Annali d'Italia, vol. 2 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750
Part 72
Notò il padre Pagi[2597] che questo _Decio_ console occidentale fu figliuolo di _Venanzio_ stato console nell'anno 507, e fratello di _Paolino_, che vedremo console nell'anno 534. Vien appellato _juniore_ a distinzione di _Decio_, che fu console Dell'anno 486, siccome personaggio della medesima famiglia. Dopo la morte di _Trasamondo_ re dei Vandali in Africa, restò vedova di lui _Amalafreda_ sorella del re Teoderico. Donna avvezza a comandare, non si dovea trovar molto contenta sotto _Ilderico_, ch'era succeduto nel regno a Trasamondo, e fu creduto ch'essa tenesse mano a qualche trattato contra lo stato del re novello. Laonde questi, tuttochè uomo lontano dalla crudeltà, le levò la libertà con imprigionarla. Ciò avvenne, per quanto abbiamo da Procopio[2598], vivente ancora il re Teoderico, il quale non sapeva già digerire l'aspro trattamento che si faceva alla sorella; ma perchè troppo sarebbe costato il mettere insieme una grande armata navale per portare la guerra in Africa, gli convenne soffocare i risentimenti e il prurito della vendetta. Morto poi Teoderico, la cui grandezza avea trattenuto Ilderico da più violente risoluzioni, e regnando _Atalarico_ fanciullo, da cui poco si potea temere, Ilderico, per quanto ne corre la fama, fece levar di vita _Amalafreda_. Il tempo non si sa. Bensì sappiamo, che pervenuto l'avviso di questa crudel risoluzione alle orecchie del re Atalarico e di _Amalasunta_ sua madre, altamente se ne adirarono. Per questa cagione Atalarico spedì in Africa degli ambasciatori con lettera[2599] ad Ilderico, in cui si duole della morte violentemente inferita alla sua parente, con dire che s'ella fosse stata rea delle decantate e forse insussistenti congiure, egli avrebbe dovuto rimetterla nelle di lui mani per essere giudicata, e non già torle la vita senza saputa, e però con disprezzo del re d'Italia, e con obbrobrio di tutta la nazion gotica. Però vuol sapere come egli possa scusare un tal fatto; e qualora pretendesse essere mancata Amalafreda di morte naturale, voleva nelle mani persone atte a comprovarne la verità. Altrimenti protestava essere rotta la pace, e terminati i patti durati fin qui fra loro. Qual esito avesse questa ambasciata, non è giunto a nostra notizia; ma probabilmente di qua ebbe origine la caduta del re Ilderico, di cui parleremo nell'anno seguente. Fra l'altre belle imprese, alle quali si applicò _Giustiniano_ Augusto, una principalmente fu in questi tempi quella di far unire e ordinare in un Codice tutte le leggi meritevoli d'approvazione e di uso fin allora pubblicate dai precedenti Augusti e da lui stesso. Fin sotto Diocleziano imperadore erano stati composti i Codici _gregoriano_ ed _ermogeniano_. Da Teodosio juniore venne successivamente compilato il Codice _teodosiano_, la cui autorità lungo tempo durò nelle Gallie. Ma Giustiniano, che aspirava per ogni verso a dilatar la gloria del suo nome, fece comporre un Codice nuovo, chiamato perciò di _Giustiniano_, con abolire l'autorità de' precedenti, e prescrivere l'uso di questo a tutta la giurisprudenza e al governo del romano imperio. Io non so come Marcellino conte[2600] ne differisca la pubblicazione sino all'anno 531. Noi sappiamo dalla prima legge di esso Codice aver Giustiniano nell'anno 528 data l'incombenza di compilar questo Codice a _Giovanni_, _Leonzio_, _Foca_, ed altri patrizii e primarii uffiziali della sua corte. Poscia abbiamo non solamente dalla Cronica Alessandrina[2601], ma eziandio dalla seconda legge del medesimo Codice, data sotto il _consolato di Decio_, che nel presente anno esso fu confermato e pubblicato; e poscia nell'anno 534 venne il medesimo espurgato e corretto, come apparisce dalla legge terza. Del merito e dell'utilità di questo insigne libro non occorre che qui si parli. Ben è vero essere stato osservato da Jacopo Gotofredo[2602] e da altri dottissimi giurisconsulti, che _Triboniano_, della cui opera principalmente si servì Giustiniano per darci il suo Codice, quale oggi l'abbiamo, si prese una soverchia libertà, con ommettere, troncare, mutare e sconvolgere a suo capriccio le leggi degli antecedenti Augusti, con aver poscia i copisti aggiunti molti altri errori e difetti al Codice stesso. Suida[2603] lasciò scritto essere stato _Triboniano_ gran giureconsulto pagano, nimico de' cristiani, adulatore, smoderatamente interessato fino a vendere la giustizia per danaro. E Procopio[2604] aggiugne ch'egli ogni dì aboliva una legge vecchia o ne fabbricava una nuova. Per relazione di Teofane[2605], in questi tempi i Giudei e Samaritani della Palestina, ribellatisi all'imperio di Oriente, coronarono per loro re un certo Giuliano, e contra de' cristiani esercitarono rapine, stragi ed incendii. Non perdè tempo l'imperador Giustiniano a spedire un buon corpo di truppe armate colà, che estinsero il fuoco acceso colla morte dello stesso Giuliano; ma fu cagione questa lor sollevazione che il re di Persia, quantunque l'imperadore gl'inviasse _Ermogene_ suo ambasciatore per trattar di pace, ne disprezzasse le proposizioni, confidato nella promessa di un soccorso di cinquanta mila persone, fattagli da essi Giudei e Samaritani. Appartiene all'anno presente il celebre concilio II Arausicano, cioè di Oranges, in cui furono condannati gli errori de' semipelagiani; concilio poscia approvato e confermato da papa Bonifazio II, che nell'anno seguente succedette a Felice IV papa.
NOTE:
[2597] Pagius, Crit. Baron., ad hunc ann.
[2598] Procop., de Bell. Vandal., lib. 1, cap. 4.
[2599] Cassiod., lib. 9, ep. 1.
[2600] Marcell. Comes, in Chron.
[2601] Chron. Alexandr.
[2602] Gothofr., in Praefatione ad Cod. Theod.
[2603] Suidas, in Excerptis, tom. 1, Histor. Byz.
[2604] Procop., Histor. Arcana.
[2605] Theoph., in Chronogr.
Anno di CRISTO DXXX. Indizione VIII.
BONIFAZIO II papa 1. GIUSTINIANO imperadore 4. ATALARICO re 5.
_Consoli_
FLAVIO LAMPADIO ed ORESTE.
Hanno creduto il Panvinio[2606] e il padre Pagi[2607] che amendue questi consoli fossero creati in Occidente. Di _Oreste_ sembra certo; non so se possa dirsi lo stesso di _Lampadio_, al qual ho io aggiunto il nome di _Flavio_ coll'autorità di due marmi da me rapportati altrove[2608]. Credesi che mancasse di vita in quest'anno _Felice_ IV papa, nel mese di ottobre, come ha Anastasio[2609], o pur di settembre, come pretende il padre Pagi. Ebbe per successore _Bonifazio_ II, ma non senza scisma, perchè fu contra di lui eletto papa _Dioscoro_. La morte poco dipoi accaduta di costui rimise la calma nella Chiesa romana. Finora avea _Ilderico_ re dei Vandali in Africa governato pacificamente quel regno e mantenuta un'ottima corrispondenza ed amicizia con Giustiniano, prima ancora del suo innalzamento al trono imperiale, mercè di molti regali che continuamente passavano fra loro. Presso del medesimo Ilderico, per attestato di Procopio[2610], era in grande autorità _Gelimere_ suo parente, perchè pronipote del fu re Genserico e il più vicino a succedergli nel regno, uomo bellicoso, ma insieme astuto e maligno. Costui tanto seppe far coi principali della nazion vandalica, con rappresentar loro la dappocaggine d'Ilderico, vinto nella precedente battaglia dai Mori, e l'intollerabil profusione dell'oro impiegato da lui per istar bene in grazia della corte di Costantinopoli, che s'indussero ad accettarlo per re, e ad imprigionare lo stesso Ilderico con alcuni suoi ministri. Non è improbabile che _Atalarico_ re d'Italia, o, per dir meglio _Amalasunta_, sua madre segretamente o accendessero o avvalorassero questo fuoco in vendetta di _Amalafreda_, uccisa per ordine di esso Ilderico. Portò di grandi conseguenze e mutazioni nell'Africa, siccome vedremo, la caduta di quel principe. Sotto questo anno, continuando tuttavia la guerra coi Persiani, narra Teofane[2611] che _Giustiniano_ imperadore mosse una gravissima persecuzione contra di quanti gentili ed eretici si trovavano nell'imperio d'Oriente, con cacciarli da tutti i pubblici impieghi, confiscare i loro beni, e dar loro il tempo di soli tre mesi per ravvedersi. Procopio[2612] anch'egli fa fede di questi editti e processi, fatti da esso Augusto (se vogliamo credere a lui) non per buono zelo, ma per occupare i beni e ricchezze de' montanisti, sabbaziani ed altri molti eretici. Le chiese specialmente degli ariani erano piene di vasi e di suppellettili preziose d'oro e di argento, e di pietre e gemme di gran valore. Tutto passò nell'erario imperiale. Moltissimi furono tagliati a pezzi dal popolo, altri dalla giustizia uccisi, e grande fu il numero di coloro che abbracciarono la religion cristiana e cattolica in apparenza, ma con ritenere internamente gli errori delle lor sette. Seguitò ancora nel presente anno lo stesso Augusto la guerra contro ai Giudei e Samaritani ribelli, con incredibile strage dei medesimi, e col guasto di tutto il paese, tanto che furono i rimasti in vita costretti ad implorare il perdono dell'imperadore, rimanendo ancora involti in quelle sciagure i cristiani di quelle contrade, perchè obbligati a pagar da lì innanzi dei gravi tributi. Circa questi tempi fioriva per virtù e per miracoli _san Benedetto_, ristauratore e propagatore del monachismo in Italia, e a poco a poco per tutto l'Occidente. Altri monasteri e monachi prima di lui si videro in queste parti, ma non così bene regolati come i fondati poscia da lui. Da Subbiaco, dov'egli visse per alcun tempo, passò a Monte Casino, e quivi edificò il celebre suo monistero, dal quale poi presero norma tutti gli altri sì d'uomini che di vergini sacre, che o si sottoposero alla regola prescritta con tanta discrezione e prudenza dal santo abate, o furono fondati a tenore della medesima. In quest'anno, per relazion di Marcellino conte[2613], quel Mundone, che vedemmo all'anno 505 vincitore dei Greci coll'aiuto del re Teoderico nell'Illirico, creato poi da Giustiniano Augusto generale delle milizie in esso Illirico, valorosamente costrinse alla fuga i Goti orientali venuti ad infestar quella provincia. Ed altrettanto fece coi Bulgari che erano iti a bottinar nella Tracia.
NOTE:
[2606] Panvin., in Fast. Cons.
[2607] Pagius, Crit. Baron.
[2608] Thesaur. Nov. Inscript., pag. 425.
[2609] Anastas. Biblioth., in Felice.
[2610] Procop., de Bell. Vandal., lib. 1, cap. 9.
[2611] Theoph., in Chron.
[2612] Procop., in Hist. Arcan., cap. II.
[2613] Marcell. Comes, in Chron.
Anno di CRISTO DXXXI. Indizione IX.
BONIFAZIO II papa 2. GIUSTINIANO imperadore 5. ATALARICO re 6.
_Senza consoli._
È ignoto il motivo per cui niun console fu creato in quest'anno nè in Occidente nè in Oriente. A contrassegnar dunque il presente anno fu usata la formula _post consulatum Lampadii et Orestis_. Seguitava intanto _Amalasunta_ madre del re _Atalarico_ a governar con senno e coraggio il regno d'Italia, ma non già colla fortuna di piacere a tutti i suoi, parte de' quali avrebbe volentieri prese le redini del governo, e parte per odii particolari mal sofferiva il vedere in mano di donna la autorità regale. Accortasi Amalasunta del loro mal animo, e temendo di novità per certi segni di congiure ordite col pretesto di difendere le frontiere del regno, mandò i tre principali capi dei Goti, più sospetti degli altri, separatamente in diversi luoghi. Ma non bastò il ripiego. Fu avvertita ch'essi per via di lettere continuavano le trame, affin di levarle di mano la tutela del figliuolo e il governo: cosa che finalmente l'indusse a liberarsi colla violenza dalla petulanza di costoro. Procopio è quello che ne fa il racconto[2614]. Coltivava essa una buona amicizia con Giustiniano Augusto, e i regali doveano stringere questo nodo. Scrisse a lui per sapere, se, qualora le venisse talento d'andare a Costantinopoli, ella sarebbe amorevolmente accolta. _Sempre che venga, sarà la ben venuta_, fu la risposta di Giustiniano. Allora Amalasunta spedì a Durazzo in Albania una nave con alcuni suoi fidati ministri, e quaranta mila libbre d'oro, oltre ad altri ricchissimi mobili, con ordine di fermarsi quivi finchè fossero avvisati d'altre sue risoluzioni. E così fece, perchè, se le fosse occorso di dover fuggire, fosse provveduto alla sua sicurezza e sussistenza. Dopo di che scelti alcuni dei più bravi e fedeli suoi tra i Goti, comandò loro di levar con destrezza dal mondo que' tre personaggi, divenuti oramai intollerabili e incompatibili colla sua reggenza. Felicemente fu da essi eseguito un tal ordine; ed Amalasunta, liberata da quella persecuzione, più non pensò al viaggio d'Oriente, e richiamata la nave a Ravenna, continuò con vigore ad amministrare il regno d'Italia. Aveva _Amalarico_ re de' Visigoti in Ispagna sposata _Clotilde_ sorella dei re Franchi, avvisandosi con questo parentado di salvare dalla lor potenza gli stati da lui posseduti nella Gallia, oggidì appellati la Linguadoca. Abitava egli in Narbona per essere più pronto alla difesa, stante il timore che egli avea de' soli Franchi. L'esempio di Alarico suo padre, da essi sconfitto ed ucciso, mai non gli si partiva dagli occhi. Non servirono preghiere nè minacce[2615], perchè Clotilde, allevata nella religion cattolica e piissima principessa, volesse, non dirò cangiar credenza, ma neppur comunicare coi Visigoti ariani ne' sacri misteri. Era perciò essa vilipesa dal popolo, strapazzata dal marito, che giunse anche a batterla con tal crudeltà, ch'ella potè inviare al re _Childeberto_ suo fratello un fazzoletto tinto del suo sangue, con pregarlo di liberarla da quel tiranno. E nol pregò indarno. Childeberto con un'armata marciò verso Narbona, ed Amalarico intimidito se ne fuggì; ma ritornato indietro per prendere alcune robe preziose, nella porta della città fu ucciso dai suoi. Gregorio Turonense non parla di alcun fatto d'armi. Solamente nelle giunte marginali alla Cronica di Vittor Tunonense[2616] si legge che il re Amalarico nella battaglia di Narbona fuggendo si ritirò in Barcellona, dove, percosso da una corta accetta, restò morto. Abbiamo anche la testimonianza di sant'Isidoro[2617], là dove scrive che Amalarico fu _presso Narbona_ superato da _Ildeberto_ re dei Franchi, e dopo essere scappato a Barcellona, caduto in dispregio del suo popolo, quivi dall'esercito fu inviato all'altro mondo. Ebbe per successore _Teode_, ricchissimo e scaltro Visigoto, di cui parlammo di sopra all'anno 526; e v'ha fondamento di credere, esser egli stato il medesimo che o levò o fece levar la vita ad Amalarico, perchè col tempo assassinato anch'egli, ordinò prima di morire che l'assassino non fosse gastigato. _Giacchè,_ disse egli, _Dio per la man di costui mi fa patir la pena di un simile misfatto altre volte da me commesso._
Ma la vittoria riportata sopra i Visigoti dal re Childeberto non fu di conseguenza, sapendosi che tuttavia restarono essi in possesso e dominio degli stati che godevano nelle Gallie, cioè della Linguadoca; ed altro non guadagnò Childeberto che di ricondurre seco la sorella Clotilde, la quale nel cammino terminò i suoi giorni, vinta probabilmente dall'afflizion per le sue disgrazie. Venne bensì fatto a _Teoderico_ re d'Austrasia, fratello d'esso Childeberto, circa questi tempi, di conquistar la Turingia, colla morte d'_Ermenfredo_ re di quel paese. Questi si fidò troppo delle parole e promesse di esso re Teoderico, cioè d'un principe che soltanto s'ingrandisse, non badava nè a parentela nè a giuramenti, e che giunse fino a tentar di assassinare il re _Clotario_, re di Soissons, suo fratello, dopo essersi servito delle forze di lui per impadronirsi della Turingia. Tali erano allora i re franchi, presi troppo dalla febbre dell'ambizione, cioè dell'ansietà dì dilatare il loro dominio. E che non fossero da meno di _Teoderico_ i suoi fratelli _Clotario_ e _Childeberto_, lo potremo conoscere da un fatto de' più crudeli e barbari che mai si leggano nelle storie. Era morto, come dicemmo di sopra, _Clodomiro_ re di Orleans, quarto loro fratello, nella battaglia contra i Borgognoni. S'impadronirono tosto dei di lui stati Clotario e Childeberto, ancorchè egli lasciasse dopo di sè tre piccioli figliuoli. Erano questi allevati dalla piissima regina Clotilde loro avola, e madre dei due re suddetti, che teneramente gli amava. Saltò in cuore a Clotario, che crescendo in età questi principi suoi nipoti, vorrebbono gli stati paterni, e che bisognava trovarci rimedio[2618]. Però venuto a Parigi col re Childeberto, amendue di concerto misero le guardie ai due principini maggiori di età, e poi mandarono a Clotilde lor madre una spada nuda e un paio di forbici, con dirle, che il destino dei nipoti dipendeva dall'elezione ch'ella facesse di volerli o morti o cherici. Scappò detto alla buona regina, sorpresa da estremo dolore, che amerebbe piuttosto di vederli morti, che vivi senza regno. Di più non ci volle, perchè Clotario, fattigli venire alla presenza sua e del fratello Childeberto, piantasse un coltello nel cuore a Teobaldo il maggiore, ch'era in età di dieci anni circa. A questa vista _Guntario_ suo minor fratello, in età di sette in otto anni, gridando e piangendo si gettò ai piedi di Childeberto suo zio, e abbracciatigli i ginocchi, il pregò di salvargli la vita. Non potè Childeberto ritenere le lagrime, e rivoltosi al fratello, cominciò a scongiurarlo che non volesse ucciderlo, con offrirgli quanto volesse per questo. Ma l'inumano Clotario furiosamente gli rispose: _Se non mi lasci il fanciullo, io t'immergo questo ferro nel seno_. Childeberto si strappò d'attorno l'infelice principe, che tosto rimase anch'egli scannato da Clotario. Furono eziandio uccisi i loro governatori e famigli. Dopo di che i due re divisero fra loro gli stati del terzo loro nipote infante, nominato _Clodoaldo_, che ebbe la fortuna di essere trafugato da alcuni amorevoli, e divenuto poi monaco, finì in santa pace i suoi giorni.
NOTE:
[2614] Procop., de Bell. Goth., lib. 1, cap. 2.
[2615] Gregor. Turonensis, lib. 3, cap. 10.
[2616] Victor Turonensis, apud Canisium, tom. 1.
[2617] Isidor., in Chron. Goth.
[2618] Gregor. Turonens., lib. 3, cap. 28.
Anno di CRISTO DXXXII. Indizione X.
GIOVANNI II papa 1. GIUSTINIANO imperadore 6. ATALARICO re 7.
_Senza consoli._
Passò ancora il presente anno senza creazione di consoli, e però fu indicato colla formula _anno II_ o pure _iterum post consulatum Lampadii et Orestis_. Poco durò il pontificato di papa _Bonifacio II_. Secondo i conti del cardinal Baronio, egli cessò di vivere nel precedente anno, e, secondo il Pagi, nel presente nel dì 17 di ottobre. Aveva egli in un sinodo con suo chirografo disegnato per suo successore _Vigilio_ diacono, che ansava forte dietro a quella gran dignità; ma dispiacque non meno al re Atalarico, ossia ad Amalasunta sua madre, che al clero e popolo romano una tal novità; e però come contraria ai sacri canoni fu essa in un altro sinodo riprovata ed abolita dal medesimo papa Bonifazio prima di morire. Cadde poi l'elezione del novello pontefice nella persona di _Giovanni_ di nazione romano, per soprannome _Mercurio_, sul fine dell'anno presente. Ma perciocchè erano succeduti dei disordini nella Sede vacante di Felice IV papa, e del medesimo Bonifazio, perchè i concorrenti al pontificato aveano procurato di comperarlo simoniacamente, spendendo alla larga, o per guadagnare i voti degli elettori, oppure per aver favorevoli quei della corte del re Atalarico, giacchè s'era introdotto l'abuso che dall'arbitrio del re dipendesse l'elezione ovvero l'approvazione del nuovo papa, e però alcuni promettevano molto, per sortire il loro intento, e vendevano i beni delle chiese, e insino i vasi sacri a tale effetto (del che pare che fossero accusati _Dioscoro_ e _Vigilio_ sotto il pontificato di esso papa Bonifazio II), quindi è che il senato romano fece un decreto, con cui dichiarò sacrilega ogni promessa per ottener vescovati. Testimonio di questo è una lettera scritta dal re Atalarico[2619] allo stesso papa Giovanni II, con cui approvava il suddetto decreto, ma con farci intendere gli abusi di questi tempi: cioè ch'egli lasciò bene in libertà al clero e popolo romano l'elezione di chi fosse creduto più degno del pontificato, ma con riserbarsene la conferma. Che se occorrevano dispute fra i popoli per tale elezione, ed era portata la lite alla corte, ordinava che per le spese d'essa lite, trattandosi del romano pontefice, non si potesse impiegare più di tre mila soldi, e due mila per le liti degli altri patriarchi, sotto il qual nome son disegnati gli arcivescovi e metropolitani, perchè in Occidente allora altro patriarca non si conosceva se non il romano; e di cinquecento soldi per quelle de' vescovati minori. Non è però ben chiaro il senso di quelle parole. Tutte le altre promesse, o pagamenti fatti e da farsi a dirittura, o per interposta persona, per conseguir le chiese furono da esso re condannati, ed ordinato che ognun potesse accusare, e che si dovesse procedere in giustizia contra questi sacrileghi mercatanti delle dignità ecclesiastiche. Scrisse ancora Atalarico[2620] a _Salvanzio_ prefetto di Roma, con ordinargli di far incidere in marmo l'editto suo e il decreto del senato intorno ai simoniaci, per poi metterli nella facciata della basilica vaticana alla pubblica vista e cognizione di tutti. Sembra che si possa congiungere con questi tempi un editto[2621], pubblicato da esso re contro gli occupatori dei beni altrui, contra degli adulteri, concubinarii, omicidi, mariti di due mogli ed altri delinquenti. In un susseguente editto[2622] vuole egli che sieno puntualmente pagati gli emolumenti ai professori di grammatica, eloquenza e giurisprudenza.