Annali d'Italia, vol. 2 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750
Part 40
Una iscrizione da me data alla luce[1468] fa conoscere che il primo console era appellato _Flavio Costanzo Felice_. Vedesi continuata la guerra in Africa contra di Bonifacio conte. Generale dell'armata cesarea era _Segisvalto_, per quanto scrive Prospero[1469], goto di nazione, ariano di credenza, ma senza che si sappia ciò ch'egli operasse. Nasce qui un gruppo difficile di cronologia intorno al passaggio de' Vandali in Africa, colà invitati nella sua disperazione da esso Bonifacio conte. Nell'anno precedente il sopra mentovato Prospero notò questo avvenimento; altrettanto scrisse Cassiodoro[1470]; e furono in ciò seguitati dal Sigonio. La Cronica Alessandrina, il cardinal Baronio ed altri scrissero che in quest'anno avvenne la trasmigrazione di quei Barbari nell'Africa. Ma il padre Pagi sostiene che solamente nell'anno 429 susseguente succedette la lor mossa; perciocchè Idacio[1471] nella Cronica nell'anno 2444 di Abramo, che comincia nel primo di ottobre del presente anno, lasciò scritto che Genserico re de' Vandali, abbandonata la Spagna, passò in Africa _nel mese di maggio_, il quale viene a cadere nell'anno susseguente. Anche sant'Isidoro[1472] attesta che Genserico nell'era 467 succedette a Gunderico re de' Vandali, e fece il passaggio nell'Africa. Quell'anno corrisponde al 429 dell'epoca volgare. Finalmente varie leggi si leggono di Valentiniano Augusto, indirizzate prima del maggio dell'anno susseguente a Celere proconsole dell'Africa, nelle quali non apparisce vestigio alcuno delle calamità dell'Africa. Ma può ben restar qualche dubbio intorno a questa cronologia, confessando il Pagi molti altri falli d'Idacio, o per colpa sua, o per difetto de' copisti. Nè le allegate leggi bastano a decidere questo punto, perciocchè da che furono entrati i Vandali, conquistarono sol poca parte dell'Africa. E siccome nella legge trentesima terza _de Susceptoribus_, data nell'anno 430, si parla delle provincie Proconsolare e Bisacena dell'Africa, senza che si dica parola della guerra dei Vandali, i quai pure lo stesso Pagi concede passati nell'Africa nel 429; così nulla si può dedurre dalle leggi date in esso anno 429 da Valentiniano. Comunque sia, mi fo io lecito di rammentar qui il funestissimo ingresso di que' Barbari nelle provincie africane, alle quali erano stati iniquamente invitati da Bonifacio conte. _Genserico_ re loro, per quanto abbiam da Procopio[1473], fu principe di gran prodezza nell'armi, e di mirabile diligenza nelle sue azioni. E, secondochè scrive Giordano storico[1474], era di statura mezzana, zoppo per una caduta dal suo cavallo, cupo nei suoi pensieri, di poche parole, sprezzatore della lussuria, inclinato all'ira, avido di conquiste, sollecito al maggior segno in muovere le sue genti, ed accorto per seminar dissensioni e promuover odii, dove gli tornava il conto. Signoreggiava costui insieme colla nazione nella Betica, ed era padron di Siviglia[1475]. Nel mentre che egli si disponeva alla partenza verso l'Africa, intese che _Ermigario_ Svevo metteva a sacco le vicine provincie, e senza perdere tempo mossosi contra di lui, il raggiunse nella Lusitania non lungi da Merida, dove uccise non pochi dei di lui seguaci, ed Ermigario stesso fuggendo si annegò nel fiume Ana. Dopo questa vittoria Genserico, che avea raunata gran quantità di navi, per lo stretto di Gibilterra traghettò la sua gente nell'Africa, e sulle prime s'impadronì della Mauritania. Era l'Africa, per attestato di Salviano[1476], il più ricco paese che s'avesse l'imperio romano, perchè fin a questi tempi era stato esente dai malanni, che a cagion dei Barbari settentrionali aveano sofferto l'Italia, la Gallia e la Spagna. Ma non andò molto che divenne il teatro della povertà e delle miserie per l'ingresso de' Vandali. Nè solamente Genserico seco trasse i suoi nazionali, ma con esso lui s'unirono assaissimi Alani, Goti, ed altri di altre barbare nazioni, come racconta Possidio scrittore contemporaneo[1477], tutti isperanziti d'inestimabil bottino, di maniera che riuscì formidabile la sua armata, e a lui facile il far quei progressi che diremo. In quest'anno Prospero[1478] e Cassiodoro[1479] scrivono che quella parte della Gallia ch'è vicina al Reno, dov'erano passati, e s'erano annidati i Franchi, fu colla strage di molti di loro ricuperata al romano imperio per la bravura d'Aezio. E Teodosio piissimo imperadore pubblicò in questo medesimo anno un insigne editto[1480] contra di tutti gli eretici, nominandoli ad uno ad uno. Ma per disgrazia della Chiesa cattolica Nestorio nello stesso tempo fu creato vescovo di Costantinopoli, e cominciò tosto a propalare le perverse opinioni sue.
NOTE:
[1468] Thesaur. Novus Inscript., p. 403.
[1469] Prosper, in Chron. apud Labb.
[1470] Cassiod., in Chron.
[1471] Idacius, in Chron. apud Sirmond.
[1472] Isidorus, in Chron. Vandal.
[1473] Procop., de Bell. Vand., lib. 1, cap. 3.
[1474] Jordan., cap. 33, de Reb. Get.
[1475] Idacius, in Chronic.
[1476] Salvian., lib. 7 de Gubern.
[1477] Possid., in Vita sancti Augustini, cap. 28.
[1478] Prosper, in Chron.
[1479] Cassiodorus, in Chronic.
[1480] L. 65, lib. 16, tit. 8, Codic. Theodos.
Anno di CRISTO CDXXIX. Indiz. XII.
CELESTINO papa 8. TEODOSIO II imper. 28 e 22. VALENTINIANO III imperad. 5.
_Consoli_
FIORENZO e DIONISIO.
O sia che i Vandali passassero solamente nel maggio del presente anno in Africa, come con buone ragioni pretende il padre Pagi, oppure nel precedente, certo è che crebbero le calamità in quelle parti, e massimamente nelle due Mauritanie, sopra le quali si caricò sulle prime il loro furore. Possidio[1481] è un buon testimonio delle immense crudeltà da loro commesse. Saccheggi, incendii, stragi dappertutto, senza perdonare nè a sesso, nè ad età, nè a persone religiose, nè ai sacri templi. Fa parimente Vittor Vitense[1482] una lagrimevol menzione de' tanti mali prodotti dalla barbarie di que' tempi in quelle floride provincie. Salviano[1483] anch'egli, non già vescovo, ma prete di Marsilia, raccontando la terribile scena dell'irruzione de Vandali nell'Africa, riconosce in ciò i giusti giudizii di Dio per punire gli enormi peccati dei popoli africani, inumani, impudici, dati all'ubbriachezza, alle frodi, alla perfidia, alla idolatria e ad ogni altro vizio, di maniera che meno malvagi erano i Barbari di que' tempi in lor paragone. _La nazione gotica_ (dic'egli) _è perfida, ma pudica. Gli Alani sono impudichi, ma men perfidi. I Franchi son bugiardi, ma amanti dell'ospitalità. I Sassoni fieri per la lor crudeltà, ma per la lor castità venerandi; perciocchè tutte queste nazioni hanno qualche male particolare, ma hanno eziandio qualche cosa di bene. Negli Africani non si sa trovar se non del male._ Ora qui è da ascoltare Procopio, il quale vien dicendo[1484] che molti amici di Bonifacio in Roma, considerati i costumi di lui per l'addietro incorrotti, non sapeano nè capire nè credere ch'egli per cupidigia di regnare si fosse ribellato al suo sovrano. Ne parlarono a Placidia Augusta, e per ordine di lei passarono a Cartagine per discoprire il netto della cosa. Bonifacio fece lor vedere le lettere d'Aezio, persuaso dalle quali aveva pensato non a venire in Italia, ma a cercar di salvarsi comunque avesse potuto. Con queste notizie se ne tornarono i suoi amici a Ravenna, e il riferirono a Placidia, la quale rimase stupefatta a così impensato avviso; ma non pensò di farne risentimento nè vendetta contra di Aezio, perchè egli avea le armi in mano, era vittorioso, e l'imperio romano indebolito non potea far senza di un sì valoroso capitano. Altro dunque non fece, se non rivelare anch'essa agli amici suddetti di Bonifacio la trama ordita da Aezio, e pregarli che inducessero Bonifacio a ritornarsene sul buon cammino, e a non permettere che l'imperio romano fosse maltrattato e lacerato dai Barbari, impegnando con giuramento la sua parola di rimetterlo in sua grazia. Andarono essi, e tanto dissero e fecero, che Bonifacio si pentì delle risoluzioni già prese e ripigliò la fedeltà verso il suo legittimo signore, ma troppo tardi, siccome vedremo. Se queste cose succedessero nel presente o nel susseguente anno non è ben chiaro. Due belle leggi fra l'altre di Valentiniano Augusto appartengono a quest'anno. Nella prima[1485], indirizzata a _Volusiano_ prefetto del pretorio dice: _Essere un parlare conveniente alla maestà del regnante, allorchè professa d'essere anch'egli legato dalle leggi, e che dall'autorità del diritto dipende l'autorità principesca. Essere in fatti cosa più grande dell'imperio, il sottomettere il principato alle leggi. E perciò egli notifica a tutti col presente editto quel tanto che non vuole sia lecito neppure a sè stesso._ Nell'altra legge[1486], indirizzata a _Celere_ proconsole dell'Africa, protesta che, salva la riverenza dovuta alla sua maestà, egli non isdegna di litigar coi privati nel medesimo foro, e di essere giudicato colle stesse leggi. Tali editti fecero e fan tuttavia sommo onore a Valentiniano; ma egli col tempo se ne dimenticò, e gli costò la vita. Sebbene tai leggi son da attribuire a qualche suo saggio ministro, e non già a lui, che era tuttavia di tenera età.
NOTE:
[1481] Possid., in Vita S. Augustini.
[1482] Vict. Vitensis, Praet. lib. 1, de Persec. Vandal.
[1483] Salvian., de Gubern., lib. 7.
[1484] Procop., de Bell. Vandal., lib. 1, cap. 3.
[1485] L. digna vox, Cod. Justinian. de Legib.
[1486] L. 68, lib. II, tit. 30 Cod. Theodos.
Anno di CRISTO CDXXX. Indizione XIII.
CELESTINO papa 9. TEODOSIO II imp. 29 e 23. VALENTINIANO III imperad. 6.
_Consoli_
TEODOSIO AUGUSTO per la tredicesima volta e VALENTINIANO AUGUSTO per la terza.
Dappoichè furono passati in Africa i Vandali, pare, secondo sant'Isidoro[1487], che gli Svevi sotto il re loro _Ermerico_, non avendo più ostacolo, s'impadronissero della Gallizia. Ma non l'ebbero tutta, e seguì ancora un accordo co' popoli di quella parte, che non si lasciò mettere il giogo. Perciocchè scrive Idacio[1488] sotto il presente anno, che essendo entrati gli Svevi nelle parti di mezzo della Gallizia, e mettendole a sacco, la plebe, che s'era ritirata nelle castella più forti, fece strage di una parte di essi, ed un'altra parte rimase prigioniera nelle lor mani, di modo che quei Barbari furono costretti a stabilir la pace con gli abitanti, sì se vollero riavere i lor prigioni. Racconta inoltre lo stesso Idacio che nelle Gallie venne fatto ad Aezio di trucidare un corpo di Goti, che ostilmente erano venuti fin presso ad Arles, con far prigione Arnolfo capo di essi. Aveano ben costoro pace coi Romani, ma non sapeano astenersi dal bottinare sopra i confinanti, quando se la vedeano bella. E colla medesima fortuna sconfisse i Giutunghi e Nori, ma senza dire in qual parte. Per quanto abbiam veduto altrove, e s'ha da Ammiano Marcellino[1489], erano i Giutunghi popoli dell'Alemagna. Desippo storico dice[1490] che i Giutunghi erano popoli della Scitia ossia Tartaria, forse perch'erano venuti di là. Certamente stavano non lungi dalla Rezia ai tempi di sant'Ambrosio, che ne parla in una sua lettera[1491]. I Nori si dee credere che fossero i popoli del Norico, che in questi tempi si ribellarono. E chiaramente lo attesta Apollinare Sidonio[1492] nel panegirico di Avito imperadore, con aggiugnere che Aezio in tali guerre nulla operò senza la compagnia di Avito, persona allora privata. E perciocchè _Felice_, di cui si è fatta menzione di sopra, generale delle armate di Valentiniano, fu innalzato alla dignità di patrizio, _Aezio_ gli succedette nel generalato, per testimonianza di san Prospero[1493]. Già dicemmo pentito Bonifacio conte in Africa d'aver preso l'armi contra del suo sovrano, e di aver chiamato colà i Vandali dalla Spagna. A indurlo alla pace e riconciliazione con Galla Placidia Augusta, probabilmente fu inviato in Africa _Dario_ conte, di cui parla sant'Agostino in una sua lettera al medesimo[1494]. E Dario stesso, in iscrivendo al santo vescovo, dice che se non ha estinto, ha almen differito i danni della guerra. Sappiamo inoltre che in questi tempi _Segisvolto_, generale di Valentiniano in essa Africa, mandò da Cartagine ad Ippona a sant'Agostino[1495] Massimino vescovo ariano, per conferire con esso lui; il che ci fa argomentare che questo generale comandava tanto in Cartagine che in Ippona. E questo non si può intendere accaduto se non dopo la pace fatta con Bonifacio, che signoreggiava in quelle contrade, nè era stato vinto dall'armi dell'imperadore.
Tornato dunque in sè stesso Bonifacio e bramando di rimediare al male fatto, per attestato di Procopio[1496], si studiò d'indurre i Vandali a ritornarsene in Ispagna, con adoperare quante preghiere potè, e promettendo loro magnifiche ricompense. Ma un pazzo gitta un sasso nel pozzo, e cento savii nol possono cavare. Si risero in fatti di lui que' Barbari, parendo loro di essere burlati; e in fine dalle dolci si venne alle brusche, con essere seguito un fatto d'armi, nel quale restò sconfitto l'infelice Bonifazio. Si ritirò egli in Ippone Regio ossia Ippona, oggidì Bona città marittima e fortissima della Numidia, dove era vescovo _santo Agostino_ suo singolare amico[1497]. Colà ancora si rifugiarono come in luogo sicuro molti altri vescovi. Perciò i Vandali col re loro _Genserico_ verso il fine di maggio, o sul principio di giugno del presente anno, passarono all'assedio di quella città, che sostenne lunghissimo tempo gli assalti e il furore di que' Barbari. Ed appunto nel terzo mese di quell'assedio infermatosi il gran lume dell'Africa e della Chiesa di Dio, cioè il suddetto sant'Agostino, diede fine ai suoi giorni nel dì 28 d'agosto di questo anno, e non già del precedente, come scrisse Marcellino conte, raccogliendosi la verità dell'anno da san Prospero[1498] e dalle lettere di Capreolo vescovo di Cartagine al concilio efesino, e da Liberato diacono nel suo Breviario. Finirono ancora di vivere in quest'anno _Aurelio_ insigne vescovo di Cartagine, ed _Alipio_ vescovo di Tagaste, primate della Numidia, celebre amico di sant'Agostino. Il vedere quei santi prelati le incredibili calamità delle lor contrade, e senza rimedio, non v'ha dubbio che dovette influire nella lor malattia e morte; e sant'Agostino fra gli altri in quel frangente pregava Dio, che o liberasse la città dai Barbari o se altra era la sua sovrana volontà, desse fortezza ai suoi servi, per uniformarsi al divino volere, oppure che levasse lui da questo secolo. Un gran fuoco s'era intanto acceso in Oriente per l'eresia di Nestorio, empio vescovo di Costantinopoli. _Cirillo_ santo e zelante vescovo alessandrino quegli fu che più degli altri imbracciò lo scudo in difesa della Chiesa e della sentenza cattolica. Ma tanto egli quanto Nestorio ricorsero alla Sede apostolica romana, maestra di tutte le chiese. Perciò _Celestino_, pontefice di gran pietà e valore, raunò un concilio di vescovi in Roma, ed in esso condannò gli errori di Nestorio. Sopra ciò è da vedere gli Annali Ecclesiastici del cardinal Baronio e la Critica del padre Pagi. Nulladimeno perchè Nestorio era pertinace, nè gli mancava gente che il favoriva, e fra gli altri si contava _Teodoreto_ celebre vescovo e scrittore di que' tempi, il piissimo imperador Teodosio intimò un concilio universale da tenersi nell'anno susseguente in Efeso, per mettere fine a tali controversie ed orrori. In questo medesimo anno, secondochè abbiamo da Prospero[1499], da Marcellino conte[1500] e da Idacio[1501], in un tumulto di soldati eccitato in Ravenna fu ucciso _Felice_ generale dianzi dell'imperadore, ed allora patrizio, e con esso lui Padusia sua moglie e Grunito diacono. L'iniquo Aezio, tante volte disopra nominato, fu l'autore di tali omicidii, secondo Prospero, per avere, diceva egli, presentito che costoro gli tendevano insidie. Ma questa insolenza tanto più dovette irritar l'animo di Placidia contra di lui, e gli effetti se ne videro dipoi.
NOTE:
[1487] Isidorus, in Chron. Svevor.
[1488] Idacius, in Chronic.
[1489] Ammian. Marcellin., lib. 17, c. 6.
[1490] Dexippus, in Eclog. Legat.
[1491] Ambros., Epist. XXVIII, Class. I.
[1492] Sidonius, in Panegyr. Aviti.
[1493] Prosper, in Chron.
[1494] August., Epist. CCXXIX et CCXXX.
[1495] August., Collat. cum maxim. num. 1.
[1496] Procop., de Bell. Vand., lib. 1, cap. 3.
[1497] Possidius, Vita S. Augustin., cap. 28.
[1498] Prosper, in Chron. Notis, Histor. Pelagian., lib. 2, c. 9.
[1499] Prosper, in Chron.
[1500] Marcellin. Comes, in Chronico.
[1501] Idacius, in Chronico.
Anno di CRISTO CDXXXI. Indizione XIV.
CELESTINO papa 10. TEODOSIO II imper. 30 e 24. VALENTINIANO III imperad. 7.
_Consoli_
BASSO e FLAVIO ANTIOCO.
Quasi quattordici mesi durò l'assedio d'Ippona; e benchè il re Genserico avesse così ben chiuso il porto e il lido, che non vi poteano entrar soccorsi; e quantunque facesse ogni sforzo per ridurla o colla forza o con qualche capitolazione alla resa, i difensori tennero forte, e delusero la di lui bravura e speranza, talmente che stanchi e ridotti senza viveri que' Barbari, dopo esservi stati sotto per sì lungo tratto di mesi, nel maggio dell'anno presente, levato l'assedio, si ritirarono. Non così tosto fu alla larga Bonifacio conte, che si diede a ragunar quante milizie romane potè[1502]; e perchè era già sbarcato a Cartagine un gran rinforzo di soldatesche, inviato non meno da Valentiniano che da Teodosio Augusti, egli mise insieme un poderoso esercito, con cui credette di poter azzardare una nuova battaglia coi Vandali. Per generale delle sue truppe avea spedito Teodosio _Aspare_ figliuolo di Ardaburio, nominato disopra. Si combattè coraggiosamente con ostinatezza dall'una e dall'altra parte; ma in fine toccò la peggio a Bonifacio e ad Aspare. Grande strage fu fatta dei Romani, e i generali si salvarono colla fuga. Aspare se ne tornò a Costantinopoli, e Bonifacio fece vela verso l'Italia. Idacio vescovo[1503] pare che differisca il ritorno a Roma di Bonifacio sino all'anno susseguente. Racconta egli bensì sotto il presente, che avendo gli Svevi di nuovo rotta la pace coi popoli della Gallizia, e saccheggiando dovunque arrivavano, egli fu spedito per implorare soccorso da Aezio, il quale nella Gallia faceva guerra coi Franchi. In Africa i cittadini d'Ippona, dappoichè ebbero intesa la rotta data dai Vandali all'armata di Bonifacio, abbandonarono la lor città, non volendo esporsi a sostenere un nuovo assedio. Il perchè trovatala vota i Vandali, v'entrarono, ed attaccatovi il fuoco, la desertarono, con essersi nondimeno miracolosamente salvata la libreria di sant'Agostino[1504]. Fu celebrato in quest'anno sul fine di giugno e nel susseguente luglio, il terzo concilio universale nella città d'Efeso, e v'intervennero circa dugento vescovi. Papa Celestino, per servire di scorta e lume ai Padri che colà si aveano a raunare, precedentemente tenne in questo anno un altro concilio in Roma, e poscia spedì ad Efeso sul principio di maggio per suoi legati _Arcadio_ e _Projetto_ vescovi, e _Filippo_ prete colle istruzioni necessarie. Nè contento di ciò, diede le sue veci a _Cirillo_ vescovo di Alessandria, acciocchè presedesse in nome suo a quella sacra raunanza[1505]. In essa furono condannate le eresie di Nestorio, ed egli stesso deposto, e mandato in esilio, e in luogo suo fu eletto vescovo di Costantinopoli _Massimiano_. Diede fine in quest'anno a dì 22 di giugno alla sua santa vita Paolino vescovo di Nola, le cui virtù il fecero degno d'essere registrato fra i santi, e le cui opere sì di prosa che di verso si leggono stampate nella Biblioteca de' Padri, e più pienamente si veggono unite nell'edizione che ne fu fatta nell'anno 1756 in Verona. E in quest'anno racconta Marcellino conte[1506], che mancò di vita _Flacilla figliuola di Teodosio Augusto_. C'è luogo di sospettare, che in vece di _figliuola_ Marcellino scrivesse _sorella_, sapendo noi che Arcadio imperadore padre di Teodosio II, fra le altre figliuole una ne lasciò dopo di sè appellata _Flacilla_, e non raccontando alcuno degli antichi storici che a Teodosio II nascesse altra figliuola se non _Eudossia_. Diede Valentiniano III imperadore nel presente anno un ordine a _Flaviano_ prefetto del pretorio[1507], proibendo qualunque esenzione dai carichi ordinarii e straordinarii a qualsivoglia persona, con esentare solamente i beni suoi patrimoniali; perchè, come egli dice, le rendite di questi si impiegano spessissimo in sollievo delle pubbliche necessità; impiego sommamente lodevole in un principe che ama i suoi popoli. Quanto a Teodosio imperadore d'Oriente, ci fa sapere il suddetto Marcellino, che il popolo di Costantinopoli per carestia di pane gli tirò de' sassi nell'andar egli ai granai del pubblico. Diede fuori il medesimo Teodosio in quest'anno una legge[1508], in occasione che molti schiavi armati si erano rifugiati in chiesa, e n'era perciò nato un gran tumulto; proibendo da lì innanzi il poter levare per forza, pena la vita, alcuno dalle chiese e dai recinti di esse, compresi i cortili, portici e case dei religiosi, che ad esse servivano: con ordinare ancora che chi portasse armi in chiesa, perdesse la franchigia; ed egli stesso fu il primo a darne l'esempio. Trovasi intiera questa legge negli atti del concilio efesino.
NOTE:
[1502] Procop., de Bell. Vandal. lib. 1, cap. 5.
[1503] Idacius, in Chron.
[1504] Possid., in Vit. S. August., cap. 28.
[1505] Concil. Ephesio., Action. 1.
[1506] Marcell. Comes, in Chronico.
[1507] L. 37, lib. 11, tit. 1 Cod. Theodos.
[1508] L. 4 et 5, de his, qui ad Eccl. Cod. cod.
Anno di CRISTO CDXXXII. Indizione XV.
SISTO III papa 1. TEODOSIO II imperad. 31 e 25. VALENTINIANO III imperad. 8.
_Consoli_
FLAVIO AEZIO e VALERIO.