Annali d'Italia, vol. 2 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750
Part 61
Secondo il costume degli altri imperadori, _Anastasio_ in Oriente nel primo gennaio del suo imperio prese il consolato. _Rufo_ suo collega viene appellato _conte_ dal Cronologo del Cuspiniano[2259], e il Panvinio[2260] pretende ch'egli fosse console creato in Occidente, ma senza recarne pruova alcuna; apparendo nulladimeno che gl'imperadori d'Oriente talvolta in questi tempi crearono anche il console occidentale. Passò nel presente anno a dì 24 di febbraio a miglior vita _Felice papa_, terzo di questo nome, che san Gregorio Magno chiama suo _Atavo_, pontefice, la cui memoria è gloriosa nei Fasti ecclesiastici. Nel dì primo del susseguente marzo gli fu dato per successore _Gelasio_ di nazione africano, uno dei più riguardevoli pastori che abbiano riempiuta la sedia di san Pietro. Diede egli principio al suo pontificato con procacciare rimedii al miserabile stato delle chiese d'Oriente, giacchè l'eresia, in vece di cessare, andava crescendo a cagion della connivenza di Anastasio imperadore, il quale mostrava bensì dall'un canto d'esser cattolico, ma dall'altro fomentava non poco le turbolenze degli eretici, in guisa che veniva riputato anch'egli eretico o macchiato dell'eresia degli indifferenti: peste, che anche oggidì ha luogo fra certi popoli, che pure esteriormente professano la legge santissima di Cristo. Per quello nondimeno che riguarda il politico, si acquistò sulle prime esso Anastasio un buon nome; anzi sel confermò, giacchè scrive Cedreno[2261] che ne' giuochi circensi essendo egli assiso, tutto il popolo ad una voce gridò: _Come siete vivuto finora, signoreggiate ancor da qui innanzi, o signore_. Confessano in fatti gli scrittori che Anastasio nella vita privata era solito a mezzanotte d'andar alla chiesa, con far ivi le sue preghiere, e spesso digiunava e dispensava di grandi limosine. Divenuto poi imperadore, cacciò via da Costantinopoli le spie, ed abolì il tributo chiamato _crisargiro_, cioè _oroargento_, che fruttava all'erario cesareo un'incredibil somma di danaro, ma con aggravio intollerabile de' sudditi. Imperocchè qualsivoglia mendico, meretrice, ripudiata, servo e liberto era aggravato dal tributo ogni anno. E, secondochè abbiamo da Zonara[2262], ogni persona, maschio o femmina, pagava una moneta d'argento, altrettanto poi per ogni cavallo, mulo e bue; e sei folli (specie di moneta) per ciascun asino e cane. Fece Anastasio pubblicamente bruciar i libri di questo tributo, con suo gran plauso ed immensa consolazione del popolo. Volle eziandio, per attestato di Teodoro lettore[2263], che le cariche per l'addietro venali si dispensassero gratis in avvenire. Ma a così bei principii non corrispose il proseguimento della sua vita e del suo comando. È nondimeno da avvertire che Teofane[2264] riferisce abolito il suddetto tributo alquanti anni dipoi, e non già nei primi di questo imperadore, con aggiugnere ch'egli proibì ancora i combattimenti colle fiere nell'anfiteatro, che costavano la vita a molte persone. Appartiene bensì al presente anno, giusta la testimonianza del suddetto Teofane e di Marcellino conte[2265], il principio della guerra isaurica. _Longino_ fratello del già defunto imperadore Zenone, perchè non avea potuto ottener di salire sul trono dopo di lui, inquietava forte la città di Costantinopoli. Se ne sbrigò Anastasio con farlo prendere ed inviare ad Alessandria d'Egitto, dove il costrinse a farsi prete, e dove da lì a sette anni pacificamente diede fine al suo vivere. Tolse ancora la carica di generale delle armate ad un altro Longino. Ma costui per la rabbia di vedersi degradato, unitosi con gl'Isauri, che erano della nazione sua stessa e del predefunto Zenone, ed usavano fiere prepotenze in addietro, si diede a fare alla peggio, commettendo mille disordini in Costantinopoli. Perciò Anastasio il cacciò via dalla città con tutta l'insolente e numerosa brigata degli Isauri. Se n'andò costui infuriato nell'Isauria, ed impadronitosi de' tesori che Zenone per sua cautela avea mandati in quel suo paese, fece sollevar que' popoli, con formare un'armata di essi, di Barbari e d'altri masnadieri, fin quasi a cento cinquantamila persone. Ninilingi governator dell'Isauria, creatura di Zenone Augusto, si mise alla testa di costoro. Ma spedito contra di loro da Anastasio _Giovanni Scita_ con un poderoso esercito, e data una battaglia, Ninilingi restò morto sul campo con una buona parte degli Isauri tagliata a pezzi, e il resto prese la fuga. Se i vittoriosi Romani, o vogliam dire i Greci, non si perdevano dietro alle spoglie, forse in quel dì avea fine questa ribellione. Ma gl'Isauri si rimisero in forze e in arnese, e continuarono dipoi la guerra per qualche anno. Noi non sappiamo che succedesse in questi giorni in Italia azione alcuna degna di memoria, se non che Teoderico ostinatamente continuò ad assediare Ravenna e Odoacre a difendersi in essa.
NOTE:
[2259] Chronologus Cuspiniani.
[2260] Panvin., in Fast. Consul.
[2261] Cedren., in Annalib.
[2262] Zonar., in Annal.
[2263] Theod. Lector, lib. 2.
[2264] Theoph., in Chronogr.
[2265] Marcell. Comes, in Chron.
Anno di CRISTO CDXCIII. Indizione I.
GELASIO papa 2. ANASTASIO imperadore 3. TEODERICO re 1.
_Consoli_
EUSEBIO per la seconda volta ed ALBINO.
_Eusebio_ console orientale di questo anno è quel medesimo che dianzi nel 489 era stato decorato della stessa dignità. Trovavasi in questi tempi nella corte imperiale di Costantinopoli per relazione della Cronica Alessandrina[2266] e di Teofane[2267], un _Eusebio_ chiamato _magister officiorum_, ossia maggiordomo dell'imperadore. Probabilmente lo stesso fu che ora veggiamo per la seconda volta console. _Albino_, cioè l'altro console, verisimilmente spetta all'Occidente. Cassiodoro[2268] ed Ennodio[2269] nelle loro epistole e l'Anonimo Valesiano[2270] fanno menzione di _Albino_ patrizio, che fu poi accusato nell'anno 524, ed è chiamato _vir consularis_ da Boezio[2271]. Questi si può credere lo stesso che il presente. Notò sotto questi consoli Marcellino conte[2272], che in Costantinopoli insorse una guerra civile contra dello stesso imperadore Anastasio, dimodochè le statue di lui e della imperadrice Arianna furono legate con funi e strascinate per la città; e che _Giuliano_ generale dell'armi in una baruffa accaduta di notte nella Tracia, trafitto dalla spada di uno Scita, terminò di vivere. Nulla si raccoglie di questi avvenimenti dagli altri storici. Seguitava intanto la guerra contra gl'Isauri, e sappiamo da Teofane che avendo _Diogene_, uno de' capitani imperiali, presa la città di Claudiopoli, scesi gl'Isauri dal monte Tauro, l'assediarono sì strettamente là dentro, che fu in pericolo di perir di fame egli con il suo seguito. Ma finalmente arrivato all'improvviso _Giovanni Cirto_ generale dell'imperador con delle soldatesche dall'un canto, e facendo dall'altro una vigorosa sortita Diogene, rimasero sconfitti gli assedianti, e fra essi ucciso _Conone_ vescovo d'Apamea, il quale lasciata la sedia episcopale con disprezzo de' sacri canoni s'era messo a fare da general di battaglia. Era già durato circa tre anni l'assedio di Ravenna con incomodo gravissimo degli assedianti, ma più degli assediati. Agnello, che circa l'anno 830 scrisse le Vite degli arcivescovi di Ravenna[2273], ci fa intendere essere talmente venuti meno i viveri e cresciuta la fame nella città, che mangiavano le cuoja ed altri immondi ed orridi cibi, e che non pochi avanzati alle spade vi perirono di fame. Perciò Odoacre trattò di pace con Teoderico, e il trovò disposto ad accettarla. Imperocchè, siccome narra Procopio[2274], riuscì ai Goti d'impadronirsi o per amore o per forza di tutte le città, fuorchè di Cesena e di Ravenna; ed avendo speso quasi tre anni nell'assedio dell'ultima, erano i soldati omai stanchi ed attediati per sì lunga dimora. Interpostosi adunque l'arcivescovo di Ravenna, si venne ad un accordo. Odoacre diede per ostaggio a Teoderico Telane suo figliuolo[2275]. Secondo l'attestato d'Agnello, nel dì 15 di febbraio, o pure, come ha il Cronologo del Cuspiniano[2276], nel dì 27 di esso mese si conchiuse la pace. Furono dipoi nel dì 5 di marzo aperte le porte di Ravenna, e l'arcivescovo con tutto il clero, colle croci, coi turiboli e coi santi Vangeli processionalmente cantando salmi, si portò a trovar Teoderico; e prostrati a terra, gli domandarono perdono e pace, ed ottennero quanto chiesero. In quello stesso giorno anche Teoderico prese il possesso della città e del porto di Classe. Con quali condizioni e patti seguisse l'accordo fra lui ed Odoacre, hanno dimenticato gli antichi di registrarlo. Poichè non è molto credibil quello che vien raccontato dal suddetto Procopio, cioè che tanto l'un come l'altro avessero ugualmente da signoreggiare da lì innanzi in Ravenna. L'Anonimo Valesiano non altro dice promesso ad Odoacre, se non che sarebbe in salvo la sua vita: il che è ben poco, perchè forse Odoacre avrebbe potuto tentar di fuggire per mare, e portar seco di che sostentare in luogo sicuro onorevolmente la vita. Altri hanno immaginato ch'egli solamente chiedesse un qualche angolo d'Italia da passarvi convenevolmente il resto de' suoi giorni.
Vero è che Teoderico potè liberalmente concedere quanto gli fu dimandato, perchè già covava il pensiero di non mantener la parola. In fatti dopo aver fatta buona ciera e carezze per alquanti giorni ad Odoacre, invitatolo un dì a pranzo co' suoi cortigiani nel palazzo di Lauro o Laureto, gli fece levar la vita: e, se vogliam credere all'Anonimo Valesiano, lo stesso Teoderico di sua mano l'uccise, con aggiugnere che nel medesimo giorno tutti quei che si poterono trovare del di lui seguito, furono d'ordine d'esso Teoderico tagliati a pezzi. Il medesimo scrittore, e Procopio e Cassiodoro[2277] attribuiscono questa barbarica risoluzione all'avere Teoderico scoperto che Odoacre gli tendeva delle insidie. Ma non mancano mai pretesti a chi può e vuol fare del male agli inferiori; e probabilmente non mancarono falsi consiglieri ed adulatori della gran fortuna di Teoderico. Odoacre ridotto in quello stato, con un potente esercito intorno, chi crederà mai che potesse fabbricar delle trame contra del suo vincitore? Più degno di fede a noi sembrerà Marcellino conte[2278], allorchè scrive che Odoacre _ab eodem Theoderico perjuriis illectus, interfectusque est_; e il dirsi dell'autore della Miscella: _A Theoderico in fidem susceptus, ab eo trucullente interemtus est._ Con tale iniquità diede principio al suo pieno dominio il re Teoderico; e in questa maniera terminò i suoi giorni il misero Odoacre, appellato dall'Anonimo Valesiano _homo bonae voluntatis_. Nè si dee omettere che durante questo grande sconvolgimento dell'Italia[2279], essendo partiti, per attestato di Ennodio, da Pavia i Goti, fu consegnata quella città ai Rugi, i più barbari e crudeli di tutte le nazioni, i quali si credeano di aver perduta la giornata qualor non aveano potuto commettere qualche scellerata azione. Tuttavia a sant'_Epifanio_ vescovo di quella città riuscì di ammollire i cuori di que' Barbari colle sue dolci maniere, talmente che piangeano allorchè dopo due anni ebbero da andarsene al lor paese. Crede il padre Sirmondo che costoro entrassero in Pavia nell'anno presente. L'autore della Miscella in fatti scrive che dopo tre anni, usciti i Goti da Pavia, vi entrarono i Rugi, e che costoro per due anni continui diedero il guasto a quella città e al suo territorio. Noi già vedemmo che _Federigo_ re dei Rugi era venuto in Italia colle sue genti in aiuto di Teoderico. Sappiamo poi dal medesimo Ennodio[2280] che costui mancò in progresso di tempo di fede a Teoderico, e si unì coi nimici di lui. Ma in fine nata discordia fra esso e i suoi collegati, restò disfatto e forse ucciso dai medesimi. Quando ciò succedesse, è scuro affatto. Probabilmente nondimeno egli si rivoltò durante l'assedio di Ravenna, e poi succedette la sua rovina, allorchè Teoderico ebbe a far guerra nella Pannonia, siccome diremo al suo luogo. È di parere il cardinal Baronio che dopo la morte di Odoacre e sul fine di quest'anno Teoderico inviasse ad Anastasio Augusto i suoi ambasciatori, per istabilir pace e lega con lui, e che a tal fine fosse scritta la lettera prima di Cassiodoro[2281] ad esso imperadore. Parimente crede che _Fausto maestro degli uffizii_ fosse uno di questi ambasciatori. Ma in quella lettera si suppone intorbidata la buona armonia che dianzi passava fra Anastasio e Teoderico; e però negli anni susseguenti sembra essa scritta a nome di Teoderico. E tanto più perchè Teoderico confessa di essere stato più volte esortato dall'imperadore ad amare il senato romano, e ad osservare le leggi dei precedenti Augusti. Per altro abbiamo dall'Anonimo Valesiano[2282] che nell'anno 490, vivente ancora Zenone imperadore, non tardò Teoderico ad inviare in Costantinopoli _Festo capo del senato_, per chiedergli la veste regale, ed è lo stesso che dire a pregarlo che volesse riconoscerlo per re d'Italia. Lo stesso autore dipoi chiama questo ambasciatore non più _Festo_, ma _Fausto il negro_, ed aggiugne che prima del ritorno suo dalla medesima ambasciata, avendo Teoderico intesa la morte di Zenone (accaduta, come dicemmo, nell'anno 491), e dappoichè fu entrato in Ravenna ed ebbe tolto dal mondo Odoacre, i Goti il proclamarono e confermarono re, senza aspettar la licenza ed approvazione del nuovo imperadore Anastasio. Ma forse questo scrittore anticipò alquanto la spedizione del suddetto ambasciatore, e la assunzione del titolo regale: del che parleremo all'anno 495.
Abbiamo dall'autor della Miscella[2283] e da Giordano storico[2284] che Teoderico, per bene stabilirsi nel nuovo regno, conchiuse parentado con varii principi di questi tempi. Cioè prese egli per moglie _Audelfreda_, chiamata da Gregorio Turonense _sorella_, e da Giordano e dall'autore della Miscella (con errore, credo io, perchè Clodoveo era allora assai giovane) _figliuola di Clodoveo_ il grande, re de' Franchi. Diede _Amalafreda_ sua sorella ad _Unnerico_ re de' Vandali. Ma l'autore della Miscella qui s'inganna. Il re Unnerico cessò di vivere nell'anno 484, ed ebbe per successore _Gundamondo_, la cui morte accadde nel 496. E dopo di lui regnò _Trasamondo_. Questi fu marito di _Amalafreda_, come s'ha chiaramente da Giordano e da Procopio[2285]. Avea Teoderico due figliuole nate a lui da una concubina, allorchè dimorava nelle sue contrade. La prima appellata _Teuticodo_ (da Procopio _Teudicusa_, e dall'Anonimo Valesiano[2286] _Arevagni_ vien detta) unì in matrimonio con _Alarico_ re dei Visigoti, che regnava allora nella Gallia meridionale e in buona parte della Spagna. L'altra chiamata _Ostrogota_ (ossia _Teodogota_, come ha il suddetto Anonimo) fu presa in moglie da _Sigismondo_ figliuolo di Gundobado, ossia Gundibaldo, re de' Borgognoni. Una figliuola eziandio di Amalafreda sua sorella, e del suo primo marito, per nome _Amalberga_, ebbe per marito _Ermanfredo_ re della Turingia. Ma questi matrimonii succederono in varii tempi, quantunque io gli abbia qui rapportati tutti in un fiato. Delle gloriose azioni di san _Gelasio_ papa in quest'anno per la conservazione della vera fede sì in Occidente come in Oriente, son da vedere gli Annali ecclesiastici del cardinal Baronio. Riferisce ancora Gregorio Turonense[2287] al presente anno la guerra fatta da _Clodoveo_ re dei Franchi ai Turingi, non già con soggiogarli affatto al suo dominio, come egli dice, ma con obbligarli a pagargli il tributo. Rammemora eziandio il di lui matrimonio con _Clotilde_ nipote di _Gundobaldo_ re dei Borgognoni, principessa gloriosa, perchè poi condusse il marito tuttavia pagano ad abbracciare la santissima religione di Cristo.
NOTE:
[2266] Chron. Alexandr.
[2267] Theoph., in Chronogr.
[2268] Cassiod., lib. 1, epist. 20.
[2269] Ennod., lib. 3, epist. 221.
[2270] Anonymus Vales.
[2271] Boetius, lib. 1, de Consolat.
[2272] Marcell. Comes, in Chron.
[2273] Agnell., part. 1, tom. 2 Rer. Ital.
[2274] Procop., de Bell. Goth., lib. 1.
[2275] Anonym. Vales.
[2276] Chronolog. Cuspiniani.
[2277] Cassiod., in Chron.
[2278] Marcellin. Comes, in Chron.
[2279] Ennod., in Vita S. Epiph. Ticin. Episc.
[2280] Ennod., Panegyr. Theoderici.
[2281] Cassiod., lib. 1, ep. 1.
[2282] Anonym. Vales.
[2283] Hist. Miscella, tom. 1 Rer. Italicar.
[2284] Jordan., de Reb. Get., cap. 58.
[2285] Procop., de Bell. Vandal., lib. 1, cap. 8.
[2286] Anonym. Vales.
[2287] Gregor. Turonensis, lib. 2, cap. 27.
Anno di CRISTO CDXCIV. Indizione II.
GELASIO papa 3. ANASTASIO imperadore 4. TEODERICO re 2.
_Consoli_
TURCIO RUFIO APRONIANO ASTERIO e PRESIDIO.
È fuor di dubbio che il primo di questi consoli, cioè _Asterio_, fu console creato in Occidente, ed è quel medesimo che si legge sottoscritto nel famoso antichissimo Virgilio scritto a penna della biblioteca medicea; sopra che son da vedere il cardinal Noris[2288] e il canonico Gori[2289]. I padri Sirmondo e Pagi, che il credono appellato Asturio, e non _Asterio_, non son qui da ascoltare. _Asterio_ era cognome della casa _Turcia_, come ancor lo provai[2290] in illustrando un poema di san Paolino vescovo di Nola. Quanto all'altro console, cioè a _Presidio_, il suddetto cardinal Noris ed Onofrio Panvinio[2291] il giudicarono console orientale; all'incontro dal padre Pagi[2292] è tenuto anch'esso occidentale. Ma ognun di essi giuoca ad indovinare, nè si può stabilire chi s'abbia ragione. Tuttavia essendo il nome latino, e trovandosi posposto esso anche ne' Fasti greci, più probabile sembra l'opinione del Pagi. Dopo avere il re Teoderico ridotta alla sua ubbidienza l'Italia tutta, senza curarsi del titolo d'imperadore, assunse quello di re, usato (dice Procopio[2293]) dai Barbari, per significare i lor principi, da' quali son retti e governati. E da saggio politico non solamente ritenne ed onorò tutti i magistrati soliti della repubblica e dell'imperio romano, ma ancora prese a vestirsi alla romana; il che piacque non poco ai popoli, come segno d'amore e di stima verso della nazione italiana. Poscia in questa felice calma s'applicò egli tutto a mettere in buon sistema l'Italia, che per tante passate rivoluzioni e turbolenze era ridotta in un miserabile stato. Ma specialmente, per attestato d'Ennodio[2294], a lui fece pietà la desolata Liguria, che in questi tempi abbracciava anche il Piemonte, il Monferrato e Milano. S'è toccata disopra la terribil incursione de' Borgognoni in quelle parti, allorchè Teoderico era impegnato nell'assedio di Ravenna, e s'è raccontato che in quella occasione fu condotta in ischiavitù nelle Gallie un'immensa quantità di popolo da quella barbara ed ariana nazione. Basterà sapere che le campagne erano rimaste quasi tutte senza abitatori e senza chi le coltivasse. Pensò dunque Teoderico al rimedio, quand'ecco giugnere a Ravenna _Epifanio_ vescovo di Pavia in compagnia di _Lorenzo_ arcivescovo di Milano, per implorare la di lui clemenza. Avea Teoderico pubblicata una legge, in cui concedeva a tutti i popoli, che erano stati in addietro del suo partito, i privilegii de' cittadini romani, col negarli, e con levare nominatamente la facoltà di testare agli altri che aveano tenuto per la parte di Odoacre. Era grande il lamento per questo in tutta l'Italia. I due santi vescovi con tanta efficacia il supplicarono d'abolir questa legge, che Teoderico non potè far resistenza, e chiamato tosto _Urbico_ questore del sacro palazzo, gli ordinò di fare un editto ritrattatorio del precedente. Rivoltosi dipoi ad Epifanio, gli disse di aver posti gli occhi sopra di lui, per inviarlo suo ambasciatore a _Gundobado_, ossia _Gundobaldo_, re de' Borgognoni, per trattar seco del riscatto degli schiavi fatti nella Liguria: al qual fine l'erario regio gli avrebbe somministrato il danaro occorrente. Accettò il santo prelato questa pia incombenza, e solamente il pregò di volergli dar per compagno _Vittore_ vescovo di Torino, personaggio di rare virtù. Pertanto nel marzo del presente anno si mossero i due vescovi alla volta di Lione, dove allora abitava il re Gundobado, siccome padrone ancora di quella provincia. Era già promessa in isposa a _Sigismondo_ figliuolo di quel re una figliuola di Teoderico. La venerabil presenza e le sagge e pie parole di Epifanio indussero Gundobado a rilasciar gratuitamente tutti quegli Italiani che non aveano prese l'armi contra de' Borgognoni, richiedendo solamente che si pagasse il riscatto per gli altri. Allora si videro le schiere di quella povera gente tutte in moto ed allegre verso la lor patria. In un giorno solo dalla sola città di Lione ne partirono quattrocento; e lo stesso si praticò per tutte le città della Savoia e dell'altre provincie sottoposte ai Borgognoni. Ben seimila persone furono le donate alle preghiere del santo vescovo; Ennodio allora diacono, che tali notizie tramandò ai posteri, era presente alle lor liete processioni. Per riscattar gli altri impiegò Epifanio il danaro datogli dal re Teoderico, ma non bastò. _Siagria_ piissima e ricca donna, ed _Alcimo Ecdicio Avito_, celebre vescovo di Vienna, contribuirono di molto oro per la liberazion degli altri. Passò ancora Epifanio a Geneva, dove comandava Godigiselo fratello del re Gundobado, ed ivi ancora ottenne la liberazion degli schiavi, attorniato dai quali anch'egli se ne ritornò in Italia con uno spettacolo che trasse dagli occhi di tutti le lagrime, e tornò in gloria grande della religion cristiana e di Teoderico, che da buon principe procurò sì gran bene ai sudditi suoi.