Annali d'Italia, vol. 2 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750
Part 46
Comunque sia, non increscerà ai lettori l'intendere qui in poche parole ciò che con molte lo stesso _Prisco_ retorico[1717], autore di que' tempi, lasciò scritto intorno agli Unni, ma senza aver egli distinti gli anni delle loro imprese. Con sue lettere richiese Attila all'imperadore Teodosio i disertori e i tributi, perciocchè v'era un'antecedente convenzion di pagare a que' Barbari annualmente secento libbre d'oro. Tutto ricusò l'imperadore; ed Attila allora entrò nelle provincie romane, con venir devastando tutto fino a Raziaria, città grande della Mesia di qua dal Danubio. Verso il Chersoneso della Tracia si fece un fatto d'armi con isvantaggio de' Greci, dopo il quale, per paura di peggio, Teodosio stabilì la pace con obbligarsi di rendere gli Unni disertori, di pagare sei mila libbre d'oro per gli stipendii decorsi, e due mila e cento annualmente in avvenire a titolo di tributo. Per mettere insieme la somma di tanto oro si fecero avanie incredibili ai popoli. E qui nota Prisco che i tesori dell'imperador e dei privati si consumavano in ispettacoli, giuochi e piaceri; nè si mantenevano più, come in addietro si faceva, i corpi d'armata in difesa dell'imperio, nè v'era più disciplina militare, e però ogni nazion barbara insultava e faceva tremare in que' tempi la romana. I soli abitanti di Asimo, città della Tracia, tennero forte un pezzo, senza voler rendere i disertori, e con far grande strage di que' Barbari. Fatta la pace, Attila per suoi ambasciatori domandò gli Unni fuggiti nelle terre dell'imperio; e poi ne spedì degli altri, trovando pretesti di nuove ambascerie, per arricchire i suoi cari, giacchè tutti sempre se ne tornavano indietro carichi di doni, che la paura facea loro offerire. Uno di questi ambasciatori per nome Edicone, guadagnato con grandi promesse da Crisafio eunuco, assunse il carico di uccidere Attila; ma scoperta la trama, Attila inviò a farne un gran risentimento con Teodosio Augusto, trattandolo da suo servo, giacchè gli pagava tributo, e da traditore, perchè gli aveva insidiata la vita. Nè Prisco racconta che sotto d'esso Teodosio altra guerra fosse fatta da Attila all'imperio d'Oriente. Il perchè vo io sospettando che solamente nel 446, dopo la morte di Bleda suo fratello, Attila desse principio all'invasion delle provincie romane, certo essendo, per testimonianza di Beda, ch'egli allora portava la desolazione per la Mesia, Tracia e Ponto; e che nel seguente anno 447 seguisse la battaglia, in cui restò ucciso Arnegisco generale di Teodosio, nelle vicinanze del Chersoneso della Tracia. Procopio[1718] racconta in un fiato varie loro scorrerie, nella prima delle quali saccheggiarono molte città, e condussero via cento e venti mila cristiani in ischiavitù. Probabilmente in quest'anno, piuttostochè nel seguente, Teodosio Augusto inviò Massimino, uno de' suoi primi uffiziali, per ambasciatore ad Attila, tuttavia minaccioso, perchè non gli erano restituiti i disertori. Seco andò per compagno il suddetto Prisco retorico, il quale dipoi descrisse quel viaggio con altri avvenimenti del tempo suo. È da dolersi che siasi perduta la sua storia, citata anche da Giordano storico, non essendone a noi pervenuti che pochi estratti, che nel Trattato delle legazioni, stampato nel primo tomo della Bizantina, si leggono. Ora scrive egli che, andando a trovar Attila, passarono per Serdica e Naisso città della Mesia, e di là passarono il Danubio: il che ci fa intendere che quel re barbaro possedeva allora almeno una parte dell'antica Dacia, ossia Transilvania, e signoreggiava in quelle provincie che oggidì chiamiamo Vallachia e Moldavia. Il trovarono in una villa, in tempo che egli, benchè avesse molte mogli, pure prese ancora per moglie una sua stessa figliuola, appellata Esca, permettendo ciò le leggi di quella barbara nazione, costume che non può comparire se non bestiale a chi è allevato nella legge santa e pura di Cristo. Trovarono che nel medesimo tempo erano giunti alla corte d'Attila tre ambasciatori di Valentiniano Augusto, cioè _Romolo_ conte, _Promoto_ generale del Norico, e _Romano_ colonnello nella milizia romana. Erano costoro spediti per placare Attila, che pretendeva di avere in sua mano Silvano, scalco maggiore di questo imperadore, o pure alcuni vasi d'oro asportati dopo la presa che Attila aveva fatta di Sirmio, e dati in pegno per denari ricevuti da esso Silvano. Insomma scorgiamo che Attila faceva palpitare il cuore ad amendue gl'imperadori d'Oriente e d'Occidente, e trattava come da superiore con loro. Nella Cronica Alessandrina[1719] è scritto sotto il seguente anno, che quando costui era in procinto di muovere loro guerra, spediva messi che intonavano all'uno e all'altro queste parole: _L'imperadore, signor mio e signor vostro, per mezzo mio vi fa sapere che gli prepariate un palagio_, o in Costantinopoli, o in Roma. Aggiugne Prisco che Attila era solito ad uscir di casa per ascoltar le liti dei popoli, e le decideva tosto, senza valersi de' nostri eterni processi. Furono invitati gli ambasciatori a desinar con Attila. Si trovò la tavola imbandita d'ogni sorta di cibi e vini. Erano d'argento i piatti per gli convitati, ma Attila si serviva di una tagliere di legno. Beveano i commensali in tazze d'oro e d'argento; Attila in un bicchiere di legno. Gli altri mangiavano di ogni sorta di vivande; egli solamente del lesso. Così il suo vestire era triviale, e laddove gli altri nobili sciti portavano oro, gemme e pietre preziose nelle loro spade, nelle briglie de' cavalli, nelle scarpe, egli nulla di questo voleva, ed amava di comparir simile a' soldati ordinarii. Si fecero di molti brindisi; vi furono canti e buffonerie, che diedero agli ascoltatori motivo di smascellarsi per le risa gran pezzo; ma Attila sempre col medesimo volto e con una eguale serietà vedeva, ascoltava tutto. Furono a cena con Reccam, una delle mogli più care del tiranno; e questa usò loro di molte finezze. Esibirono poscia i doni mandati al Barbaro da Teodosio Augusto; ne riceverono degli altri da portare a Costantinopoli, massimamente delle pelli rare; ed in fine, dopo aver trattato degli affari, se ne tornarono alla corte augusta. È curiosa tutta quella descrizione, e non se ne maraviglierà chi ha veduto ai nostri giorni prendere la barbara Russia costumi civili. E perciocchè ivi è detto che già Eudocia Augusta avea fatto ammazzare _Saturnillo_, che vedemmo di sopra appellato _Saturnino_ conte, e succeduto quel fatto, dappoichè essa imperadrice, disgustata col marito, s'era ritirata a Gerusalemme: intendiamo di qui che questa ambasciata appartiene all'anno presente, oppure al susseguente. Era in Ravenna Valentiniano Augusto nel dì 17 di giugno, ed allora pubblicò una legge indirizzata a _Firmino_ prefetto del pretorio d'Italia[1720], in cui stabilì che, da lì innanzi, avesse da valere la prescrizione di trent'anni in qualunque causa e lite, credendo ciò utile e necessario alla quiete de' popoli. Tuttavia si tratteneva in quella città Valentiniano nel dì 11 di settembre, come consta da un'altra sua legge[1721], data ad _Opilione_ maestro degli uffizii ossia maggiordomo della corte imperiale.
NOTE:
[1708] Reland., in Fastis.
[1709] Marcellin. Comes, in Chronico.
[1710] Baron., Annal. Eccl.
[1711] Pagius, Crit. Baron.
[1712] Chron. Alexandrinum.
[1713] Idacius, in Chron.
[1714] Isidorus, in Chron. Svevor.
[1715] Theoph. in Chronogr.
[1716] Pagius, Crit. Baron. ad ann. 442, num. 2.
[1717] Priscus, inter Excerpta Legat., tom. 1 Hist. Byz.
[1718] Procop., de Bell. Pers., lib. 2, cap. 4.
[1719] Chron. Alexandr.
[1720] Cod. Theodos. in Append. tom. 7, tit. 8.
[1721] Ibidem, tit. 14.
Anno di CRISTO CDL. Indizione III.
LEONE papa 11. VALENTINIANO III imper. 26. MARCIANO imperadore 1.
_Consoli_
VALENTINIANO AUGUSTO per la settima volta e GENNADIO AVIENO.
Questo _Avieno_ console occidentale vien descritto da Apollinare Sidonio[1722] per uno de' più ricchi, più nobili e più savii senatori di Roma; e da qui a due anni andò con san Leone per ambasciatore ad Attila. In quest'anno Valentiniano insieme con Eudossia sua moglie e Galla Placidia sua madre andò specialmente per divozione a Roma, affin di visitare i sepolcri de' santi Apostoli. Si servì di questa occasione lo zelantissimo pontefice san Leone per implorare il di lor patrocinio, dopo aver loro rappresentata colle lagrime l'iniquità del conciliabolo d'Efeso con tanto discapito della vera dottrina della Chiesa, e deplorata la morte di san Flaviano, impetrò lettere di tutti e tre essi Augusti a Teodosio imperadore e a Pulcheria Augusta, che dopo la caduta della cognata Eudocia era tornata in palazzo, con raccomandar loro la causa della Chiesa. Scrisse l'indefesso pontefice anch'egli per questo fine a Pulcheria Augusta. La risposta di Teodosio imperadore a Valentiniano si trovò molto asciutta, perchè egli avea troppi seduttori intorno. Mandò inoltre san Leone quattro legati a Costantinopoli per chiarirsi se _Anatolio_, novello patriarca eletto di quella città, aderisse alla buona o falsa dottrina. Ma Iddio non abbandonò la causa della Chiesa. Succedette in questi tempi la caduta di _Crisafio_ eunuco, il promotore di tutti quelli e d'altri disordini. Teodosio il degradò, gli confiscò quanto avea, e bandito il relegò in un'isola. Prisco istorico[1723] ne attribuisce la cagione alle informazioni sinistre di lui, che Marcellino ambasciatore spedito ad Attila rapportò nel suo ritorno. Niceforo Callisto[1724] e Zonara[1725] pretendono che Teodosio, conoscendo d'essere stato ingannato da costui, e detestando l'empietà commessa contro di san Flaviano, ravveduto il precipitasse abbasso. Marcellino conte[1726] racconta bensì che per ordine di Pulcheria fu ucciso (il che seguì dopo la morte di Teodosio): ma nulla dice per impulso di chi succedesse la di lui rovina. È nondimeno probabile che Pulcheria trovasse la maniera di liberar la corte da questo cattivissimo mobile. Ad una tal risoluzione poco dipoi sopravvisse _Teodosio II_ imperadore. Se s'ha da prestar fede a Niceforo Callisto, egli caduto da cavallo, mentr'era a caccia, si slogò una vertebra della spinal midolla, e di quella percossa fra alquanti dì se ne morì. Altri, secondo Zonara, attribuirono la sua morte a mal naturale, e questa accadde, per quanto si raccoglie da Teodoro lettore[1727], a dì 28 di luglio; e non già per ferita presa nella caduta del cavallo, ma perchè nella caccia cadde in un fiume, di modo che nella notte seguente passò all'altra vita. In questo principe, come è l'ordinario degli uomini, e massimamente de' principi, molto si trovò da lodare, molto ancora da biasimare. Secondo l'autore della Miscella[1728], fu Teodosio sì sapiente, che nel discorso familiare pareva perito di tutte l'arti e scienze. Paziente era nel freddo e nel caldo; la sua pietà non fu mediocre; digiunava spesso, massimamente il mercordì e venerdì, e il suo palazzo sembrava un monistero; perciocchè egli, levandosi la mattina per tempo, recitava colle principesse sue sorelle le lodi di Dio, e senza libro le divine Scritture. Fece una biblioteca, con raunare spezialmente gli espositori delle Scritture medesime. Esercitava la filosofia coi fatti, vincendo la tristezza, la libidine e l'ira, e desiderando di non far mai vendetta: il che se sia vero, si può raccogliere da quanto finora s'è detto di lui. Talmente in lui radicata era la clemenza, che, in vece di condannare alla morte i vivi, bramava di poter richiamare in vita i morti; e qualor taluno veniva condotto al patibolo, non giugneva alla porta della città, che per ordine dell'imperadore era richiamato indietro. Venendo poi le guerre, la prima cosa in lui era il ricorrere a Dio, e colle orazioni superava i nemici. Zonara[1729] aggiugne ch'egli fu molto letterato e versato nelle matematiche, e specialmente nell'astronomia. Osservossi ancora in lui molta destrezza in cavalcare, saettare, dipingere e far figure di rilievo. Questi sono gli elogi di Teodosio il minore. Voltando poi carta, si truova che egli valeva poco pel governo de' popoli. Se non cadde in più spropositi, ne è dovuto il merito all'assistenza di Pulcheria sua sorella, donna di gran pietà e saviezza, che co' suoi consigli l'andava movendo e frenando. Secondochè lasciò scritto Suida, perchè era imbelle e dato alla dappocaggine, gli convenne comperar dai Barbari la pace vergognosamente col danaro, invece di procurarla valorosamente coll'armi; e di qua vennero molti altri malanni al pubblico. Allevato sotto gli eunuchi, cresciuto anche in età, dai lor cenni dipendeva; e costoro l'aggiravano a lor talento, laonde quante azioni e novità inescusabili egli commise, tutte provennero dalla lor prepotenza. Prima fu onnipotente presso di lui _Antioco_, poscia _Amanzio_, e finalmente _Crisafio_. L'avarizia di que' castroni fu cagione che si vendevano i posti anche militari; e quel che è peggio, la giustizia. In somma costoro, con fargli paura e trattarlo da fanciullo, e trattenerlo in alcune arti che ho mentovato di sopra, e principalmente adescandolo alla caccia, faceano essi alto e basso con danno e mormorazione inutile de' sudditi. Niceforo scrive ch'egli prima di morire conobbe i falli commessi, e si ravvide, con deporre Crisafio e rimproverar la moglie Eudocia; ma egli scredita questo racconto con alcuni errori di cronologia. La Cronica di Prospero Tirone dell'edizion del Canisio ci ha conservata una particolarità, non avvertita da altri, cioè che il corpo di Teodosio fu portato a Roma, e seppellito nella basilica vaticana in un mausoleo[1730]. Dopo aver narrata quell'autore la di lui morte nel presente anno, dice poi nel susseguente: _Theodosius cum magna pompa a Placidia et Leone, et omni senatu deductus, et in mausoleo ad Apostolum Petrum depositus est._
Tenne _Pulcheria Augusta_ per qualche tempo nascosa la morte del fratello, e fatto intanto chiamare a sè _Marciano_, uomo valoroso e sperto negli affari della guerra, di età avanzata, ed abile a governar l'imperio, gli disse d'aver fatta scelta di lui per dichiararlo imperadore e marito suo, ma senza pregiudizio della sua verginità, ch'ella avea consacrata a Dio. Accettata l'offerta, fu chiamato il patriarca _Anatolio_, convocato il senato, e fatta la proposizione, fu non tanto da essi, quanto ancora dall'esercito e dagli altri ordini acclamato imperadore Marciano. Per quanto abbiamo da Teodoro lettore[1731], era egli oriondo dall'Illirico; ma Evagrio[1732] merita più fede, perchè cita Prisco istorico di que' tempi, allorchè il fa nativo della Tracia. Da semplice soldato cominciò la sua fortuna; ed allorchè andava a farsi arrolare, trovato un soldato ucciso per istrada, fermossi per compassione a fine di farlo sotterrare; ma colto dalla giustizia di Filippopoli, e sospettato egli stesso autore dell'omicidio, corse pericolo della vita. Dio all'improvviso fece scoprire il reo, e Marciano si salvò. Aveva nome il soldato ucciso Augusto, ed essendo stato accettato Marciano in suo luogo, fu poi creduto questo un preludio all'imperio. Narra Teofane[1733], che trovandosi egli in Sidema città della Licia, cadde infermo, e fu ricoverato in lor casa da Giulio (Niceforo il chiama Giuliano) e Taziano fratelli, che ebbero amorevol cura di lui. Guarito che fu, e condottolo un giorno a caccia, messisi a dormire il dopo pranzo, osservarono i fratelli che un'aquila andava svolazzando sopra l'addormentato Marciano, e gli faceva ombra coll'ali; e perciò, tenendo ch'egli avesse a diventar imperadore, svegliato che fu, gli domandarono che grazia potevano sperare da lui, se fosse arrivato al trono imperiale. Stupito egli della domanda, non sapea che rispondere; ma replicate le istanze, loro promise di farli senatori. Il licenziarono dipoi con donargli dugento scudi e pregarlo di ricordarsi di loro, quando avesse mutata fortuna. E nol dimenticò già egli, perchè, verificatosi l'augurio, dichiarò _Taziano_ prefetto della città di Costantinopoli, _Giulio_, ossia _Giuliano_, prefetto della Libia, o piuttosto, come vuol Niceforo, della Licia. Giunse Marciano ad essere domestico, cioè guardia, o pur segretario di _Aspare_ generale dell'armata di Teodosio, e con esso lui ito in Africa, rimase prigioniere, oltre ad assaissimi altri, nella rotta che Genserico re dei Vandali diede all'esercito d'Aspare e di Bonifacio. Procopio[1734] è quello che narra un caso molto simile al precedente, e forse lo stesso trasportato dall'Africa in Licia. Osservò Genserico, che mentre Marciano dormiva sulla terra, un'aquila sopravvolando il difendeva dai raggi del sole. Volle parlar seco, e riconoscer chi era; ed obbligatolo con giuramento di non far mai guerra ai Vandali, s'egli crescesse in fortuna, gli diede la libertà. In fatti, finchè egli visse, non turbò la quiete di quei Barbari. Era Marciano, per attestato di Cedreno[1735], persona venerabil d'aspetto, di santi costumi, magnanimo, senza interesse, temperante, compassionevole verso chi fallava, per altro ignorante nelle lettere e scienze. Somma, secondo Evagrio[1736], fu la di lui giustizia verso i sudditi, ed era temuto, ancorchè non fosse solito a punire. Ma spezialmente risplendeva egli per la sua pietà verso Dio, e per l'amore della cattolica religione, siccome fece tosto conoscere. Non tardò, dico, egli a richiamar tutti gli esiliati; e Valentiniano Augusto, informato delle rare di lui qualità, concorse anch'egli a riconoscerlo per imperadore. L'indegno eunuco _Crisafio_ fu dato da Pulcheria imperadrice in mano a Giordano, al cui padre era stata levata la vita dall'iniquo eunuco, e gli fu renduta la pariglia. Sappiamo ancora da Teodoro lettore[1737] che Marciano Augusto immediatamente corresse e levò con una legge l'introdotto abuso di comperar con danaro e doni i magistrati. Pubblicò eziandio prontamente un editto[1738] contro i chierici e monaci che sostenessero gli errori di Nestorio e d'Eutichete. Scrisse non men egli che la moglie Augusta Pulcheria a san Leone papa amorevoli lettere, accertandolo della lor premura per la dottrina della Chiesa, e proponendo, la convocazione di un concilio generale, per rimediare ai disordini precedenti. Intanto venne a morte in Roma _Galla Placidia_ Augusta, madre di Valentiniano III imperadore. Secondo san Prospero[1739], con cui s'accorda Agnello[1740], scrittore del secolo nono, mancò essa di vita a' dì 27 di novembre. Fu donna di non volgar pietà e prudenza, e meritò le lodi degli antichi. Era fama in Ravenna, per quanto scrisse Girolamo Rossi[1741], e innanzi a lui il suddetto Agnello, che fosse seppellita in quella città, e che ne esistesse il sepolcro. Se ciò è, il suo corpo sarà stato trasferito a Ravenna. Idacio[1742] mette nell'anno seguente la di lei morte, ma sarà per colpa de' copisti. Nell'anno presente Valentiniano Augusto con una sua legge[1743] mise in briglia la crudeltà e l'avarizia degli esattori del fisco, i quali, col pretesto di cercare e riscuotere i debiti del popolo, scorrevano per le provincie, commettendo mille disordini ed avanie. Donò eziandio al popolo il restante del debito scorso fino alla prima indizione.
NOTE:
[1722] Sidon., lib. 1, cap. 9.
[1723] Priscus, inter Excerpta Legat., tom. I Hist. Byz.
[1724] Nicephorus, lib. 14, cap. 49.
[1725] Zonaras, lib. 13 Annal.
[1726] Marcell. Comes, in Chron.
[1727] Theodorus Lector, lib. 12 Hist. Eccl. in fine, et lib. 1 in princ.
[1728] Histor. Miscell., lib. 14.
[1729] Zonar., lib. 13 Annal.
[1730] Prosper Tiro, in Chron.
[1731] Theodor. Lector, lib. 1 Hist. Eccl.
[1732] Evagr., lib. 2, cap. 1 Hist. Eccl.
[1733] Theoph., in Chron.
[1734] Procop., lib. 1, cap. 4 de Bell. Vand.
[1735] Cedren., in Hist.
[1736] Evagr., lib. 2, cap. 1.
[1737] Theod. Lector, lib. 1 Hist. Eccl.
[1738] L. ult. de Apostat. Cod. Justin.
[1739] Prosper, in Chron.
[1740] Agnel., Vit. Episcop. Ravennat., tom. 2 Rer. Ital.
[1741] Rubeus, Histor. Ravenn., lib. 3.
[1742] Idacius, in Chron.
[1743] In Cod. Theodos. Append., tit. 7.
Anno di CRISTO CDLI. Indizione IV.
LEONE papa 12. VALENTINIANO III imper. 27. MARCIANO imperadore 2.
_Consoli_
FLAVIO MARCIANO AUGUSTO e FLAVIO ADELFIO.