Annali d'Italia, vol. 2 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750

Part 7

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Venuta la state, Giuliano colle sue milizie si mise in campagna. Avea egli arrolata quanta gente potè, e perchè ebbe la fortuna di trovar delle armi in un vecchio magazzino, ne fece buon uso[274]. Marciò alla volta del Reno, e trovò che i Barbari parte s'erano afforzati in vari siti di qua dal fiume con diversi trincieramenti d'alberi tagliati, e parte accampati nelle isole di quel fiume, quivi si riputavano sicuri. Avendo inviato a dimandar delle barche ad Arbezione, nulla potè ottenere. Non per questo lasciò d'andare innanzi, e trovate l'acque basse, fece transitar in alcune di quelle isole alquanti de' suoi soldati, che diedero la mala pasqua a que' Barbari ivi sorpresi, e si impadronirono delle lor barche, con valersene poi ad assalir le altre isole, in guisa che ne snidarono tutti i nemici, con ridurli a salvarsi di là dal fiume. Allora Giuliano attese a formarsi un buon asilo, fortificando Saverna, luogo dell'Alsazia, e provvedendola di viveri per un anno. Per lo contrario Arbezione, coll'aver tentato di gittare un ponte di barche sul Reno, mosse i Barbari a scagliarsi contra di lui. Tanti alberi tagliati mandarono essi giù pel fiume[275], che ruppero il ponte, uccisero moltissimi Romani, e gl'inseguirono fin presso a Basilea. Contento di questa bella impresa Arbezione, ossia Barbazione, mandò le sue genti a' quartieri d'inverno. Non così operò Giuliano Cesare[276]. _Cnodomario_ re degli Alamanni, informato dalle spie che questo principe non avea seco più di tredicimila persone, gli spedì per uno, o pure per più suoi deputati, lettera, con cui imperiosamente gli comandava di levarsi da quelle terre, perchè a lui cedute da Costanzo Augusto mentre Magnenzio viveva, e fece anche veder le lettere di esso imperadore. Giuliano mostrando di credere che quel messo fosse inviato per ispia, il ritenne fin dopo la battaglia, di cui ora parlerò, e poi gli diede la libertà. Non veggendo _Cnodomario_ nè risposta nè messo, volle venir in persona ad abboccarsi alla testa della sua armata con Giuliano. Dicono che egli seco menasse trentacinque mila armati, e fra Saverna ed Argentina attaccò un fatto d'armi, in tempo che era matura la messe, cioè probabilmente dopo la metà di luglio. Stette dubbioso un pezzo l'esito del combattimento, descritto minutamente da Ammiano[277]. La cavalleria romana andò quasi in rotta; la fanteria tenne sì forte, che infine sbaragliata la nemica, e sconfitti gli Alamanni diedero alle gambe. Strage non poca di loro fu fatta, e forse più di essi ne assorbì il fiume[278]. Chi dice sei, chi ottomila di loro vi perì. È guasto il testo di Zosimo[279], che parla di sessantamila nemici estinti. Dalla parte de' Romani alcune sole centinaia rimasero sul campo. Ma quello che rendè più gloriosa la vittoria di Giuliano[280] fu la presa del medesimo re _Cnodomario_, colto fuggitivo in un bosco, che fu poi presentato a Giuliano alla vista di tutto l'esercito, ben trattato da lui, e fra pochi giorni inviato prigioniere all'imperador Costanzo. Noi troviamo esaltata forte dagli scrittori pagani[281] questa felice giornata di Giuliano, ed essa veramente liberò tutte le Gallie dal peso delle nazioni germaniche che si ritirarono di là dal Reno. La vittoriosa armata in quel bollore di allegrezza proclamò Giuliano Augusto; ma egli represse le loro voci, e diede poi tutto l'onore di tale impresa a Costanzo, il quale in fatti si pavoneggiò di essa vittoria, come se in persona fosse intervenuto a quel conflitto; ciò apparendo da un editto, accennato da Temistio[282] e da Aurelio Vittore. Per profittar poi della vittoria, Giuliano, formato un ponte sul Reno a Magonza, passò di là, e diede il guasto al paese nemico, finchè le nevi obbligarono le sue soldatesche a cercar quartiere. Ebbe inoltre cura di fortificare di là dal Reno il castello di Trajano, creduto oggidì quello di Cromburgo, distante circa dieci miglia da Francoforte: azioni tutte che empierono di spavento gli Alamanni, avvezzi da gran tempo solamente a vincere e a saccheggiare gli altrui paesi. Perlochè più volte spedirono inviati per dimandar pace, con ottener in fine non più che una tregua di dieci mesi. Andò poscia Giuliano a passare il verno a Parigi, luogo, il cui nome comincia ad udirsi solamente in questi tempi, e che consisteva allora in un castello posto nel recinto dell'isola della Senna.

NOTE:

[254] Gothofred., in Chron. Cod. Theod.

[255] Idacius, in Fastis. Hieron., in Chron.

[256] Ammianus, lib. 16, cap. 10.

[257] Themistius, Orat. III et VI.

[258] Ammianus, lib. 17, cap. 4.

[259] Lindenbrogius, in Not. ad Ammian.

[260] Theodoret., Histor., lib. 2, cap. 14.

[261] Ambrosius contra Sym. Epist. XII.

[262] Ammian., lib. 16, cap. 10.

[263] Gothofred., in Chron. Cod. Theodos.

[264] Ammianus, lib. 16, cap. 10.

[265] Sozomenus, lib. 4, cap. 14.

[266] Philostorgius, lib. 4, cap. 3.

[267] Ammian., lib. 6, cap. 4.

[268] Julian., Epist. ad Atheniens.

[269] Zosim., lib. 3, cap. 2.

[270] Julian., Epist. ad Atheniens. Libanius, Orat. XII.

[271] Ammian., lib. 16, cap. 8.

[272] Idem, ibid., cap. 11.

[273] Liban., Orat. XII.

[274] Zosimus, lib. 3, cap. 3. Ammianus, lib. 16, cap. 11. Libanius, Orat. XII.

[275] Liban., Orat. XII.

[276] Ammianus, lib. 16, cap. 12.

[277] Idem, ib.

[278] Idem, ib. Liban., Orat. XII.

[279] Zosim., lib. 3, cap. 3.

[280] Jul., in Epist. ad Athen.

[281] Ammian. Marcellin. Aurel. Vict. Liban. Eutrop. Mamert.

[282] Temist., Orat. IV.

Anno di CRISTO CCCLVIII. Indizione I.

LIBERIO papa 7. COSTANZO imperadore 22.

_Consoli_

DAZIANO e NERAZIO CEREALE.

Nel grado di prefetto di Roma continuò _Memmio Vitrasio Orfito_ anche per quest'anno. Seguitò ancora l'imperador Costanzo a trattenersi nella Pannonia, ciò apparendo da varie sue leggi[283] pubblicate in Sirmio e Mursa, fallata essendo la data di due, come fatte in Milano. Trattenevasi egli in quelle parti, perchè durava la guerra coi Quadi e Sarmati. Costoro nel verno col favore del ghiaccio fecero non poche scorrerie nella Pannonia e Mesia superiore. Nello stesso tempo i Giutunghi, popoli della Alamagna, infestarono la Rezia; ma spedito di poi contra di essi Barbazione[284], gli riuscì per questa volta di dar loro una rotta, cioè una buona lezione, per portar più rispetto da lì innanzi alle terre de' Romani. Ora l'Augusto Costanzo sul principio di aprile[285], ansioso di vendicarsi delle insolenze de' medesimi Barbari, dopo aver gittato un ponte sul Danubio, passò colla sua armata ai lor danni; ed essendosi eglino arrischiati ad affrontarsi con lui, conobbero a loro spese quanto ben fossero affilate le spade romane. Questa lor perdita e il guasto del loro paese li consigliò a spedire ambasciatori per aver pace, con esibire ancora di sottomettersi. Costanzo si contentò di obbligarli solamente a rendere i prigioni e a dar degli ostaggi, poscia se ne tornò di nuovo nella Pannonia. E perciocchè abbiam detto altrove, cioè all'anno 334, che i Sarmati erano stati cacciati dal proprio paese dai loro schiavi appellati Limiganti, Costanzo, pregato di volerli rimettere in casa, ne prese l'assunto, e con essi portò la guerra addosso a quella canaglia. Vennero in gran copia i Limiganti a trovar l'imperadore, con far vista di volersi sottomettere, ma con disegno di fare un brutto scherzo ai Romani se li trovavano poco guardinghi. Per loro disgrazia i Romani vegliavano, e al primo cenno che fecero coloro di dar di piglio alle armi, li prevennero con tagliarli tutti a pezzi, giacchè niun d'essi volle dimandar la vita. Ora dappoichè ebbero sofferto un fier sacco delle loro campagne, nè potevano più resistere a quel flagello, si ridussero i Limiganti a cedere il paese agli antichi loro padroni, e a ritirarsi in un più lontano[286]. Il che fatto, Costanzo ebbe la gloria di dare per re ai Sarmati un principe della lor nazione, per nome _Zizais_, e di rimetterli in possesso dei lor antichi beni, dopo ventiquattro anni di esilio. Per questa felice impresa a Costanzo fu dato il titolo di _Sarmatico_ dopo il suo ritorno a Sirmio, nella qual città egli soggiornò poi nel verno seguente. Ma non si dee omettere un altro fatto spettante al medesimo Augusto[287]. Avea nell'anno precedente _Musoniano_, prefetto del pretorio di Oriente, mossa parola di pace con _Tansapore_ general de' Persiani, il quale veramente ne scrisse al re _Sapore_ suo padrone, ma con termini che mostravano l'imperador romano, se non bisognoso e supplicante, almeno assai voglioso di pacificarsi con lui[288]. Perchè Sapore si trovava alla estremità del suo regno in guerra con alcuni suoi nemici, le lettere tardarono a giugnergli, o pure egli tardò a rispondere, finchè ebbe terminati quegli affari. Allora egli spedì per suo ambasciatore a Costanzo Augusto uno de' suoi ministri, per nome Narsete, con diversi regali, e con una lettera riferita da Ammiano, carica di que' bei titoli che tuttavia usano i vani e superbi Turchi, ed altri monarchi dell'Asia, cioè _re dei regi, parente delle stelle, fratello del sole e della luna_. Era essa lettera involta in bianca tela di seta: rito anche oggidì praticato nelle corti orientali; e con essa il re persiano parlava alto, richiedendo la restituzion d'immensi paesi stati una volta della nazion persiana, riducendosi nondimeno a contentarsi dell'Armenia e Mesopotamia. Scrive Idazio[289] che questa ambasceria passò per Costantinopoli nel dì 23 di febbraio dell'anno presente, e si portò a Sirmio a trovar lo imperadore. Anche Temistio[290] la vide prima passar per Antiochia. Costanzo, senza voler entrare in negoziato alcuno, rimandò l'ambasciatore con solamente rispondere che sua intenzione era più che mai di conservare interamente lo imperio, e che darebbe mano alla pace, purchè ne fossero onorevoli e non vergognose le condizioni. Poscia anch'egli inviò per suoi ambasciatori a Sapore con lettere e regali tre scelte persone[291], cioè _Prospero_ conte, _Spettato_, uno dei suoi segretari, parente di Libanio, che ne parla in varie sue lettere, ed _Eustazio_ filosofo, discepolo di Jamblico, di cui parla Eunapio[292] con molta lode, o, per dir meglio, con troppa adulazione. Nulla di pace fu conchiuso, avvegnachè Costanzo dopo qualche tempo spedisse altri ambasciadori al Persiano: cioè _Lucilliano_ conte e _Valente_, che vedremo a suo tempo ribello all'imperio; il perchè continuò la rottura, nè andrà molto che la vedremo passare in guerra viva. L'anno fu questo, in cui _papa Liberio_ ottenne da Costanzo Augusto d'essere richiamato dall'esilio, ma con pregiudizio del suo onore, perchè si lasciò indurre alla condannazione di sant'Atanasio, per non condiscendere alla quale s'era esposto in addietro con eroico coraggio a tanti patimenti. Venne egli in quest'anno alla corte di Costanzo, esistente in Sirmio; e il padre Pagi[293] pretende che solamente nell'anno seguente egli ritornasse a Roma, dove ripigliò il pontificato coll'esclusione di _Felice_ già posto sulla sedia papale in luogo suo, e cacciato fuor di Roma all'arrivo di Liberio: intorno a che è da vedere la storia ecclesiastica. Terribile avvenimento ancora dell'anno presente fu il tremuoto che nel mese d'agosto si fece sentire spaventosamente in Oriente, ed è mentovato e compianto da più scrittori[294] di que' secoli. Nicomedia, città della Bitinia, una delle più popolate dell'imperio romano, che Diocleziano cotanto amò ed abbellì, bramando di farne un'altra Roma, in un momento fu rovesciata a terra, con perir ivi, se Libanio[295] non esagera di troppo quella gran calamità, quasi tutti gli abitanti. Ammiano ci lasciò un lagrimevol ritratto delle sue rovine. Si stese quell'orrenda scossa della terra per le contrade dell'Asia, del Ponte e della Macedonia, con iscrivere Idazio, che ben centocinquanta città ne provarono gran danno.

Per conto di Giuliano Cesare, egli durante il verno, dimorando in Parigi, attese a regolar le imposte solite delle Gallie con tale esattezza, che senza metterne delle nuove, ricavò il danaro occorrente per continuar la guerra in quest'anno[296]. Le mire sue, giacchè durava la tregua con gli Alamanni, tendevano contra dei popoli Franchi, divisi in varie popolazioni l'una indipendente dall'altra, e governata da' suoi principi o re, de' quali non sappiamo il nome. Venuto dunque il tempo proprio, uscì in campagna, e rivolse l'armi sue verso i Franchi Salii, abitanti fra la Schelda e la Mosa, dove ora è Breda ed Anversa. Arrivato a Tongres, trovò ivi i deputati di quella gente che erano inviati a Parigi, per parlare con lui, ed ascoltò le lor preghiere di lasciarli, come amici, nelle terre dove abitavano. Con belle parole li licenziò, ed entrato dipoi nel loro paese, obbligò quella gente a rendersi. Passò di là contra de' Franchi Camavi, i quali arrischiatisi a far fronte, rimasero in una zuffa sconfitti, e buona parte prigionieri. Di questi popoli soggiogati non pochi ne arrolò, ed accrebbe il suo esercito. Quindi avendo trovati sulla ripa della Mosa tre forti smantellati dai Barbari, immediatamente ordinò che si rimettessero in piedi con buone fortificazioni, e li fornì di viveri. A questo fine, ed anche per sussidio dell'armata, fece venir gran copia di grani dalla Bretagna. Zosimo[297], storico pagano, che scrive delle maraviglie di queste spedizioni del suo Giuliano, racconta ch'egli a tal effetto fece fabbricare ottocento piccioli legni; i quali poi, salendo pel Reno (cosa non praticata in addietro per l'opposizione o padronanza de' Barbari) portarono la provvisione opportuna all'esercito e alle fortezze di quel tratto. Ma forse questo fatto appartiene all'anno seguente. Dovette intanto spirar la tregua con gli Alamanni, e perchè Giuliano non volle aspettare[298] ch'essi tentassero cosa alcuna contro il paese romano, e conosceva il vantaggio di far la guerra in casa de' nemici: gittato un ponte sul Reno, passò nelle terre alamanniche coll'esercito suo. Si disponeva a far gran cose, se il suo generale Severo (non si sa bene il perchè), dianzi sì ardito, non fosse divenuto pauroso ed alieno da ogni rischio di battaglia. Ciò non ostante, _Suomario_, uno dei re alamanni, intimorito per questa visita, venne in persona a dimandar pace a Giuliano. L'ottenne con patto di rendere tutti gli schiavi romani, e di somministrar vettovaglie alle occorrenze. Colle condizioni medesime accordò Giuliano la pace ad _Ortario_, altro re o principe dell'Alamagna. Fatto dipoi con diligenza mirabile raccogliere il nome di tutti i Romani già menati in ischiavitù da que' Barbari, volle rigorosamente la restituzione di chiunque non era mancato di vita, e ne vide ritornare ben venti mila alle lor case. Con tali imprese terminò Giuliano la campagna dell'anno presente, e poi condusse l'armata a' quartieri d'inverno.

NOTE:

[283] Gothofred., Chron. Cod. Theodos.

[284] Ammian., lib. 17, cap. 6.

[285] Idem, ibid., cap. 12.

[286] Aurel. Victor, de Caesarib.

[287] Ammian., lib. 16, cap. 9.

[288] Idem, lib. 17, cap. 5.

[289] Idacius, in Fastis.

[290] Temisthius, Orat. IV.

[291] Ammianus, lib. 17, cap. 5.

[292] Eunap., Vit. Sophist., cap. 3.

[293] Pagius, Crit. Baron.

[294] Idacius. Ammianus. Hieronym., in Chronico. Socrates, Sozomenus et alii.

[295] Liban., Orat. VIII.

[296] Ammianus, lib. 16, cap. 8.

[297] Zosimus, lib. 3, cap. 5.

[298] Ammianus, lib. 17, cap. 10.

Anno di CRISTO CCCLIX. Indizione II.

LIBERIO papa 8. COSTANZO imperadore 23.

_Consoli_

FLAVIO EUSEBIO e FLAVIO HYPAZIO.

Erano questi consoli amendue fratelli di Eusebia Augusta, moglie di Costanzo imperadore, la quale non lasciò indietro diligenza alcuna per esaltare i suoi parenti. Sono amendue lodati da Ammiano[299]; ma sotto Valente imperadore, benchè innocenti, patirono delle gravi disgrazie. _Memmio Vitrasio Orfito_ si trova nel dì 25 di marzo di quest'anno tuttavia prefetto di Roma[300]. _Giunio Basso_ gli succedette; ma il rapì la morte nel dì 23 d'agosto[301], dopo aver ricevuto il sacro battesimo. In quella dignità, esercitata per qualche tempo con titolo di viceprefetto da _Artemio_, entrò dipoi _Tertullo_. Giacchè Ammiano Marcellino[302] dà principio a quest'anno con raccontar le imprese di Giuliano Cesare, seguitandolo anch'io, dico ch'egli, dopo avere nel tempo del verno avuta gran cura di rimettere in piedi, e fornire di vettovaglie varie città sul Reno, già rovinate dai Barbari, uscì al consueto tempo da' quartieri coll'esercito, disegnando di passar di là dal Reno, e di far guerra a quegli Alamanni che tuttavia restavano nemici. Non volle gittar ponte su quel fiume a Magonza, per non disgustar Suomario re o principe amico, e negli altri siti trovò le opposte ripe ben guardate dalle milizie nemiche. Fatti nondimeno una notte passar in barche tacitamente trecento de' più valorosi suoi soldati, questi presero posto di là dal fiume, misero in fuga quelle guardie, e diedero campo all'armata romana di formare il ponte, e di passare il Reno: il che fatto, si stesero i saccheggi per tutte quelle parti. _Macriano_ ed _Ariobaudo_, re o principi d'esso paese, altro scampo non ebbero che di umiliarsi, ed ottenuta licenza si presentarono supplichevoli a Giuliano. Venne ancora a trovarlo _Vadomario_, padrone del paese, dove oggidì è Spira, il quale già vedemmo divenuto amico dei Romani, ma per aver insolentemente voluto da Giuliano il figlio suo[303] lasciato per ostaggio, senza neppure restituire i prigioni promessi, era caduto in disgrazia di lui. Fu con cortesia accolto, e si può credere che soddisfacesse agli obblighi suoi. Ma non impetrò già perdono per altri principi di quelle contrade, come per Urio, Ursicino e Vestralpo, esigendo Giuliano che essi o venissero, o mandassero ambasciatori con plenipotenze. In fatti costoro, dopo d'aver tollerato il guasto del loro paese, spedirono deputati, a' quali fu conceduta la pace, con obbligo di rendere i prigioni. Non altro di più si sa di questa terza campagna di Giuliano, il quale poi si ridusse alle stanze del verno.

Soggiornava tuttavia ne' primi mesi di quest'anno in Sirmio di Pannonia l'Augusto Costanzo, quando gli fu portata una lettera[304] pazzamente scritta a _Barbazione_, generale della fanteria, da sua moglie, la quale perchè uno sciame d'api si era fermato ed annidato in sua casa, secondo la folle credenza degli auguri d'allora, figurò che il marito, dopo la morte di Costanzo, diverrebbe imperadore, raccomandandosi perciò che non abbandonasse lei per isposare _Eusebia Augusta_. Bastò questo perchè Costanzo facesse levar la vita ad amendue, e fossero tormentate varie persone innocenti, come complici del fatto. Ed ecco i perniciosi effetti dei superstiziosi cacciatori dell'avvenire. In quei medesimi tempi[305] giunse avviso alla corte augusta che i Limiganti, cacciati nell'anno precedente dalla Sarmazia, partendosi dal paese, dove già si ritirarono, si accostavano al Danubio, parendo disposti a passarlo coll'occasione del ghiaccio. Costanzo sul principio della primavera per tal novità andò ad accamparsi colle truppe lungo quel fiume, nella Valeria, provincia della Pannonia, e mandò per sapere che pensiero bolliva in capo a que' Barbari. La risposta fu, che troppo scomodo trovavano il paese dove s'erano rifugiati, pregando perciò l'imperadore di voler prenderli per sudditi, con dar loro qualche sito nell'imperio, e di permettere che venissero ai di lui piedi. Piacque e Costanzo la lor proposizione e li ricevette ad Aciminco, creduto oggidì un borgo vicino a Petervaradino. Era egli salito sopra un luogo eminente per ascoltar le loro preghiere, le quali poco corrispondevano all'aria dei loro volti e alla positura rigida delle lor teste; e mentre si preparava per parlare ad essi, ecco un loro capo gridar _marha, marha_, segno di battaglia fra loro. Ebbe la fortuna Costanzo di salvarsi, posto a cavallo da alcuno dei suoi cortigiani. Fecero a tutta prima le guardie colle lor vite argine al furor di que' perfidi, da quali fu presa la sedia imperiale coll'aureo cuscino. Intanto l'armata romana, dato di piglio alle armi, furiosamente volò contra de' Barbari, e a niun d'essi lasciò la vita. S'effettuarono, poi in quest'anno le minacce di _Sapore_ re della Persia contra de' Romani[306], avendolo spezialmente confermato a questa guerra un Antonino, già mercatante ricchissimo della Mesopotamia, ma poscia fallito, che si ricoverò nella Persia, e ben accolto alla corte di Sapore, gli diede un minuto ragguaglio delle fortezze e guarnigioni, in una parola, di tutte le forze e debolezze dell'imperio romano. Fatto dunque un potente armamento, si mise alla testa d'un esercito, composto almeno di centomila combattenti, assistito anche dai re d'Albania e de' Chioniti. A tale avviso la corte dell'imperador Costanzo gran bisbiglio fece; e gli eunuchi, che vi comandavano le feste, seppero far richiamare dalla Soria _Ursicino_, uffiziale di gran valore e sperienza nella guerra, per dare il comando dell'armi d'Oriente a _Sabiniano_, uomo vecchio e poltrone di prima riga, ma ricco. Fu poi rimandato indietro Ursicino, con titolo bensì di generale della fanteria, ma con restare la principal autorità del comando nel suddetto Sabiniano. Passato il Tigri, entrò il re persiano nella Mesopotamia, e per consiglio del traditore Antonino pensava di tirar diritto all'Eufrate, e passando in Soria, di dare il sacco a quel ricco paese, con isperanza ancora d'impadronirsene. Ursicino ai primi movimenti del re nemico mandò ordine per la Mesopotamia, che i popoli si ritirassero ne' luoghi forti coi lor viveri, e che si desse il fuoco alle biade già mature, per levare ogni sussistenza all'armata persiana. Fece parimente fortificar le ripe dell'Eufrate, e guernirle d'armati: provvisioni che fecero mutar disegno a Sapore, e determinarlo a portarsi all'assedio della città d'Amida. Ammiano Marcellino, che diffusamente racconta questi fatti, vi si trovò in persona, e suo malgrado si vide chiuso in quella città. Grande fu la difesa di Amida fatta da quella guarnigione; pure dopo due mesi e mezzo d'ostinato assedio, in essa entrarono per forza i Persiani. Furono impiccati i principali degli uffiziali romani, e gli abitanti condotti tutti in ischiavitù, a riserva di chi potè salvarsi con la fuga, come fortunatamente riuscì ancora al suddetto Ammiano. Costò nondimeno ben caro al re persiano un tale acquisto, perchè vi restarono morti circa trentamila de' suoi; la qual perdita unita alla stagione avanzata indusse Sapore a ritirarsi a' quartieri del verno nel regno suo. Nulla fece Sabiniano, il generale primario, per soccorrere Amida, ed Ursicino non avendo mai potuto ottenere alcun braccio da lui, fu costretto a veder cadere quella città senza maniera di soccorrerla. Se n'andò egli poscia alla corte dell'Augusto Costanzo, dove se gli formò addosso un gran processo per quella perdita. Finì poi la faccenda, che Ursicino ebbe per grazia il potersi ritirare a casa sua, con essere poi dato il posto di generale della fanteria ad un _Agilone_ di nazion germanica[307]. A cagione di tali disgrazie, Costanzo dalla Mesia passò a Costantinopoli, per accudir più da vicino alle piaghe dell'Oriente, e per reclutare le sue milizie, ben persuaso che il Persiano continuerebbe con più vigore la guerra nell'anno vegnente. Per attestato del suddetto Ammiano, inviò egli nel presente, Paolo, suo segretario e principal ministro della sua crudeltà, a Scitopoli nella Palestina, a fare una rigorosa inquisizione di chi, tanto nella Soria che nell'Egitto, avesse consultati gli oracoli de' pagani, o commesse altre superstizioni ed augurii per indagar l'avvenire. Moltissimi, ed anche de' primarii, processati per questo, a diritto o torto vi perderono la vita o ne' tormenti o per mano del boja; ed altri con pene pecuniare o coll'esilio schivarono la morte. Per colpa anche[308] del medesimo Costanzo il numeroso consilio di vescovi, tenuto in questo anno a Rimini, dopo aver condannati gli errori d'Ario, e confermata la dottrina de' Padri Niceni, andò a terminare in un lagrimevol conciliabolo, con trionfar ivi la fazione e prepotenza degli Ariani: conciliabolo che fu poi detestato da tutta la Chiesa di Dio.

NOTE: