Annali d'Italia, vol. 2 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750
Part 39
Fu condotto fra le catene Giovanni ad Aquileia, dove s'era fermata Placidia col figliuolo Valentiniano; e quivi dopo essergli stata troncata la mano destra, lasciò anche la testa sopra un patibolo. Idazio[1430] scrive ch'egli fu ucciso in Ravenna, ma più fede merita Filostorgio che dà la sua morte in Aquileia, siccome scrittore più informato di que' fatti. E tanto più perchè Procopio[1431] attesta il medesimo, con giugnere che Giovanni fu menato nel circo di Aquileia sopra un asinello, e dopo molti strapazzi e dileggi a lui fatti dagli istrioni, fu ucciso. Pagò la misera città di Ravenna in tal occasione anch'ella il fio dell'amore ed aderenza che avea mostrato al tiranno, perchè l'esercito vincitore crudelmente la saccheggiò, siccome abbiamo da Prospero Tirone[1432] e dall'autore della Storia Miscella[1433]. Stando tuttavia Valentiniano Cesare in Aquileia, pubblicò a dì 17 di luglio una legge contra dei manichei, eretici e scismatici, che si trovavano allora nella città di Roma, dove bisogna supporre che durassero tuttavia alcuni seguaci d'Eulalio, i quali non voleano riconoscere per vero papa Celestino. È indrizzata quella legge a _Fausto_ prefetto di Roma[1434]: il che ci fa intendere che già quella città avea riconosciuto per suo signore Valentiniano dopo la morte di Giovanni tiranno. Con due altre leggi, parimente date nel presente agosto, esso Valentiniano, col consenso, come si può credere, dell'Augusto Teodosio, intimò varie pene contro gli eretici e scismatici, esistenti nell'Africa ed in ogni altra città del romano imperio. Egli è da credere che le premure del santo pontefice Celestino e di santo Agostino impetrassero tali rescritti in favore della dottrina ed unità della Chiesa cattolica. Ci è parimente una legge[1435] data in Aquileia dal medesimo a' dì 7 di ottobre, in cui esso Cesare conferma tutti i privilegi conceduti dagli antecessori alle chiese, che Giovanni tiranno s'era dianzi studiato di annientare. Intanto Aezio, forse nulla sapendo di quanto era accaduto in Ravenna, con un esercito di sessantamila Unni, tre dì dopo la morte di Giovanni tiranno pervenne presso ad Aquileia, e, secondochè narra Filostorgio[1436], venne alle mani coll'esercito di Aspare, e nel conflitto rimasero morti non pochi dall'una e dall'altra parte. Ma inteso poi che Giovanni perduto avea imperio e vita, intavolò un trattato di pace o di lega con Placidia e Valentiniano, da' quali ricevette la dignità di conte. Quindi gli riuscì, mercè dello sborso di buona somma d'oro, d'indurre i Barbari a ritornarsene pacificamente alle loro case: il che fu puntualmente eseguito con essersi dati ostaggi dall'una e dall'altra parte. E qui termina la sua storia Filostorgio, di nazione cappadoce, uomo dotto, ma fiero eretico eunomiano, che si meritò il titolo d'ateista, e degno che Fozio chiamasse la di lui fatica piuttosto un encomio degli eretici che una storia. Anche Prospero nella sua Cronica[1437] notò che fu perdonato ad Aezio, perchè per cura di lui gli Unni, chiamati dal tiranno Giovanni, se ne ritornarono al loro paese. Ma _Castino_ console di quest'anno fu cacciato in esilio, perchè si credea ch'egli avesse tenuto mano a Giovanni nell'usurpare l'imperio. Fra le epistole di sant'Agostino[1438] una se ne legge a lui scritta da Bonifazio conte nell'Africa, in cui gli fa sapere che s'era rifugiato presso di lui Castino già console, quel medesimo che negli anni addietro avea mostrato sì mal animo e sprezzo contra d'esso Bonifazio; ma che egli pago dell'umilazion di costui, pensò dipoi ad aiutarlo. Gli risponde sant'Agostino che Castino con giuramento avea protestato di essere innocente delle colpe a lui apposte, e il raccomanda alla clemenza di Bonifazio. Ma queste lettere, benchè antichissime, troppo diverse dallo stile di sant'Agostino, son ripudiate dai critici, e specialmente dai padri benedettini di san Mauro. Il Sigonio[1439], fidatosi delle medesime, scrisse che Castino, mossa poi guerra in Africa, fu rotto in una battaglia da Bonifacio conte, e costretto a fuggirsene. Ma di questo conflitto nulla parlano gli scrittori di quei tempi.
Venne dipoi _Placidia_ con _Valentiniano_ Cesare a Ravenna, e di là passò a Roma, dove da lì a non molto arrivò anche Elione maestro e patrizio, spedito dall'imperador Teodosio[1440], che portò a _Valentiniano_ la veste imperatoria, e il dichiarò Augusto sotto la tutela di Galla Placidia _Augusta_ sua madre. Egli non avea allora che sette anni. Qui diede fine alla sua storia anche Olimpiodoro scrittor pagano, di cui restano solamente alcuni pezzi, a noi conservati nella sua Biblioteca da Fozio. Marcellino conte[1441] scrive che in Ravenna succedette la dichiarazione di Valentiniano, terzo fra gl'imperadori di questo nome. Ma il padre Pagi[1442] sostiene ch'egli s'ingannò, asserendo Filostorgio, Olimpiodoro, Prospero e Idazio, che questa solennità si fece in Roma. Poteva egli aggiugnere anche la testimonianza di Teofane[1443], che scrive portata la porpora imperiale a Valentiniano dimorante in quella augusta città. Non è però che non possa restar qualche dubbio su questo. Perciochè esso Pagi ha ben letto nella versione latina di Filostorgio, che in Roma Valentiniano ricevette la dignità imperiale; ma nel testo greco di quest'autore non v'ha menzione di Roma. E il testo d'Olimpiodoro non è chiaro, potendosi interpretare così: _Ucciso poi che fu il tiranno Giovanni, Placidia col figliuolo Cesare passò a Ravenna. Ed Elione maestro e patrizio, che avea occupata Roma, col concorso colà di tutti ornò colla veste imperiale Valentiniano che avea solamente sette anni._ Ed oltre a Marcellino conte, anche Giordano storico[1444] del secolo susseguente asserisce che tal funzione fu fatta in Ravenna; e lo stesso si ha da Freculfo nella sua Cronica[1445]. Sappiam per altro di certo che Valentiniano, prima che terminasse il presente anno, passò a Roma; e dalla Cronica Alessandrina[1446] abbiamo che il giorno della sua assunzione all'imperio fu il dì 23 d'ottobre del presente anno. Che se fosse certa la data di una legge sopra mentovata nel Codice Teodosiano[1447] con queste note: _VIII Idus Octobris Aquilejae D. N. Teodosio XI et Valentiniano Caesare Coss._; cioè in quest'anno, molto più probabile sarebbe che in Ravenna fosse stata a lui portata la veste imperatoria, perchè in sì poco tempo forse egli non avrebbe potuto fare il viaggio da Aquileia a Roma. Merita qui d'essere rammentata una legge[1448] in quest'anno pubblicata da Teodosio Augusto, in cui ristaurò e ridusse in miglior forma le scuole pubbliche di Costantinopoli, con vietare che niuno potesse leggere in esse, se non era prima approvato per idoneo, e che non si potesse insegnare in altre scuole che nelle capitoline, cioè in luogo fabbricato da Costantino il grande ad imitazione del Campidoglio di Roma, perchè servisse a tale affetto. Deputò in tali scuole tre oratori e dieci grammatici latini; cinque sofisti e dieci grammatici greci; un filosofo e due legisti. Le università dei nostri tempi si scorgono ben più considerabili di quelle d'allora. Da lì a poco con altra legge[1449] esso imperadore dichiarò conti del primo ordine Elladio e Siriano grammatici greci, Teofilo grammatico latino, Martino e Massimo sofisti, e Leonzio legista, ordinando che da lì innanzi que' lettori che avessero faticato lo spazio di venti anni continui nella lettura, per premio avessero il medesimo onore. Così fanno i saggi principi che sanno la vera via della gloria, e cercano soprattutto il bene de' lor sudditi. Con un'altra legge esso Teodosio Augusto proibì i giuochi teatrali circensi nei giorni festivi de' Cristiani. Idazio[1450] sotto questo anno nota che i Vandali saccheggiarono Majorica e Minorica. Poscia spianarono dai fondamenti Cartagena e Siviglia, commettendo altri orridi disordini per la Spagna. Ma soggiugnendo egli che invasero anche la Mauritania provincia dell'Africa, si può dubitare che più tardi succedessero tante loro insolenze; e massimamente raccontando egli all'anno 427, che _Gunderico_ re dei Vandali prese Siviglia.
NOTE:
[1427] Thesaur. novus Inscript., pag. 403.
[1428] Socrates, Hist. Eccl., lib. 7, cap. 23.
[1429] Philostorg., Hist. Eccl., lib. 12, cap. 13.
[1430] Idacius., in Chron. apud Sirmond.
[1431] Procop., lib. 1, cap. 3 de Bell. Vand.
[1432] Prosper, in Chronico apud Labb.
[1433] Hist. Miscell., lib. 14.
[1434] L. 62 et seq. lib. 16, tit. 5, Cod. Theodos.
[1435] L. 47, tit. 2, ibid.
[1436] Philost., lib. 2, cap. 14.
[1437] Prosper, in Chron. apud Labb.
[1438] In Appendice tom. 2, Operum s. Augustini.
[1439] Sigonius, de imper. Occident.
[1440] Olympiodorus, apud Photium, pag. 198.
[1441] Marcell. Comes, in Chron.
[1442] Pagius, Crit. Baron. ad ann. 425.
[1443] Theophanes, in Chronogr.
[1444] Jordan., de Reg. Success.
[1445] Frecul., in Chron.
[1446] Chron. Alexandr. ad hunc ann.
[1447] L. ultima, lib. 6, tit. de Episc.
[1448] L. 3. lib. 14, tit. 9, Cod. Theodos.
[1449] L. 3, lib. tit. 21, Cod. Theodos.
[1450] Idacius, in Chron. apud Sirmond.
Anno di CRISTO CDXXVI. Indizione IX.
CELESTINO papa 5. TEODOSIO II imperad. 25 e 19. VALENTINIANO III imperad. 2.
_Consoli_
TEODOSIO AUGUSTO per la dodicesima volta e VALENTINIANO AUGUSTO per la seconda.
Dalle leggi del Codice Teodosiano apparisce che _Albino_ fu prefetto di Roma, e che nel gennaio del presente anno Valentiniano Augusto dimorò in Roma, dove indrizzò tre editti al senato romano, ed uno[1451] al suddetto _Albino_ prefetto della città. Da uno di essi veniamo a conoscere che il senato di Roma sì per cattivarsi il nuovo sovrano, come ancora per solennizzare la poco fa compartita a lui dignità imperiale, gli avea promesso un dono gratuito. Ma Valentiniano anch'egli compatendo lo stato della città, che avea patito non poco anche ultimamente sotto Giovanni tiranno, gli fa remissione di parte di questo dono promesso, e l'altra parte vuol che s'impieghi in benefizio di Roma stessa: il che dovette essere ricevuto con plauso grande dal popolo. L'ordine di questa sua munificenza fu letto in senato da Teodosio primicerio de' notai. Poscia con Placidia Augusta sua madre se ne tornò a Ravenna, e quivi era nel principio di marzo, allorchè inviò un suo editto a _Basso_ prefetto del pretorio. Con altre leggi egli diede favore a que' Giudei che abbracciassero la fede cattolica, ed intimò varie pene agli apostati d'essa religione santissima. Pose dunque Galla Placidia Augusta col figliuolo Valentiniano imperadore, che era tuttavia fanciullo, la sua sedia in Ravenna, con tener essa le redini del governo. Ma qui bisogna udire Procopio[1452] che un brutto ritratto ci lasciò non meno di essa Augusta che di suo figliuolo. Scrive egli adunque che Placidia nudrì Valentiniano nell'effemminatezza e nei piaceri: dal che avvenne ch'egli fin dalla fanciullezza contrasse tutti i vizii. Dilettavasi della conversazione degli stregoni e de' professori della strologia giudiciaria. E quantunque egli poi prendesse moglie oltremodo bella, pure menava una vita scandalosissima, perdendosi nell'amore delle mogli altrui. Furono poi cagione questi vizii che andarono alla peggio gl'interessi dell'imperio romano, perchè egli non solamente nulla riacquistò del perduto, ma perdette anche l'Africa e poi la vita. Non è sì facilmente da prestar fede in questo a Procopio, scrittore greco, e però disposto a dir male de' regnanti latini; e certamente la perdita dell'Africa, siccome vedremo, non si può attribuire a Valentiniano, ch'era allora fanciullo, ma sì bene a sua madre, a cui mancò l'accortezza per difendersi dagl'inganni de' cattivi. Avevano, per quanto scrive Prospero[1453], i Goti nell'anno precedente rotta la pace ai Romani, prevalendosi anch'eglino delle turbolenze insorte in Italia per cagione del tiranno Giovanni. Perciò con gran forza intrapresero l'assedio di Arles, nobil città della Gallia. Ma sentendo che si accostava Aezio generale di Valentiniano con una poderosa armata, non senza loro danno batterono la ritirata. Non è ben chiaro se Aezio data la battaglia facesse a forza d'armi sloggiare quegli assedianti. Pare bensì che Prospero Tirone[1454] riferisca al presente anno questa liberazione di Arles. E sant'Isidoro[1455] nota, che Teodorico re de' medesimi Goti, prima dell'assedio di Arles, avea preso varie città de' Romani confinanti all'Aquitania, assegnata a quella nazione per loro stanza. In questi pericolosi tempi di Arles, _Patroclo_ vescovo di quella città restò tagliato a pezzi da un certo tribuno barbaro; e Prospero, che narra il fatto sotto il presente anno, aggiugne che si credette commessa questa scelleraggine per segreto comandamento di _Felice_ generale di Valentiniano, al quale attribuiva eziandio la morte data a Tito Diacono, uomo santo in Roma, mentr'egli distribuiva le limosine ai poveri. Viene nondimeno accusato questo _Patroclo_ vescovo da Prospero Tirone, d'aver con infame mercato venduti i sacerdozii, iniquità non per anche introdotta nella chiesa. Egli ebbe per successore _Onorato_ abbate Lirinense, uomo di santa vita. Teodosio piissimo Augusto in quest'anno pubblicò una legge contra de' pagani, con proibire sotto pena di morte i lor sagrifizii, e con ordinare che il restante de' loro templi fosse atterrato, o pure convertito in uso della religione cristiana.
NOTE:
[1451] L. 14, lib. 6, tit. 2, Cod. Theodos.
[1452] Procop., de Bell. Vand., lib. 1, cap. 3.
[1453] Prosper, in Chronico apud Labb.
[1454] Prosper Tiro apud eumdem.
[1455] Isidorus, in Chronic. Goth.
Anno di CRISTO CDXXVII. Indizione X.
CELESTINO papa 6. TEODOSIO II imperad. 26 e 20. VALENTINIANO III imperad. 3.
_Consoli_
JERIO ed ARDABURIO.
Insolentivano ogni dì più i Vandali nella Spagna, perchè non v'era armata di Romani, che li tenesse in freno. Abbiamo da Idacio[1456], che in quest'anno _Gunderico_ re loro, avendo presa Siviglia, e gonfiatosi per così prosperi avvenimenti, stese le mani contro la chiesa cattedrale di quella città, volendola verisimilmente spogliare de' suoi tesori, ma per giusto giudizio di Dio terminò la vita indemoniato. Gli succedette _Gaiserico_, ossia _Giserico_ o _Genserico_, suo fratello, il quale, per quanto alcuni assicurano, era dianzi cattolico, e passò poi all'eresia degli ariani. All'incontro _Teoderico_ re de' Goti, dappoichè fu ributtato dall'assedio sopra narrato di Arles, veggendo che l'esercito romano era poderoso, e di aver che fare con Aezio valentissimo generale di Valentiniano, diede mano ad un trattato di pace coi Romani, di cui fa menzione Apollinare Sidonio[1457], e che forse fu conchiusa nell'anno presente. Fra le capitolazioni d'essa pace abbiam motivo da credere che Teoderico s'impegnasse di muovere le armi contra de' Vandali che malmenavano la Spagna. Perciocchè Giordano storico[1458] scrive che _Vallia_ re de' Goti (doveva scrivere _Teoderico_) intendendo come i Vandali, usciti dai confini della Gallizia, mettevano a sacco le Provincie della Spagna, allorchè Jerio ed Ardaburio erano consoli, cioè in questo anno, contra dei medesimi mosse l'esercito suo. Racconta ancora Marcellino conte[1459] che in questi tempi la Pannonia, occupata per cinquanta anni addietro dagli Unni, fu ricuperata dai Romani. Giordano[1460] anch'egli attesta che sotto il medesimo consolato furono gli Unni cacciati fuori della Pannonia dai Romani e dai Goti. Col nome di Goti intende egli i Goti che fra poco vedremo chiamati Ostrogoti, ossia Goti orientali, a differenza degli altri che in questi tempi sotto il re Teoderico regnavano nella Aquitania, e son riconosciuti dagli antichi col nome di Visigoti, ossia di Goti occidentali. Ma niuno di questi autori accenna dove passassero gli Unni, dappoichè ebbero abbandonata la Pannonia, se non che li vedremo fra poco comparire ai danni dell'imperio d'Occidente. Due dei più valenti generali d'armate dell'imperio suddetto, che non aveano pari, erano in questi tempi _Aezio_ e _Bonifacio_ conte. Di Aezio s'è parlato di sopra, ed ora solamente convien aggiugnere che egli talmente s'acquistò non tanto il perdono, quanto anche la grazia di Placidia Augusta, ch'essa cominciò tosto a servirsi del di lui braccio e consiglio, con averlo inviato nella Gallia contra dei Goti. Egli, fatta la pace con quei Barbari, se ne dovette tornare alla corte dimorante in Ravenna, dove ordì un tradimento che fece perdere l'Africa all'imperador Valentiniano. Bonifacio conte, per quanto scrive Olimpiodoro[1461], era un eroe che talora con poche e talora con molte truppe avea combattuto coi Barbari nell'Africa con aver anche cacciato da quelle provincie varie loro nazioni. Fra suoi bei pregi si contava l'amore della giustizia, ed era uomo temperante, e sprezzator del danaro. Ma specialmente sant'Agostino, tra cui ed esso Bonifacio passava una singolar domestichezza, ne parla con vari elogi nelle sue lettere. Egli era stato, siccome vedemmo, sempre fedele a Galla Placidia e al figliuolo Valentiniano; loro anche avea prestato soccorso di danaro, dappoichè dovettero ritirarsi in Oriente; e finalmente avea sostenuta l'Africa nella lor divozione contra gli sforzi di Giovanni tiranno. Morto costui, e dichiarato Augusto Valentiniano, abbiamo da una lettera del suddetto santo[1462] ch'egli fu chiamato alla corte, e da Placidia, che gli si protestava tanto obbligata, non solamente gli fu o dato o confermato il governo dell'Africa, ma conferite ancora altre dignità. Tuttavia, per quanto scrive Procopio[1463], vennero accolte le prosperità di Bonifacio conte con assai invidia da Aezio, il quale andò celando il suo mal talento sotto l'apparente velo d'una stretta amicizia.
Ma dacchè Bonifacio fu passato in Africa, Aezio, che stava agli orecchi dell'imperadrice, cominciò a sparlare di lui, e a far credere alla stessa Augusta che l'ambizioso Bonifacio meditava di farsi signore dell'Africa, e di sottrarla all'imperio di Valentiniano. _E la maniera facile di chiarirsene_ (diss'egli) _l'abbiamo in pronto. Basta scrivergli che venga in Italia: che egli non ubbidirà nè verrà_. Cadde nel laccio l'incauta principessa, e si appigliò al suo parere. Aezio intanto avea scritto confidentemente a Bonifacio, che la madre dell'imperatore tramava delle insidie contra di lui, e manipolava la di lui rovina: del che si sarebbe accorto, se senza motivo alcuno egli fosse richiamato in Italia. Altro non ci volle che questo, perchè Bonifazio troppo credulo, allorchè giunsero gli ordini imperiali di venire in Italia, rispondesse a chi li portò, di non poter ubbidire, senza dir parola di quanto gli aveva significato Aezio. Allora Placidia tenne Aezio per ministro fedelissimo, e sospettò dei tradimenti nell'altro. Intanto Bonifacio, nè osando di andare a Roma, nè sperando dopo questa disubbidienza di salvarsi, chiamò a consulta i suoi pensieri per trovar qualche scampo in sì brutto frangente; e non vedendo altro ripiego, precipitò in una risoluzione che riuscì poi funestissima a lui e all'imperio romano. Cioè spedì in Ispagna i suoi migliori amici, acciocchè trattassero con Genserico re de' Vandali una lega, e lo impegnassero a passar colle sue forze in Africa per difesa d'esso Bonifacio, con partire fra loro quelle provincie. Così fu fatto, e i Vandali a man baciate accettarono la proposizion della lega, e la giurarono. Sotto quest'anno Teofane[1464] riferisce due insigni vittorie riportate contro de' Persiani, i quali dopo la morte d'_Isdegarde_ re loro, essendogli succeduto _Vararane_ di lui figliuolo, aveano mossa la guerra all'imperio romano d'Oriente. _Ardaburio_ fu generale di Teodosio, e segnalossi in varie imprese. Ma il padre Pagi pretende che tali vittorie appartengano all'anno di Cristo 420. La Cronica Alessandrina ne parla all'anno 421. E Marcellino conte aggiugne che nel 422 seguì la pace coi Persiani. Socrate[1465], autore contemporaneo, quegli è che più diffusamente narra una tal guerra, senza specificarne il tempo. Ma allorchè scrive che centomila Saraceni per timor de' Romani si affogarono nell'Eufrate, ha più del romanzo che della storia. Per queste fortunate prodezze furono recitati vari panegirici in onore dì Teodosio Augusto, e la stessa _Atenaide_, ossia _Eudocia_, sua moglie, compose in lode di lui un poema. Intanto Galla Placidia Augusta, persuasa che Bonifacio conte governatore dell'Africa non si potesse se non colla forza mettere in dovere, per testimonianza di san Prospero[1466], dichiaratolo nemico pubblico, spedì colà un'armata per mare, di cui erano capitani _Mavorzio, Gallione_ (ossia _Galbione_) e _Sinoce_. Fu assediato Bonifacio, non si sa in qual città; ma non durò molto lo assedio: perchè i due primi capitani furono uccisi da Sinoce a tradimento, e costui poscia accordatosi con Bonifacio, essendosi scoperta da lì a poco la sua perfidia, d'ordine di esso Bonifacio fu anch'egli levato dal mondo. Abbiamo da una lettera scritta in questi tempi da santo Agostino[1467] al medesimo Bonifacio, che i Barbari africani, animati da questo sconvolgimento di cose, fecero guerra alle provincie romane dell'Africa stessa, uccidendo, saccheggiando, devastando dovunque arrivavano, senza che Bonifacio, che pur avrebbe potuto reprimerli colle forze che avea, se ne mettesse pensiero, perchè pensava più alla difesa propria che all'offesa altrui. Se ne lagna il santo vescovo, e da lui sappiamo ancora che Bonifacio era passato alle seconde nozze con una ricchissima donna, ariana di professione, ma che per isposarlo aveva abbracciata la religion cattolica: e che, ciò non ostante, gli ariani aveano una gran possanza in casa d'esso Bonifacio. Anzi correa voce ch'egli, non contento della moglie, tenesse presso di sè alcune concubine.
NOTE:
[1456] Idacius, in Chron. apud. Sirmondum.
[1457] Sidon., in Panegyr. Aviti.
[1458] Jordan., de Reb. Getic, cap. 32.
[1459] Marcell., in Chron. apud Sirmond.
[1460] Jordan., de Reb. Getic., cap. 32.
[1461] Olympiod. apud Photium.
[1462] August., Epist. CCXX, n. 4.
[1463] Procop., de Bell. Vand., lib. 1, cap. 3.
[1464] Theoph., in Chronogr.
[1465] Socrat., lib. 7, cap. 18.
[1466] Prosper, in Chron. apud Labb.
[1467] August., Epist. CCXX.
Anno di CRISTO CDXXVIII. Indizione XI.
CELESTINO papa 7. TEODOSIO II imper. 27 e 21. VALENTINIANO III imperad. 4.
_Consoli_
FLAVIO FELICE e TAURO.