Annali d'Italia, vol. 2 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750

Part 44

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Il primo console si truova chiamato _Flavio Dioscoro_ in un'iscrizione riferita da me altrove[1633]. Più volte finora si è parlato degli Unni, barbari settentrionali, che abitavano nella Scitia, che oggidì appelliamo Tartaria. Un grosso corpo di essi era entrato nelle Gallie, collegati coi Romani. Ma il nerbo di quella nazione barbarica tuttavia si fermava nelle sue fredde contrade, e costoro avevano già cominciato a maltrattare i paesi dell'imperio orientale. Secondo il padre Pagi, in quest'anno fecero di peggio, se pure si ha da mettere sotto l'anno presente, e non piuttosto nell'antecedente, questa loro irruzione. Per attestato di Marcellino conte[1634], nel precedente anno _Bleda_ ed _Attila_, re d'essi Unni e d'altri popoli della Tartaria, saccheggiarono l'Illirico e la Tracia. Ma più chiaramente parla di questa turbolenza l'autore della Miscella[1635], con dire che Attila re degli Unni, uomo forte e superbo, mentre signoreggiava insieme con Bleda suo fratello, entrò nell'Illirico e nella Tracia, con dare crudelmente il guasto a que' paesi, ed impadronirsi di tutte quelle città e castella, a riserva di Adrianopoli e di Eraclea. Perciò fu richiamato indietro l'esercito che era ito in Sicilia con intenzioni di far la guerra in Africa contra di Genserico. Non ci è disdetto il sospettare che lo stesso Genserico stuzzicasse gli Unni a muoversi contra dell'imperadore greco, per liberare sè stesso dai pericoli che gli soprastavano. Vedremo in breve i maneggi segreti che passavano fra questi Barbari, benchè divisi fra loro da tanto paese. Giordano storico[1636], seguitato qui dal Sigonio, lasciò scritto anche egli che Attila unito coi Gepidi, dei quali era in que' tempi re _Arderico_, e coi Goti e Valani, e con altre diverse nazioni, e coi re loro, diede il sacco a tutto l'Illirico, alla Tracia, all'una e altra Mesia, e alla Scitia, cioè alla Tartaria minore; e che avendo Teodosio spinto con quante forze potè _Arnegistio_, ossia _Arnegisco_, suo generale, per arrestar questo torrente, si venne ad un fatto d'armi con gli Unni presso Marcianopoli, principale città della Mesia, così appellata da Marciana sorella di Traiano imperadore, ed in esso il generale cesareo lasciò la vita. Ma questa battaglia e la morte di Arnegisco succedette alcuni anni dopo, cioè nel 447, per quanto scrive Marcellino conte. Di questa irruzione degli Unni parlano ancora Cassiodoro[1637] e la Cronica Alessandrina[1638]. Il padre Pagi[1639] crede che nell'anno precedente seguisse una battaglia fra l'armata di Teodosio ed Attila re degli Unni, presso la Chersoneso, ossia penisola della Tracia, e che nel presente seguisse la pace fra loro. Rapporta egli le parole di Prisco retorico[1640], prese dagli estratti delle legazioni, stampati nel primo tomo della Bizantina. Ma non si raccoglie sicuramente da Prisco, autore per altro di quei tempi, e che ebbe mano in que' medesimi scabrosi affari, l'anno di quella pace, potendo essere che la medesima fosse trattata e conchiusa solamente dopo la battaglia che dicemmo data da Arnegisclo nell'anno 447, perchè di questa sola parlano gli antichi storici. Però d'essa mi serbo il farne menzione allora. Sotto il presente anno sì Idacio[1641] che Marcellino[1642] scrivono che si vide in cielo un'insigne cometa, e che le tenne dietro la peste, la qual si diffuse per tutto il mondo. Intanto Genserico re de' Vandali in Africa, non contento di esercitare la sua crudeltà contra di que' popoli, e soprattutto contra dei cattolici, colla sua intollerabil superbia, originata dai fortunati successi dell'armi sue, venne anche in odio ai primarii uffiziali della sua corte ed armata. San Prospero[1643] è quegli che racconta il fatto. Però alcuni di essi macchinarono una congiura contra di lui; ma scoperti, pagarono dopo gravi tormenti colla vita il fio della mal condotta impresa. E perciocchè il re crudele sospettò di moltissimi altri, anch'essi li levò dal mondo, di maniera che venne ad indebolirsi più per questo domestico accidente, che se fosse stato sconfitto in guerra. Probabilmente di qui avvenne che Genserico diede orecchio ai trattati di pace, alla quale era portato anche Valentiniano Augusto, il quale non poteva di meno, al mirare addosso all'imperio d'Oriente quel gran diluvio di barbari Unni, d'esserne soperchiato anch'egli nelle parti sue. Fu conchiusa essa pace, e restò, in vigor d'essa, all'imperador d'Occidente qualche provincia in Africa; ma qual fosse, nol so io dire. Cominciò in questi tempi, siccome osservò il padre Pagi, l'eresia d'Eutiche, ossia Eutichete, in Oriente. E Teodosio Augusto pubblicò un editto[1644] per mettere freno alle frodi e concussioni che facevano i suoi ministri nel prendere la quarta de' beni che i curiali lasciavano dopo di sè, da applicarsi al fisco, ordinando che tutta l'eredità passasse ne' figliuoli, nipoti, pronipoti, e nel padre, avolo e bisavolo maschi, con altre riserve e provvisioni. E Valentiniano Augusto con sua legge[1645] data in Ravenna ampliò i privilegi de' causidici; e con un'altra restituì ai conti del sacro e privato erario la facoltà di condannare i giudici, che dianzi era stata loro levata, per mettere briglia all'avarizia de' palatini. È noto che questa legge è data in _Spoleti_ a dì 27 di settembre: il che ci può far conghietturare che Valentiniano nel presente anno andasse a Roma.

NOTE:

[1633] Thesaur. Novus Inscript., pag. 406.

[1634] Marcell. Comes, in Chron.

[1635] Histor. Miscell., lib 14.

[1636] Jordan., de Regnor. success.

[1637] Cassiod., in Chron.

[1638] Chron. Alexandr., ad hunc ann.

[1639] Pagius, in Crit. Baron.

[1640] Priscus, in Excerpt. Legation.

[1641] Idacius, in Chronic.

[1642] Marcell. Comes, in Chronico.

[1643] Prosper, in Chron.

[1644] Novell. II, 2, tom. 6 Append. Cod. Theod.

[1645] Novell. 34, ibid.

Anno di CRISTO CDXLIII. Indizione XI.

LEONE papa 4. TEODOSIO II imp. 42 e 36. VALENTINIANO III imperad. 19.

_Consoli_

PETRONIO MASSIMO per la seconda volta e PATERNO, o piuttosto PATERIO.

Il padre Pagi[1646] pretende che _Paterio_, e non già _Paterno_, sia il console di questo anno. Il Relando[1647] preferisce _Paterno_. Ma facile è che il nome non tanto usuale di _Paterio_ dagl'ignoranti copisti sia stato mutato in _Paterno_; e le ragioni del Pagi sembrano più gagliarde. In quest'anno abbiamo, per testimonianza di Marcellino[1648] conte, essere caduta tanta neve, che durò sei mesi sopra la terra, e per cagione dello smoderato freddo perirono migliaia d'animali. Egli aggiugne che Teodosio imperadore tornò dalla spedizione d'Asia a Costantinopoli. Altrettanto abbiamo dalla Cronica Alessandrina[1649]. Ma contra chi fosse tale spedizione, niuno lo scrive. Certo non fu contra gli Unni, perchè questi per allora non passarono in Asia. Nel presente anno, per attestato di san Prospero[1650], riuscì alla vigilanza di san Leone papa di scoprire in Roma stessa una gran ciurma di Manichei nascosti, i quali furono da lui obbligati a rivelare tutta l'empietà delle loro dottrine, e i lor libri consegnati al fuoco. Giovò a tutto il cattolicismo questa scoperta, perchè si venne a sapere in quali provincie e città dimorassero segretamente i lor falsi vescovi e preti, di modo che sì in Occidente che in Oriente provvidero i vescovi all'infezione che andavano seminando. E san Leone sopra ciò scrisse delle istruzioni a tutti. In Ispagna, per relazione di Prospero Tirone[1651], gli Alani, re o capo de' quali era _Sambida_, partirono fra loro le ville abbandonate dai popoli della città di Valenza. E da Idacio[1652] sappiamo che, in luogo di _Asturio_ generale dell'armata imperiale di Spagna, fu mandato dall'imperador Valentiniano _Merobaude_, persona nobile, e che per lo studio dell'eloquenza, e specialmente pel suo buon gusto nell'arte, poteasi paragonar con gli antichi, e per questi suoi meriti fu onorato di molte statue. Appena egli ebbe posto il piede in Ispagna, che mise freno all'insolenze de' Bacaudi, rustici ribelli, come di sopra accennai, che infestavano Aracillo città della Cantabria, oggidì Biscaia. Ma questo valentuomo poco durò in quell'impiego, perchè per invidia d'alcuni fu richiamato d'ordine di Valentiniano Augusto a Roma. Nel presente anno esso Augusto pubblicò una legge[1653], con cui vieta il poter procedere contra dei poveri africani, che, spogliati di tutto, s'erano fuggiti in Italia, per obbligarli a pagare i debiti e le sigurtà da lor fatte. Altre leggi si sono emanate da lui in quest'anno, e due specialmente date in Roma nella piazza di Traiano: il che ci fa intendere ch'esso imperadore fu in quest'anno sul principio di marzo a consolare il popolo romano colla sua presenza. Nell'agosto poi susseguente egli si truova in Ravenna. Accadde in questi tempi, come osservano il cardinal Baronio ed il Pagi, che l'insigne scrittore e vescovo di Ciro, _Teodoreto_, creduto fautore degli errori di Nestorio, fu per ordine di Teodosio Augusto sequestrato nella sua diocesi.

NOTE:

[1646] Pagius, Crit. Baron. ad hunc annum.

[1647] Reland., in Fastis.

[1648] Marcell. Comes, in Chron.

[1649] Chron. Alexandr.

[1650] Prosper, in Chron.

[1651] Prosper Tiro, in Chron.

[1652] Idacius, in Chron.

[1653] Novell. 22, tom. 6 Cod. Theod.

Anno di CRISTO CDXLIV. Indizione XII.

LEONE papa 5. TEODOSIO II imper. 43 e 37. VALENTINIANO III imperad. 20.

_Consoli_

TEODOSIO AUGUSTO per la diciottesima volta ed ALBINO.

Regnavano nella Scitia, ossia Tartaria, i due fratelli _Bleda_ ed _Attila_, siccome è detto di sopra; e Bleda pare che avesse più popoli sottoposti che il fratello Attila. Ma potendo più nel cuor d'Attila l'ambizione che la ragione, e perchè egli non amava di aver compagno nel trono, fraudolentemente uccise Bleda, per quanto narra san Prospero, nel presente anno[1654], e dopo lui Cassiodoro[1655], con forzar tutte quelle popolazioni a rendere ubbidienza a sè stesso. Lo attesta anche Giordano storico[1656], con aggiugnere che questo re crudele mise insieme un'immensa armata, per desiderio di soggiogare i Romani e Visigoti; e correa voce che in questo terribil esercito si contassero cinquecento mila persone: numero probabilmente ingrandito dal timore di allora. Ciò può farci sospettare che Attila non fosse mai passato nella Gallia, come parve di sopra che supponesse lo storico suddetto. Marcellino conte[1657] riferisce all'anno seguente la morte di Bleda. Attesta ancora questo scrittore che morì nell'anno presente, in età di quarantacinque anni, _Arcadia_, figliuola d'Arcadio imperadore, e sorella di Teodosio Augusto, la quale, seguendo le pie esortazioni di Pulcheria Augusta sua sorella, conservò la verginità fino alla morte. Ella godeva il titolo di _nobilissima_, e fabbricò in Costantinopoli le terme appellate Arcadiane. Gennadio[1658], in iscrivendo che _Attico_, vescovo di Costantinopoli, indirizzò un libro della fede e verginità _alle regine figliuole d'Arcadio imperadore_, vi comprende ancora questa principessa, molto lodata per la sua pietà e per altre virtù. Finì ancora di vivere nel presente anno san _Cirillo_, celebre vescovo d'Alessandria, e scrittore insigne della Chiesa di Dio, al cui zelo principalmente si dee l'abbattimento di Nestorio e della sua eresia. Era contra di lui esacerbato _Teodoreto_, famoso vescovo di Ciro, e dopo la di lui morte ne sparlò non poco; ma le virtù di Cirillo sono sopra le appassionate dicerie di Teodoreto. Sotto questo anno mette l'autore della Cronica Alessandrina[1659] la discordia nata fra Teodosio Augusto ed Eudocia sua moglie. Ma perchè il padre Pagi pretende ciò accaduto anche più tardi, ne parleremo più abbasso. Certo la cronologia si truova ben imbrogliata in questi tempi. San Leone papa seguitò nel presente anno a scoprire tutte le ribalderie de' manichei in Roma, e pubblicò il processo fatto contra di loro. Essendo poi stato in luogo di san Cirillo eletto vescovo di Alessandria Dioscoro, egli non tardò a spedire un'ambasceria al romano pontefice. Costui era creduto uomo di rara pietà, e certamente fu nemico di Nestorio; ma non tardò a scoprirsi sotto la pelle di agnello un lupo. Veggonsi in quest'anno alcune leggi di Teodosio e Valentiniano[1660] che riguardano le esenzioni e i tributi da pagarsi.

NOTE:

[1654] Prosper, in Chronic.

[1655] Cassiod., in Chronic.

[1656] Jordan., de Reb. Get., cap. 35.

[1657] Marcell. Comes, in Chron.

[1658] Gennad., de Script. Eccl.

[1659] Chron. Alexand.

[1660] Append. tom. 6, Cod. Theodos.

Anno di CRISTO CDXLV. Indizione XIII.

LEONE papa 6. TEODOSIO II imper. 44 e 38. VALENTINIANO III imperad. 21.

_Consoli_

VALENTINIANO AUGUSTO per la sesta volta e NOMO, ossia NONIO.

In una iscrizione da me pubblicata nell'appendice, tom. IV della mia Raccolta, il secondo console si vede appellato _Abinio_. Avvenne in Costantinopoli in quest'anno, per testimonianza di Marcellino conte[1661], che, svegliatosi nel circo un tumulto e una rissa popolare, quivi restarono non pochi privi di vita. Forse ancora appartiene a questi tempi ciò che narra Prospero Tirone[1662], cioè che i barbari Alani, ai quali Aezio patrizio avea assegnate delle terre nella Gallia ulteriore da dividersi con gli abitatori di quelle contrade, trovando della resistenza negli antichi padroni d'esse terre, misero mano all'armi, e s'impadronirono di tutto per forza. Aggiugne ancora che la _Sabaudia_, oggidì la Savoia, fu assegnata a quei Borgognoni ch'erano rimasti in vita dopo l'eccidio del loro regno (accennato di sopra) da dividersi con quei paesani. Questa è la prima certa notizia che s'abbia del nome della Sabaudia; perchè non sappiam di sicuro che Ammiano Marcellino[1663] ne parli, essendo scorretto il suo testo, ed avendovi per conghiettura riposto Adriano Valesio il suddetto nome. Abbiamo parimente da Idacio[1664] che in Astorga città della Gallicia furono scoperti varii manichei, e ne fu fatto processo, il quale da esso _Idacio_ e da _Turibio_ vescovi fu inviato ad _Antonino_ vescovo di Merida. Ed ecco il frutto delle istruzioni che in questi medesimi tempi furono mandate da san Leone papa a tutte le provincie cattoliche. Aggiugne esso Idacio che i Vandali all'improvviso sbarcarono in Gallicia, e ne asportarono assaissime di quelle famiglie. Cominciò in quest'anno Dioscoro, vescovo d'Alessandria, uomo violento, a perseguitar i parenti di san Cirillo, fomentato in ciò da Nomo console: sopra di che son da vedere il cardinal Baronio e il padre Pagi. Non bastò al vigilantissimo papa san Leone di scoprire in Roma i manichei, e di far palesi a tutti le loro empie e ridicole opinioni: si servì ancora del braccio secolare per metterli in dovere, con avere ottenuto da Valentiniano Augusto un editto[1665], in cui ordina che costoro sieno cacciati dalla milizia e dalle città, che restino esclusi dalle successioni, con altre pene che quivi si possono leggere. E perciocchè _Ilario_, vescovo di Arles, si attribuiva troppa autorità sopra i vescovi della Gallia, san Leone ottenne dal medesimo Augusto un altro rescritto[1666], indirizzato ad _Aezio_ generale, nel quale fu provveduto ai diritti del sommo pontefice. Sopra questa controversia abbiamo una dissertazione del Quesnel nell'edizione delle opere di san Leone. Per altro si smorzò presto questo fuoco, ed Ilario fu ed è tuttavia riconosciuto per uomo santo. Diede egli fine ai suoi giorni nell'anno 449. È degno d'osservazione un editto[1667], indirizzato in quest'anno da Valentiniano Augusto ad _Albino_ prefetto del pretorio, da cui apparisce che i _Numidi_ e i _Mori Sitifensi_ avevano inviati i loro ambasciatori ad esso imperadore, acciocchè fossero regolati i tributi dovuti al fisco: il che fu fatto. Quivi ancora si vede nominata _Costantina_, città della Numidia, alla cui plebe, non meno che ai curiali, si conservano i privilegii. Di più, è ivi ordinato che chiunque _nelle provincie africane pertinenti all'imperadore_ vorrà appellarsi, l'appellazione andrà al prefetto di Roma. Ed erano tuttavia al governo di quelle provincie un duce, un consolare e un presidente con altri ufficiali. Per tanto di qui intendiamo che almeno una parte della Numidia e le due Mauritanie e qualche altra provincia dell'Africa restavano tuttavia sotto il dominio di Valentiniano imperador d'Occidente. A tali notizie si aggiunga ciò che Vittore Vitense scrive, dicendo che Genserico partì le conquiste da lui fatte in Africa col suo esercito. Prese per sè la provincia _Bizacena, l'Abaritana, la Getulia e parte della Numidia_; e divise all'esercito la provincia _Zeugitana_, ossia la _Proconsolare_, dove era Cartagine; e che le altre provincie devastate rimasero in potere dell'imperadore. Da essa legge, e da altre ch'io tralascio, noi ricaviamo che ne' mesi di maggio, giugno e luglio Valentiniano soggiornava in Roma. La cronologia di Teofane[1668] è in questi tempi imbrogliata. E però non so se appartenga al presente anno ciò ch'egli narra di _Antioco_ patrizio e balio dell'imperador Teodosio, il quale per la smoderata sua superbia fu degradato da esso Augusto, e forzato a farsi cherico, con restar anche confiscato il suo palagio. E perchè costui era eunuco, uscì un editto che niuno di tal razza, assai numerosa allora in Oriente, potesse da lì innanzi salire alla dignità di patrizio.

NOTE:

[1661] Marcell. Comes, in Chron.

[1662] Prosper Tiro, in Chronic.

[1663] Ammianus Marcell., lib. 15, cap. 11.

[1664] Idacius, in Chron.

[1665] Cod. Theod. Append. tom. 6. Novell., lib. 2, tit. 2.

[1666] Ibid., tit. 24.

[1667] Ibid., tit. 23.

[1668] Theoph., in Chronogr.

Anno di CRISTO CDXLVI. Indizione XIV.

LEONE papa 7. TEODOSIO II imper. 45 e 39. VALENTINIANO III imperad. 22.

_Consoli_

FLAVIO AEZIO per la terza volta e QUINTO AURELIO SIMMACO.

Per attestato di Marcellino conte[1669], in quest'anno fu gravemente afflitta la città di Costantinopoli dalla fame, e a questo malore tenne dietro la peste. Attaccatosi anche il fuoco al tempio maggiore di essa città, tutto andò in preda delle fiamme. Abbiamo inoltre da Idacio[1670], che mandato in Ispagna _Vito_ generale dell'armata cesarea, costui con un rinforzo ancora di Goti andò a fare il bravo nella provincia di Cartagine e nella Betica, figurandosi di poter ricuperare dalle mani degli Svevi quelle contrade. Ma sopraggiunto con le sue forze _Rechila_ re d'essi Svevi, il coraggioso condottier de' Romani si raccomandò alle gambe: il che fu cagione che gli stessi Svevi diedero un terribil guasto a quel paese. Intanto i popoli della Bretagna erano fieramente infestati, non solo dai Pitti, gente barbara venuta ne' precedenti secoli in quella parte della gran Bretagna che oggidì appelliamo Scozia, ma eziandio dagli Scoti, anch'essi barbara gente, che s'erano anticamente impadroniti dell'Ibernia, oggidì Irlanda, e che diedero poscia il nome alla Scozia, dappoichè n'ebbero cacciati i Pitti. Abbiamo da Beda[1671] e dall'autore della Miscella[1672] che i Britanni in quest'anno mandarono, per cagione di questa calamità, una lettera piena di lagrime e di guai ad Aezio generalissimo di Valentiniano e console la terza volta, scongiurandolo d'inviar loro soccorsi, perchè non poteano tener saldo contra la forza di quei Barbari veramente crudeli. Scrisse san Girolamo[1673] di aver veduto nella Gallia, quando era giovane, alcuni degli Scoti, gente britannica, i quali mangiavano carne umana. E che costoro, benchè trovassero alla campagna gregge di porci, buoi e pecore, pur solamente si dilettavano di tagliar le natiche ai pastori e le mammelle alle donne, tenendo questo pel miglior boccone delle lor tavole. Aezio compatì i Britanni, ma non potè dar loro aiuto alcuno, perchè era necessitato a tener di vista Attila re degli Unni, che andava rodendo varie provincie, con prendere e desolare città e castella. Questa narrazione, autenticata da Beda, ci fa intendere che Attila seguitava tuttavia a tener in apprensione tanto l'imperio orientale quanto l'occidente, con far delle scorrerie e rovinar città nelle provincie romane. Forse anche a questi tempi, e non già, come pretende il padre Pagi, è da attribuire l'invasione e la pace degli Unni, ch'egli rapporta all'anno 441 e 442.

Questo ferocissimo re Attila, di professione idolatra, signoreggiando ad immensi popoli, era talmente salito in credito di crudeltà e potenza, che facea paura all'Europa tutta. Prisco istorico, che, per testimonianza di Giordano[1674], fu inviato a lui ambasciatore da Teodosio Augusto, lasciò scritto: che avendo egli passato nel suo viaggio la Tisia, la Tibisia e la Dricca (forse il Tibisco e la Drava), arrivò a quel luogo, dove Fidicola, il più bravo dei Goti, fu ucciso per inganno dei Sarmati. Poco lungi trovò un borgo, in cui era il re Attila, borgo a guisa di una città vastissima colle mura di legnami così ben commessi, che non si scopriva la lor commessura. V'erano vaste sale, camere e portici con pulizia disposti, e nel mezzo un ampio cortile che dava assai a conoscere essere quello un palazzo regale. E tale era l'abitazion barbarica d'Attila, ch'egli preferiva a tutte le città da lui prese. Descrivendo poi la persona d'Attila, aggiugne che spirava superbia il suo passeggiare, girando egli di qua e di là gli occhi, acciocchè dal movimento stesso del corpo apparisse la sua possanza. Era vago di guerreggiare, ma procedeva con riguardo ne' combattimenti; a chi il supplicava, compariva indulgente; e il trovava favorevole chiunque si arrendeva a lui sulla sua parola: di statura bassa, con petto largo, testa grande, occhi piccioli, poca barba, capelli mezzo canuti, naso schiacciato, di colore scuro: uomo, secondo il suo naturale, di sommo ardire, ma accresciuto dall'essergli stata portata da un bifolco una spada, trovata per accidente, ch'egli si figurò essere la spada di Marte. Per altro certa cosa è che gli _Unni_, presso i Latini _Hunni_, furono popoli della Scitia, cioè della Tartaria, la quale si stende per un immenso tratto dell'Asia settentrionale. _Chunni_ sono ancora chiamati dagli antichi, perchè pronunziavano con asprezza l'aspirazione. Ammiano Marcellino[1675], descrivendo i movimenti di costoro circa l'anno di Cristo 375, ce li rappresenta tali, quali appunto anche oggidì sono i Tartari confinanti colla Russia; gente fiera, avvezza a vivere sotto le tende e al nudo cielo, e a sofferire il sole e la pioggia e la neve, servendosi di rado di tetto alcuno, vivendo, come le bestie, di radici d'erbe e di carne mezzo cruda. Senza abitazione fissa passavano da un luogo all'altro, e combattevano su cavalli brutti, ma veloci, non mai con ischiere ordinate, ma tumultuariamente, fuggendo, tornando, secondochè se la vedeano bella. Il loro vestito era di pelli d'animali; e perchè non nascesse loro la barba, si abbrustolavano le guance con ferri infocati, di modo che parevano piuttosto bestie da due piedi, o fantocci di legno fatti con un'accetta, che uomini. Fin dove arrivasse allora il dominio di Attila, nol possiam discernere. Probabile è che avesse già stese le stabili sue conquiste fino al Danubio, con passar anche di qua, e che possedesse, se non tutta, almeno in parte la Sarmazia, oggidì Polonia, e la Dacia antica, cioè quella che è oggidì Transilvania, con altri paesi. Si sa ancora da Prisco che Attila avea assediata e presa la città di Sirmio vicina a Tauruno, oggidì Belgrado. Però, come già avvertì il Bonfinio[1676], e come si ricava dall'autore della Miscella[1677], da san Prospero[1678] e da Giordano storico[1679], gli Unni signoreggiavano anche nella Pannonia. Già abbiam detto che costoro erano colle scorrerie penetrati di qua dal Danubio con devastare la Mesia e la Tracia. Ed appunto Prospero Tirone[1680], dopo aver narrato la morte di Bleda, ucciso dal fratello Attila, al susseguente anno scrive che l'Oriente patì una terribil rovina, perchè non meno di settanta città furono date a sacco e devastate dagli Unni, non avendo potuto Teodosio Augusto impetrare soccorso alcuno dall'imperador d'Occidente. Diede in quest'anno Valentiniano Augusto due leggi[1681] in Roma, colle quali prescrive buone regole, affinchè sieno valide le ultime volontà delle persone.