Annali d'Italia, vol. 2 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750

Part 50

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Comunque sia, sbarcate le vandaliche milizie, tra le quali era anche una gran quantità di Mori, tratti dall'avidità della preda, nel dì 12 di giugno, e non già nel dì 12 di luglio, come scrive Mariano Scoto[1842] (errore a cui non fece mente il padre Pagi[1843]), trovò poca difficoltà il re Genserico ad entrare in Roma, rimasta senza gente e presidio abile a far difesa, e lasciò libero il campo ai suoi di saccheggiar l'infelice città. L'autore della Miscella[1844], secondo la mia edizione, scrive che il santo pontefice Leone uscì fuori della città incontro al re barbaro, e non men col suo venerabile aspetto che colla sua eloquenza ottenne che non si ucciderebbono nè tormenterebbono i cittadini, e resterebbono salve dal fuoco le case. Durò il saccheggio quattordici dì, ne' quali fu fatta un'esatta ricerca di tutto il meglio che s'avessero gli abitatori, e rimase spogliata la misera città di tutte le sue ricchezze, che furono imbarcate ed inviate a Cartagine. Scrive Procopio[1845] che coloro asportarono dall'imperial palazzo quanto v'era di buono, nè vi lasciarono pur un vaso di rame. Diedero parimente il sacco al tempio di Giove Capitolino, il quale è da stupire come tuttavia sussistesse, con portarne via la metà del tetto, ch'era d'ottimo bronzo indorato, ed una delle superbe e mirabili rarità di Roma. Corse fama che la nave in cui erano condotti gl'idoli dei Romani perisse nel viaggio. Furono inoltre menate in ischiavitù molte migliaia di cittadini romani, e fra essi, per attestato d'Idacio[1846], _Gaudenzio_ figliuolo d'_Aezio_. Provò allora anche la sconsigliata imperadrice Eudossia (se pur fu vero l'invito fatto a Genserico) i frutti della sua pazzia, in essersi fidata del re barbaro ed eretico; perciocchè anch'ella colle sue due figliuole, _Eudocia_ e _Placidia_, corse la medesima fortuna, essendo state tutte e tre condotte prigioniere a Cartagine. Genserico dopo alcuni anni, come diremo, diede per moglie _Eudocia_ ad _Unnerico_ suo primogenito, a cui ella col tempo partorì un figliuolo appellato _Ilderico_. Nella sola Cronica Alessandrina[1847] questa principessa vien chiamata non già _Eudocia_, ma _Onoria_; e perciò tanto il Du-Cange quanto il padre Pagi credettero ch'ella avesse due nomi; e giunse il suddetto Pagi fino ad immaginare ch'essa prendesse dal nome di _Unnerico_ ossia _Honorico_ suo consorte quello d'_Onoria_. Ma nulla di ciò, a mio credere, sussiste. Si dee tener per error de' copisti il nome di _Onoria_ nella Cronica Alessandrina, giacchè tutti gli altri scrittori la chiamano solamente _Eudocia_. E se il padre Pagi soggiugne che anche Prisco, istorico[1848] di que' tempi, le dà il nome di _Onoria_ alla facciata 42, egli prese abbaglio, perchè si attenne alla versione latina, laddove il testo greco ha chiaramente Εὐδωκία _Eudocia_, siccome ancora alla facciata 74. Falla eziandio l'autore della Miscella[1849], secondo l'edizion mia, allorchè scrive che Eudocia fu maritata con _Trasamondo figliuolo di Genserico_. Ma è ben degna d'osservazione una particolarità ch'egli aggiunge, taciuta da tanti altri autori. Cioè che, dopo avere abbandonata Roma, i Vandali e Mori si sparsero per la Campania, saccheggiando, incendiando quanto incontrarono. Presero Capoa, e la distrussero sino ai fondamenti; altrettanto fecero a Nola città ricchissima. Non poterono aver Napoli nè altri luoghi forti, ma diedero il sacco a tutto il territorio, e condussero seco in ischiavitù chi era avanzato alle loro spade. Appresso racconta che Paolino, piissimo vescovo di Nola, dopo aver impiegato quanto avea pel riscatto de' poveri cristiani, altro non restandogli in fine, per compassione ad una misera vedova, andò egli stesso in Africa a liberare un di lei figliuolo, con rimaner egli schiavo; ma, conosciuta dipoi la sua santità, fu lasciato andar da que' Barbari con quanti Nolani si trovavano schiavi. Sembra, è vero, a tutta prima che questo autore abbia confuso le crudeltà commesse dai Goti sotto Alarico nell'anno 409, dopo la presa di Roma, con quest'altra disavventura della medesima città. Ma può stare benissimo che i Vandali portassero la loro fierezza anche nella Campania. San Gregorio il Grande, che fiorì sul fine del secolo susseguente, narra anch'egli il fatto suddetto di san Paolino[1850]: _quum saevientiun Vandalorum tempore fuisset Italia in Campaniae partibus depopulata_. E di qui si può prender maniera per isciorre un nodo avvertito dagli eruditi, i quali trattano come favola la schiavitù in Africa di san Paolino; perchè altro san Paolino vescovo di Nola non riconoscono se non quello che fiorì a' tempi dei santi Girolamo ed Agostino. Ma il padre Gianningo della compagnia di Gesù giudiciosamente osservò[1851], aver Nola avuto più d'un Paolino per suo vescovo, e che non sotto il primo, ma sotto uno de' suoi successori potè succedere il fatto di quella vedova, il quale incautamente nel Breviario e Martirologio romano vien attribuito al primo san Paolino. Ora ecco dall'autore della Miscella autenticate le conghietture del padre Gianningo, e doversi riferire a questi tempi la distruzione di Capoa e di Nola, e un altro san Paolino vescovo dell'ultima città. E così possiam credere, finchè dia l'animo ad alcuno di mostrarci che in ciò si sieno ingannati san Gregorio Magno e l'autore della Miscella.

Sappiamo bensì che si dilungò dal vero sant'Isidoro in iscrivendo[1852] che Genserico solamente dopo la morte di Maioriano Augusto prese e saccheggiò Roma: il che sarebbe accaduto nell'anno di Cristo 462. È troppo patente un anacronismo tale. Lasciò parimente Evagrio[1853], che Roma in tal congiuntura fu data alle fiamme; ma anch'egli s'ingannò. Pretende il cardinal Baronio[1854], coll'autorità di Anastasio bibliotecario[1855], che i Vandali portassero rispetto alle tre primarie basiliche di Roma, e non ne asportassero i sacri vasi: intorno a che è di dire che non è ben chiaro quel passo. Certo è bensì che una gran quantità di sacre suppellettili con gemme e vasi di oro e d'argento, tolta alle chiese, trasportata fu in Africa da que' masnadieri. E Teofane[1856] aggiugne che furono del pari menati via i vasi del tempio di Gerusalemme, che Tito imperadore, dopo la presa di quella città, avea condotto a Roma. Questi poi, allorchè Belisario riacquistò l'Africa al romano imperio, per attestato di Procopio[1857], furono trasferiti a Costantinopoli. Si raccoglie poi da san Leone papa[1858], che fu istituita una festa in Roma in ringraziamento a Dio, perchè i Barbari avessero, con andarsene, lasciata in libertà quella città. Del pari merita ben d'essere qui rammentata l'incomparabil carità di _Deogratias_, vescovo di Cartagine, di cui abbiam parlato di sopra, giacchè questa viene a noi descritta da Vittore Vitense[1859]. Giunsero in Africa tante migliaia di schiavi cristiani, e ne fecero la division fra loro i Vandali e i Mori, con restar separati, secondo l'uso dei Barbari, le mogli dai mariti, i figliuoli dai genitori. Immediatamente quell'uomo di Dio vendè tutti i vasi d'oro e d'argento delle chiese per liberar quei che potè dalla schiavitù, ed impetrare per gli altri che i mariti stessero colle loro consorti, e i figliuoli coi lor padri. E perchè niun luogo bastava a capire tanta moltitudine di miseri cristiani, deputò per essi le due più ampie basiliche di Fausto e delle Nuove, con letti o stramazzi da poter quivi riposare, e diede anche il cibo giornaliero a proporzione delle persone. Non pochi parimente di quegl'infelici erano caduti infermi a cagion de' disagi patiti per la navigazione, o per la crudeltà di que' Barbari. Il santo vescovo, benchè vecchio, quasi ad ogni momento li visitava insieme coi medici, e coi cibi, perchè, secondo l'ordine di essi medici, a cadauno in sua presenza venisse somministrato il bisognevole. E non restava neppur la notte di far questo esercizio il pio prelato a guisa d'una amorevolissima balia, correndo a letto per letto, e interrogando come si portava ciascuno di quei poveri malati. Miravano con occhio livido i Vandali ariani la mirabile carità di questo vescovo cattolico, e varie volte mancò poco che sotto varii pretesti non l'uccidessero. Ma Iddio volle per sè da lì a qualche tempo quest'insigne operaio della sua vigna, con tal dolore de' cattolici di Cartagine, che allora maggiormente si credettero dati in mano ai Barbari, quando egli passò al cielo. Tre anni soli durò il suo vescovato, ma ne durerà presso i fedeli la memoria nel Martirologio romano a dì 22 di marzo.

Fioriva in questi tempi con gran riputazione nelle Gallie _Avito_, nominato più volte di sopra, di nobilissima casa della provincia d'Auvergne, come scrisse Gregorio Turonense[1860]. Dianzi era con lode intervenuto a varie battaglie; aveva esercitata la carica di prefetto del pretorio delle Gallie, ed ultimamente, mentre egli si godeva la sua quiete in villa, Massimo Augusto, conoscente non meno del di lui merito che della probità e valore, l'avea dichiarato generale dell'esercito romano in quelle parti. E ben ve n'era bisogno, perchè i Visigoti, i Franchi ed altri popoli, udita la morte di Valentiniano, cominciavano a far movimenti di guerra. Nè solamente gli conferì Massimo questa dignità, ma gli ordinò soprattutto di stabilir la pace con Teoderico II re de' Visigoti. A tale effetto avendo Avito mandato avanti _Messiano_ patrizio a parlare col re, anche egli appresso passò a Tolosa, e quivi intavolò la pace desiderata. Quando ecco giugnere nello stesso tempo la nuova che Massimo imperadore era stato tagliato in brani dal popolo e da' soldati, e che Genserico, entrato in Roma, avea quivi lasciata la briglia alla sua crudeltà. Allora gli uffiziali romani, e il medesimo re Teoderico, consigliarono a gara Avito di prendere le redini dell'imperio, giacchè il trono imperiale era voto, nè si facea torto ad alcuno; e in Roma allora altro non v'era che pianto e miseria. Gli promise Teoderico, oltre alla pace, anche l'assistenza sua per liberare l'afflitta città, e far vendetta di Genserico. Se crediamo ad Apollinare Sidonio[1861], marito d'una figliuola d'Avito stesso, egli ripugnò non poco ad accettar questa splendidissima offerta, e fecesi molto pregare; ma Gregorio Turonese[1862] pretende che egli stesso si procurasse un sì maestoso impiego. In Tolosa dunque fu conchiusa la di lui assunzione al trono cesareo; ed essendo egli poi venuto ad Arles, luogo di sua residenza, in essa città col consentimento dell'esercito e de' popoli fu compiuta la funzione, con esser egli proclamato imperadore Augusto, e col prendere la porpora e il diadema. Credesi che ciò seguisse nel dì 10 di luglio. Da una iscrizione riferita dal padre Sirmondo[1863] possiamo raccogliere che questo imperadore portasse il nome di _Eparchio Avito_. In una sola medaglia riferita dal Goltzio[1864] e dal Mezzabarba[1865], esso viene intitolato D. N. FLAVIVS MAECILIVS AVITVS P. F. AVG; ma non tutte le medaglie pubblicate dal Goltzio portarono l'autentica con loro, e senz'altro pruove, la sua non è qui decisiva. Marciano Augusto in quest'anno si mostrò favorevole al clero, ordinando[1866] che fosse lecito alle vedove, diaconesse e monache di lasciare nell'ultima volontà ciò che loro piacesse, alle chiese, ai cherici e monaci: il che prima era vietato per una legge di Valentiniano, Valente e Graziano, a cagion d'alcuni che frequentavano troppo e con troppa avidità le case d'esse femmine sotto pretesto di religione. Può anche appartenere al presente anno ciò che vien raccontato da Prisco storico[1867] di questi tempi. Cioè, ch'esso imperador Marciano, da che ebbe inteso il sacco di Roma, e che Genserico aveva condotta seco in Africa l'Augusta _Eudossia_ colle principesse figliuole, non potendo rimediare al male già fatto, almeno spedì ambasciatori al re barbaro, comandandogli di guardarsi dal più molestare l'Italia, e che rimettesse in libertà la vedova imperadrice colle figliuole. Genserico se ne rise, e rimandò i legati con buone parole, senza voler liberare quelle principesse. Dimorava tuttavia in questi tempi nella città di Gerusalemme _Eudocia_, ossia _Atenaide_, vedova di Teodosio II imperadore, e madre della suddetta Eudossia Augusta. Racconta Cirillo monaco, nella Vita di santo Eutimio abbate[1868], che questa principessa seguitava l'eresia degli eutichiani, e per quante lettere le andassero scrivendo _Valerio_ suo fratello (_Valeriano_ è questi chiamato nella Cronica d'Alessandria) ed _Olibrio_ genero di sua figliuola, perchè abbandonasse quella setta, mai non s'indusse a cangiar sentimenti. Si sa ancora che san Leone papa[1869] scrisse alla medesima lettere esortatorie per questo, ed altrettanto avea fatto Valentiniano III Augusto suo genero, ma sempre indarno. Giunse finalmente a lei la funesta nuova ch'esso Valentiniano era stato ucciso, e che la figliuola colle nipoti era stata condotta prigioniera in Africa: allora Eudocia, battuta da tanti flagelli, fatto ricorso ai santi Simeone Stilita ed Eutimio, ritornò alla fede cattolica, con adoperarsi dipoi acciocchè molti altri abiurassero gli errori d'Eutichete. Le parole di Cirillo suddetto ci fan conoscere vero quanto si truova scritto da Procopio[1870] e da Teofane[1871]: cioè che _Placidia_, figliuola minore di Valentiniano III imperadore, condotta colla madre Eudossia e colla sorella Eudocia in Africa da Genserico, era già maritata con _Olibrio_ nobilissimo senatore romano. Evagrio[1872] all'incontro chiaramente scrive che Placidia, dappoichè fu messa in libertà _per ordin di Marciano Augusto_, prese per marito esso _Olibrio_, fuggito a Costantinopoli dopo la entrata de' Vandali in Roma. Ma qui l'autorità di Evagrio, benchè seguitata dal Du-Cange[1873], ha poco peso; perciocchè Placidia solamente dopo la morte di Marciano imperadore fu posta in libertà. Sembra eziandio che Prisco, istorico di que' tempi, asserisca[1874] seguito quel matrimonio solamente dappoichè fu restituita alla primiera libertà questa principessa, con dire ἥν ἐγεγαμἠκει Ὀλίβιρος, cioè, secondo la versione latina del Cantoclaro, _quam duxit Olibrius_; ma si dovea più giustamente traslatare _quam duxerat Olibrius_.

NOTE:

[1823] Procop., lib 1, cap. 4 de Bell. Vandal.

[1824] Theoph., in Chronograph.

[1825] Prosper Tiro, in Chron.

[1826] Chronol. a Cuspiniano edita.

[1827] Cassiodorius, in Chron.

[1828] Victor Turonensis, apud Canisium.

[1829] Prosper Tiro, in Chron., edition. Canis.

[1830] Marcell. Comes, in Chron.

[1831] Histor. Miscell., lib. 15.

[1832] Reines., Inscript. Class. I, num. 39.

[1833] Goltzius, Numism.

[1834] Mediobarb., Numism. Imperator.

[1835] Theoph., in Chronogr.

[1836] Theoph., in Chronogr.

[1837] Marcell. Comes, in Chron.

[1838] Procop., lib. 1, cap. 4 de Bell. Vand.

[1839] Evagr., Hist. Eccl., lib. 2.

[1840] Idacius, in Chron.

[1841] Prosper, in Chron.

[1842] Marian. Scotus, in Chron.

[1843] Pagius, Crit. Baron.

[1844] Histor. Miscell., lib. 15.

[1845] Procop., de Bell. Vand., lib. 1, cap. 5.

[1846] Idacius, in Chronico.

[1847] Chron. Alexandr.

[1848] Priscus, tom. 1 Hist. Byz.

[1849] Hist. Miscella, tom. 1 Rer. Italicar., pag. 98.

[1850] Gregor. Magnus, lib. 3, cap. 2 Dialogor.

[1851] Acta Sanctorum, in Append. ad Vit. sancti Paulini ad diem 22 jun.

[1852] Isidorus, in Chron. Vandal.

[1853] Evagr., lib 2, cap. 7 Hist. Eccl.

[1854] Baron., Annal. Eccl.

[1855] Anastas., in Vita Leonis Magni.

[1856] Theoph., in Chronogr.

[1857] Procop., de Bell. Vandal., lib. 2 cap. 9.

[1858] Sermo LXXXI s. Leonis, in Octava Apostol.

[1859] Victor Vitensis, lib. 1 de Persecut. Vandal.

[1860] Gregor. Turonensis, lib. 2, cap 11.

[1861] Sidon., in Panegyr. Aviti.

[1862] Gregor. Turonensis, lib. 2, cap. 11.

[1863] Sirmondus, in Notis ad Panegyr. Aviti.

[1864] Goltzius, Numism.

[1865] Mediob., Numismat. Imp.

[1866] L. Generali I Lege, Cod. Justinian. de episc. et cleric.

[1867] Priscus, tom. 1 Histor. Byzant., pag. 73.

[1868] Cotelerius, tom. 4 Monument. Eccl., p. 64.

[1869] Leo Magnus, ep. LXXXVIII ad Julian.

[1870] Procop., de Bell. Vandal. lib. 1, cap. 5.

[1871] Theoph., in Chronogr.

[1872] Evagr., lib. 2, cap. 7 Hist. Eccl.

[1873] Du-Cange, Famil. Byzant.

[1874] Priscus, Hist. Byz., tom. 1, pag. 74.

Anno di CRISTO CDLVI. Indizione IX.

LEONE papa 17. MARCIANO imperadore 7. AVITO imperadore 2.

_Consoli in Oriente_ VARANE e GIOVANNI.

_Console in Occidente_ EPARCHIO AVITO AUGUSTO.

Non per anche dovea Marciano Augusto avere riconosciuto _Avito_ per imperadore, e però egli solo creò i consoli in Oriente. Ma infallibilmente sappiamo che Avito, già dichiarato Augusto, ed accettato per tale dal senato romano, anzi invitato da esso a Roma, prese il consolato di quest'anno in Occidente. Abbiamo qualche iscrizione in testimonianza di ciò, che si legge anche nella mia Raccolta[1875]. E soprattutto resta il panegirico recitato in Roma per tale occasione in onore d'Avito da Apollinare Sidonio, celebre scrittore di questi tempi[1876]. Il Relando[1877], che differisce all'anno susseguente il consolato d'Avito, non ha ben fatto mente che in questo medesimo anno Avito precipitò dal trono. Venuto egli dunque a Roma, spedì, per attestato d'Idacio[1878], i suoi ambasciatori (fors'anche gli avea spediti prima) a Marciano imperadore d'Oriente; e, secondochè scrive il medesimo storico, fu approvata la sua elezione. Ma perciocchè gli Svevi, che signoreggiavano nelle provincie occidentali della Spagna, mostravano gran voglia di far dei movimenti, anzi infestavano la provincia di Cartagena, Avito ad essi ancora inviò per ambasciatore _Frontone_ conte, e pregò _Teoderico II_ re de' Visigoti che anch'egli, siccome suo collegato, mandasse un'ambasceria a que' Barbari per indurli a conservar la pace giurata colle provincie che restavano in Ispagna all'imperio romano. Andarono gli ambasciatori, ma non riportarono se non delle negative da quegli alteri. E _Rechiario_ re d'essi Svevi, che _Riciario_ è appellato da Giordano storico, per far ben conoscere qual rispetto egli professava ai Romani e Goti, corse a far dei gran danni nella provincia tarraconense. Questo fu il frutto delle premure dell'imperadore Avito e di Teoderico re de' Visigoti. Oltre a ciò, racconta Prisco istorico[1879] che Avito imperadore mandò in Africa altri ambasciatori ad intimare a Genserico re dei Vandali l'osservanza dei patti stabiliti un pezzo fa coll'imperio romano; perchè altrimenti gli muoverebbe guerra colle milizie romane e de' suoi collegati. Marciano Augusto probabilmente in questo medesimo anno, giacchè nulla avea fruttato la spedizione precedente, inviò di nuovo ad esso re _Bleda_, vescovo ariano, cioè della setta degli stessi Vandali, per dimandare la libertà delle principesse auguste e la conservazione della pace. Bleda parlò alto, minacciò, ma nulla potè ottenere. Anzi Genserico, più orgoglioso che mai, seguitò in Africa a perseguitare i cattolici, come a lungo racconta Vittore Vitense. Inoltre, per relazione del suddetto storico Prisco, con una numerosa flotta d'armati andò a sbarcare di nuovo nella Sicilia e ne' vicini luoghi d'Italia, con lasciar la desolazione dovunque arrivò. Procopio anch'egli attesta che Genserico, dopo la morte di Valentiniano, non lasciò passar anno che non infestasse la Sicilia e l'Italia con prede incredibili, rovine delle città e prigionia de' popoli. Aggiugne Vittore Vitense[1880] che questo re divenuto corsaro coi Mori antichi corsari, afflisse in varii tempi _la Spagna, l'Italia, la Dalmazia, la Campania, la Calabria, la Puglia, la Sicilia, la Sardegna, i Bruzii, la Venezia, la Lucania, il vecchio Epiro e la Grecia_, con perseguitare dappertutto i cattolici, e farvi de' martiri. La menzione che questo scrittore fa della _Campania_ dà credito al racconto dell'autore della Miscella, riferito da me all'anno precedente intorno all'eccidio di Capoa e Nola, e al passaggio in Africa di san Paolino juniore vescovo di Nola. Vengono ancora confermate le scorrerie di questo re crudele dal poco fa mentovato Idacio, scrivendo egli che essendo capitate cinquantanove navi cariche di Vandali da Cartagine nella Gallia, o pur nell'Italia, spedito per ordine di Avito imperadore contra coloro _Recimere_ conte suo generale, gli riuscì di tagliarli a pezzi. Soggiugne che un'altra gran moltitudine di que' Barbari nella Corsica era stata messa a filo di spada.

Vedendo intanto Teoderico II re dei Visigoti che gli Svevi signoreggianti nella Gallicia niun conto aveano fatto degli ambasciatori loro spediti, secondochè si ha da Idacio[1881] e da Giordano storico[1882], tornò ad inviarne loro degli altri, nè questi ebbero miglior fortuna. Anzi poco dopo Rechiario re d'essi Svevi con grosso esercito ritornò addosso alla provincia tarraconense, e ne condusse via un immenso bottino con gran numero di prigioni. Giordano aggiugne aver risposto l'altero Rechiario a Teoderico, che se non la dismetteva di mormorare di lui, sarebbe venuto fino a Tolosa, e si sarebbe veduto se i Goti avessero forze da resistergli. Allora Teoderico perdè la pazienza, e, per ordine dello stesso Avito Augusto, allestito un poderoso esercito di Goti, dall'Aquitania passò in Ispagna, per fare un'ambasciata di maggior vigore a que' Barbari. Seco andarono _Giudiaco_, ossia Chilperico re de' Borgognoni, colle lor soldatesche. Dodici miglia lungi da Astorga, oggidì città del regno di Leone, si trovò a fronte d'essi il re degli Svevi _Rechiario_ col nervo maggiore delle sue genti presso il fiume Urbico nel quinto giorno di ottobre. Fecesi un sanguinoso fatto di arme; furono totalmente sconfitti gli Svevi, il re loro ferito potè per allora mettersi colla fuga in salvo. Giunto poscia il vittorioso Teoderico alla città di Braga, nel dì 28 d'ottobre, la prese, la diede a sacco, fece prigione gran quantità di Romani, non fu perdonato nè alle chiese nè al clero; insomma tutto fu orrore e crudeltà. Trovandosi poi esso re nel luogo Portucale, onde è venuto il nome di Portogallo, gli fu condotto prigione il re suddetto Rechiario, il quale si era messo in una nave fuggendo, ma da una tempesta di mare fu menato in braccio ai Visigoti. Ancorchè fosse cognato di Teoderico, da lì a qualche tempo restò privato di vita. Allora Teoderico diede per capo agli Svevi, che s'erano sottomessi a lui, _Aiulfo_ suo cliente, e dipoi passò dalla Gallicia nella Lusitania. Ma questo Aiulfo non istette molto che, sedotto dagli Svevi, alzò la testa contra del suo benefattore; e male per lui, perchè venuto alle mani con Teoderico, e rimasto in quella battaglia preso, lasciò la testa sopra d'un patibolo. Ottennero dipoi gli sconfitti Svevi, per mezzo de' sacerdoti, il perdono da Teoderico, ed ebbero licenza di eleggersi un capo, che fu _Remismondo_. In tal maniera furono gastigati gli Svevi, ma colla desolazion del paese, e senza profitto alcuno del romano imperio; perciocchè quelle provincie vennero sotto il dominio dei Visigoti. Tutto questo racconto l'abbiamo da Giordano e da Idacio; e l'ultimo d'essi riferisce questi fatti in due diversi anni, ma probabilmente non senza errore, perchè appresso narra la caduta di Avito imperadore, la qual nondimeno accadde in questo medesimo anno. Il suddetto re Teoderico II vien lodato assaissimo da Apollinare Sidonio[1883] per le sue belle doti.