Annali d'Italia, vol. 2 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750

Part 51

Chapter 513,672 wordsPublic domain

Come poi cadesse _Avito_ dal trono, se ne ha un solo barlume dall'antica storia, cioè solamente è a noi noto che Avito standosene in Roma, ed accortosi che quivi non era sicurezza per lui, mercè della persecuzione mossa contra di lui da _Ricimere_, si ritirò come fuggitivo a Piacenza. Dopo la morte d'Aezio, era stato conferito a questo Ricimere il grado di generale delle armate cesaree. In una iscrizione rapportata dall'Aringhi[1884] egli è chiamato _Flavio Ricimere_. Ennodio[1885] ci rappresenta costui di nazione _Goto_. Ma è più da credere ad Apollinare Sidonio, autore contemporaneo ed amico d'esso Ricimere, allorchè attesta che egli era nato di _padre svevo_ e di _madre gota_, e nipote di Vallia re d'essi Goti o, vogliam dire, Visigoti. Questi Barbari, sollevati ai gradi più insigni dell'imperio romano, contribuirono non poco alla rovina d'esso imperio. Se s'ha da prestar fede a Gregorio Turonense[1886], Avito, perchè lussuriosamente vivea, fu abbattuto dai senatori. _Quum romanum ambisset imperium luxuriose agere volens, a senatoribus projectus_. Però da Fredegario, nel Compendio[1887] del Turonese, Avito vien chiamato _imperator luxuriosus_. Inoltre egli racconta, che avendo Avito, già divenuto imperadore, finto di essere malato, e dato ordine che le senatrici il visitassero, usò violenza alla moglie di un certo Lucio senatore, il quale, in vendetta di questo affronto, fu cagione che i Franchi prendessero e consegnassero alle fiamme la città di Treveri. Ma si può ben sospettare che queste sieno fole e ciarle inventate da chi gli volea male. In quei pochi mesi che Avito tenne l'imperio, dimorò in Arles, da cui è ben lungi Treveri, e di là poscia passò a Roma. Il gran peso ch'egli prese sulle spalle, gli dovea ben allora lasciar pensare ad altro che a sforzar donne; e massimamente non essendo allora egli uno sfrenato giovane, ma con molti anni addosso, giacchè sappiamo da Sidonio che fin l'anno 421 egli fu dalla sua patria spedito ambasciatore ad Onorio e Costanzo Augusti. Oltre di che, sembra ben poco credibile l'ordine che si suppone dato da lui d'essere visitato dalle senatoresse nella finta infermità. E quando sia vero che Avito, dopo aver deposto l'imperio, fosse creato vescovo di Piacenza, tanto più si intenderebbe che egli non dovea essere quale vien dipinto dal Turonense e dal suo abbreviatore, perchè lo zelantissimo papa san Leone non avrebbe permesso che fosse assunto a tal grado chi fosse pubblicamente macchiato d'adulterii e di scandali. Perciò parmi più meritevol di fede Vittore Turonense[1888], che ci rappresenta Avito per un buon uomo, con iscrivere: _Avitus, vir totius simplicitatis, in Galliis imperium sumit_. In somma Avito, benchè venuto a Roma e accettato da' Romani, non tardò molto ad esserne odiato, se pur tutta la sua disgrazia non fu il trovarsi egli poco in grazia di Ricimere general delle armate, la cui prepotenza cominciò allora a farsi sentire, e crebbe poi maggiormente da lì innanzi, siccome vedremo. Avito adunque, scorgendo vacillante il suo trono, perchè, siccome notò Idacio[1889], s'era egli fidato dell'aiuto a lui promesso dai Goti impegnati nelle conquiste in Ispagna, nol potevano punto assistere: Avito, dissi, si ritirò da Roma, e giunto a Piacenza, quivi depose la porpora e rinunziò all'imperio.

Perciocchè si trovò allora vacante il vescovato di quella città, per maggiormente accertare il mondo che la sua rinunzia era immutabile, prese gli ordini sacri, e fu creato vescovo di essa città di Piacenza. Di questo suo passaggio abbiamo per testimoni Mario Aventicense[1890] e l'autore della Miscella[1891]. Vittor Turonense[1892] scrive anch'egli che _Ricimere patrizio superò Avito, e perdonando alla di lui innocenza, il fece vescovo di Piacenza_. Parole che ci fanno abbastanza intendere che Avito per forza fu indotto a deporre il comando, e ch'egli non doveva essere quel tristo che fu pubblicato da Gregorio Turonense, e molto più da Fredegario. Il Cronologo pubblicato da Cuspiniano[1893] scrive che nel dì 17 di maggio (del presente anno) _Avito fu preso in Piacenza dal generale Ricimere, e che restò ucciso Messiano suo patrizio_. Aggiugne che Remisco, patrizio anch'esso, trucidato fu nel palazzo di Classe, cioè fuor di Ravenna, nel dì 17 di settembre. Bisogna dunque che in Piacenza colto Avito da Ricimere si accomodasse alla di lui violenza, e si contentasse di mutar la corona cesarea in una mitra. Ma poca durata ebbe il di lui vescovato; perciocchè, secondo Gregorio Turonense[1894], avendo egli scoperto che il senato romano tuttavia sdegnato contra di lui, meditava di levargli la vita, prese la fuga, e, passato nelle Gallie, voleva ritirarsi nell'Auvergne sua patria; ma nell'andare alla basilica di san Giuliano presso Brivate (oggidì Brioude) con assaissimi doni, cadde malato per istrada, e terminò i suoi giorni. Fu egli poscia seppellito nella basilica suddetta. Anche Idacio scrive che mentre Teoderico re dei Visigoti dimorava nella Gallicia, gli fu portata la nuova che Avito dall'Italia era giunto ad Arles. Poca fede prestiamo ad Evagrio[1895], allorchè dice rapito Avito dalla peste, e meno a Niceforo[1896], che il fa morto di fame. Conviene bensì ascoltar Teofane[1897], che sotto quest'anno ci fa sapere, che la città di Ravenna fu consumata dal fuoco, e da lì a pochi giorni _Ramito patrizio_ (appellato Ramisco, siccome abbiam veduto, dal Cronografo del Cuspiniano) fu ucciso appresso Classe, e che deciotto giorni dopo restò superato Avito da _Remico_ (vuol dire _Ricimere_), e che creato vescovo della città di Piacenza, essendo passato nelle Gallie, quivi diede fine ai suoi giorni. Dieci mesi e mezzo restò poi vacante l'imperio, nel qual tempo, per attestato di Cedreno[1898], senza titolo d'imperadore Ricimere la fece da imperadore, governando egli a bacchetta la repubblica. Abbiamo da Mario Aventicense[1899], sotto quest'anno, che i Borgognoni, parte de' quali era passata in Ispagna, unita a Teodorico II re de' Visigoti, giacchè i Goti erano impegnati contro gli Svevi nella Gallicia, e scarso era l'esercito romano nelle Gallie, occuparono alcune provincie d'esse Gallie, cioè le vicine alla Savoia, e divisero le terre coi senatori di quei paesi. Mancò di vita in quest'anno _Meroveo_ re de' Franchi; ed ebbe per successore _Childerico_[1900] suo figliuolo, il quale, perchè cominciò a far violenza alle fanciulle, incorso nello sdegno del popolo, fu stretto a mutar aria, e a rifugiarsi appresso _Bisino_ re della Toringia. Era stato creato generale dell'armata romana nelle Gallie un certo _Egidio_. Seppe questi col tempo farsi cotanto amare e stimare dai Franchi, che l'elessero per loro re. Stima il cardinal Baronio[1901], ed han creduto lo stesso altri moderni, che nel presente anno essi Franchi mettessero il piè stabilmente nelle Gallie, ma ciò non sussiste. Seguitarono essi a dimorare di là dal Reno, finchè, siccome diremo, riuscì loro di cominciar le conquiste nel paese delle Gallie.

NOTE:

[1875] Thes. novus Inscript.

[1876] Sidon., in Panegyr. Aviti.

[1877] Reland., Fast. Cons.

[1878] Idacius, in Chron.

[1879] Priscus, tom. 1 Histor. Byz., pag. 73.

[1880] Victor Vitensis, lib. 1, cap. 17 de persecut.

[1881] Idacius, in Chron.

[1882] Jordan., de Reb. Get., cap. 44.

[1883] Sidon., lib. 1, epist. 2.

[1884] Aringhius, Rom. Subterran., lib. 4, cap. 7.

[1885] Ennodius, in Vita s. Epiphanii.

[1886] Gregor. Turon., lib. 2, cap. 11 Hist. Franc.

[1887] Fredegar., Hist. Franc. Epitom., cap. 7 et 10.

[1888] Victor Turonensis, in Chron.

[1889] Idacius, in Chron.

[1890] Marius Aventicens.

[1891] Histor. Miscella, lib. 15.

[1892] Victor Turonensis, in Chron.

[1893] Chronologus apud Cuspinianum.

[1894] Gregor. Turon., lib. 2, cap. 11.

[1895] Evagr., lib. 2, cap. 7.

[1896] Niceph., lib. 15, cap. 11.

[1897] Theoph., in Chronogr.

[1898] Cedren., in Histor.

[1899] Marius Aventicens.

[1900] Gregor. Turonensis, lib. 2, cap. 12.

[1901] Baron., Annal. Eccl.

Anno di CRISTO CDLVII. Indizione X.

LEONE papa 18. LEONE imperadore 1. MAJORIANO imperadore 1.

_Consoli_

FLAVIO COSTANTINO e RUFO.

Era giunto _Marciano Augusto_ all'età di settantacinque anni, quando sul fine di gennaio dell'anno presente gli convenne pagare il tributo, a cui è tenuto ogni mortale. Scrive Zonara[1902] essere corso sospetto che morisse di veleno, fattogli dare da _Aspare_ patrizio. Secondo Teofane[1903], avendo sentito con sommo dispiacere il sacco di Roma e il trasporto fatto in Africa della imperadrice e delle sue figliuole, con somma vergogna ed ingiuria dell'imperio romano, si preparava per muover guerra a Genserico. Dovette egli finalmente prendere tal risoluzione, dacchè quel re superbo si era beffato delle di lui ambasciate, e faceva peggio che mai contra tutte le contrade marittime dell'imperio. Per altro, secondochè s'ha dagli antichi storici, egli era principe mite, benigno verso tutti, di una mirabil pietà, limosiniere al maggior segno, e soprattutto amantissimo della pace. Scrive Zonara[1904] ch'egli solea dire, che finchè si può mantener la pace, non s'ha a metter mano all'armi. Però sotto questo principe i Greci confessavano di aver goduto il secolo d'oro. Ebbe poche guerre, e ne uscì con onore. Ma questo suo animo pacifico servì non poco a rendere ogni dì più temerario ed orgoglioso il re de' Vandali Genserico, il quale, per testimonianza di Procopio[1905], non mettendosi alcun fastidio di Marciano, giacchè non trovava più da far bottino nelle desolate spiaggie dell'Italia e Sicilia, volò in fine a saccheggiar anche l'Illirico, il Peloponneso, cioè la Morea, ed una parte della Grecia, paesi spettanti all'imperio di Oriente. Secondo la Cronica Alessandrina[1906], Marciano favoriva non poco la fazione veneta, che usava il colore azzurro ne' giuochi circensi, non solo in Costantinopoli, ma dappertutto. Ora avendo la fazione prasina, che portava il color verde, eccitato un giorno un tumulto, egli pubblicò un editto, con cui vietò per tre anni a qualunque di essa fazion prasina il poter avere posti onorevoli e l'essere arrolati nella milizia. Poscia nel dì 7 di febbraio fu eletto imperadore d'Oriente _Flavio Leone_, uomo di singolar valore e pietà, talchè si meritò poi il titolo di magno, ossia grande. A salire al trono gli fu di molto aiuto il gran credito e poter di _Aspare_ patrizio nel senato di Costantinopoli e nell'esercito. Non riuscì ad esso Aspare con tutti i suoi maneggi d'ottenere per sè la corona, perchè era di setta ariana, e però si rivolse a promuovere una sua creatura. Tale era Leone, che alcuni dicono nato nella Tracia, ed altri nella Dacia Illirica[1907], uomo gentile di corpo, con poca barba, senza lettere, ma fornito di una rara prudenza. Era tribuno e duca del presidio militare di Selibria. Ma Aspare gli volle vendere i suoi voti, con farsi promettere che, divenuto imperadore, avrebbe dichiarato Cesare uno de' suoi figliuoli, probabilmente _Ardaburio_. Il cardinal Baronio[1908], fidatosi qui di Niceforo, pensa che Ardaburio, nominato in quei tempi insieme con Aspare, fosse il padre dello stesso Aspare, e quel medesimo che fece gran figura sotto Teodosio II Augusto, siccome abbiam veduto. La verità è che Ardaburio patrizio, mentovato nei tempi di Leone imperadore, fu nipote del primo, e figliuolo d'Aspare. Abbiamo da Prisco istorico[1909], il quale non potè essere veduto dal Baronio, che _Ardaburio figliuolo di Aspare_, mentre regnava Marciano, _sconfisse i Saraceni presso Damasco_. Leone promise quanto volle Aspare, e, proclamato imperadore dal senato e dall'esercito, fu coronato da _Anatolio_ patriarca di Costantinopoli.

Succedette in quest'anno un grande sconvolgimento nella Chiesa d'Alessandria di Egitto, diffusamente descritto da Evagrio[1910], da Teodoro lettore[1911] e da Liberato diacono[1912]. I fautori de' già morti eretici Eutichete e Dioscoro, moltissimi tuttavia di numero in quella gran città, elessero Timoteo Eluro per patriarca, uomo perfido ed iniquo. Poscia nel giovedì santo preso _san Proterio_, vero e santo patriarca di essa città, crudelmente l'uccisero. La vita di questo insigne prelato si legge negli atti de' santi d'Anversa, tessuta dal padre Enschenio della Compagnia di Gesù; e questo scrittore si maraviglia come il cardinal Baronio, panegerista anch'egli de' meriti di questo santo, non l'abbia inserito nel Martirologio romano. Questo accidente diede molto che fare a san Leone papa e a Leone imperadore, siccome apparisce da quanto ha raccolto il suddetto cardinal Baronio. Era già stato vacante l'imperio di Occidente dieci mesi e mezzo, quando finalmente fu creato imperadore _Majoriano_ di consentimento di Leone Augusto, per aspettar il quale si differì l'elezione. Il Cronologo pubblicato dal Cuspiniano[1913] scrive che _Ricimere_ generale delle milizie fu creato patrizio nel dì 28 di febbraio. Che _Majoriano_ nello stesso giorno ottenne esso generalato, e poscia nel dì primo di aprile del presente anno fu creato imperadore alla campagna fuori della città alle Colonnette. Secondo la vecchia edizione della Miscella, egli fu eletto in _Roma_; ma, secondo la mia, in _Ravenna_; e quest'ultima a me sembra il vero per quanto vedremo. Apollinare Sidonio[1914] attesta ch'egli fu concordemente. eletto dal senato, dalla plebe e dall'esercito. Nelle medaglie presso il Du-Cange[1915] si vede nominato D. N. IVLIUS MAIORIANVS P. F. AVG. Dal padre Sirmondo vien chiamato _Giulio Valerio Maioriano_. Certo se gli dee aggiugnere il nome della famiglia _Flavia_, perchè da Costantino il Grande e da Costanzo suo padre in qua, tutti gl'imperadori si gloriarono di questo nome; e i privati ancora sel procuravano per privilegio. Avea questo personaggio militato nelle Gallie sotto Aezio contra de' Franchi nell'anno 445. Odiato dalla moglie d'esso Aezio, fu licenziato dalle milizie, e questa disavventura, dappoichè trucidato fu Aezio, servì a Majoriano di merito per alzarsi appresso Valentiniano III Augusto. Secondochè scrive Mario Aventicense[1916], anch'egli con Ricimere general delle milizie si adoperò forte per la depression d'Avito imperadore. Appena ebbe egli, siccome abbiam detto, ottenuto il generalato dell'armi, che spedì _Burcone_, uno de' primarii uffiziali contra gli Alamanni, che aveano fatto una scorreria nella Rezia, vicino all'Italia, e gli sconfisse. Fatto poi imperadore, diede principio al suo governo con un'altra vittoria. Secondo il solito anche nell'anno presente venne l'armata navale di _Genserico_ re de' Vandali condotta da suo cognato a radere quel poco che restava nelle tante volte spogliata _Campania_ verso la sboccatura in mare del fiume Volturno. Accorsero le soldatesche romane, e diedero a que' Barbari una rotta con farne molti prigioni, e levar loro la preda che già menavano alle lor navi. Apollinare Sidonio è quegli che descrive, e poeticamente ingrandisce questa vittoria. Nell'anno presente ancora, secondochè scrive Teofane[1917], seguitato dal padre Pagi[1918], il re Genserico finalmente s'indusse a lasciare in libertà la imperadrice _Eudossia_, vedova di Valentiniano III Augusto, e _Placidia_ sua minor figliuola; ma dopo avere anch'egli indotta _Eudocia_, figliuola maggiore d'essa imperadrice, a prendere per marito Unnerico suo primogenito. Abbiamo da Procopio[1919] che, ad istanza di Leone imperadore d'Oriente, il re barbaro condiscese a rilasciar queste due principesse, le quali furono condotte a Costantinopoli. Ma abbiamo motivo di credere che questo affare passasse molto più tardi, e però rivedremo questa partita più abbasso. Leggonsi poi nel Codice di Giustiniano due leggi[1920] date contro gli eretici sotto questo medesimo anno _Idibus augusti_ in Costantinopoli, ma amendue fallate nel titolo. Nella prima v'ha _Impp. Valentinianus et Marcianus Augusti, Palladio prefecto Praetorii_. La seconda _Imp. Marcianus_. Col dì 15 d'agosto non si accorda Marciano, perchè allora regnava Leone; e molto men vi s'accorda Valentiniano, che era stato tolto di vita nell'anno 455.

NOTE:

[1902] Zonar., Annal., lib. 14.

[1903] Theoph., in Chronogr.

[1904] Zonar., Annal., lib. 13.

[1905] Procop., lib. 1, cap. 5, de Bell. Vand.

[1906] Chron. Alexandr.

[1907] Cedren., in Histor.

[1908] Baron., Annal. Eccl.

[1909] Priscus, tom. 1 Hist. Byz., pag. 40.

[1910] Evagr., lib. 2, cap. 8

[1911] Theodor. Lector, lib. 1.

[1912] Liberatus Diacon., in Breviar., cap. 15.

[1913] Chronologus Cuspiniani.

[1914] Sidon., in Panegyr. Majorian.

[1915] Du-Cange, Famil. Byz.

[1916] Marius Aventicens., in Chron.

[1917] Theoph., in Chronogr.

[1918] Pagius, Crit. Baron.

[1919] Procop., de Bell. Vandal., lib. 1, cap. 5.

[1920] L. 8 et 9, Cod. de Haeret.

Anno di CRISTO CDLVIII. Indizione XI.

LEONE papa 19. LEONE imperadore 2. MAJORIANO imperadore 2.

_Consoli_

FLAVIO LEONE AUGUSTO e FLAVIO MAJORIANO AUGUSTO.

Fra le novelle leggi di Majoriano Augusto, una[1921] se ne legge, consistente in una lettera scritta da esso, mentre era in Ravenna, al senato romano, a dì 13 di gennaio, e data _Majoriano Augusto console_, perchè non era per anche giunta da Costantinopoli la notizia del console orientale, che fu lo stesso _Leone Augusto_. Quivi rammenta d'essere stato alzato al trono imperiale dal concorde volere del medesimo senato e dell'esercito. Fa loro sapere il consolato da sè preso nelle calende di gennaio; e l'attenzione ch'egli avea con Ricimere patrizio per far rifiorire l'esercito. Però, siccome dissi poco dianzi, e l'elezione ed esaltazione sua dovette seguire non in Roma, ma bensì in Ravenna. Dice inoltre d'aver liberato l'imperio colla buona guardia dai nemici esterni e dalle stragi domestiche. Promette buon trattamento ai Romani e gran cose in benefizio del pubblico. Con altra legge ordinò egli che ogni città eleggesse uomini savii e dabbene per difensori, i quali facessero osservare i privilegi, senza che la gente fosse obbligata a ricorrere al principe. Rimise in un'altra i tributi non pagati, e levò gli esattori mandati dalla corte, che facevano mille estorsioni ed aggravii al popolo, volendo che spettasse l'esazione ai giudici de' luoghi. Con altre leggi vietò il demolire i pubblici edifizii di Roma; e perchè non mancava gente che obbligava le sue figliuole vergini di buon'ora a prendere il sacro velo o contra lor voglia, o senza sapere quel che si facessero, ordinò che le vergini non si potessero consecrare a Dio prima dell'anno quarantesimo della loro età: editto che si crede procurato da san Leone papa, il quale sappiamo dalla sua vita[1922] che pubblicò un simil decreto. Altre provvisioni pel buon governo di allora si veggono espresse in altre leggi dal medesimo Majoriano, atte non poco a farci intendere ch'egli era personaggio degno di tener le redini della monarchia romana. Raccogliesi poi da Apollinare Sidonio[1923], che il popolo di Lione non doveva avere riconosciuto per suo signore Majoriano; e però fu necessitato esso Augusto ad adoperar la forza contra di quella città, con averla costretta alla resa. Lo stesso Sidonio quegli fu che impetrò il perdono a quei cittadini. Era tuttavia in Ravenna Majoriano a dì 6 di novembre, ciò apparendo in una sua legge. Da lì innanzi egli si mosse verso la Gallia, benchè fosse già arrivato il verno, e le Alpi si trovassero cariche di nevi e di ghiacci. Arrivato a Lione, ivi fu che il suddetto Sidonio recitò in suo onore il panegirico che abbiamo tuttavia. Era stato finora tutto lo studio di questo imperadore in raunar soldati e in procurarne degli ausiliarii dai Goti, Franchi, Borgognoni ed altri popoli della Germania, per formare una possente armata, con disegno di passare in Africa contra del re Genserico, corsaro implacabile, che ogni anno veniva a portar la desolazione in qualche contrada d'Italia e delle Gallie. Sappiamo da Vittore Vitense[1924] che questo re barbaro, dopo la morte di Valentiniano III Augusto, ingoiò tutto il resto dell'Africa, che esso imperadore avea fin allora salvato dalla voracità di costui. Però Majoriano si era messo in pensiero di portar le sue armi colà, ma gli mancavano le navi, perciocchè s'era perduto il bell'ordine ed uso degli antichi imperadori di tener sempre in piedi diverse ben allestite armate navali, a Ravenna, al Miseno, nella Gallia, a Frejus, nel Ponto, nella Siria, nell'Egitto nell'Africa ed altrove.

Per testimonianza di Prisco storico[1925], Majoriano fece istanza a Leone imperador d'Oriente per aver navi atte a tale spedizione; ma perchè durava la pace tra quell'Augusto e i Vandali (il che recò un incredibil danno all'imperio d'Occidente), Leone non potè somministrargliene. Pertanto Majoriano nell'anno presente fece ogni sforzo possibile per far fabbricare navi in varie parti dell'imperio. E chi prestasse fede al suddetto Sidonio, egli era dietro a mettere insieme un'armata non minore di quella di Serse. Ma Sidonio era poeta, e a lui era lecito di dar nelle trombe, e ingrandir anche le piccole cose. Racconta Procopio[1926] (e lo riferisce a quest'anno il Sigonio), che Majoriano, uomo, dic'egli, da anteporsi a quanti imperadori fin allora aveano regnato, a cagion delle tante virtù ch'egli possedeva, dopo aver preparata una considerabil flotta per condurla in Africa, si portò prima nella Liguria, ed incognito quasi ambasciatore di là passò in Africa, sotto pretesto di trattar della pace, e con essersi prima fatta tingere la bionda capigliatura, per cui sarebbe stato facilmente riconosciuto. Fu accolto con buone maniere da Genserico, e menato anche a vedere il palazzo, l'arsenale e l'armeria; ed avendo soddisfatto alla sua curiosità, se ne tornò felicemente nella Liguria con fama di attentissimo capitano, ma non d'imperadore prudente. Poscia condotta l'armata navale a Gibilterra, meditava già di sbarcare l'esercito in Africa con tanta allegria delle milizie, che tutti si tenevano in pugno la ricupera di quelle Provincie. Ma sopraggiuntagli una dissenteria, pose fine ai suoi giorni e disegni. Creda chi vuole questa ardita impresa di Majoriano. Certo è che questo buon principe non mancò di vita in quest'anno, nè morì di quel male. Per conto nulladimeno della spedizione suddetta, Cassiodoro[1927] al presente anno scrive: _His Consulibus Majorianus in Africam movit provinciam_. Inoltre abbiamo da Prisco istorico[1928] (ma senza ch'egli specifichi l'anno), che Majoriano con trecento navi ed un possente esercito tentò di penetrare nell'Africa. Ciò udito il re de' Vandali, gli spedì ambasciatori, esibendosi pronto a trattare ed aggiustare amichevolmente qualunque controversia che passasse fra loro. Ma che, nulla avendo potuto ottenere dal romano Augusto, mise a ferro e fuoco tutto il paese della Mauritania, dove era disposta di piombare dalla Spagna l'armata navale di Majoriano, ed avvelenò ancora le acque, non certo quelle dei fiumi. Altro non abbiamo da lui, ma abbastanza ne abbiamo per credere che non seguisse il meditato passaggio di questo imperadore in Africa, e molto meno l'assedio di Cartagine. Oltre di che i tentativi di Majoriano contra di Genserico dovettero succedere più tardi, siccome vedremo; perchè certo di quest'anno egli non passò in Ispagna. Abbiamo da Idacio[1929] che essendo _Teoderico II_ re de' Visigoti ritornato nelle Gallie per cattive nuove che gli erano giunte, lasciò nelle Spagne una parte delle sue truppe, da cui furono messe a sacco ed incendiate le città di Astorga e di Palenza nella Gallicia. Che gli Svevi anch'essi saccheggiarono la Lusitania e presero, sotto apparenza di pace, Lisbona. Ma son confusi presso d'Idacio gli anni in questi tempi, nè si può ben accertare quando succedessero tali sconcerti.

NOTE:

[1921] Tom. 6, Cod. Theod. in Append.

[1922] Anastas. Bibliothecarios, in Leone Magno.

[1923] Sidonius, in Paneg. Majoriani.

[1924] Victor Vitensis, lib. 1, de Persec.

[1925] Priscus, pag. 42, tom 1, Hist. Byz.

[1926] Procop., de Bell. Vandal., lib. 7, cap. 7.

[1927] Cassiodorius, in Chron.

[1928] Priscus, pag. 42.

[1929] Idacius, in Chron.

Anno di CRISTO CDLIX. Indizione XII.