Annali d'Italia, vol. 2 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750
Part 42
Amendue questi consoli furono creati in Oriente da Teodosio Augusto. _Senatore_ si trova ancora chiamato _Patrizio_ in una lettera di Teodoreto[1550] e negli atti del concilio calcedonense. Gli ho io dato il nome di _Flavio_, perchè così ha un'iscrizione da me prodotta nella mia Raccolta[1551]. Durava la pace tra i Romani e i Goti appellati Visigoti, che signoreggiavano nella Gallia le provincie dell'Aquitania e Settimania. Ma _Teodorico_ re d'essi Goti, non contento de' confini del suo regno, cercò in questi tempi di dilatarlo alle spese de' vicini. Però uscito in campagna, secondochè attesta s. Prospero[1552], s'impadronì della maggior parte delle città confinanti, e pose l'assedio a Narbona. Fecero lungamente una gagliarda difesa i soldati romani coi cittadini, ma per la mancanza de' viveri erano vicini a cadere nelle mani del re barbaro, quando _Aezio_ generale dell'imperadore, che si trovava allora nelle Gallie, spedì in loro aiuto _Litorio_ conte con un grosso corpo di milizie. Questi avendo fatto prendere a cadauno de' cavalieri in groppa due moggia di grano, minori di gran lunga allora, che quei d'oggidì, spinse coraggiosamente innanzi, e gli riuscì d'entrare nella città, con provvederla abbondantemente di vettovaglia. Allora i Goti, ossia che seguisse un combattimento, in cui ebbero la peggio, oppure che vedessero cessata affatto la speranza di conquistar quella piazza, e massimamente dopo un sì poderoso rinforzo di viveri e di gente, ritiratisi in fuga, abbandonarono l'assedio. Idacio[1553] anch'egli scrive (ma sotto l'anno seguente) che i Goti cominciarono ad assediar Narbona; e poscia sul fin di esso anno 436, o pure nel susseguente 437, seguita a dire che Narbona fu liberata dall'assedio de' Goti per valore di Aezio generale della milizia cesarea: il che fa vedere che non è sempre sicura la cronologia d'Idacio. Sant'Isidoro[1554] aggiugne che Teoderico fu messo in fuga da Litorio capitano della milizia romana, il quale menava in suo aiuto gli Unni. A quest'anno ancora, o al seguente, s'ha da riferire una scossa grande data al regno de' Borgognoni nelle Gallie. Prospero Tirone[1555] lasciò scritto che si accese una terribil guerra tra i Romani e i Borgognoni, e che essendo venuti ad una giornata campale, Aezio generale de' Romani riportò un'insigne vittoria colla morte di Gundicario re di quei Barbari, la nazion de' quali ivi perì quasi tutta. S. Prospero aggiugne che in quest'impresa gli Unni furono collegati dei Romani, anzi a lor stessi attribuisce questa gran vittoria. E che in questo fatto d'armi intervenisse lo stesso _Attila_ re degli Unni, si raccoglie da Paolo Diacono nelle vite de' vescovi di Metz[1556], dove narra che Attila, dopo avere atterrato _Gundicario_ re de' Borgognoni, si diede a saccheggiar tutte le contrade delle Gallie. Ma convien ben confessare che la storia di questi tempi resta assai scura e mancante di notizie, non sapendo noi dove allora avessero la lor sede gli Unni, i quali di sopra vedemmo cacciati dalle Pannonie; nè come Attila entrasse nelle Gallie, e ne uscisse poco appresso; nè perchè, se era in lega con Aezio, si mettesse poi a devastar esse Gallie. Aggiungasi che Idacio[1557] imbroglia la cronologia, perchè sembra rapportar piuttosto questo fatto all'anno seguente, se è vero ciò che pretende il padre Pagi, cioè che il suo anno d'Abramo 2453 cominci il primo dì d'ottobre dell'anno nostro 436, perciocchè Idacio sotto quell'anno, dopo la liberazion di Narbona, scrive che furono uccisi circa ventimila Borgognoni. Bisogna ancora supporre che gli Svevi nella Gallicia inquietassero i popoli romani, giacchè il medesimo Idacio sotto lo stesso anno racconta che furono spediti per ambasciatori a quella barbara nazione Censorio e Fretimondo per commissione, come si può credere, di Aezio. Per altro non sussiste ciò che racconta Prospero Tirone, cioè che perisse quasi tutta la nazion dei Borgognoni, perchè oltre al vederla tuttavia durare, all'anno 456 troveremo anche i re loro, per attestato di Giordano storico. Abbiamo poi da Marcellino conte[1558] che Teodosio in quest'anno andò a Cizico, città della Misia, per mare; e dopo aver fatti a quella città molti benefizii, se ne tornò a Costantinopoli. Da un rescritto ancora, che vien rapportato dal cardinal Baronio[1559], intendiamo che nel presente anno da esso piissimo Augusto fu relegato in Oasi, luogo di solitudine nell'Egitto, l'empio Nestorio; perchè avendolo prima confinato in un monistero di Antiochia, non lasciava di seminar le sue eresie. Però non si sa vedere quali bilancie adoperasse il cardinal annalista, là dove accusa quel pio imperadore di una peccaminosa indulgenza verso quell'eresiarca. Sbalzato di qua e di là questo mal uomo, e più che mai ostinato nei suoi errori, finì di vivere e d'infettare la Chiesa nel presente anno. Evagrio, Teodoro Lettore, Cedreno e Niceforo scrivono che gli si putrefece la persona tutta, e gli si empiè di vermini la lingua; ma non c'è obbligazione di prestar fede a questo racconto.
NOTE:
[1550] Theod., Epist. XLIII.
[1551] Thesaur. Novus Inscript. Class. Consulum.
[1552] Prosper, in Chronic.
[1553] Idacius, in Chron.
[1554] Isidorus, in Chron. Gothor.
[1555] Prosper Tiro, in Chronic.
[1556] Paulus Diacon., in Vitis Episcopor. Metens.
[1557] Idacius, in Chron.
[1558] Marcell. Comes, in Chron.
[1559] Baron., Annal. Eccl.
Anno di CRISTO CDXXXVII. Indizione V.
SISTO III papa 6. TEODOSIO II imper. 36 e 30. VALENTINIANO III imper. 13.
_Consoli_
AEZIO per la seconda volta e SIGISBOLDO.
Vedemmo di sopra all'anno 430 _Segisvoldo_ generale dell'armata di Valentiniano in Africa. Egli è quello stesso che nei Fasti del presente anno si truova console, essendo lo stesso nome _Sigisboldo_ e _Segisvoldo_. Ascese dipoi questo personaggio anche alla dignità di patrizio, facendone fede Costanzo prete nella vita di san Germano vescovo autissiodorense, ossia di Auxerre nella Gallia. In questi tempi, per attestato di san Prospero[1560], non contento Genserico di aver tolto in Africa tanto paese all'imperio romano, si diede ancora a perseguitar i Cattolici, con pensiero di far ricevere a quegli abitanti l'eresia ariana, ch'egli colla nazione vandalica professava. L'odio suo principalmente si scaricò sopra i vescovi cattolici, i quali, senza lasciarsi atterrire dalle minacce e dai fatti di quel Barbaro, sostennero coraggiosamente la vera religione. Fra essi i più riguardevoli furono _Possidio_ vescovo di Calama, _Novato_ di Sitifa e _Severiano_ di non so qual sedia, a' quali furono tolte le basiliche, e dato il bando dalle città. Nelle Gallie poi, siccome lasciò scritto il suddetto san Prospero, in quest'anno Aezio fece guerra ai Goti, avendo per suoi collegati gli Unni che tuttavia stanziavano in quelle parti. E sotto questo medesimo anno ci fa sapere Prospero Tirone[1561] che fu preso Tibatone con gli altri capi della ribellione svegliata nella Gallia ulteriore, parte dei quali tagliata fu a pezzi; e che questa vittoria servì ancora a dileguar le insolenze dei Bagaudi sopra descritti. Avea Valentiniano, quando anche era fanciullo, siccome è detto di sopra, contratti gli sponsali con _Licinia Eudossia_ figliuola di Teodosio II, imperador d'Oriente, quand'anche essa era di tenera età. Ora giunto il tempo di effettuare il matrimonio, Valentiniano si mosse da Roma per mare alla volta di Costantinopoli. Socrate, scrittor di quei tempi, osserva[1562] che erano disposte le cose, e convenuto tra Teodosio e Valentiniano, che le nozze si avessero a fare nei confini dell'uno e dell'altro imperio, e che perciò era stata eletta Tessalonica, ossia Salonichi. Ma Valentiniano con sue lettere fece sapere a Teodosio che non volea permettere tanto incomodo, e che a questo fine egli andrebbe in persona a Costantinopoli. Laonde, dopo avere guernito i più importanti luoghi del suo imperio di buone guarnigioni, passò a quella regal città, dove seguirono le splendide nozze di questi principi. Ma strana cosa è che Socrate riferisce un sì rilevante avvenimento sotto il consolato d'Isidoro e Senatore, cioè nell'anno precedente: laddove Marcellino conte[1563], la Cronica Alessandrina[1564], Cassiodoro[1565] e san Prospero[1566] lo raccontano sotto l'anno presente. E l'autore di essa Cronica Alessandrina scrive che quella suntuosa funzione seguì nel dì 29 d'ottobre. Più sicuro è l'attenersi a tanti autori tutti concordi, che al solo Socrate, al cui testo può essere stato aggiunto da qualche ignorante dei secoli susseguenti quel consolato. Si partì poi Valentiniano colla moglie Augusta da Costantinopoli; ma perchè non si arrischiò di continuare il viaggio per mare in tempo di verno, fermossi colla corte in Tessalonica fino alla nuova stagione. Ma non si dee tacere una particolarità assai rilevante. Solito era presso i Romani, e dura tuttavia il costume, che i mariti prendano non solamente la moglie, ma anche la dote pingue, per quanto si può. Il contrario succedette in queste nozze. Bisognò che Placidia Augusta e il figliuolo Augusto, se vollero conchiudere questo matrimonio, cedessero all'imperador Teodosio la parte dell'Illirico spettante all'imperio d'Occidente. Ne dobbiam la notizia a Giordano storico[1567]. E Cassiodoro[1568] ancora lasciò scritto, che Placidia si procurò una nuora colla perdita dell'Illirico, e che il matrimonio del regnante divenne una division dolorosa per le provincie. Finalmente è da osservare che Valentiniano ed Eudossia erano parenti in terzo grado, e pure niuno degli scrittori notò che per celebrar quelle nozze fosse presa dispensa alcuna.
NOTE:
[1560] Prosper, in Chronico.
[1561] Prosper Tiro, in Chronico.
[1562] Socrat., Hist. Eccl., lib. 7, cap. 44.
[1563] Marcell. Comes, in Chron.
[1564] Chron. Alexandr.
[1565] Cassiodorus, in Chron.
[1566] Prosper, in Chron.
[1567] Jordan., de Success. Regnorum.
[1568] Cassiod., lib. 11, epist. 11.
Anno di CRISTO CDXXXVIII. Indizione VI.
SISTO III papa 7. TEODOSIO II imperad. 37 e 31. VALENTINIANO III imperad. 14.
_Consoli_
TEODOSIO AUGUSTO per la sedicesima volta, e ANICIO ACILIO GLABRIONE FAUSTO.
I nomi del secondo console, non conosciuti in addietro, risultano da una iscrizione da me data alla luce[1569]. S'era creduto in passato per fallo dei copisti, che Teodosio Augusto nell'anno 435 avesse pubblicato il Codice, chiamato dal suo nome Teodosiano; ma Jacopo Gotofredo[1570] mise in chiaro, che solamente nel presente anno seguì questa pubblicazione. In fatti si truovano in esso Codice leggi date anche nel 436 e 437. La legge, con cui fu confermato esso Codice da Teodosio, si vede indirizzata a _Fiorenzo_, che era prefetto del pretorio dell'Oriente in quest'anno, e non già nel 435. Prospero Tirone[1571] anch'egli sotto quest'anno riferisce l'edizion d'esso Codice. Questa nobil fatica e raccolta di leggi imperiali fece grande onore a Teodosio imperatore, essendo stato ricevuto esso Codice, non solo nell'Oriente, ma anche nell'Occidente per l'Italia, Francia e Spagna, e fin presso i Barbari, che s'erano piantati in queste provincie. Questo credito gli avvenne, perchè dianzi la giurisprudenza avea delle leggi contrarie fra loro, e molte d'esse occulte, e sparse qua e là con innumerabili consulti e risposte, di maniera che i giudici e legisti faceano alto e basso, e decideano con sommo arbitrio le cause, mancando loro un intero libro delle costituzioni de' principi. In questo anno pure esso imperador Teodosio lasciò andare Eudocia Augusta sua moglie a Gerusalemme a sciogliere un voto fatto a Dio[1572], se potevano maritar la figliuola, siccome poi loro venne fatto. Anche santa Melania la giovane, allorchè fu in Costantinopoli, avea esortata l'imperadrice alla visita di que' luoghi santi; ed essa Melania, trovandosi poi in Gerusalemme, andò incontro all'imperadrice, e ne ricevette molti onori. Fanno menzione ancora di questa andata Teofane[1573], e l'autore della Miscella[1574] ed Evagrio[1575], e tutti concordano ch'ella ornò di ricchissimi doni le chiese, non solamente di Gerusalemme, ma anche di tutte le città per dove ella passò nell'andare e tornare. Aggiugne di più Evagrio, ch'essa rifece le mura della santa città, e quivi edificò varii monasteri, lasciando dappertutto fama di piissima principessa. Ma Evagrio confonde con quest'andata l'altra, che seguì dopo alcuni anni, e della quale parleremo più abbasso. Accadde ancora in quest'anno, che predicando _Proclo_ vescovo di Costantinopoli le lodi di san Giovanni Grisostomo suo antecessore[1576], il popolo alzò le voci, domandando che il suo corpo fosse riportato in quella città, dove era stato pastore[1577]. Però Teodosio, udito le premure di Proclo e del popolo, puntualmente ne eseguì la traslazione con gran solennità, e con chieder egli perdono, e pregare per gli suoi genitori che aveano perseguitato cotanto un così insigne e santo prelato. E nel presente anno abbiamo da Evagrio[1578], che furono ancora trasportate le sacre ossa dell'incomparabil santo martire Ignazio dal cimitero fuori d'Antiochia entro la città nel tempio appellato Ticheo. Intanto venuta la primavera, Valentiniano Augusto colla real consorte, per attestato di Marcellino conte[1579], partitosi da Salonichi, felicemente si restituì a Ravenna. Duravano tuttavia varii moti di guerra nella Gallia, dove i Goti erano in armi. San Prospero[1580] nota sotto quest'anno che contra di quei Barbari fu combattuto con felicità; ed Idacio[1581] ci fa sapere che riuscì ad Aezio, generale dell'armata imperiale, di tagliar a pezzi ottomila d'essi Goti. Aggiugne il medesimo autore che gli Svevi, dai quali era infestata una parte del popolo della Gallicia, si ridussero a riconfermar la pace. Gravemente s'infermò in questi tempi _Ermerico_ re de' medesimi Svevi, e però dichiarò re suo figliuolo _Rechila_, il quale appresso Singilio fiume della Betica con un corpo di gente diede battaglia ad Andevoto e lo sconfisse, con restare sua preda un grossissimo valsente d'oro e d'argento. Il Sigonio[1582], a cui mancavano molti aiuti per la storia, che son venuti alla luce dipoi, narra in quest'anno, ma fuor di sito, che i Goti in Ispagna sconfissero Rechila re degli Svevi, e gli tolsero il tesoro. Anzi Rechila fu nell'anno presente vincitore, e quell'Andevoto era capitano dell'esercito romano, perciocchè sant'Isidoro[1583] scrive che Rechila con una gran parte dell'esercito fece giornata con Andevoto duce della milizia romana, che gli era venuto incontro con gran forza, e presso Singilio fiume della Betica il mise in rotta, con venire alle sue mani il tesoro del medesimo. S'era poi formata nell'anno antecedente, per attestato di Prospero[1584], una compagnia di corsari di mare, composta di disertori barbari, cioè Vandali, Goti e Svevi; e costoro nel presente diedero il guasto a molte isole del Mediterraneo, e spezialmente alla Sicilia. Ma abbiamo sotto quest'anno da Marcellino conte[1585], che Cotradi, uno de' capi di questi corsari, con assaissimi suoi seguaci fu preso ed ucciso. Fioriva in questi tempi _Valeria Faltonia Proba_, moglie di _Adelfio_ proconsole, donna di felice ingegno e scienziata, che compose i Centoni di Virgilio. Ad imitazione di essa anche _Eudocia_ moglie di Teodosio Augusto formò i Centoni d'Omero. Fiorivano ancora san _Cirillo_ vescovo d'Alessandria, e _Teodoreto_ vescovo di Ciro, eccellenti scrittori della Chiesa di Dio.
NOTE:
[1569] Thes. Novus Inscript., pag. 404.
[1570] Gothofred., in Prolegomen. ad Cod. Theodos.
[1571] Prosper Tiro, in Chronic.
[1572] Socrat., Hist. Eccl., lib. 7, cap. 46.
[1573] Theoph., in Chronogr.
[1574] Hist. Miscella, lib. 14.
[1575] Evagr., lib. 1, cap. 20.
[1576] Socrat., lib. 7, cap. 44.
[1577] Baron., Annal. Eccl.
[1578] Evagr., lib. 1, cap. 16. Niceph., lib. 14, c. 45.
[1579] Marcell. Comes, in Chron.
[1580] Prosper, in Chronic.
[1581] Idacius, in Chron.
[1582] Sigonius, lib. 12, de Occident. Imper.
[1583] Isidorus, in Chron. Svevor.
[1584] Prosper, in Chron.
[1585] Marcell., in Chron.
Anno di CRISTO CDXXXIX. Indizione VII.
SISTO III papa 8. TEODOSIO II imperad. 38 e 32. VALENTINIANO III imperad. 15.
_Consoli_
TEODOSIO AUGUSTO per la decimasettima volta e FESTO.
Dopo avere impiegati molti mesi l'Augusta Eudocia nella visita de' santi luoghi di Gerusalemme, sen venne ad Antiochia, dove quel popolo, secondochè scritte Evagrio[1586], in memoria sua le innalzò una statua di bronzo, lavorata con molto artifizio. Ed essa poi, in ricompensa di questo onore, fu cagione che Teodosio suo consorte fece una considerabil giunta a quella città, con ampliare il muro sino alla porta che guida al borgo di Dafne. Ma, secondo la Cronica Alessandrina[1587], Eudocia andò ad Antiochia nel suo secondo viaggio ai luoghi santi, siccome vedremo all'anno 448. Finalmente, come narra Marcellino[1588], essa si restituì a Costantinopoli con portar seco le reliquie di santo Stefano protomartire, che furono poste nella basilica di san Lorenzo. Pativasi poi da gran tempo una grave carestia in Oriente, ed attribuendone il piissimo imperador Teodosio la cagione ai Giudei, ai Samaritani, agli eretici, e massimamente ai gentili, i quali, ad onta di tanti editti, seguitavano in segreto a sagrificare ai loro falsi dii, pubblicò in quest'anno un severissimo editto contra dei medesimi, quale si legge fra le di lui Novelle[1589]. Altri editti pubblicati dallo stesso imperadore sopra varie materie in quest'anno si possono vedere fra le stesse Novelle. Sappiamo ancora dalla Cronica Alessandrina che esso imperadore fece in questi tempi le mura alla città di Costantinopoli per tutta la parte che guarda il mare. Ma di Valentiniano Augusto non s'ha memoria alcuna in quest'anno. Egli probabilmente si dava bel tempo in Ravenna, città che nel presente, o nel susseguente anno, come sospetta il padre Bacchini nelle sue annotazioni alle vite de' vescovi ravennati di Agnello[1590], autore del secolo nono, meritò d'avere per suo vescovo _san Pier Grisologo_, celebre scrittore della Chiesa di Dio, e probabilmente primo arcivescovo di Ravenna, la cui elezione, secondochè s'ha dallo stesso Agnello, fu miracolosa. Nè è da stupire, se dimorando Galla Placidia e Valentiniano III Augusti in Ravenna, volendo essi condecorar quella chiesa, ottennero dal romano pontefice ch'essa fosse eretta in arcivescovato, e che si smembrassero dalla metropoli di Milano molte chiese, per sottoporle al metropolitano di Ravenna. Già dissi che nella concordia seguita in Africa tra il suddetto Augusto Valentiniano e Genserico re dei Vandali, fu dato in ostaggio _Unnerico_ figliuolo del re barbaro all'imperadore per la sicurezza dei patti. Da lì innanzi si studiò l'astuto Genserico di mostrare una tenera amicizia e un totale attaccamento a Valentiniano, tanto che, per attestato di Procopio[1591], gli venne fatto di riavere il figliuolo in libertà, e di vederselo restituito in Africa. Allora fu che l'empio e disleale, mettendosi sotto ai piedi la parola data e i giuramenti, all'improvviso si spinse coll'esercito sotto Cartagine, metropoli dell'Africa, sottoposta da tanti secoli all'imperio romano, e l'occupò. Idacio[1592] scrive che ciò seguì con frode; colle quali parole non si sa s'egli intenda l'avere con finta pace ed amicizia tradito Valentiniano, o pure, come veramente s'ha da san Prospero[1593], l'avere con qualche inganno trovata la maniera d'impadronirsi di quella insigne città. Secondo Marcellino conte[1594], seguì tal presa nel dì 23 d'ottobre del presente anno; secondo Idacio, nel dì 19 d'esso mese, ma dell'anno precedente, se è vero, come vuole il padre Pagi[1595], che Idacio si serva dell'era d'Abramo, il cui anno cominci nelle calende d'ottobre. Meglio è attenersi a san Prospero e a Marcellino su questo punto, e tanto più perchè s'incontrano tal falli di cronologia nella Cronica d'Idacio, sia per difetto suo o dei copisti, che non si può francamente valere della di lui autorità per istabilire con sicurezza i tempi. Fu la misera città di Cartagine posta a sacco, per testimonianza di san Prospero; tormentati i cittadini perchè rivelassero le ricchezze che aveano e che non aveano; spogliate le chiese, e date ai preti ariani, con altre orride crudeltà, specialmente contro i nobili e contro la religione cattolica. Salviano prete di Marsiglia, e zelantissimo scrittore di questi tempi, là dove narra[1596] la perdita di quella gran città, descrive ancora il precedente suo stato, con dire ch'essa per lo splendore e per la dignità gareggiava con Roma, e poteva appellarsi un'altra Roma, perchè quivi si contavano tutti i magistrati ed uffizii, coi quali in tutto il mondo si reggono i popoli; quivi era scuola dell'arti liberali, raro ornamento allora di una città; quivi la filosofia, le lingue, i costumi s'insegnavano; quivi stava una buona guarnigion di soldati coi loro uffiziali, e il governatore dell'Africa, proconsole bensì di nome, ma console quanto alla potenza. Appresso soggiugne che Cartagine era piena di popolo, ma più d'iniquità; abbondante di ricchezze, ma più di vizii, e massimamente di disonestà, ubbriachezze, bestemmie, ladronecci, oppressioni di poveri, idolatrie, odio contra de' monaci servi di Dio, e d'altre malvagità ch'io tralascio. Il perchè Salviano attribuisce a manifesto gastigo di Dio le calamità che si rovesciarono su quella città. Di là fu cacciato il vescovo con assaissimi del suo clero, per quanto s'ha da Vittore Vitense[1597], e l'eresia ariana professata dai Vandali maggiormente si dilatò per l'Africa.