generosamente si applicò a rimettere in piedi gli edifizii rovinati dalle fiamme durante la sedizione; e soprattutto essendo bruciata l'insigne cattedrale fabbricata da Costantino, tutto si diede ad alzarne un'altra senza paragone più magnifica e bella, che fu poi appellata la chiesa di santa Sofia, e riuscì un tempio mirabile a tutti i secoli avvenire.

NOTE:

[2619] Cassiod., lib. 9, ep. 15.

[2620] Idem, ibid., ep. 16.

[2621] Idem, ibid., ep. 18.

[2622] Idem, lib. 8, ep. 21.

[2623] Procop., de Bell. Vandal., lib. 1. ep. 9.

[2624] Chron. Alexandr. Theoph., in Chronogr. Procop., de Bell. Pers., lib. 1, cap. 24.

[2625] Marcell. Comes, in Chron.

Anno di CRISTO DXXXIII. Indizione XI.

GIOVANNI II papa 2. GIUSTINIANO imperadore 7. ATALARICO re 8.

_Console_

FLAVIO GIUSTINIANO AUGUSTO per la terza volta, senza collega.

L'Occidente non ebbe console in quest'anno. Stava forte a cuore all'imperador Giustiniano la guerra meditata contra l'Africa, e verisimilmente non mancavano a lui incitamenti degli antichi abitatori cattolici di quelle contrade. Ma trovandosi egli tuttavia impegnato nella guerra co' Persiani, e perciò impedita la presa risoluzione contra de' Vandali, fece trattar di pace co' medesimi Persiani[2626], e gli venne fatto di concluderla ne' primi mesi del presente anno per mezzo di _Rufino_ patrizio e di _Ermogene_ suo maggiordomo. Quindi, messa insieme una poderosa armata navale, piena di soldatesche agguerrite, ne diede il comando a _Belisario_ suo generale, nato nel paese situato tra l'Illirico e la Tracia, che già avea segnalato il suo nome con azioni gloriose nella guerra contra de' suddetti Persiani. Accompagnato dallo storico _Procopio_, sciolse le vele il prode capitano da Costantinopoli sul fine di giugno; arrivato in Sicilia, vi rinfrescò l'armata; e continuato poscia il viaggio, nel dì 15 di settembre fece senza opposizione la sua discesa in Africa. Prima di questo tempo s'era ribellata ai Vandali la città di Tripoli, per opera di un cittadino appellato Prudenzio, che tosto, spediti alcuni messaggeri, chiese soccorso a Giustiniano; ed avutolo, ridusse alla divozione di lui e tenne forte tutta quella provincia. Erasi parimente rivoltata contra de' Vandali la Sardegna ad istigazione di un certo _Goda_, Goto di nazione, uomo di gran valore che vi era stato posto al comando dal nuovo re _Gelimere_, e poscia assunse il titolo di re. Questi ancora, fatto ricorso a Giustiniano, con offrirsegli suddito, ottenne un rinforzo di quattrocento soldati, piccolo aiuto nondimeno al suo bisogno. Discese in terra la felice armata cesarea in Africa al Capovada; giacchè per ordine del re Genserico, primo conquistatore di quelle provincie, in tutte le città, fuorchè in Cartagine, erano state diroccate le mura: risoluzione che parve allora di gran prudenza, acciocchè, se mai gl'imperadori romani avessero voluto ricuperare il paese, o gli Africani, divoti del nome romano, far delle novità, non restasse loro luogo alcuno forte per infestare i Vandali; ma risoluzione che in fine si tirò dietro la rovina del regno vandalico. Però Belisario senza difficoltà s'impadronì della città di Silletto, e quivi cominciò a sentire la vicinanza dell'esercito de' Vandali, condotto dal re Gelimere, il quale, udito ch'ebbe l'arrivo dei Greci, comandò che si levasse di vita il re _Ilderico_, già nelle carceri ristretto. Al primo incontro Gelimere prese la fuga: dal che animato Belisario si presentò davanti a Cartagine coll'armata di terra e colla flotta, e non avendo trovata resistenza, ebbe l'ingresso in quella capitale, senza sapersi intendere come Gelimere prima non v'entrasse alla difesa, e come con tanta felicità riuscisse questa impresa a Belisario, il quale finalmente non avea seco se non dieci mila fanti e cinque mila cavalli. Come di una ammirabil avventura se ne stupì lo stesso Procopio, da cui abbiamo la descrizione di questa guerra.

Giovò sommamente a Belisario l'aver Gelimere dianzi spedita la sua armata navale con _Zazone_ suo fratello, per ricuperar la Sardegna, non immaginando sì vicino l'arrivo e lo sbarco della flotta de' Greci. Entrò bensì costui in Cagliari, trucidò _Goda_ occupator dell'isola con tutti i suoi partigiani, e di questa vittoria inviò tosto l'avviso al fratello Gelimere; ma la nave che lo portava, andata a dirittura a Cartagine, senza saper la mutazione ivi seguita, cadde in mano de' Greci vittoriosi. Fu cagione eziandio la presa improvvisa di Cartagine, saputa in Ispagna, che niuno effetto producesse un'ambasciata di Gelimere incamminata colà per indurre _Teode_ re de' Visigoti ad entrare in lega coi Vandali. Dappoichè Belisario ebbe abbastanza assicurata con nuove fortificazioni la città di Cartagine, uscì in campagna con la sua armata, per assalire Gelimere, con cui si era riunito Zazone suo fratello colla flotta richiamata dalla Sardegna. Vennesi ad un fatto d'armi; fu sbaragliato l'esercito vandalo, e Gelimere, colla fuga si mise in salvo. Nel campo loro aveano i Vandali le lor mogli, figliuoli e tesori, sperando forse che la difesa e presenza di pegni sì cari avesse da ispirare più coraggio ai combattenti. Ma nulla giovò ad essi; tutto andò a sacco, e sì grande fu il bottino toccato ai vincitori, chè parve cosa incredibile. Oltre alle eccessive prede fatte da que' Barbari sul principio della conquista sopra i sottomessi Africani, aveano essi raunate immense somme d'oro negli anni addietro colla vendita de' loro grani. In quella giornata perderono tutto. Succedette questa fortunata battaglia verso la metà di decembre nell'anno presente, di modo che fatte in tre mesi tante azioni, recarono somma gloria a Belisario. In questo medesimo anno, perchè gli eretici aveano sparso voce che Giustiniano Augusto concorreva ne' loro empii sentimenti, egli, a fine di distruggere questa ingiuriosa diffamazione, pubblicò un suo editto[2627], in cui espose la credenza sua uniforme alla dottrina della Chiesa cattolica. Inviò ancora degli ambasciatori a papa _Giovanni_ con sua lettera, in cui protesta di accettare i quattro concilii generali della Chiesa di Dio, e coll'ambasciata, secondo l'attestato di Anastasio bibliotecario[2628], vennero ancora varii regali preziosi ch'egli mandava ad offerire a san Pietro nella basilica vaticana. Scrisse inoltre una lettera ad _Epifanio_ patriarca di Costantinopoli[2629], dove parimente espone la sua fede, condanna gli eretici tutti e conferma i suddetti quattro concilii: cose tutte che gli acquistarono gran credito in Roma e presso tutti i cattolici. Finalmente nel dicembre del presente anno furono pubblicate da esso imperadore le _Istituzioni_ del diritto civile e i libri dei _Digesti_, siccome apparisce dalle due prefazioni stampate in fronte di queste opere insigni.

NOTE:

[2626] Marcell. Comes, in Chronico. Procop., de Bell. Vandal., lib. 1, cap. 5.

[2627] L. 6, C. de Summa Trinitate.

[2628] Anastas. Biblioth., in Vita Johannis II.

[2629] L. 7, C. de summ. Trin.

Anno di CRISTO DXXXIV. Indizione XII.

GIOVANNI II papa 3. GIUSTINIANO imperadore 8. TEODATO re 1.

_Consoli_

FLAVIO GIUSTINIANO AUGUSTO per la quarta volta, e FLAVIO TEODORO PAOLINO juniore.

Questo _Paolino_ console, creato in Occidente, secondochè abbiamo da una lettera del re _Atalarico_[2630] scritta al medesimo, fu figliuolo di _Venanzio_, stato console nell'anno 507, ed era della famiglia _Decia_. Seguitò _Belisario_ in questo anno il felice corso delle sue vittorie con impadronirsi della città d'Ippona, oggidì Bona, dove gli venne alle mani buona parte del tesoro di Gelimere, mentre egli pensava di rifugiarlo in Ispagna. Scorrendo la di lui flotta il Mediterraneo fino allo stretto di Gibilterra, sottomise al dominio cesareo la Sardegna, la Corsica, Ceuta, Evizza, Majorica e Minorica. Entrarono parimente le sue armi in Cesarea città; e _Gelimere_, assediato nel monte Pappua, con proporgli nella corte dell'imperadore il grado di patrizio ed altri vantaggi, s'indusse a rendersi a Belisario, da cui fu condotto a Costantinopoli. Colà portossi il valoroso capitano, perchè avea scoperto di essere stato calunniato presso di Giustiniano Augusto, quasichè egli meditasse di farsi padrone delle provincie in sì poco tempo conquistate. L'andata sua dissipò queste nebbie. Fu egli introdotto in Costantinopoli trionfalmente, come ne' secoli addietro si praticava in Roma. Presentò all'imperadore non solo Gelimere e i prigioni vandali, ma eziandio le immense ricchezze asportate dall'Africa, e specialmente i vasi antichi del tempio di Salomone, che appresso furono da Giustiniano inviati alle chiese di Gerusalemme. Fece Giustiniano sentire la sua liberalità a Gelimere, con assegnargli molti beni nella Galazia; ma non gli fu già conferita la dignità di patrizio, perchè costui non potè indursi giammai a rinunziare all'arianismo. A queste allegrezze succederono delle tristezze; imperocchè non sì tosto fu partito dall'Africa Belisario, che i Mori si ribellarono, e Salomone, lasciato quivi per governatore, ebbe molto da fare a sostenersi; ed ancorchè in una battaglia desse loro una rotta, pure i medesimi si rimettevano presto in forze, e seguitavano a far testa. Finalmente andarono in fumo tutti i loro sforzi. Intanto anche in Italia cangiarono faccia gli affari, perchè il re _Atalarico_ mancò di vita in quest'anno. Giacchè _Amalasunta_ sua madre era stata forzata ad allevarlo come vollero i Goti, egli sfrenatamente si era dato in preda alla crapula e ad altri vizii, per i quali contrasse una lunga malattia che il condusse in fine al sepolcro[2631]. Allora fu che Amalasunta, temendo di cadere affatto, cominciò segretamente a trattare con Giustiniano Augusto di rinunziargli l'Italia, e di ritirarsi a Costantinopoli. Ma non istette poi salda in questo pensiero. _Teodato_, ossia _Teodoto_, figliuolo del primo matrimonio di Amalafreda sorella del fu re Teoderico, menava allora vita privata in Toscana, dove possedeva di gran beni, uomo ben istruito nelle lettere latine e nella filosofia di Platone, ma dappoco, ignorante nell'arte militare, e straordinariamente dato all'interesse, aveva egli fatto non poche estorsioni e prepotenze in quei paesi; e per i ricorsi e doglianze di varii particolari chiamato a Ravenna, era stato processato ed obbligato a restituire il mal tolto, perlochè odiava a morte Amalasunta. Cominciò anch'egli segretamente un trattato con Giustiniano per farlo padrone della Toscana. Non andò più oltre l'affare, perchè Amalasunta, parte per paura che i Goti, abbandonata lei, si volgessero a Teodato, unico germoglio della famiglia Amala, parte per isperanza di cattivarsi l'animo di costui con un gran benefizio, il chiamò a Ravenna, e gli propose di farlo collega nel regno, purchè promettesse di portare bensì il nome di re, ma di lasciare in fatti proseguir lei nel comando. Quanto ella volle Teodato giurò di eseguire.

Salito che fu Teodato sul trono, non men egli che Amalasunta[2632] ne scrissero a Giustiniano Augusto, con pregarlo di continuar la pace con loro. Ma durò poco la festa. Teodato, ridendosi delle promesse fatte, e sol ricordevole delle procedure precedentemente contra di lui fatte, unissi coi nemici di Amalasunta, fece levar la vita ad alcuni de' suoi aderenti, e in fine cacciò lei stessa in esilio[2633], confinandola in un'isoletta nel lago di Bolsena, dove la misera da lì a poco, per comandamento oppure con saputa di esso Teodato, fu strangolata dai parenti di quei Goti ch'ella avea nel tempo del suo governo fatti privare di vita. Gregorio Turonense[2634], mal informato di questi affari, racconta una diceria che dovea correre per le piazze, ed ha tutta la ciera d'una fola, ma che nondimeno potrebbe contenere qualche vestigio di verità. Racconta, dico, egli, che dopo la morte di Teoderico restò in vita Anafleda moglie di lui, e sorella di Clodoveo re de' Franchi, con una figliuola. Dee intendere di _Amalasunta_, ma senza dir parola di Atalarico. Questa figliuola si diede in preda ad un suo famiglio appellato Traguilla, e con esso lui scappò in una forte città. Bisognò mandare un esercito per levarla di là, e ridurla a casa, il che seguì dopo aver tolto di vita il suo drudo. Irritata la figliuola pose del veleno nel calice, da cui dovea bere la madre nella comunione eucaristica. Erano essi tutti ariani. Morì sua madre, e i Goti sdegnati contra della figliuola parricida, elessero in re loro _Teodato_, il quale in un bagno sommamente riscaldato la fece morire. Aggiugne che i re de' Franchi _Childeberto_, _Clotario_ e _Teodeberto_ fecero querela di questo col re Teodato, minacciandogli la guerra; e che Teodato li placò e fece tacere con un regalo di cinquanta mila scudi d'oro. Così il Turonense. La verità si è, se pur s'ha da credere a Procopio, che dispiacque forte all'imperador Giustiniano l'ingratitudine e crudeltà di Teodato contra di una principessa che fin allora avea mantenuta sì buona corrispondenza coll'imperio d'Oriente. Ma dall'altro canto si rallegrò in suo cuore, perchè la fortuna gli avesse somministrato così plausibil ragione di muover guerra ai Goti, cioè una congiuntura tanto da lui desiderata di poter ricuperare l'Italia. Covò egli questo pensiero nell'anno presente, ma con fare gli opportuni preparamenti pel susseguente; e intanto dalle lettere da Cassiodoro si ricava avere Teodato ricevuto di belle parole da Giustiniano, il quale s'infinse per un pezzo di non sapere l'iniquo trattamento fatto ad Amalasunta, ma senza dar sicurezza alcuna di pace. Perlochè Teodato di nuovo spedì altri ambasciatori a Giustiniano, e la regina _Gundelina_ sua moglie anch'ella scrisse a _Teodora_ Augusta con ansietà di assicurar fra di loro il nodo di una buona amicizia. Niuna apparenza di verità ha ciò che il suddetto Procopio nella storia segreta di Giustiniano lasciò scritto, cioè che Teodato fece morire Amalasunta per consiglio di Giustiniano, istigato a ciò da Teodora Augusta, che avea conceputa gelosia in iscorgere l'ansietà del marito per vedere Amalasunta in Costantinopoli, temendo ch'ella potesse torle la mano nel cuore di lui. Ancorchè si sia già da noi veduta la pubblicazione del Codice di Giustiniano, fatta nell'anno 529, pure nel presente fu pubblicato quel libro con varie giunte e mutazioni, e tal quale noi ora lo abbiamo. Se in Oriente era tutto rivolto l'animo di Giustiniano a dilatare i confini dell'imperio, non era minor la sete nei re de' Franchi. Per appagarla non si perdonava a tradimenti e scelleraggini, nè si teneva sicuro l'un fratello dell'altro. Miravano essi con occhio ingordo il confinante regno dei Borgognoni, e per ingoiarlo, secondochè s'ha da Mario Aventicense[2635], s'unirono insieme nell'anno presente _Childeberto_, _Clotario_ e _Teodeberto_ figliuolo del re Teoderico, ossia Teodorico. Gregorio Turonense[2636] e Fredegario[2637] scrivono che solamente Childeberto e Clotario impresero la guerra contra de' Borgognoni, e che Teoderico lor fratello non vi volle intervenire. Ma sembra ben più fondato il racconto di Mario. Vedremo fra poco che Teodeberto di lui figlio mandò in Italia dei Borgognoni: segno che anch'egli entrò a parte della conquista. La conclusione fu che quei re si misero all'assedio della città di Autun, ruppero in una battaglia _Godomaro_ re de' Borgognoni, e divennero con ciò padroni di quel regno, che abbracciava allora il Lionese, il Delfinato, la Borgogna moderna ed altri paesi, ch'essi divisero fra loro. Credesi che in quest'anno terminasse i suoi giorni _Teoderico_ suddetto fratello d'essi re, con avere per suo successore il mentovato Teodeberto suo figliuolo. È di parere il cardinal Baronio[2638] che anche all'anno presente appartenga la terribil carestia, di cui parla _Dazio_ arcivescovo di Milano nella Storia Miscella[2639], deducendolo da una lettera[2640] scritta da _Cassiodoro_ prefetto del pretorio in questi tempi al medesimo Dazio per significargli il soccorso di panico destinato dal re in sovvenimento de' popoli. Ma più probabilmente la carestia rammentata da esso arcivescovo appartiene all'anno 538. Per altro, da altre lettere del medesimo Cassiodoro apparisce afflitta l'Italia ancora in questo anno dalla carestia, e qual provvisione si facesse per aiutare i popoli in sì fiera congiuntura.

NOTE:

[2630] Cassiod., lib. 9, epist. 22.

[2631] Procop., de Bell. Goth., lib. 1, cap. 3.

[2632] Cassiod., lib. 10, epist. 1 et 2.

[2633] Jordan., de Reb. Getic., cap. 59.

[2634] Gregor. Turonensis, lib. 3, cap. 31.

[2635] Marius Aventicensis, in Chron.

[2636] Gregor. Turonensis, lib. 3, cap. 11.

[2637] Fredegarius, in Ep., cap. 37.

[2638] Baron., Annal. Eccl.

[2639] Hist. Miscell., lib. 16.

[2640] Cassiodor., lib. 12, ep. 27.

Anno di CRISTO DXXXV. Indizione XIII.

AGAPITO II papa 1. GIUSTINIANO imperadore 9. TEODATO re 2.

_Console_

FLAVIO BELISARIO senza collega.