Annali d'Italia, vol. 2 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750

Part 49

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Tornato che fu Attila nella Pannonia, inviò tosto suoi ambasciatori a Marciano Augusto, facendogli sapere, che se non gli mandava i tributi, ossia i regali annui promessi da Teodosio II suo predecessore, si aspettasse pure il guasto alle sue Provincie, ed ogni altro più rigido trattamento. Lo abbiamo da Prisco istorico[1802] di que' tempi, e lo riferisce ancora Giordano[1803], con aggiugnere egli solo una particolarità di gran riguardo, la quale, se è vera, molto è da maravigliarsi, come non sia almeno accennata da san Prospero, da Idacio o da sant'Isidoro: cioè che Attila minacciava bensì lo imperio d'Oriente, ma le sue mire di nuovo erano contro dell'Occidente. Gli stava fitta nel cuore la rabbia, perchè i Visigoti della Gallia gli avessero data una sì disgustosa lezione nella battaglia che narrammo di sopra, e ne voleva vendetta. Pensò dunque di assalire e soggiogar quegli Alani che abitavano nella Gallia di là dal fiume Ligeri, appellato oggidì _la Loire_. E mossosi dalla Dacia e Pannonia, dove allora gli Unni con diverse nazioni sue suddite dimoravano, passò nel cuore della Germania a quella volta. Allora _Torismondo_, novello re de' Visigoti, presentito il disegno del Barbaro, non fu pigro ad accorrere con tutte le sue forze in aiuto degli Alani, e a prevenire l'arrivo d'Attila. Giunti colà gli Unni, si venne ad un fatto d'armi, che riuscì quasi simile al precedente, in guisa che l'altero Attila scornato fu costretto a ritornarsene senza trionfo e senza gloria alle sue contrade. Ma, come dissi, niun altro storico fra gli antichi dice una menoma parola di questo fatto. Nulladimeno, avendo Giordano avuta sotto gli occhi la storia perduta di Prisco, non se gli dee facilmente negar credenza in questo. E tanto più verrebbe ad essere credibile il di lui racconto, se la morte del feroce Attila fosse succeduta nell'anno susseguente, come vuol Marcellino conte[1804], perchè non avrebbe il re barbaro lasciate in ozio le sue armi nell'anno presente. Aggiungasi che Fredegario[1805] racconta due battaglie succedute fra Attila e i Goti; e benchè vi sia della confusione in quel racconto, sì pel tempo, come pel luogo, pure si scorge ch'egli mette il secondo conflitto fatto da Torismondo, essendo già morto suo padre. Ma san Prospero[1806], Prospero Tirone[1807], Idacio[1808], sant'Isidoro[1809], Cassiodoro[1810] e l'autore della Miscella[1811], senza narrar punto alcun ritorno d'Attila nella Gallia, dicono sotto il presente anno ch'egli, appena tornato al suo paese, finì di vivere e d'inquietare il mondo. La maniera della sua morte fu da bestia. Marcellino scrive che fu scannato da una donna, se pure i nostri storici italiani non han qui per odio alterata la verità. Merita maggior fede Giordano[1812], che cita ancor qui la storia di Prisco autore contemporaneo, allorchè narra che avendo voluto il crudele e libidinoso re menare una nuova moglie, per nome Ildicone, fanciulla, quantunque, secondo il rito della sua gente, innumerabili altre ne avesse, s'imboracchiò talmente nel convito nuziale, che, pien di vino fino alla gola e oppresso dal sonno, fu posto in letto; e quivi dal sangue che gli soleva uscir dal naso, rimase la notte soffocato. Essendo passata buona parte del mattino senza ch'egli chiamasse, o che rispondesse a chi il chiamava, i suoi dubitando di quel ch'era, ruppero la porta, e il trovarono morto. Racconta il medesimo autore, su la fede di Prisco, che in quella stessa notte a Marciano imperadore fu mostrato in sogno l'arco di Attila rotto: il che tenuto fu per presagio, giacchè gli Unni specialmente metteano la lor bravura nel saettare. Fu sontuoso ed insieme barbarico il funerale d'Attila. Gli uffiziali e i soldati suoi, secondo l'uso della nazione, si tagliarono parte de' capelli, e coi coltelli si fecero dei buoni tagli nel volto, acciocchè la memoria di quell'invitto combattente fosse pianta, non con lamenti e lagrime femminili, ma con sangue virile. Deposto il cadavero sotto padiglioni di seta, gli fecero una specie di torneamento a cavallo intorno. Cantarono le di lui prodezze con questi sentimenti: _Il gran re degli Unni, Attila, figliuolo di Mundzucco, signore di fortissimi popoli, che solo con una potenza inudita per l'addietro ha posseduto i regni della Scitia e della Germania, ed ha messo il terrore in amendue gli imperii romani, con tante città prese; e che potendo devastare il rimanente, placato per le preghiere, si contentò di ricevere un annuo tributo. E dopo aver tutto ciò operato con felicità mirabile, non per ferita ricevuta da nemici, non per frode dei suoi, ma con restare illesa la sua gente, fra le allegrie e senza provar dolore alcuno, è morto. Ma chi può dir questa una morte, quando niuno sa d'averla a vendicare?_ Fin qui la funebre cantilena. Dopo tali lamenti sopra la di lui cassa sepolcrale fecero un gran convito, unendo insieme il lutto e l'allegria; e poi seppellirono di notte il cadavero, serrando la tomba prima con legami di oro, poi d'argento, e finalmente di ferro, e chiudendo seco armi tolte ai nemici e varii ornamenti con gemme e lavori preziosi. Ed affinchè non si sapesse il luogo, ai miseri schiavi, che aveano cavata la fossa, e dopo la sepoltura spianato il terreno, levarono crudelmente la vita.

Colla morte di costui si sfasciò la macchina dell'imperio degli Unni, cioè dei Tartari; perciocchè, siccome narra Giordano, insorsero liti tra i figliuoli d'Attila per la divisione de' regni: _Arderico_ re dei Gepidi, prima sudditi d'Attila, non potendo sofferire che si trattasse di partire i popoli, come si fa dei vili schiavi, fu il primo a prendere l'armi contra dei figliuoli di Attila. Ad esempio suo, fecero lo stesso altre nazioni, cioè i Goti, gli Alani, gli Svevi e gli Eruli. Si venne ad una battaglia, in cui restò ucciso _Ellac_, il primogenito d'Attila, e a lui più caro degli altri. Gli Unni furono i vinti, e vincitori i Gepidi. Però gli altri figliuoli di Attila si ritirarono dove è oggidì la picciola Tartaria al mar Nero; e i Gepidi, rimasti padroni della Dacia, fecero pace e lega coll'imperadore d'Oriente, che si obbligò di mandar loro dei presenti. I Goti ebbero dipoi la Pannonia per concessione degli Augusti; ed altre nazioni, ricuperata la libertà, impetrarono altri siti per loro abitazione, in questo medesimo anno _Torismondo_ re dei Visigoti in Tolosa, dopo aver goduto poco più d'un anno il suo principato[1813], perchè troppo alteramente ed insolentemente governava, trucidato fu da _Teoderico_ e _Federico_ suoi fratelli, il primo de' quali fu riconosciuto per re di quella nazione. Similmente diede fine ai suoi giorni in Costantinopoli a dì 18 di febbraio _Pulcheria Augusta_, sorella del già defunto imperador Teodosio II, e moglie del regnante Marciano Augusto, principessa memorabile per la sua rara pietà e saviezza. Fu sempre zelante protettrice della fede cattolica[1814]; anche nel matrimonio volle intatta la sua verginità consecrata a Dio; e fabbricò varii templi sacri, e varii spedali per gl'infermi e pellegrini con regale magnificenza. Pria di morire istituì eredi di tutto il suo avere i poverelli; ed il piissimo imperador Marciano, per attestato di Teofane[1815], benchè fossero immensi i di lei beni, pure puntualmente volle eseguita l'ultima di lei volontà. Perciò degna ben fu questa insigne principessa d'essere registrata fra i santi non men presso i Greci che presso i Latini.

NOTE:

[1802] Priscus, tom. 1 Histor. Byz., pag. 40.

[1803] Jordan., de Reb. Getic., cap. 43.

[1804] Marcell. Comes, in Chron.

[1805] Oper. Gregorii Turonens. Ruinart, Fragment., pag. 707.

[1806] Prosper, in Chron.

[1807] Prosper Tito, in Chronic.

[1808] Idacius, in Chron.

[1809] Isidorus, in Chronico Gothor.

[1810] Cassiodor., in Chron.

[1811] Histor. Miscell., lib. 15.

[1812] Jordan., de Reb. Getic, cap. 49.

[1813] Prosper, in Chron. Isidorus, in Chron. Gothorum; Idacius, in Chron.

[1814] Chron. Alexand. Marcell. Comes, in Chron.

[1815] Theoph., in Chronogr.

Anno di CRISTO CDLIV. Indizione VII.

LEONE papa 15. VALENTINIANO III imper. 30. MARCIANO imperadore 5.

_Consoli_

AEZIO e STUDIO.

Siccome osservò il padre Pagi[1816], questo _Aezio_ console non è il celebre _Aezio_ patrizio, generale di Valentiniano imperador di Occidente, ma sì bene un uffiziale delle corte cesarea di Marciano Augusto. In quanto al suddetto Aezio valoroso generale delle milizie nell'imperio d'Occidente, egli diede miseramente fine in quest'anno alla vita non che alle imprese sue; perchè da Valentiniano stesso imperadore, o almeno per ordine suo, restò ucciso. San Prospero[1817] lasciò scritto che erano seguite promesse scambievoli, convalidate da giuramenti fra Valentiniano Augusto ed esso Aezio, per la congiunzion de' figliuoli; e vuol dire che l'una delle due figliuole dell'imperadore dovea essere stata promessa in moglie ad uno de' figliuoli di Aezio, fra' quali sono a noi noti _Carpilione_ e _Gaudenzio_. In vece di nascere da ciò maggior lega d'affetto, quindi ebbe principio la discordia e l'odio fra loro: mercè, per quanto fu creduto, di Eraclio eunuco, il quale s'era talmente col suo frodolento servigio renduto padrone dell'animo di Valentiniano, che il girava dovunque volea: disgrazia riserbata a tutti i principi deboli, condannati a lasciarsi menar pel naso da qualche favorito. Un giorno adunque, mentre Aezio faceva calde istanze perchè si eseguisse la promessa, e non senza commozion d'animo e con risentite parole parlava per suo figliuolo all'imperador Valentiniano, o fosse concerto fatto, o quella rissa ne facesse nascer l'occasione, l'imperadore, sfoderata la spada, se gli avventò alla vita, e, per quanto scrive Vittor Turonense[1818], datogli il primo colpo, gli altri cortigiani che si trovarono presenti, misero anche essi mano alle spade e lo stesero morto a terra. Erasi per sua disavventura incontrato in sì brutta scena _Boezio_ prefetto del pretorio, senatore nobilissimo, perchè dell'insigne casa romana Anicia, e probabilmente avolo del celebre Boezio, scrittore del secolo susseguente. Perchè egli era sommamente amico di Aezio, e forse si volle interporre per quetare il tumulto, restò anch'egli in quella congiuntura ucciso. Idacio[1819] aggiugne che altri personaggi, chiamati ad uno ad uno in corte, vi lasciarono la vita. Secondochè si ha dagli storici, furono messi in testa a Valentiniano dei sospetti contro di Aezio, quasichè egli, superbo per le vittorie riportate, per le sue ricchezze e pel credito che aveva nelle armate, meditasse di usurpargli il trono. Forse ancora gli fu opposto, ch'egli, vecchio amico degli Unni, avesse avuto dei segreti riguardi in favore di Attila sì nella Gallia che nell'Italia. Ma qui Procopio[1820] ci fa sapere essere stato _Massimo_ (poscia successor nell'imperio) quegli che segretamente tramò la morte di Aezio per vendicarsi di Valentiniano (siccome vedremo nell'anno seguente) e per levar di mezzo ai suoi disegni questo potente ostacolo; e però, guadagnati gli eunuchi del palazzo, operò che i medesimi colle arti loro imprimessero in cuore dell'imperadore diffidenze e sospetti in materia di Stato. Quel ch'è certo, siccome notò Marcellino conte[1821], in questo prode generale venne a mancare il terrore de' Barbari e la salute dell'imperio occidentale, e ne seguì poco dopo la rovina dello stesso imperadore e dell'imperio. Però soggiugne Procopio, che avendo Valentiniano interrogato un uomo savio, se era stato bene il togliere la vita ad Aezio, questi rispose che non potea sapere se fosse bene o malfatto quel ch'era succeduto; ma parergli d'intendere una sola cosa, cioè che l'imperadore colla man sinistra aveva tagliato a sè stesso la destra. In quest'anno l'imperador Marciano pubblicò un editto[1822] intorno ai matrimonii de' senatori, con dichiarare quali fossero le basse ed abbiette persone, le quali era loro proibito di prendere per mogli secondo una legge di Costantino, e con decidere che fosse lecito lo sposar donne ancorchè povere, purchè di nascita ingenue, e di professione e genitori non esercitanti arte vergognosa. Così l'indefesso _san Leone_ papa, valendosi dell'animo rettissimo e piissimo di esso imperadore d'Oriente, calmò in questi tempi varii torbidi insorti nella religione, e represse l'ambizione di _Anatolio_ patriarca di Costantinopoli, il quale contro l'autorità dei canoni del concilio niceno s'era studiato di esaltar la sua Chiesa in pregiudizio di quelle d'Alessandria e d'Antiochia. A persuasione sua ancora il buon imperadore pubblicò nuovi editti contro gli eutichiani ad altri eretici, che tuttavia infestavano colle lor false dottrine l'Oriente; ed insieme confermò i privilegii antecedentemente conceduti alle Chiese cattoliche.

NOTE:

[1816] Pagius, in Crit. Baron.

[1817] Prosper, in Chronico.

[1818] Victor Turonensis, apud Canisium.

[1819] Idacius, in Chronic.

[1820] Procop., lib. 2, cap. 4, de Vand.

[1821] Marcell., Comes, in Chronico.

[1822] L. 3, tit. 14, in Append. Cod. Theod.

Anno di CRISTO CDLV. Indizione VIII.

LEONE papa 16. MARCIANO imperadore 6. AVITO imperadore 1.

_Consoli_

VALENTINIANO AUGUSTO per l'ottava volta ed ANTEMIO.

L'anno è questo in cui l'imperio di Occidente, già lacerato in varie parti dai Barbari, diede un gran crollo, e cominciò ad avvicinarsi alla rovina. Il che avvenne per la morte di _Valentiniano_ imperadore, non naturale, ma violenta, a cui soggiacque egli o per la sua poca prudenza, o pel merito delle sue poco lodevoli azioni. Ascoltiamo prima Procopio[1823], che narra l'origine di questa tragedia. _Petronio Massimo_, uno de' senatori più illustri e potenti di Roma, stato due volte console, avea per moglie una dama che insieme sapeva congiungere una rara bellezza con una singolar pudicizia. Se ne invaghì perdutamente Valentiniano, quantunque avesse per moglie _Eudossia_, principessa di beltà non ordinaria; e conoscendo che nè i doni nè le preghiere e lusinghe avrebbono potuto espugnar quella rocca, si appigliò ad una risoluzione nefanda. Fatto chiamare in corte Massimo, e vintagli certa quantità di danaro, si fece dare in pegno il suo anello; dopo di che immediatamente spedì alla di lui moglie un messo, con dirle che per ordine di Massimo venisse tosto alla corte per salutar l'imperadrice. Ella, prestata fede all'anello, si mise in lettiga, e fu a palazzo, dove introdotta che fu dai ruffiani della corte in una camera, Valentiniano l'assalì, e non ostante la di lei resistenza sfogò le brutali sue voglie con essa. Tornata a casa piena di vergogna e dolore la donna si diede ad un dirotto pianto; e capitato il marito, caricatolo di villanie e d'imprecazioni, si sfogò seco, imputando a lui l'affronto ch'ella avea patito. Diede nelle smanie Massimo; ma siccome persona accorta trattenne e nascose il suo risentimento, cominciando da lì innanzi a meditar la morte dell'imperadore. Prima nondimeno volle sbrigarsi di Aezio patrizio, la cui morte, per quanto abbiam detto, fu sua occulta manifattura. Poscia, guadagnati gli amici di Aezio, ed incitati alla vendetta, per mezzo d'essi fece levar la vita a Valentiniano. Anche Teofane[1824], sulla fede, cred'io, di Procopio, descrive questo imperadore qual uomo pieno di vizii, e massimamente d'adulterii, per giugnere ai quali non lasciava indietro gl'incantesimi. Cedreno, Zonara e Niceforo, tutti autori greci, copiandosi l'un l'altro, dicono altrettanto; ma io non so perchè mai niuno degli storici latini abbia almeno accennato alcuna di tante malvagità di Valentiniano, nè come Eudossia imperadrice amasse tanto un marito quale a noi vien supposto, cioè macchiato di tanti tradimenti alla fede maritale. Dal solo Apollinare Sidonio il veggo chiamato _semivir amens_. Comunque sia, egli è fuor di dubbio, secondo san Prospero[1825], che avendo Valentiniano imprudentemente accettati fra le sue guardie alcuni de' soldati ed amici di Aezio, già da lui ucciso, costoro aspettarono il tempo e l'occasion di vendicare la di lui morte. Uscito egli di Roma nel dì 27 di marzo, secondo la Cronica pubblicata dal Cuspiniano[1826], mentre era intento al giuoco del portarsi l'un l'altro, se gli scagliarono improvvisamente addosso costoro, e con varii colpi il distesero morto al suolo. Era seco quel mal arnese d'Eraclio suo eunuco, odiato da tutti, come promotore della rovina d'Aezio, e a lui parimenti toccò una salva di colpi, per i quali cadde morto; nè alcuno del numeroso regale corteggio si mosse alla difesa o vendetta del sovrano. Cassiodoro[1827] e Vittor Turonese[1828] scrivono ch'egli fu ucciso nel campo Marzio. Prospero Tirone[1829] dell'edizion del Canisio mette accaduta questa tragedia nel luogo appellato ai due Lauri; e Marcellino conte[1830], coll'autore della Miscella[1831], nomina due di questi sicarii, cioè Ottila e Traustila, amendue già sgherri d'Aezio e Barbari di nazione.

Dopo questa scena _Petronio Massimo_, autore della morte non men d'Aezio che di Valentiniano III, non avendo più ostacolo, nel dì seguente si fece proclamare imperadore de' Romani. Il Reinesio[1832] nell'albero della casa Anicia dimenticò di porre costui, quantunque in una medaglia riferita dal Goltzio[1833] e dal Mezzabarba[1834] egli si vegga chiamato D. N. FL. ANICIUS MAXIMUS P. F. AVG. Ma se fosse vero ciò che scrive Teofane[1835], cioè che questo Massimo era nipote di quel Massimo che a' tempi di Teodosio il grande strepitosamente usurpò l'imperio, non sarebbe egli da attribuire alla famiglia Anicia, perchè con essa nulla avea che fare Massimo il tiranno. Però o Petronio Massimo non fu Anicio, e quella medaglia è falsa; o, come è più probabile, Teofane prese abbaglio, ingannato dalla somiglianza del cognome. Non tardò Massimo, dappoichè fu alzato al trono imperiale, ad indurre, prima colle buone, poi colle brusche, _Eudossia_ vedova a non piangere l'ucciso imperadore, e a prendere lui per marito, giacchè gli era poco dianzi mancata di vita la prima moglie. Eudossia, suo malgrado, vi consentì, perchè non sapea che per trama di lui fosse stato tolto di vita l'Augusto consorte. Procopio, Evagrio e Teofane coi lor copiatori, cioè Cedreno, Zonara e Niceforo, scrivono che la violenza fatta ad Eudossia fu maggiore di quel che ho detto: il che poi non s'accorda con quel che soggiungono; cioè, che essendo essi coniugati in letto, e ragionando degli affari loro, Massimo in confidenza le disse di aver egli procurata la morte di Valentiniano pel grande amore che a lei portava: stolto ch'ei fu a rivelare e mettere quel segreto in petto di donna, che si mostrava tuttavia tanto appassionata pel primo consorte. Internamente a questo avviso fremè di sdegno Eudossia, e pensando alla maniera di farne vendetta[1836], ed insieme di ricuperare la libertà, giacchè dopo la morte di Teodosio II suo padre e della zia Pulcheria non sapeva sperar aiuto dall'imperador d'Oriente, si appigliò ad una abbominevol risoluzione, che tornò poscia in rovina di Roma e di lei medesima. Cioè spedì ella segretamente in Africa lettere a _Genserico_ re de' Vandali, pregandolo di venir quanto prima a vendicar la morte di Valentiniano già suo collegato, con offerirgli ogni assistenza dal canto suo. Marcellino conte[1837], Procopio[1838] ed Evagrio[1839] attestano anch'essi che Genserico fu sollecitato con lettere assai calde dalla furente imperadrice a venir colle sue forze contra l'odiato suo consorte. A braccia aperte Genserico accolse l'invito, non già per carità verso d'Eudossia, ma per la speranza di un gran bottino; e messa in punto una formidabil flotta, comparve con essa alle spiaggie romane. Secondochè abbiamo da Idacio[1840], Massimo avea dichiarato Cesare _Palladio_ figliuolo suo e della prima moglie, e congiunta seco in matrimonio una figliuola di Valentiniano, cioè, per quanto si crede, _Eudocia_, chiamata da altri _Eudossia_, primogenita d'esso imperadore. Per quanto scrive san Prospero[1841], ossia Prospero Tirone, s'era già divulgato fra il popolo ch'egli era stato autore della morte d'Aezio e di Valentiniano, al vedere ch'egli non solamente non gastigò i loro uccisori, ma gli aveva anche presi sotto la sua protezione. Perciò la speranza conceputa che questo novello Augusto dovesse riuscire d'utilità alla repubblica si convertì in odio quasi universale contra di lui. Uditosi poi l'avviso d'essere approdata in vicinanza di Roma l'armata navale dei Vandali, molti nobili e popolari cominciarono a fuggire; e lo stesso Massimo, diffidandosi di poter fare resistenza a quei Barbari, dopo aver data a tutti licenza di andarsene, pieno di spavento, prese anche egli lo spediente di ritirarsi altrove. Ma nell'uscir di palazzo, svegliatosi un tumulto fra il popolo, fu da esso, e massimamente dai soldati e servitori di corte, tagliato a pezzi e gittato nel Tevere, senza che gli restasse neppur l'onore della sepoltura. Non tenne l'imperio se non due mesi e diciassette giorni, secondo san Prospero, e però cadde nel dì 11 di giugno la morte sua. Dovette eziandio restar vittima del furor popolare _Palladio_ suo figliuolo, giacchè _Eudocia_ sua moglie si vede da lì a non molto maritata con Unneri cofigliuolo del re Genserico. Per altro ha qualche aria d'inverisimile la chiamata dei Barbari attribuita ad Eudossia Augusta, stante il breve spazio di due mesi, in cui si suppone rivelato da Massimo il suo segreto, chiamato dall'Africa Genserico, fatti da lui i convenevoli preparamenti, e giunta la sua flotta ai lidi romani, per tacere altri riflessi. Oltredichè, dopo i fatti, non si può dir quanto sia facile il popolo a sognare e spacciar voci false.