Annali d'Italia, vol. 2 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750

Part 70

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GIOVANNI papa 2. GIUSTINO imperadore 7. TEODERICO re 32 e 14.

_Consoli_

FLAVIO GIUSTINO AUGUSTO per la seconda volta ed OPILIONE.

Appartiene all'Occidente questo console _Opilione_, e vien da alcuni, ma con poco fondamento, creduto quello stesso che, secondo Cassiodoro,[2546], fu creato _conte delle sacre largizioni_, ossia tesoriere del re Atalarico. Perchè neppure in questi tempi si truovi un console orientale, non se ne sa intendere la cagione. In quest'anno si cominciò a sconcertare l'animo del re _Teoderico_: e quel principe che finora mercè del suo saggio e giustissimo governo, e di una mirabil pace che faceva godere all'Italia e agli altri suoi popoli, e del rispetto che portava alla religion cattolica e a' sacri suoi ministri, s'era acquistata gloria non inferiore a quella de' più rinomati imperadori, di maniera che può anche oggidì servire di norma ai regnanti: questo principe, dissi, mutò affatto contegno, e passò ad azioni che denigrarono gli ultimi giorni della sua vita, e renderono odioso il suo nome, non meno allora che dipoi in Italia. Vedemmo nel precedente anno pubblicato dal cattolico imperadore _Giustino_ un editto contra degli eretici, in cui furono bensì eccettuati i _Goti_, ma quei solamente ch'erano in Oriente, e non già quei che appartenevano all'Italia sotto il re Teoderico. Furono perciò tolte le chiese nell'imperio orientale a molti ariani; ed altri, per non perdere le dignità e per seguitare nella milizia, abbracciarono la religione cattolica. Nel loro errore stettero saldi infiniti altri, ma con gravi lamenti sì per la pena a cui erano sottoposti, e sì per la perdita delle chiese. Verisimil cosa è che costoro ne portassero le doglianze al re _Teoderico_, seguace anch'esso costantissimo della setta ariana; con restar inoltre Teoderico non poco amareggiato, perchè laddove egli lasciava in Italia e negli altri suoi regni goder tanta quiete e libertà ai cattolici, Giustino Augusto trattasse poi con tale severità gli ariani. C'è inoltre motivo di credere ch'esso o per la stessa cagione, o per altri accidenti, cominciasse a dubitar della fedeltà dei Romani, con sospettare intelligenze di loro colla corte di Costantinopoli, quasichè abborrissero un principe ariano ed aspirassero alla libertà. Fors'anche _Giustiniano_, che allora, benchè non imperadore, amministrava gli affari dell'imperio, e già nudriva delle vaste idee, si lasciò scappar di bocca qualche parola contro chi possedeva sì bella parte dello stesso imperio, cioè l'Italia: che risaputa da Teoderico, accrebbe in lui il mal talento e i sospetti. Comunque passassero tali faccende, basti a noi di sapere, per attestato dell'Anonimo Valesiano[2547], che trovandosi Teoderico in Verona, fece distruggere un oratorio di santo Stefano, posto fuori d'una porta di quella città: il che vien raccontato da esso Anonimo, come segno che veniva a scoprire il mal animo di Teoderico contra de' Cattolici, ma che verisimilmente fu fatto per solo riflesso alla fortificazione di quella città. Quindi comandò Teoderico che niuno de' Romani potesse tener armi e neppure un coltello, indizio certo di sospetti intorno alla loro fedeltà. Ma colui che maggiormente accese questo fuoco, fu Cipriano referendario, il qual poi per ricompensa delle sue iniquità passò al grado di tesoriere e di generale d'armata. Accusò egli _Albino_ patrizio, stato console nell'anno 495, con imputargli d'avere scritto lettere a Giustino imperadore contra di Teoderico. Negò egli il fatto, ed apposta, per difendere la di lui innocenza, si portò da Roma a Verona anche _Severino Boezio_ patrizio, già stato console, ch'era allora il più riguardevol mobile del senato romano. Ma che? Cipriano rivolse l'accusa contra dello stesso Boezio, e si trovarono tre inique persone che servirono di testimoni e di accusatori contra di lui, cioè _Basilio_, che cacciato dianzi di corte, era indebitato fino alla gola, _Opilione_, diverso dal console dell'anno presente, per quanto si può conghietturare, e _Gaudenzio_, i quali ultimi due banditi per innumerabili loro frodi, erano allora rifugiati in chiesa. L'accusa fu, secondo che scrive lo stesso Boezio[2548], _de compositis false literis, quibus libertatem arguor sperasse romanam_. Era innocente di questo reato Boezio: contuttociò portata l'accusa in senato, senza che alcuno osasse d'opporsi, fu proferita contra di lui sentenza di morte, la quale fu da Teoderico permutata in esilio. Hanno alcuni creduto con lievi conghietture che il luogo dell'esilio fosse Pavia, dove in una picciola casa, o pure in una prigione egli fosse detenuto, senza libri, senza poter parlare con amici o parenti. L'Anonimo Valesiano scrive essere egli stato imprigionato, o tenuto sotto buona guardia in _Calvenzano, in agro calventiano_, cioè in un luogo del territorio di Milano, poco distante da Melegnano. Quivi Boezio compose il nobil suo trattato _della Consolazione della Filosofia_. Ma perciocchè di grandi rumori e dicerie doveano correre per l'oppressione di questo insigne personaggio romano, il re crudele finalmente comandò che gli fosse levata la vita, e l'ordine fu eseguito. Mario Aventicense[2549] lasciò scritto che nel corrente anno _Boezio_ patrizio fu ucciso _nel territorio di Milano_. Potrebbe nondimeno essere che all'anno seguente appartenesse la di lui morte, e che Mario confondesse la sentenza dell'esilio con quella della morte; essendo certo che Boezio restò nella prigionia il tempo da comporre il libro suddetto. Ebbe per moglie _Rusticiana_ figliuola di Simmaco patrizio (e non già un'altra moglie chiamata Elpe), che gli generò due figliuoli da noi veduti consoli nell'anno 522, donna di rare virtù, che visse molti anni dipoi.

In questo medesimo anno essendo tornato a Ravenna il re Teoderico, secondochè abbiamo dall'Anonimo Valesiano, colà fece chiamare _Giovanni_ papa, e gl'intimò d'andare a Costantinopoli, per indurre Giustino imperadore a far tornare all'arianismo coloro che l'avevano abiurato, supponendoli indotti a ciò dalla forza e dalle minaccie. Anastasio bibliotecario[2550] solamente scrive che fu inviato per ottenere la restituzion delle chiese agli ariani: altrimenti Teoderico minacciava lo sterminio de' cattolici in Italia. Altrettanto scrive l'autor della Miscella[2551]. Andò papa Giovanni, seco conducendo altri vescovi, cioè _Ecclesio_ di Ravenna, _Eusebio_ di Fano, _Sabino_ di Capoa (non conosciuto dall'Ughelli nell'Italia sacra) e due altri parimente vescovi, ed inoltre _Teodoro_, _Importuno_ ed _Agapito_, tutti e tre stati consoli, e un altro _Agapito_ patrizio. Tradito dai suoi medesimi Borgognoni _Sigismondo_ re di essi, ma che s'era ritirato nel monistero di San Maurizio[2552], fu dato nelle mani colla moglie e coi figliuoli a _Clodomiro_, uno dei re Franchi, e posto prigione in Orleans. Intanto _Godemaro_, fratello di esso Sigismondo, ripigliate le forze, e raunato un buon esercito di Borgognoni, ricuperò la maggior parte delle città e terre occupate dai Franchi: il che non potendo digerire Clodomiro, uscì di nuovo in campagna con una forte armata in compagnia di _Teoderico_ re suo fratello, per assalir di nuovo il regno della Borgogna. Ma prima di cimentarsi, barbaramente fece levar la vita a _Sigismondo_, alla moglie e ai figliuoli, e gittare i lor cadaveri in un pozzo, non ostante la predizione fatta da _Avito_ abate di Micy, che se egli commetteva questa iniquità, Dio gli renderebbe la pariglia. Fu dipoi dai monaci agaunensi e dai popoli posto _Sigismondo_ nel catalogo de' santi, quasi che fosse, non solo penitente, ma martire; siccome ancora da altri il poco fa mentovato _Severino Boezio_ tenuto fu per santo, e registrato fra i martiri, con quella facilità che disopra accennammo praticata allora di dare il titolo di santo a chi abbondava di virtù, siccome certo abbondarono non meno il re Sigismondo che Boezio. Restò poi ucciso in una battaglia il re _Clodomiro_; rimase ancora sconfitto _Godemaro_, e tornò la Borgogna in potere dei Franchi, a' quali fu poi ritolta da esso Godemaro. Ma _Teoderico_ re d'Italia tenne ben forte le conquiste da lui fatte nella Gallia. Ed in quest'anno appunto nella città di Arles a lui sottoposta, _san Cesario_ vescovo celebrò un concilio, ch'è il quarto tenuto in quella città; e v'intervennero sedici vescovi, tutti compresi nella giurisdizione di esso re Teoderico.

NOTE:

[2546] Cassiod., lib. 8, ep. 16.

[2547] Anonym. Vales.

[2548] Boetius, de Consolatione, lib. 1.

[2549] Marius Aventicensis, in Chron.

[2550] Anastas. Biblioth., in Vita Johannis I.

[2551] Hist. Miscell., lib. 15.

[2552] Gregor. Turonensis, lib. 3, cap. 6.

Anno di CRISTO DXXV. Indizione III.

GIOVANNI papa 3. GIUSTINO imperadore 8. TEODERICO re 33 e 15.

_Consoli_

FLAVIO TEODORO FILOSSENO ed ANICIO PROBO juniore.

Il primo di questi consoli fu creato in Oriente; _Probo_ in Occidente. In alcune iscrizioni, che tutte si debbono riferire al presente anno, egli è chiamato _Probo juniore_, e ne inferisce il padre Pagi esser egli stato della famiglia stessa di Probo, che fu console nell'anno 513. Se fosse differita fino al presente anno la morte del celebre _Boezio_ è scuro tuttavia. Sappiamo bensì da Mario Aventicense[2553] che _Simmaco_ patrizio, suocero d'esso Boezio, già stato console, ed uno de' più illustri senatori di Roma, venerato da tutti per la nobiltà, pel sapere e per le virtù sue, fu anch'egli fatto morire dal re Teoderico. L'Anonimo Valesiano[2554] ci fa sapere, che siccome una iniquità facilmente ne tira seco delle altre, così Teoderico, temendo che Simmaco, persona di tanto credito in Roma, per dolore della morte del genero, potesse tramar qualche trattato contra del suo regno, fattolo condurre a Ravenna, sotto colore di varii finti reati il privò di vita: con che maggiormente divenne presso i cattolici, e soprattutto presso i Romani, abbominevole il nome d'esso Teoderico. Ma qui non finì la di lui crudeltà. Narra Anastasio bibliotecario[2555], che giunto papa _Giovanni_ presso Costantinopoli, uscì incontro a lui tutta la città dodici miglia fuori della porta colle croci e coi doppieri, festeggiando tutti per la consolazione di mirare in quelle contrade un pontefice romano: cosa non mai più veduta ne' secoli antecedenti. L'imperadore stesso, inginocchiato ai suoi piedi, gli prestò quell'onore che si conviene ai vicarii di Gesù Cristo. Pare che qualche differenza insorgesse per la mano con _Epifanio_ patriarca di Costantinopoli, giacchè ogni di più cresceva la superbia de' vescovi di quella città. Ma Giovanni papa avendo sostenuto con vigore il primato dovuto alla sua sedia, per attestazione di Teofane[2556], ottenne il primo luogo sopra quel patriarca. Marcellino conte[2557] anch'egli scrive ch'esso papa fu accolto con sommo onore in Costantinopoli, ebbe il primo posto nella chiesa, e celebrò la Pasqua con sonora voce, e secondo i riti e la lingua romana in quella capitale. Sbrigate poi le sue faccende, ed ottenuto quanto voleva dall'imperadore Giustino, se ne tornò egli in Italia, seco portando ricchi doni, mandati da esso Augusto alle chiese di Roma; e presentossi in Ravenna al re _Teoderico_. Credevasi da ognuno che fosse terminata la tragedia, perchè papa Giovanni avea impetrato da Giustino Augusto che si lasciassero in pace gli ariani, e che loro fossero restituite le chiese; giacchè fu necessario l'accomodarsi a tale spediente per placare l'ariano Teoderico, da cui veniva minacciato un egual trattamento ai cattolici, ed anche la morte ai vescovi e preti. Ciò non ostante, più che mai inferocito Teoderico, fece imprigionare il papa e i senatori con esso lui ritornati. Pretende il cardinal Baronio[2558] che non sussista quanto gli antichi scrittori raccontano intorno all'aver papa Giovanni promossa in Oriente ed impetrata la pace degli ariani colla restituzion delle loro chiese; e che per questo egli fosse cacciato in prigione da Teoderico. All'incontro è di parere il padre Pagi[2559] che, narrando non meno Anastasio bibliotecario, che l'autore della Miscella[2560] e l'autore antichissimo della Cronica de' papi, pubblicata nel Propileo del padre Enschenio[2561], la pace e restituzion suddetta, non s'abbia essa da mettere in dubbio; e massimamente essendo fattura d'Isidoro mercatore una lettera attribuita ad esso papa, su cui principalmente s'appoggia il Baronio. Deduce poi il Pagi la collera di Teoderico dal non avere papa Giovanni ottenuto del pari che fossero restituiti all'arianismo coloro che aveano abbracciata la fede cattolica; cosa che veramente non era lecito al papa di chiedere. Lasciò in oltre scritto il suddetto autore della Miscella, aver Teoderico avuto a male che tanti onori fossero stati compartiti in Oriente al papa, quasi che questi fossero indizii di secrete leghe fra i Romani e Greci in pregiudizio del suo stato. Ma non è improbabile l'opinion del Baronio, perchè vedremo nell'anno susseguente che Teoderico avea già risoluto di levar le chiese ai cattolici e di consegnarle agli ariani: il che c'induce a credere non essersi mutato registro per conto degli ariani nell'imperio orientale. In Cartagine da _Bonifazio_ vescovo di quella città fu celebrato un concilio di molti vescovi con giubilo di tutti i cattolici, i quali per la benignità del re _Ilderico_ aveano ricuperata la loro libertà.

NOTE:

[2553] Marius Aventicensis, in Chron.

[2554] Anonym. Vales.

[2555] Anastas. Bibliothec., in Johanne I.

[2556] Theoph., in Chronogr.

[2557] Marcell. Comes, in Chron.

[2558] Baron., Annal. Eccl.

[2559] Pagius, Crit. Baron.

[2560] Histor. Miscella, lib. 15.

[2561] Chronicon Pontific. apud Henschen., in Propileo.

Anno di CRISTO DXXVI. Indizione IV.

FELICE IV papa 1. GIUSTINO imperadore 9. ATALARICO re 1.

_Console_

OLIBRIO senza collega.

Teofane[2562] abbastanza ci fa conoscere che questo console fu creato in Occidente. Perchè in questi tempi era cessata la buona armonia fra _Giustino_ Augusto e il re _Teoderico_, perciò non si dovette creare o mentovare in Italia console alcuno in Oriente. Era _Olibrio_ della famiglia Anicia, nè in alcuno dei Fasti o de' monumenti antichi egli è chiamato _juniore_, come han voluto chiamarlo il Panvinio[2563] e il Relando[2564]. Fra i patimenti e le miserie della prigione mancò di vita in quest'anno nella città di Ravenna papa _Giovanni_, credesi nel dì 18 di maggio. Anastasio bibliotecario[2565] scrive che il sacro suo corpo fu trasferito a Roma, e posto nella basilica di san Pietro. Egli merita più fede che Agnello[2566], il quale cel rappresenta seppellito a Ravenna in un'arca di marmo. Meritò questo pontefice d'esser annoverato fra i martiri della Chiesa di Dio. Ma l'empio Teoderico, non più quello che sì saggiamente e pacificamente aveva in addietro governato il regno d'Italia, divenuto ormai odioso presso tutti i buoni a cagion di tali crudeltà, tardò pochi mesi a provar l'ira e i gastighi di Dio. Per quanto scrive l'Anonimo Valesiano[2567], e lo conferma anche Agnello, egli era dietro a cacciar dalle loro chiese i sacerdoti cattolici, per darle agli ariani; e già _Simmaco_ scolastico (cioè uomo eloquente ed avvocato) giudeo, a dì 26 di agosto ne avea steso il decreto, da eseguirsi nel dì 30 d'esso mese. Ma colto Teoderico da un flusso micidiale di ventre, in termine di tre giorni, e nel dì stesso destinato all'occupazion delle chiese cattoliche, perdè la vita e il regno. Fama correva, per quanto abbiam da Procopio[2568], che portatogli in tavola il capo di un pesce di non ordinaria grandezza, gli parve di mirar quella di _Simmaco_ ucciso, che coi denti e con gli occhi torvi il minacciasse. A questo fantasma tenne dietro la febbre, durante la quale, detestando il misfatto commesso nella morte d'esso _Simmaco_ e di _Boezio_, senza aver dato tempo da esaminare, se erano innocenti o rei, finalmente se ne morì. Principe, che, qualora avesse saputo guardarsi da questi ultimi eccessi, avrebbe, tuttochè Barbaro di nazione, ed eretico ariano di credenza, uguagliato colle sue azioni e virtù politiche la gloria de' più accreditati re ed imperadori. Aveva esso Teoderico in sua vita preparato in Ravenna il suo sepolcro tutto di marmo, _opera di maravigliosa grandezza_ (dice l'Anonimo Valesiano), con avere cercato una pietra di straordinaria mole che lo coprisse. Agnello scrive ch'egli fu seppellito in un mausoleo fatto da lui fabbricare fuori della porta di Artemetore, e chiamato a' suoi dì (cioè circa l'anno 830) il Faro, dov'era il monistero di Santa Maria, soprannominato alla _memoria del re Teoderico_. Ma stimava esso Agnello, ed è ben verisimile, trattandosi di un eretico, che l'ossa di lui fossero state cacciate fuori del sepolcro, perchè si vedeva davanti alla porte del monistero la maravigliosa urna di porfido, in cui esse una volta erano state riposte. Aggiugne inoltre, che nel palazzo da lui fabbricato in Pavia si mirava l'immagine del medesimo Teoderico a cavallo, composta di musaico. Una somigliante, anch'essa di musaico, esisteva nel palazzo edificato da lui in Ravenna, in cui esso re veniva rappresentato coll'armatura in dosso, con una lancia nella destra, lo scudo nella sinistra. In vicinanza stava in piedi Roma colla celata in capo e un'asta in mano; e dall'altra parte Ravenna, che teneva il piè destro sopra il mare e il sinistro sopra la terra, in atto di andare verso il re. Per alcuni secoli si mirò ancora in Ravenna una colonna a guisa di piramide quadrangolare, sopra cui era la statua di Teoderico a cavallo tutta di bronzo indorato, con lo scudo nel braccio sinistro e colla lancia nella mano destra. Correa nondimeno voce che tale statua fosse stata fatta in onore di Zenone imperadore, e che Teoderico vi avesse fatto mettere il suo nome. Ma (seguita a dire Agnello) trentotto anni sono che Carlo re de' Franchi essendo stato coronato imperadore da Leone III papa, nel tornare ch'egli faceva in Francia, passò per Ravenna, e cadutagli sotto gli occhi sì bella statua, una simile a cui in vaghezza confessò di non averne mai veduta, fattala portare in Francia, la ripose in Aquisgrana. Altre fabbriche e memorie lasciate dal re Teoderico o per ornamento o per difesa della città, ovvero per utilità del pubblico, si possono raccogliere dalle lettere di Cassiodoro.