Annali d'Italia, vol. 2 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750

Part 64

Chapter 643,622 wordsPublic domain

[2364] Panvin., in Fast. Consul.

[2365] Pagius, Crit. Baron.

[2366] Theoph., in Chronogr.

[2367] Marcell. Comes, in Chron.

[2368] Gregor. Turonensis, lib. 1, cap. 15.

[2369] Rer. Ital. Script., part. 2 tom. 2.

Anno di CRISTO DIII. Indizione XI.

SIMMACO papa 6. ANASTASIO imperadore 13. TEODERICO re 11.

_Consoli_

DESICRATE e VOLUSIANO.

_Desicrate_ fu console dell'Oriente, e _Volusiano_ dell'Occidente. A quest'anno riferisce il padre Pagi[2370] il quarto concilio romano, appellato _palmare_, che fu il più numeroso di tutti, nel quale troviamo dichiarata l'innocenza di _Simmaco papa_, e terminata la gran lite di lui con _Lorenzo_, intruso nella sedia di san Pietro dai suoi fazionarii. Intorno a che è da ascoltare Anastasio bibliotecario[2371], ossia l'autore antichissimo della vita di Simmaco nel Pontificale romano, che così parla d'esso papa: "Quattro anni, dice egli, dappoichè _Simmaco_ era stato riconosciuto legittimo pontefice, e _Lorenzo_ suo antagonista, durante tuttavia il sacrilego impegno di _Festo patrizio_, che si tirava dietro _Probino patrizio_, e quasi tutto il senato, risorse la speranza in essi di fare scomunicar papa Simmaco, e poscia deporlo. Perciò inventarono nuove accuse contra di lui, tacciandolo di adulterio, e di aver dilapidati i beni della Chiesa romana, con inviare a Ravenna dei falsi testimonii contra di lui al re Teoderico. Occultamente ancora richiamarono a Roma Lorenzo, cioè l'antipapa, e rinnovarono lo scisma, aderendo gli uni a Simmaco, e gli altri a Lorenzo. Poscia inviata al re Teoderico una relazione, tanta istanza fecero per avere un visitatore della Chiesa romana, che Teoderico diede tal commissione a _Pietro_ vescovo d'Altino, guadagnato prima da essi fazionarii: ripiego insolito e contrario ai sacri canoni, essendo una mostruosa deformità il vedere costituito un vescovo, e ciò dalla potenza laica, come giudice sopra la sede apostolica: del che giustamente si dolse non poco papa Simmaco." Seguita a dire Anastasio che nel medesimo tempo Simmaco raunò un concilio di cento e quindici vescovi, nel quale egli restò purgato da' reati che gli erano apposti, e fu condannato Lorenzo vescovo di Nocera, perchè vivente il papa avesse tentato di occupar la sedia di san Pietro, ed insieme _Pietro_ vescovo di Altino, per aver osato di alzar tribunale contra di un legittimo pontefice. Allora Simmaco da tutti i vescovi e da tutto il clero con sua gloria fu rimesso sul trono, e andò a fare la residenza sua a san Pietro. Finalmente Anastasio continua a dire: che nel medesimo tempo _Festo_ capo del senato, e già stato console, con _Probino_, stato anch'esso console, entro Roma stessa cominciò a fare guerra contra di altri senatori, massimamente e contra di _Fausto_, già stato console, il qual solo si potea dire che si combattesse in favor di Simmaco. Però succederono molti ammazzamenti in Roma stessa; e que' preti e cherici ch'erano trovati aderenti a papa Simmaco venivano uccisi. Furono maltrattate fin le monache e le vergini che si scoprivano del partito d'esso papa, con cavarle fuori de' monasteri e delle lor case, con ispogliarle, e dar loro anche delle ferite. E non passava giorno che non si udissero di queste battaglie e ribalderie. Uccisero molti sacerdoti e molti laici, nè v'era sicurezza alcuna per chi avea da camminare per la città. Così Anastasio, senza soggiugnere qual fine avesse questa tragedia.

Ascoltiamo ora un fazionario di Lorenzo antipapa, cioè l'Anonimo veronese[2372], il quale racconta che sulle prime d'ordine del re Teoderico fu riconosciuto _Simmaco_ per vero papa, e dato a _Lorenzo_ il vescovato di Nocera. _Dopo alcuni anni_ fu accusato Simmaco presso il suddetto re, con farlo credere reo d'adulterio, e che avesse alienato i beni della Chiesa romana; al qual fine fecero anche andare a Ravenna alcune donne, cioè persone facili ad essere subornate da chi era sì accanito contro d'esso papa. Fu chiamato Simmaco alla corte, e confinato in Rimini; ma perchè egli s'avvide che non v'erano orecchi per lui, ma solamente per li suoi avversarii, se ne ritornò a Roma senza permissione del re. Allora i suoi emuli fece fuoco alla corte di Teoderico, con istanza che inviasse a Roma un visitatore nel tempo della Pasqua: al che fu deputato _Pietro_ vescovo di Altino. Dopo essa festa il senato e clero, cioè quella parte che era per Lorenzo, ottennero dal re che si raunasse un concilio in Roma, al quale non volle intervenire Simmaco. Ma qui è da osservare un'iniqua reticenza di questo scrittore, cioè che papa Simmaco intervenne benissimo alla prima sessione; e andando poi alla seconda co' suoi preti e cherici, fu assalito per istrada, con restare uccisi o feriti alcuni de' suoi, ed aver egli stesso durata fatica in mezzo ad una pioggia di sassate a potersi mettere in salvo: il che gli riuscì ancora per l'assistenza che gli prestarono _Gudila_ e _Vedulfo_, maggiordomi del re Teoderico, seco venuti per guardia a quella raunanza. Questo solo basta a far conoscere se gli avversarii suoi per cristiano zelo, o pur per un cieco odio o per una malignità patente, il volessero abbattuto e deposto. A cagione di questa prepotenza Simmaco si scusò di più intervenire al concilio. Dal che avvenne che molti de' vescovi (seguita a dire l'Anonimo suddetto) veggendo così incagliato l'affare, e che non le vie della giustizia, ma sì ben quelle della violenza prevalevano, attediati se ne tornarono alle lor case. Allora i nemici di Simmaco supplicarono il re di permettere che Lorenzo sequestrato in Ravenna venisse a Roma. Costui n'ebbe la licenza, ed entrato in Roma, s'impadronì di molte chiese, e _per quattro anni_ quivi si mantenne: nel qual tempo si fece una crudel guerra. Ma infine Teoderico, avendogli Simmaco inviato un memoriale per mezzo di Dioscoro diacono alessandrino, ordinò a Festo patrizio che tutte le chiese occupate da Lorenzo fossero restituite a Simmaco. Così fu fatto, e Lorenzo ritiratosi nei poderi di Festo patrizio, quivi terminò la sua vita.

Facile ora è a qualsivoglia accorto lettore il conoscere dalle cose dette che la gran tempesta commossa e continuata per tanto tempo contra di Simmaco, non venne già da veri delitti d'esso papa, ma sì bene dal perverso animo e dalla congiura di Festo patrizio, che con false accuse e testimonii subornati, e con ammazzamenti voleva pur esaltare il suo Lorenzo colla depression di Simmaco, benchè dichiarato vero successore di san Pietro. Chi è capace di fare il primo passo falso, non è da stupire se ne fa degli altri appresso anche più violenti. In fatti il concilio palmare tenuto in Roma è una prova autentica di questa verità, essendo ivi, per quel che riguarda il giudizio degli uomini, stata riconosciuta l'innocenza di Simmaco, ancorchè i più del senato e del clero fossero sedotti da Festo e Probino patrizii. Da quanto ancora s'è detto, si può raccogliere, non sussistere, come vogliono alcuni, che in quest'anno, anche dopo la celebrazione del concilio palmare, si restituisse la pace alla Chiesa romana. Durò la persecuzione e dissensione gran tempo ancora dipoi; e restano tuttavia delle difficoltà nell'assegnare il tempo, in cui fu tenuto esso _concilio palmare_, e bandito da Roma Lorenzo; e tanto più, se sussistesse, come suppone il cardinal Baronio[2373], che nel presente anno fosse tenuto il quinto concilio romano, di cui si son perduti gli atti. Per conto poi del re Teoderico, ancorchè egli si lasciasse sorprendere dalle istanze della potente fazione di Lorenzo col concedere un visitatore della Chiesa romana (istanza contraria ai sacri canoni); tuttavia egli non si attribuì già la facoltà di decidere nelle cause ecclesiastiche, e massimamente di tanto rilievo, trattandosi di un sommo pontefice. Elesse egli dunque la via convenevole in sì gravi sconcerti, cioè quella di un concilio, con dichiarare espressamente[2374]: _In synodali esse arbitrio, in tanto negotio sequenda praescribere, nec aliquid ad se praeter reverentiam de ecclesiasticis negotiis pertinere: committens potestati pontificum quod magis putaverint utile, deliberarent, dummodo venerandi provisione concilii pax in civitate romana christianis omnibus redderetur_: parole degne di gran lode in un principe. Anzi avendo i vescovi della Liguria, capo de' quali fu _Lorenzo_ insigne arcivescovo di Milano, in passando da Ravenna, rappresentato al re che toccava al papa stesso convocare quel concilio: _Potentissimus princeps ipsum quoque papam incolligenda synodo voluntatem suam literis demonstrasse significavit_. E perciocchè essi desiderarono di veder le lettere dello stesso papa, egli non ebbe difficoltà di farle immediatamente mettere sotto i loro occhi, con esempio memorabile per tutti i secoli avvenire, e specialmente essendo Teoderico ariano di credenza. È di parere il padre Pagi[2375] che _palmare_ fosse appellato quel concilio dal luogo chiamato _Palma aurea_ in Roma, di cui s'è parlato disopra. Anastasio bibliotecario scrive[2376]: _In porticu beati Petri, quae appellatur ad Palmaria_. Sarebbe da vedere se ad esso sinodo convenisse più questo che quel luogo.

Al presente anno (ma non si sa di sicuro questo tempo) riferisce il cardinal Baronio[2377] un apologetico scritto ed inviato da papa Simmaco all'imperador Anastasio; dal qual apparisce che quel principe dopo aver scoperto Simmaco costante nella difesa della Chiesa cattolica e contrario a tante macchine d'esso Anastasio per abolire il concilio calcedonense, e sostenere l'eresia d'Eutichete e degli acefali, avea scritto contra di lui, con caricarlo d'indicibili ingiurie, fino a chiamarlo manicheo, quando si sa da Anastasio bibliotecario[2378], che avendo egli scoperti dei Manichei in Roma, li cacciò via, e fece pubblicamente bruciare i lor libri. Simmaco, oltre al difendere sè stesso, rappresenta ad Anastasio i falli da lui commessi in protegger la memoria di Acacio, e in comparir cotanto parziale degli eretici. Da questo apologetico deduce il cardinal Baronio che papa Simmaco avea scomunicato Anastasio Augusto. Le parole del pontefice son queste: _Dicis quod mecum conspirante senatu, excommunicaverim te. Ista quid ego: sed rationabiliter factum a decessoribus meis sine dubio subsequor. Quid ad me, inquies, quod egit Acacius? Recede ergo, et nihil ad te. Nos non te excommunicavimus, imperator, sed Acacium. Tu recede ab Acacio, et ab illius excommunicatione recedis. Tu te noli miscere excommunicationi ejus, et non es excommunicatus a nobis._ Da tali parole potrebbe parere che non avesse già papa Simmaco fulminata contra di Anastasio la scomunica maggiore; ma ch'egli solamente pretendesse incorso l'imperadore nella scomunica minore perchè comunicava colla memoria di Acacio scomunicato dalla sede apostolica. Simmaco sosteneva i decreti de' suoi predecessori contra di Acacio e non volendo Anastasio ritirarsi dalla comunione di Acacio, benchè defunto, ne veniva per conseguenza che egli incorreva nella scomunica di chi comunica con gli scomunicati. In quest'anno, per testimonianza di Cassiodoro[2379], il re Teoderico condusse l'acqua a Ravenna, con far rifabbricare a tutte sue spese gli acquedotti che da gran tempo erano affatto diroccati. L'Anonimo Valesiano[2380] scrive che quegli acquedotti erano stati fabbricati da Trajano imperadore. Se quelle acque furono prese dalla collina e condotte fino a Ravenna, non potè essere se non grande la spesa, e magnifica l'impresa. Racconta Marcellino conte[2381] che Anastasio imperadore spedì nel presente anno contra de' Persiani _Patrizio_ già stato console, _Ipazio_ figliuolo d'una sua sorella, e _Ariobindo_, genero d'Olibrio già imperadore, con un'armata di quindicimila persone. Questo numero si dee credere scorretto, perchè abbiamo da Procopio[2382] che non s'era veduto prima, nè si vide dipoi, un esercito sì fiorito come questo contra dei Persiani. Tanto Teofane[2383] quanto il suddetto Procopio, scrivono che Ariobindo fece la figura di primo generale, e che gli altri gli furono dati per compagni. Ma perciocchè concordia non passava fra questi condottieri d'armi, ed ognun voleva comandare al suo corpo di milizie e in siti diversi, nulla, secondo il solito, si fece di profittevole all'imperio. Seguì un combattimento, ma colla peggio dei Greci, e profittando il re persiano della discordia degli uffiziali cesarei, devastò molto paese dell'imperio orientale. Aggiugne Teofane che in Costantinopoli tra le fazioni nei giuochi circensi insorse una nuova sedizione, per cui dell'una e dell'altra parte assaissimi restarono uccisi, e fra gli altri un figliuolo bastardo dell'imperadore Anastasio; accidente che sommamente afflisse il medesimo Augusto, e fu cagione ch'egli facesse morir molti di coloro, ed altri ne cacciasse in esilio. Se non era un segreto di politica il permettere o fomentar cotali fazioni, egli è da stupire come gl'imperadori non fossero da tanto di abolire una sì perniciosa divisione nel loro popolo.

NOTE:

[2370] Pagius, Crit. Baron.

[2371] Anastas. Bibl., in Vit. Symmachi.

[2372] Anonymus Veronensis, part. 2, tom. 3 Rer. Ital.

[2373] Baron., Annal. Eccl.

[2374] In Actis Concilii Palmaris.

[2375] Pagius., Crit. Bar.

[2376] Anastas. Bibl., in Vita Honorii.

[2377] Baron., Annal. Eccl., ad ann. 503.

[2378] Anast. Bibl., in Vita Symmachi.

[2379] Cassiodor., in Chron.

[2380] Anonymus Valesianus.

[2381] Marcell. Comes, in Chron.

[2382] Procop., de Bell. Pers., lib. 1, cap. 8.

[2383] Theoph., in Chron.

Anno di CRISTO DIV. Indizione XII.

SIMMACO papa 7. ANASTASIO imperadore 14. TEODERICO re 12.

_Console_

CETEGO, senza collega.

Fu creato in Occidente questo console, ed era figliuolo di _Probino_ stato console nell'anno 489, come si ricava da Ennodio[2384]. Papa Simmaco, secondo la conghiettura del cardinal Baronio[2385], celebrò nel presente anno il sesto concilio romano contro gli occupatori dei beni ecclesiastici, con iscomunicarli se non li restituivano. Doveano i laici aver profittato del grave scisma della Chiesa romana; e questo ci fa eziandio intendere quanto fosse lungi dal vero l'accusa inventata contra di Simmaco, quasi dilapidatore dei beni della Chiesa. Circa questi tempi ancora si suscitò in Africa una fiera persecuzione contra de' cattolici da _Trasamondo_ re de' Vandali, ariano di credenza. Aveva egli finora lasciati in pace que' cattolici; ma dappoichè ebbe fatta una legge che venendo a mancare alcuno dei vescovi, non si potesse eleggere il successore, e andavano crescendo le vacanze delle chiese con danno notabile della vera religione in quelle parti, i vescovi viventi coraggiosamente determinarono di provvedere esse chiese di pastori, risoluti tutti di sofferir tutto per non mancare al debito loro e al bisogno de' fedeli. Diede nelle smanie Trasamondo, e secondochè scrive l'autore della Miscella[2386], allora fu ch'egli mandò in esilio ducento venti vescovi cattolici africani, che per la maggior parte furono relegati nella Sardegna, e fra gli altri _san Fulgenzio_ vescovo ruspense, insigne prelato e scrittore del secolo presente. Aggiugne lo stesso autore, concorde in ciò con Anastasio bibliotecario[2387], che papa Simmaco fece risplendere la sua fraterna carità verso di quei santi vescovi confessori, con soccorrere ai lor bisogni, cioè con inviar loro ogni anno danaro e vesti in dono: azione che maggiormente serve a comprovare quanto fosse diverso questo papa da quello che vollero far credere gl'iniqui suoi avversarii. Abbiamo poi da Cassiodoro[2388] che nel presente anno _Teoderico_ fece guerra coi Bulgari, divenuti oramai terribili nelle contrade poste lungo il Danubio sotto del moderno Belgrado. Aveva Anastasio imperadore provato varie crudeli irruzioni di costoro nella Tracia che faceano tremare fin la stessa città di Costantinopoli. Ed essendosi essi impadroniti della Pannonia inferiore, chiamata Sirmiense, Teoderico determinò di reprimere la baldanza di que' Barbari, e gli riuscì di levar dalle loro mani quella provincia. Noi altronde sappiamo che il dominio di Teoderico si stendeva allora per tutta la _Dalmazia_, anzi si raccoglie da una sua lettera[2389] che anche la provincia del Norico era tuttavia compresa sotto il regno d'esso Teoderico. Però s'avvicinava la di lui giurisdizione alla Pannonia, oggidì Ungheria, e potè egli stendere fin colà le sue conquiste. Quel ch'è strano, Cassiodoro, segretario del medesimo re, scrive che egli, con aver vinti i _Bulgari_, ricuperò il Sirmio; ed Ennodio[2390], anch'esso scrittore contemporaneo, e in un panegirico recitato allo stesso principe, racconta aver egli ricuperata quella provincia dalle mani de' _Gepidi_. Ascoltiamone il racconto da questo autentico scrittore. Narra egli che la città di Sirmio, _confine una volta dell'Italia_, cioè dell'imperio occidentale nel secolo precedente, e frontiera contra de' Barbari, per negligenza de' principi antecedenti era caduta nelle mani dei _Gepidi_. _Trasarico_ re di quella nazione inquietava forte da que' luoghi i confini romani, di modo che conveniva spesso mandare innanzi e indietro delle ambasciate. Scoperto in fine che Trasarico lavorava ad ingannare, e tramava qualche tela con Gunderito capo d'altri Gepidi, Teoderico spedì a quella volta Pitzia e Arduico Goti con un forte esercito, per far proporre a Trasarico dei convenevoli patti. Ma il Barbaro non aspettò d'aver l'armi addosso, e si ritirò di là dal Danubio, lasciando Sirmio alla discrezione del generale de' Goti, il quale non permise che fosse commessa alcuna violenza nel paese, da che aveva esso da restare in dominio del re suo padrone. Giordano storico[2391] scrive che Pitzia era uno dei primi conti della corte di Teoderico, e che egli, scacciato _Trasarico figliuolo di Traftila_, e fatta prigione la di lui madre, s'impadronì della città di Sirmio. Noi vedemmo di sopra all'anno 489, coll'autorità della Miscella[2392], che questo _Traftila_, ossia _Triostila_, re dei Gepidi, oppostosi alla venuta di Teoderico in Italia, restò morto in una battaglia. E però, per consenso ancora di Giordano, il qual pure prese dai libri di Cassiodoro la sua storia gotica, _Trasarico_ re de' Gepidi era allora padrone della provincia sirmiense, e dalle mani di lui la ricuperò Teoderico: non sapendosi perciò intendere come nella Cronica di Cassiodoro si legga che Teoderico ne divenne padrone per avere sconfitti i Bulgari. Continuò nel presente anno la guerra di Anastasio Augusto contra de Persiani. Richiamò egli alla corte _Appione_ ed _Ipazio_[2393], perchè cozzavano con _Ariobindo_ generale dell'armata, e in luogo loro spedì _Celere_ maestro degli uffizi, uffiziale di gran valore e prudenza, il quale unito con Ariobindo, penetrò nella Persia, con inferire gravissimi danni a que' paesi, in guisa che _Cabade_ re de' Persiani cominciò a trattar di pace. E questa fu in fine conchiusa colla restituzione della città d'Amida ai Greci, e coll'aver i Greci pagati trenta talenti ai Persiani. Marcellino conte[2394] mette sotto il precedente anno la restituzione d'Amida, con dire che fu riscattata _con un immenso peso d'oro_ dalle mani dei Persiani. Poscia all'anno presente racconta le prodezze di _Celere_ e la pace conchiusa. Procopio[2395] diversamente scrive, con dire che Ariobindo fu richiamato a Costantinopoli, ed avendo Celere con gli altri capitani continuata la guerra, e fatto l'assedio di Amida, la comperarono con loro vergogna per mille libbre d'oro, quando alla guarnigione persiana non restava vettovaglia che per sette giorni. Dopo di che fra i Greci e Persiani seguì una tregua di sette anni, e da lì a poco la pace. Pretende il padre Pagi che questa pace appartenga all'anno susseguente, con addurre la testimonianza di Teofane, che pure la riferisce nello stesso anno, in cui Amida tornò in potere dei Greci.

NOTE:

[2384] Ennod., in Paraenesi Didascal.

[2385] Baron., Annal. Eccl.

[2386] Histor. Miscell., lib. 16, tom. 1, Rer. Ital.

[2387] Anast. Biblioth., in Vit. Simmach.

[2388] Cassiod., in Chron.

[2389] Cassiod., lib. 3, epist. 50.

[2390] Ennod., in Panegyr. Theoderici.

[2391] Jordan., de Reb. Getic., cap. 53.

[2392] Hist. Miscell., tom. 1 Rer. Italic.

[2393] Theoph., in Chronogr.

[2394] Marcell. Comes, in Chron.

[2395] Procop., de Bell. Pers., lib. 5, cap. 9.

Anno di CRISTO DV. Indizione XIII.

SIMMACO papa 8. ANASTASIO imperadore 15. TEODERICO re 13.

_Consoli_

SABINIANO e TEODORO.

È corso un errore di stampa presso il padre Pagi[2396], quantunque nell'_errata corrige_ non sia stato avvertito, perchè da lui, e poscia da chi ha fatto le note al Sigonio, vien chiamato _Sabiano_ il primo di questi consoli, che pure porta il nome di _Sabiniano_ in tutti i Fasti e monumenti antichi. Lo stesso Marcellino conte[2397], citato qui dal Pagi, non gli dà altro nome, e il dice figliuolo di Sabiniano magno ed anche generale d'armata, siccome vedremo fra poco. Egli fu creato in Oriente, _Teodoro_ in Occidente. Questo Teodoro fu poi nell'anno 525 inviato ambasciatore a Costantinopoli dal re Teoderico, e in fine si fece monaco, come si deduce da una lettera di san Fulgenzio[2398]. Vien creduto dal cardinal Baronio discendente da quel celebre _Manlio_, ossia _Mallio Teodoro_, di cui fa menzione santo Agostino; anzi anch'esso è dal porporato medesimo appellato _Manlio Teodoro_, senza che se ne adduca alcuna pruova. Il Relando[2399] parimente ne' Fasti gli dà il nome di _Manlio Teodoro_, con citare una iscrizione del Gudio[2400], posta L. MALLIO THEODORO V. C. COS., ma senza por mente che quella iscrizione appartiene a _Mallio Teodoro_ che fu console nell'anno 399, e quivi (se pur essa è documento legittimo) in vece di L. MALLIO, pare che si debba scrivere FL. MALLIO, come in un'altra da me rapportata altrove[2401]. Acquistata che ebbe _Teoderico_ la Pannonia Sirmiense, con che venne a stendere il suo dominio fino al Danubio, insorse poco dopo un fatto, in cui di nuovo s'impegnarono l'armi sue in quelle stesse parti. Un certo _Mundone_, per quanto riferisce Giordano storico[2402], discendente da Attila, e però Unno di nazione (Marcellino conte il chiama _Goto_), fuggito dai Gepidi, si era ricoverato di là dal Danubio in luoghi incolti e privi d'abitatori; ed avendo raunati non pochi masnadieri ed assassini da strada, venne di qua da esso fiume, ed occupata una torre chiamata Erta, quivi s'era afforzato; e preso il nome di re fra i suoi, colle scorrerie pelava tutt'i vicini. Convien credere ch'egli arrivasse con queste visite fino nell'Illirico, sottoposto al greco imperadore; perciocchè _Anastasio_ diede ordine a _Sabiniano_ suo generale in quella provincia, e console nel presente anno, di dar fine alle insolenze di costui. Sabiniano, messa in punto la sua armata, ed unitosi coi Bulgari, divenuti potenti e terribili nella Mesia, che fu poi appellata Bulgaria, prese così ben le sue misure, che colse il re masnadiere verso il fiume Margo, cioè in sito, da cui egli non poteva uscire senza battaglia. Allora Mundone, che appena entrati i Goti nella Pannonia s'era collegato con loro, spedì con tutta fretta ad implorar soccorso da Pitzia generale di Teoderico. V'accorse egli (dice Ennodio)[2403] in tempo che Mundone disperato già meditava di arrendersi; ed attaccata battaglia, con tal furore caricò i Bulgari e i Greci, che ne fece un'orrida strage, e, vittorioso, restò padrone del campo, delle bandiere e del carriaggio dei nemici. E tanto più è da credere riguardevole una tal vittoria, perchè l'armata greca e bulgara era incomparabilmente maggiore; e noi vedremo che il loro condottier Sabiniano era uno de' più saggi e valorosi capitani d'allora. Eppure, se non è fallato il testo di Giordano, Pitzia non condusse a quel cimento più di duemila fanti goti e cinquecento cavalli: numero bene scarso, ma pure bastante a grandi azioni per la riputazion di bravura, in cui era la gotica nazione.