Annali d'Italia, vol. 2 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750

Part 65

Chapter 653,412 wordsPublic domain

Marcellino conte[2404], dopo aver narrata la sconfitta di Sabiniano, che con pochi si salvò nel castello di Nato, aggiugne, essere rimasta in questa lagrimevol guerra sì scaduta la speranza dei soldati greci, che non potè da gran tempo rimettersi in vigore. Forse questo scrittore ingrandì più del dovere quella impresa. Mundone dipoi, perchè riconosceva la sua libertà e la vita dalle armi di Teoderico, si suggettò da lì innanzi al di lui dominio. Ma per questo avvenimento si sconcertò la buon'armonia che passava tra Anastasio imperadore e il re Teoderico. Pertanto cominciò Teoderico ad inviar nella Pannonia i suoi uffiziali, e il primo governatore spedito a quella provincia fu _Colosseo_ conte, al quale si vede indirizzata da Teoderico la patente, con cui gli dà il governo della Pannonia Sirmiense, appellata da lui[2405] _sede una volta dei Goti_, e gli ordina di sradicare da que' paesi gli abusi, e nominatamente l'uso dei _duelli_. Il che più chiaramente vien da lui espresso nella seguente lettera[2406] inviata _a tutti i barbari e romani abitanti nella Pannonia_, con dire fra le altre cose: _Crediamo ancora di dovervi esortare a voler da qui innanzi combattere contro i nemici, e non già fra di voi. Non vi lasciate condur da bagattelle e puntigli a mettere la vita a repentaglio. Acquetatevi alla giustizia, di cui tutto il mondo si rallegra. Perchè mai ricorrete alla monomachia_ (cioè al duello) _da che avete giudici onorati che non vendono la giustizia? Mettete giù il ferro voi che non avete nemici. Troppo malamente armate il braccio contra dei vostri attinenti, per difendere i quali ognun sa che si dee gloriosamente morire. A che serve la lingua data da Dio agli uomini, per poter dire sue ragioni, se alla mano armata si vuol rimettere la decision delle liti? E che pace è mai la vostra, se sì spessi sono i combattimenti fra i cittadini? Imitate, imitate i nostri Goti, che sanno ben combattere coi nemici forestieri, e conservar nello stesso tempo fra loro la moderazione e la modestia. In questa maniera noi siam risoluti di vivere, e in questa voi mirate che son fioriti coll'aiuto di Dio i nostri maggiori._ Così Teoderico. Tanti e tanti oggidì all'udir nominare i Goti, gridano: Oh che Barbari! Ma que' Barbari aveano più senno degli spadaccini e biraghisti de' secoli susseguenti. Abborrivano essi lo stolto ed infame uso dei duelli al pari de' saggi Romani. E se ha tuttavia credito presso d'alcuni quell'empio costume, dovrebbono vergognarsi al vedere che fino i Goti creduti Barbari lo detestarono. In quest'anno Anastasio imperadore pubblicò una legge[2407], con cui ordinò che niuno fosse ammesso all'ordine dei _difensori_, ossia degli _avvocati_, se prima davanti al vescovo con testimonii e col giuramento non professava di seguitar la _religione ortodossa_. Credesi che anche venga da lui un'altra legge[2408] che ordina lo stesso per la milizia palatina, cioè per gli uffiziali della corte: tutte belle apparenze; ma la religione ortodossa nel sentimento di Anastasio era diversa da quella de' cattolici, ed egli sempre più si andò scoprendo nemico del concilio calcedonense.

NOTE:

[2396] Pagius, Crit. Baron. ad hunc annum.

[2397] Marcell. Comes, in Chron.

[2398] Fulgentius, Ep. VI.

[2399] Reland., Fast. Cons.

[2400] Gudius, Inscript., pag. 372, num. 10.

[2401] Thesaur. Nov. Inscript., pag. 397.

[2402] Jordan., de Reb. Get., cap. 58.

[2403] Ennod., in Panegyr. Theoderici.

[2404] Marcell. Comes, in Chron.

[2405] Cassiod., lib. 3. epist. 23.

[2406] Idem, ibid. ep. 24.

[2407] L. 19. C. de Episc. audient.

[2408] L. 60, Cod. eodem.

Anno di CRISTO DVI. Indizione XIV.

SIMMACO papa 9. ANASTASIO imperadore 16. TEODERICO re 14.

_Consoli_

ARIOBINDO e MESSALA.

_Ariobindo_ console orientale dell'anno presente, veduto da noi di sopra general di armata contra i Persiani, era figliuolo di _Dagalaifo_ stato console nell'anno 461, e nipote di _Ariobindo_ stato console nel 434. Avea per moglie _Giuliana_ figliuola di Olibrio imperador d'Oriente e di Placidia Augusta. Perciò era uno de' primi personaggi della corte cesarea d'Oriente, e tale che, siccome all'anno 470 accennai, fu contra sua volontà acclamato imperadore dal popolo di Costantinopoli. _Messala_, console d'Occidente, vien fondatamente creduto lo stesso, a cui son scritte due lettere di Ennodio[2409], le quali cel fanno conoscere per figliuolo di _Fausto_ e fratello di _Avieno_, cioè probabilmente di quelli che abbiam veduto consoli negli anni addietro. Il trovo poi chiamato dal Relando[2410] _Ennodio Messala_, ma senza pruova alcuna: e non avendo noi osservato nella sua famiglia il nome, ossia cognome d'_Ennodio_, lo possiamo perciò credere senza verun fondamento a lui attribuito. Probabilmente prima che terminasse l'anno presente, cominciarono i semi di guerra tra _Clodoveo_ re de' Franchi ed _Alarico_ re de' Visigoti. Prima d'allora Alarico veggendo crescere cotanto la potenza di Clodoveo, e che in lui forte bolliva la voglia di maggiormente dilatare il suo regno, procurò un abboccamento con lui ai confini, dal quale amendue partirono con promesse di buon'amicizia. Ma altro ci voleva che belle parole a fermare il prurito del re franco, in cui si vedeva congiunta col valore la fortuna. Pretende il padre Pagi[2411] che il motivo della rottura procedesse dall'avere scoperto Clodoveo che Alarico fraudolentemente trattava seco intorno alla pace. Ma non si fa torto ordinariamente ai re conquistatori, in credere che loro non mancano mai ragioni o pretesti di fare guerra ai vicini, purchè si sentano più forti di loro. La verità si è, come narra Gregorio Turonense[2412], che molti popoli suggetti nella Gallia al dominio dei Visigoti, per cagion della religione desideravano d'essere sotto la signoria di Clodoveo, divenuto cristiano cattolico, per esser eglino della religione stessa, sofferendo perciò mal volentieri un principe ariano, qual era Alarico colla sua nazione. Questa veduta accresceva a Clodoveo le speranze d'una buona riuscita nella guerra, la quale divampò poi nell'anno susseguente. Pubblicò nel presente esso re Alarico in Tolosa, a benefizio dei sudditi romani del suo regno un compendio delle leggi romane[2413], cavato dai Codici teodosiano, gregoriano ed ermogeniano, dalle Novelle e dai libri di Paolo e Gajo giurisconsulti, ed approvato dai vescovi. _Breviarium Aniani_ è ordinariamente chiamato, perchè pubblicato d'ordine di Alarico da esso Aniano. Anastasio imperadore, secondochè abbiamo da Teodoro lettore[2414] e da Teofane[2415], intorno a questi tempi sentendosi libero dalle cure della guerra, si diede a travagliar la Chiesa, ed insieme _Macedonio_ vescovo di Costantinopoli, pretendendo ch'egli si unisse seco in accettar l'Enotico formato in pregiudizio del concilio calcedonense. Trovò ben egli alcuni tra i vescovi, che per guadagnarsi la di lui grazia, sposarono ancora le opinioni di lui; ma non già Macedonio, costante nel dovere di prelato cattolico. Mostrossi in oltre Anastasio fautore in varie maniere dei Manichei: perlochè di giorno in giorno peggiorava la credenza sua, con iscandalo universale presso del popolo. E perciocchè a cagione di un tremuoto era caduta negli anni addietro la statua di Teodosio il Grande, già posta sopra una straordinaria colonna nella piazza di Tauro, Anastasio, per attestato di Marcellino conte[2416], vi fece violentemente riporre la sua. E Teofane notò aver egli fatto disfare molte opere di bronzo, già lasciate dal magno Costantino, per formare con quel metallo la statua a sè stesso, se pur di quella si parla. In quest'anno parimente riuscì ai Visigoti di occupare Tortosa in Ispagna, per quanto si ricava dalla cronichetta[2417] inserita nella Cronica di Vittor Turonense. S'è fatta disopra in più luoghi menzione del panegirico composto da _Ennodio_ allora diacono, della chiesa di Pavia, in onore del re Teoderico. Esso appartiene a quest'anno, o pure al susseguente: il che si riconosce dal riferire egli la conquista del Sirmio e la vittoria riportata sopra Sabiniano e sopra i Bulgari dall'armi d'esso re, senza dir parola dei fatti susseguenti della guerra nelle Gallie.

NOTE:

[2409] Ennod., lib. 9, ep. 12 et 26.

[2410] Reland., in Fast. Consul.

[2411] Pagius, Crit. Baron.

[2412] Gregor. Turonensis, lib. 2, cap. 37.

[2413] Gothofredus, in Prolegom. ad Codicem Theodos.

[2414] Theodorus Lector, lib. 2.

[2415] Theoph., in Chronogr.

[2416] Marcellin. Comes, in Chron.

[2417] Victor Turonensis, apud Canisium.

Anno di CRISTO DVII. Indizione XV.

SIMMACO papa 10. ANASTASIO imperadore 17. TEODERICO re 15.

_Consoli_

FLAVIO ANASTASIO AUGUSTO per la terza volta e VENANZIO.

_Venanzio_, creato console in Occidente, con tutta ragione viene creduto quello stesso _Venanzio patrizio_, che dal re Atalarico presso Cassiodoro[2418] è lodato come il padre di _Paolino_ console, e d'altri ornati della stessa dignità. Ora si è da dire, che avendo udito il re Teoderico, com'erano insorte amarezze tra _Clodoveo_ re de' Franchi ed _Alarico_ re dei Visigoti, con pericolo che si venisse all'armi, ed avendo ricevute lettere, onde conosceva irritato forte Alarico contra dell'altro regnante: siccome principe savio e lontano dagl'impegni della guerra, se non quando la necessità ve lo spingeva, cercò la via di smorzare il fuoco nascente e di rimettere la concordia fra quelle due nazioni. E tanto più prese a cuore questo affare, quanto che _Alarico_ cui suo genero, _Clodoveo_ suo cognato. Pertanto, siccome ricaviamo da una lettera di Cassiodoro[2419], mandò ambasciatori, e scrisse ad Alarico, con esortarlo a calmar la sua collera e ad aspettar di prendere più vigorose risoluzioni, tanto ch'esso Teoderico, con inviar ambasciatori a Clodoveo, avesse scandagliata la di lui mente e cercato di metter l'affare in positura d'una ragionevol concordia: rappresentandogli specialmente che i Visigoti suoi popoli da gran tempo godeano la pace, ed erano perciò poco esperti nel mestier della guerra, al contrario della gente agguerrita de' Franchi. E giacchè fin allora consisteva tutta la lite in sole parole, si poteva sperare un accomodamento, che sarebbe poi stato difficile dappoichè si fossero sguainate le spade. Gli dice inoltre, avere i suoi legati ordine di passare alla corte di _Gundibado_ re de' Borgognoni, e poscia a quella degli altri re, per muover tutti a dar mano alla pace, conchiudendo in fine che terrà per nemico suo proprio chi si scoprirà nemico d'esso Alarico. Oltre alla parentela comune ancora con Clodoveo, avea Teoderico due particolari motivi da dichiararsi in caso di rottura per Alarico, essendo amendue della stessa nazione gotica e della stessa setta ariana. Leggesi parimente una lettera del re Teoderico[2420] al suddetto re Gundobado, in cui l'esorta ad interporsi perchè amichevolmente si compongano le differenze insorte fra i re dei Franchi e de' Visigoti, e si schivi la guerra. Un'altra pure[2421] portata dai suoi ambasciatori, inviò a _Luduin_ (così egli chiama, se pure non è errore, _Clodoveo_) re dei Franchi, pregandolo con affetto di padre (per tale era Teoderico considerato allora da tutti i re circonvicini) che non voglia per cagioni sì leggiere correre all'armi, ma che rimetta ad arbitri amici la discussione di sì fatta contesa, nè si lasci condurre da taluno che per malignità attizzava quel fuoco: aver egli passati i medesimi uffizii con Alarico; e però protestare, non men da padre che da amico, qualmente chiunque di loro sprezzasse queste sue esortazioni, avrebbe per nimica la sua persona e i suoi collegati. Non so se nel medesimo tempo, oppure dopo aver ricevuta qualche disgustosa risposta da Clodoveo, scrivesse Teoderico un'altra lettera, portata medesimamente da' suoi ambasciatori ai re degli _Eruli, Guarni_ e _Turingi_. In essa gli stimola a spedire anch'essi dal canto loro ambasciatori unitamente coi suoi e con quei di Gundobado re della Borgogna, al re dei Franchi, la cui _superbia_ non tace, dacchè non vuol accettare l'offerte di arbitri e di amici nella pendenza sua con Alarico. Aggiugne dover cadauno temere d'un principe che con volontaria iniquità cerca d'opprimere il vicino, mentre chi vuol operare senza far caso delle leggi delle genti, è dietro a sconvolgere i regni di ognuno. Però doversi unitamente intimare a quel re, che sospenda il mettere mano all'armi contra di Alarico, con rimettersi alla decisione degli arbitri: altrimenti sappia che ognun sarà contra chi sprezza tutte le vie della giustizia. Dal che si conosce che Teoderico ben conosceva lo svantaggio, in cui si trovavano i Visigoti, e presentiva ciò che poscia avvenne, ma senza potervi mettere rimedio. Secondochè crede il Cluverio[2422], i _Guarni_ popoli della Germania erano situati nelle contrade, ove ora è il ducato di Meclemburgo. Intorno al sito degli _Eruli_ avrebbe fatto meglio esso Cluverio, se avesse confessato di nulla saperne. Certo egli neppur seppe che in questi tempi durava essa nazione _erula_, governata dal suo re. A noi basta per ora d'intendere che tanto gli Eruli, quanto i Guarni e i Turingi doveano essere popoli confinanti, o vicini ai paesi posseduti dai Franchi nella Germania. Era in questi tempi re della Toringia _Ermenfredo_, marito d'una nipote di Teoderico; e a lui si vede indirizzata una lettera presso Cassiodoro[2423] in occasion di quelle nozze. Per conto del re degli Eruli, Teoderico l'avea adottato per suo figliuolo d'armi, cioè con una specie di adozione che si praticava allora, e col tempo fu detto _far cavaliere_, avendogli dato cavalli, spade, scudi e l'altre armi militari, come si può vedere in un'altra lettera[2424] d'esso re Teoderico.

_Clodoveo_, che non voleva tanti maestri, ed essendosi già messo in capo d'ingoiare il vicino Alarico, ed avea ben fondamento di sperarlo, può essere che desse buone parole a tante ambasciate ed istanze, ma niuna promessa di desistere dall'impresa; ed intanto per prevenire i soccorsi che potesse Alarico ricevere dai lontani collegati, sollecitamente uscì in campagna con un poderosissimo esercito. Abbiam da sant'Isidoro[2425] che in aiuto de' Franchi andarono anche i Borgognoni: il che può parere strano, perchè veramente non avrebbe dovuto il re _Gundobado_ aver molto genio ad accrescere la potenza già sì grande dei Franchi, per timor che l'ingrandimento loro non tornasse un dì in rovina del suo regno, siccome col tempo avvenne. Tuttavia, siccome ricaviamo ancora dalla vita di san Cesario vescovo di Arles[2426], certo è ch'egli unì allora le sue forze con quelle de' Franchi, senza sapersi, se per malignità e con tradire le speranze del re Teoderico, o pure in esecuzion de' patti stabiliti con Clodoveo nella precedente guerra, in vigor de' quali cessò l'assedio di Avignone ed ogni altra ostilità contro di lui. Passando l'armata de' Franchi per Tours, ordinò il re che in venerazione di san Martino, secondochè attesta Gregorio Turonense[2427], non si recasse molestia alcuna al paese. Racconta Procopio[2428] che Alarico dimandò soccorso a Teoderico re d'Italia, e mentre lo stava aspettando, andò a mettersi coll'esercito suo a fronte de' nemici ch'erano accampati presso a _Carcassona_. Non inclinava egli ad azzardare il tutto in una battaglia; ma perchè i suoi, all'udire che i Franchi portavano la desolazione a tutto il paese, sparlavano del di lui poco coraggio, e si vantavano di poter vincere colle poma cotte il nemico, lasciossi strascinare ad imprendere il combattimento. Neppur qui pare che Procopio meriti attenzione, all'osservare com'egli metta fiero quel conflitto vicino a _Carcassona_, quando abbiamo dal Turonense, storico più degno di fede, che la giornata campale si fece a _Vouglè, dieci miglia lungi dalla città di Poitiers_, luogo troppo lontano da Carcassona: oltre al dirsi da lui che l'esercito di Teoderico passò ora nelle Gallie: il che, siccome diremo, solamente nell'anno appresso avvenne. Quello che è certo, seguì tra i Franchi e Visigoti una memorabil battaglia; nella quale rimasero sconfitti gli ultimi, colla morte non solamente di parecchie migliaia di Visigoti e di _Apollinare_ figliuolo di _Apollinare Sidonio_ e della maggior parte dei senatori e del popolo d'Auvergne, ma lo stesso re _Alarico_. Questa insigne vittoria aprì la strada ai Franchi per quasi annientare nella Gallia il dominio dei Visigoti; e loro certamente non sarebbe restato un palmo di terreno in quelle provincie, se non fosse finalmente accorsa l'armata del re Teoderico. Intanto Clodoveo s'impadronì della Touraine, del Poitou, del Limosin, del Perigord, della Saintogne e d'altre contrade. E _Teoderico_ suo figliuolo con una parte del vittorioso esercito si rendè padrone del paese d'Alby, de Roùergne, dell'Auvergne, e d'altre contrade possedute dianzi dai Visigoti. Non lasciò Alarico dopo di sè altro figliuolo di età adulta, che un bastardo, per nome _Giselico_, in eleggere il quale per re concorsero i voti dei Visigoti sopravanzati al filo delle spade dei Franchi: giacchè _Amalarico_, figliuolo d'una figliuola di Teoderico re d'Italia, era d'età incapace al governo: il che dispiacque non poco al medesimo Teoderico. E noi non istaremo molto a veder gli effetti di questa sua collera. Abbiamo poi da Teofane[2429] che circa questi tempi _Anastasio_ imperadore fabbricò nella Mesopotamia alle frontiere della Persia una forte città, a cui pose il nome di Arcadiopoli. Non s'intende perchè non desse piuttosto il proprio.

NOTE:

[2418] Cassiod., lib. 9, epist. 23.

[2419] Idem, lib. 3, epist. 1.

[2420] Cassiodorus, lib. 2, epist. 2.

[2421] Idem, ibid., epist. 3.

[2422] Cluver., German. Antiq., lib. 3, cap. 27 et 35.

[2423] Cassiod, lib. 4, ep. 1.

[2424] Cassiod., lib. 4, ep. 2.

[2425] Isidorus, in Chronico Gothor.

[2426] Cyprian, in Vita S. Caesarii apud Mabillonium Act. SS., tom. 1.

[2427] Gregor. Turon., lib. 2, cap. 37.

[2428] Procop., de Bell. Goth., lib. 1, cap. 12.

[2429] Theoph., in Chronogr.

Anno di CRISTO DVIII. Indizione I.

SIMMACO papa 11. ANASTASIO imperadore 18. TEODERICO re 16.

_Consoli_

CELERE e VENANZIO juniore.

_Celere_, console in Oriente, lo stesso è che vedemmo poco innanzi adoperato per generale d'armata da Anastasio Augusto nella guerra coi Persiani. _Venanzio_, console occidentale, si trova appellato nei Fasti _juniore_ a distinzione dell'altro _Venanzio_ che vedemmo console nell'anno precedente. Venuta la primavera, _Clodoveo_ re dei Franchi continuò le sue conquiste sopra gli abbattuti Visigoti, con impadronirsi di _Tolosa_, capitale del regno loro in que' tempi, e con portar via di colà tutt'i tesori già ammassati dall'ucciso re Alarico. Quindi passò all'assedio della città d'Angouleme, e quando si credea che avesse da costargli gran tempo e fatica la presa di quella città pel grosso presidio dei Visigoti, tardò poco a cadere una parte delle mura; accidente che forzò i difensori ad arrendersi. Se n'andò poscia a Tours, per fare le sue divozioni ed offerte a san Martino, riconoscendo dalla protezione di lui il buon successo dell'armi sue; e nello stesso tempo inviò la sua armata all'assedio della città di Arles, riguardevolissima in que' tempi, e chiamata _picciola Roma_ da Ausonio. Intanto il re _Teoderico_, che non potea di meno di non compiagnere l'abbattimento de' Visigoti, cioè di un popolo, con cui avea comune la nazione, ed inoltre considerava per pericolosa al suo regno tanta fortuna dell'armi de' Franchi, inviò una possente armata nelle Gallie, sotto il comando d'_Ibba_ conte[2430], chiamato da altri _Ebbane_, suo generale. Procopio[2431] scrive che Teoderico vi andò in persona; e con lui va d'accordo Cipriano nella vita di _san Cesario_ vescovo di Arles[2432]. Certo è almeno che Ibba trovò impegnati i Franchi nell'assedio di essa città d'Arles, durante il quale fu in gran pericolo la vita di quel santo vescovo, per sospetti disseminati contra di lui d'intelligenza coi Franchi. Strepitavano spezialmente i Giudei contra del santo; ma in fine si trovò essere gli stessi Giudei che tramavano di tradir la città, e corsero rischio d'essere messi tutti a filo di spada. Sostennero i Goti e il popolo con vigore gl'incomodi di quell'assedio, ancorchè patissero carestia di viveri. Accadde un giorno che i Franchi vollero impadronirsi del ponte fabbricato sul Rodano; e il fatto si ricava da una lettera del re _Atalarico_ presso di Cassiodoro[2433]. Vi era alla difesa _Tulo_, Goto di nazione, parente dello stesso Atalarico; e sì gagliarda fu la difesa ch'ei fece co' suoi, che furono obbligati gli aggressori a ritirarsi, con riportar nondimeno esso Tulo delle gloriose ferite in quel conflitto. Ci dipigne il padre Daniello[2434] questo fatto coll'ingegnosa sua eloquenza, come se l'avesse veduto, dicendo che a poco a poco andò crescendo la mischia, tanto che vi si impegnò tutto il nerbo delle due armate nimiche; e che in fine essendo furiosamente rispinti i Franchi non meno dagli Ostrogoti che dalla guarnigione dei Visigoti uscita nello stesso tempo dalla città, furono messi in rotta con un'intera sconfitta; e se noi crediamo a Giordano istorico, restarono morti sul campo _trentamila Franchi_, senza i prigionieri, dei quali il numero fu grande, e verso i quali esercitò la sua carità san Cesario. Vero è che dalla lettera del re _Atalarico_ nulla si ricava di questa sì strepitosa sconfitta de' Franchi in tale occasione. Solamente vi si racconta la resistenza fatta da Tulo goto, per cui non venne fatto ai Franchi di occupare quel ponte. Contuttociò è fuor di dubbio che i Franchi furono obbligati ad abbandonar quell'assedio. Procopio scrive che si ritirarono per timore de' Goti inviati da Teoderico. Inoltre la vittoria, di cui fa menzione Giordano, riportata sopra i Franchi dai Goti colla morte di molte migliaia di essi, si può tenere per certa, argomentandola noi eziandio da quelle parole di Cipriano nella vita di san Cesario: _In Arelato vero Gothis cum captivorum immensitate reversis replentur basilicae sacrae, repletur etiam domus, etc._ E sotto quest'anno scrive Cassiodoro[2435] che Teoderico _Gallias Francorum depraedatione confusas, victis hostibus ac fugatis, suo adquisivit imperio_. Adunque all'armi di lui si dee con tutta ragione attribuir quella vittoria. Ma non è ben certo se la rotta de' suddetti Franchi seguisse nel presente o nel susseguente anno.