Annali d'Italia, vol. 2 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750

Part 38

Chapter 383,182 wordsPublic domain

Solennizzò Onorio imperadore in Ravenna l'anno trentesimo del suo imperio. Abbiamo da Marcellino conte[1406] che l'allegria di quella festa fu accresciuta dall'essere stati condotti a Ravenna incatenati _Massimo_ e _Giovino_ presi in Ispagna, i quali dappoichè ebbero servito di spettacolo al popolo, dati in mano alla giustizia riceverono colla morte il premio della lor ribellione. _Massimo_ è quel medesimo che nell'anno 411 fu creato imperadore da Geronzio nella Spagna, e fuggito dipoi fra i Barbari, tornò nell'anno 419 in iscena, coll'occupar la signoria di qualche provincia della Spagna, e dovette poi essere preso dai Romani. _Giovino_ è probabile che fosse il generale di questo chimerico imperadore. Ma queste allegrie furono troppo contrappesate da altri malanni che accaddero al romano imperio. Cassiodoro[1407] notò che nel presente anno fu spedito un esercito in Ispagna contra de' Vandali, che si erano impossessati della Betica. Generale di quest'armata fu _Castino_; e sappiamo da Idacio[1408] ch'egli menava seco un poderoso rinforzo di Goti ausiliarii. Assalì egli i Vandali, gli assediò, e li ridusse talmente alle strette, che già pensavano ad arrendersi. Ma l'imprudente generale avendo voluto cimentarsi ad un fatto di armi con gente disperata, fu rotto da essi Vandali, perchè ingannato dai disleali Goti, e si ridusse fuggitivo a Tarragona. Prospero Tirone fuor di sito racconta che ventimila Romani nella battaglia coi Vandali in Ispagna restarono morti sul campo. Un altro inescusabil fallo commise il superbo Castino; perciocchè, secondo l'altra Cronica di Prospero[1409], ingiuriosamente ricusò di aver per compagno nell'impresa suddetta _Bonifacio_ conte, persona di sommo credito e sperienza nell'arte della guerra: il che fu cagione che Bonifacio indispettito passasse poco appresso in Africa, dove comandava alla milizia, e vi suscitasse quei malanni che fra poco vedremo. Forse la spedizione contro i Vandali, se Castino si fosse servito dell'aiuto di questo valoroso campione, sarebbe succeduta diversamente. Onorio Augusto pubblicò in quest'anno una legge per mettere freno alle ingiustizie de' creditori, con proibir loro di cedere essi crediti a persone potenti, vietando ancora ogni azione contro i padroni per debiti fatti dai servi e fattori. Inoltre con altra legge regolò le imposte che pagavano i terreni nell'Africa proconsolare, e nella Bisacena, dopo aver fatto visitare da persone di molta probità le terre di quei paesi capaci o incapaci di tali aggravii. Ancorchè Prospero e Marcellino, seguitati dal cardinale Baronio, differiscano all'anno seguente la morte di _Bonifacio_ papa primo di questo nome, pure il padre Pagi[1410] pretende ch'egli mancasse di vita nel presente a dì 4 di settembre. E con ragione, perchè tutti gli antichi cataloghi de' romani pontefici gli danno anni tre, mesi otto e giorni sette di pontificato; e contando questi dal dì 29 di dicembre dell'anno 418, in cui fu intronizzato, cade la sua morte nel settembre del presente. Nel libro pontificale d'Anastasio in vece di _otto mesi_ è scritto _quattro mesi_, che sembrano presi dal tempo in cui, ripudiato Eulalio, fu confermata ossia riconosciuta legittima la di lui elezione dal concilio dei vescovi e da Onorio imperadore. In suo luogo a dì 10 di settembre fu eletto _Celestino_, figliuolo di Prisco. Seguì nel presente anno tra Teodosio II Augusto e il re di Persia la pace, ossia una tregua di cento anni. E ad esso imperadore Eudocia Augusta partorì una figliuola, a cui fu posto il nome di _Eudossia_.

NOTE:

[1406] Marcellin. Comes, in Chronico ap. Sirmondum.

[1407] Cassiodorus, in Chron.

[1408] Idacius, in Chron. apud Sirm.

[1409] Prosper, in Chronic. apud Labb.

[1410] Pag., Crit. Baron.

Anno di CRISTO CDXXIII. Indizione VI.

CELESTINO papa 2. TEODOSIO II imperad. 22 e 16.

_Consoli_

ASCLEPIODOTO e FLAVIO AVITO MARINIANO.

Olimpiodoro, che poco fa ci rappresentò contra ogni verisimile un tale affetto fra Onorio imperadore e la sorella Placidia Augusta, che si mormorava di loro, ci vien ora dicendo[1411] che non istette molto a convertirsi quell'amore in odio. Imperciocchè Placidia badava troppo ai consigli d'Elpidia sua balia, e di Leonteo suo mastro di casa, e vi era in Ravenna una fazione che teneva per lei, composta dei Goti servitori dianzi di Ataulfo suo primo marito, e di altri già aderenti a Costanzo marito in seconde nozze: e però bene spesso seguivano sedizioni e ferite in Ravenna fra quei della sua parte e quei dell'imperador suo fratello. Andò tanto innanzi questa discordia, che Onorio cacciò via Placidia co' suoi figliuoli, ed ella si imbarcò per rifuggirsi in Costantinopoli presso l'imperador Teodosio suo nipote. Cassiodoro[1412] e l'autore della Miscella[1413] scrivono ch'essa _insieme con Onorio e Valentiniano suoi figliuoli fu mandata dal fratello in Oriente per sospetto ch'essa invitasse i nemici contra di lui_. S'ha da scrivere nel testo di Cassiodoro e della Miscella _Onoria_ (e non già _Onorio_) figliuola nata da lei prima di Valentiniano. Prospero Tirone[1414] è di parere che Placidia fosse esiliata dal fratello, perchè gli tendeva delle insidie. Il volgo si prende facilmente l'autorità d'interpretare i segreti dei principi, e spaccia le sue immaginazioni per buona moneta. Certo è che Placidia fu cacciata, e se ne andò co' figliuoli a Costantinopoli, dove fu amorevolmente accolta. Olimpiodoro attesta che il solo Bonifacio conte le fu fedele, e dall'Africa, ov'era o governatore o general delle milizie, per quanto potè le andò mandando aiuto di danari, e fece dipoi ogni possibile sforzo perchè essa e il figliuolo ricuperassero l'imperio. Ma poco tempo goderono gli emuli di Placidia del loro trionfo, perchè in questo medesimo anno nel dì 15 agosto Onorio imperadore pagò l'inevitabil tributo dei mortali, con essere mancato di vita per male d'idropisia in Ravenna. Principe che nella pietà non fu inferiore a Teodosio il Grande suo padre, ma principe dappoco, che in tanti torbidi dell'imperio, e insulti a lui fatti, mai non cinse spada, nè una volta sola comparve in campo, benchè nel fiore della gioventù, e nato di un padre così guerriero. Perciò la debolezza del suo governo diede animo ai Barbari di calpestare e lacerare l'imperio romano, a' suoi medesimi cortigiani di sprezzarlo, e a' suoi uffiziali di ribellarsi contra di lui; e tanto più perchè egli non sapeva scegliere buoni ministri, e si lasciava aggirare or da questo or da quello. Il cardinal Baronio[1415] fa la di lui apologia, dicendo ch'egli colla pietà e colle orazioni vinse tanti tiranni e nemici; ed essere meglio che un imperadore sia dotato di religione che valoroso nell'armi. Egli è certo da desiderare che tutti gl'imperadori e principi cattolici sieno eccellenti nella pietà. Tuttavia, quando arrivano sconvolgimenti interni e ribellioni negli stati, sono ben proprie dei pontefici e prelati le orazioni a Dio; ma un principe dovrebbe fare di più, essendo allora gran disavventura per i sudditi l'avere chi loro comanda, timido e debole di consiglio. E se l'imperio romano patisse sotto il governo d'Onorio, l'abbiam già veduto. In somma alcuni si fan religiosi che starebbono meglio principi; e alcuni principi ci sono che starebbono meglio monaci. Certo Roma, non mai presa se non sotto di lui e saccheggiata dai Barbari, lasciò una gran macchia alla fama di questo per altro buon principe ed imperadore piissimo. Teofane e l'autore della Miscella dicono ch'egli morì in Roma, e fu seppellito in un mausoleo presso il corpo di san Pietro; ma per quel che concerne il luogo di sua morte non meritano fede. Idacio e Prospero Tirone l'asseriscono defunto in Ravenna, nè si può credere altrimenti, perchè vi son leggi pubblicate da lui in quella città a dì 9 d'agosto, ed essendo egli morto sei giorni dopo, in sì poco tempo non è verisimile ch'egli idropico si facesse portare a Roma. Fra le suddette leggi si trova un insigne regolamento da osservarsi ne' processi criminali, indirizzato ai pretori, ai tribuni del popolo e al senato di Roma.

Non avendo questo imperadore lasciata dopo di sè prole alcuna, rimase l'imperio d'Occidente per ora senza principe. Fu spedito tosto l'avviso a Costantinopoli della morte d'Onorio[1416], e Teodosio la tenne per qualche tempo occulta al popolo, finchè avesse spedito un corpo di truppa a Salona, città della Dalmazia, acciocchè fosse pronto, caso che succedesse novità alcuna in queste parti che non s'accordasse colle idee del medesimo Teodosio. Divulgata in fine la nuova d'essa morte, se ne fece duolo, per testimonianza di Teofane[1417], in Costantinopoli per sette giorni, con tener chiuse le botteghe e le porte ancora della città. Ma mentre vanno innanzi e indietro lettere alla corte dell'imperadore greco, un certo _Giovanni_, primicerio dei notai, circa il fine di quest'anno, si fece proclamare imperadore in Ravenna. Contribuì, credo io, a questa scena il timore ch'ebbero i popoli italiani di cadere sotto il dominio de' Greci Augusti troppo lontani. Perchè poi nell'anno precedente una legge d'Onorio si vede indirizzata a _Giovanni_ prefetto del pretorio d'Italia, perciò il cardinale Baronio si figurò che fosse il medesimo che prendesse nel presente le redini dell'imperio di Occidente. Ma Socrate e Teofane non gli danno altro titolo che di primicerio de' cancellieri dell'imperadore. Leggesi presso il Mezzabarba la di lui medaglia, non saprei dire se legittima; ed è degno di osservazione ciò che di lui scrisse Procopio[1418], e dipoi Suida[1419]; cioè ch'egli era dotato non men di clemenza che di rara prudenza, e premurosamente batteva le vie della virtù, con aggiugnere che questi tenne il principato con molta moderazione, nè diede orecchio alle spie, nè ingiustamente fece uccidere alcuno; neppure impose aggravii, nè tolse per forza i suoi beni a chi che fosse. Dal suddetto Procopio egli è nominato solamente persona militare. Spedì Giovanni i suoi ambasciatori a Teodosio con umili parole a pregarlo di volergli confermare la dignità imperiale; ma Teodosio li fece mettere in prigione, e, secondo Filostorgio, li cacciò in esilio, e quindi si diede a preparar la forza per deporre questo usurpator dell'imperio. Da una costituzione di Valentiniano III Augusto apparisce[1420] che Giovanni, per guadagnarsi l'affetto dei gentili, cominciò ad annullare i privilegi conceduti dagli altri imperadori alle chiese e agli ecclesiastici, con rimettere le cause loro al foro de' laici. Renato Profuturo Frigerido, storico di quei tempi, a noi solamente noto per la diligenza di Gregorio Turonense[1421], che ne rapporta alcuni passi, racconta che gli ambasciatori di Giovanni tiranno, sprezzati da Teodosio Augusto, se ne ritornarono in Italia, rilasciati dalla prigione (se pur sussiste che fossero carcerati), e gli riferirono in qual disposizione fosse Teodosio verso di lui. Allora Giovanni spedì nella Pannonia con una gran somma d'oro _Aezio_ suo maggiordomo a ricercare l'aiuto degli Unni, siccome persona conoscente ed amica de' medesimi, perchè tempo fa era stato ostaggio presso di loro, con ordinargli che subito che l'armi di Teodosio fossero entrate in Italia, quei Barbari venissero contra d'esso alla schiena, ed egli gli assalirebbe di fronte. Celebre noi vedremo divenir nella storia questo Aezio, e sappiamo da esso Frigerido ch'egli ebbe per padre Gaudenzio di nazione scita, ossia tartaro, uno dei primi del suo paese, il quale venuto al servigio degl'imperadori, cominciò la sua milizia nelle guardie del corpo, e salito fino al grado di generale della cavalleria, fu poi ucciso nella Gallia dai suoi soldati. La madre fu italiana, nobile e ricca. _Aezio_ lor figliuolo militò prima fra' soldati del pretorio; per tre anni dimorò ostaggio presso d'Alarico; poi presso gli Unni divenne genero di Carpilione; e finalmente di conte delle guardie del corpo giunse ad essere maggiordomo del tiranno Giovanni. Era costui di mezzana statura, ma di bella presenza, d'animo allegro, forte di corpo, bravo a cavallo, perito in saettare e maneggiar la lancia, egualmente accorto nell'arti della guerra e della pace. A questi pregi s'aggiugneva l'esser egli affatto disinteressato, e il non lasciarsi smuovere dal sentiero della virtù, mostrandosi sempre paziente nelle ingiurie, amante della fatica, intrepido nei pericoli, e avvezzo a sofferir la fame, la sete e le vigilie. Tale è il suo ritratto a noi lasciato da Frigerido. Andando innanzi vedremo se le opere corrispondano a così bei colori. Noi troviamo che i Francesi parlarono bene di Aezio, ma non così gli Italiani. In quest'anno il santo pontefice _Celestino_ cacciò d'Italia l'eresiarca Celestio e i pelagiani suoi seguaci, fra i quali Giuliano indegno vescovo di Eclano, che ritiratosi nella Cilicia presso Teodoro vescovo Mopsuesteno, personaggio anch'esso infetto d'opinioni ereticali, scrisse poi contra sant'Agostino in favor di Pelagio. _Teodoreto_, celebre scrittor della Chiesa, fu creato nel presente anno vescovo di Ciro, città della Siria. _Eudocia_, moglie di Teodosio imperadore, solamente in questo anno cominciò a godere il titolo d'_Augusta_. E Teodosio Augusto pubblicò varie leggi contra de' pagani e Giudei che si leggono nel Codice ch'egli stesso fece dipoi compilare.

NOTE:

[1411] Olymp. apud Photium, p. 195.

[1412] Cassiodorus, in Chron.

[1413] Miscell. Tom. I Rer. Italic.

[1414] Prosper, in Chron. apud Labb.

[1415] Baron., Annal. Eccl. ad ann. 423.

[1416] Socrat., Hist. Eccl., lib. 8, cap. 23.

[1417] Theoph., in Chron.

[1418] Procop., de Bell. Vandal., lib. 1, cap. 3.

[1419] Suidas, in verbo _Johannes_.

[1420] L. 47, lib. 16, tit. 1, Cod. Theodos.

[1421] Gregor. Turonensis, lib. 2. cap. 8, Hist. Franch.

Anno di CRISTO CDXXIV. Indizione VII.

CELESTINO papa 3. TEODOSIO II imper. 23 e 17.

_Consoli_

CASTINO e VITTORE.

_Castino_, che procedette console nell'anno presente, è quel medesimo che di sopra vedemmo rotto dai Vandali nella Betica. Onorio Augusto nell'anno precedente lo avea disegnato console pel presente; ed egli senza scrupolo esercitò il consolato sotto il tiranno Giovanni, se pure lo stesso Giovanni quegli non fu che gli compartì questo onore, in ricompensa d'aver serrati gli occhi alla sua assunzione all'imperio, e non fattogli contrasto alcuno, ancorchè egli fosse generale delle milizie romane. Certamente Prospero scrive[1422] che Giovanni occupò, per quanto si credette, l'imperio a cagione della connivenza di Castino. E restano leggi di Teodosio, date in questo anno, con ivi memorarsi il solo _Vittore_ console: segno che Teodosio era in collera contro di Castino, nè il volea riconoscere per console. Dal medesimo Prospero storico sappiamo ancora che Giovanni tiranno suddetto fece in questo anno una spedizione in Africa, lusingandosi di poter tirar quelle provincie sotto il suo dominio. Ma Bonifazio conte, che quivi comandava, e che proteggeva gli affari di Placidia e di Valentiniano suo figliuolo, tal opposizione gli fece, che andò a monte tutto il di lui disegno. Intanto Teodosio Augusto, messa insieme una poderosa armata, la spedì a Tessalonica, ossia a Salonichi, insieme con Placidia sua zia, ch'egli allora solamente riconobbe per _Augusta_, e con Valentiniano di lei figliuolo, ch'era in età di cinque anni, a cui parimente diede il titolo di _nobilissimo_. Generali di quest'armata furono dichiarati _Ardaburio_[1423], che dianzi nella guerra contro i Persiani avea fatto delle insigni prodezze, e con esso lui _Aspare_ suo figliuolo. Fu loro aggiunto ancora _Candidiano_, che in progresso di tempo creato conte si scoprì gran fautore di Nestorio eretico. Giunti che furono costoro a Salonichi, quivi, per attestato di Olimpiodoro e di Procopio[1424], conferì Teodosio al cugino _Valentiniano_ il nome e la dignità di _Cesare_, avendo a tal fine inviato colà Elione maestro degli uffizii, ossia suo maestro di casa. E fin d'allora, per quanto scrive Marcellino conte[1425], fu decretato il matrimonio d'esso Valentiniano con _Eudossia_ figliuola di Teodosio. Divisa poi l'armata, Ardaburio colla fanteria posta nelle navi fece vela alla volta di Ravenna; ma infelicemente, perchè una fortuna di mare sconvolse tutta la flotta, ed egli, secondochè scrive Filostorgio[1426], con due galere portato al lido, fu preso dalle genti del tiranno, e condotto prigione a Ravenna. Forse ancora la tempesta il colse nel venire da Salonichi per l'Adriatico, e il trasportò verso Ravenna, perchè, siccome dirò più abbasso, anche Placidia Augusta corse in quella navigazione gran pericolo per fortuna di mare, e ne attribuì la liberazione a san Giovanni Evangelista, a cui si votò. Aspare all'incontro figliuolo di Ardaburio, colla cavalleria passò per la Pannonia e pel resto dell'Illirico, ed arrivato a Salona città della Dalmazia, la prese per forza. Quindi con tanta sollecitudine continuò il viaggio con Placidia e Valentiniano, che arrivato all'improvviso sopra Aquileia, città allora una delle più grandi ed illustri dell'Italia, se ne impadronì. Ma giunta colà la nuova della disgrazia e prigionia di Ardaburio, tanto Aspare che Placidia, per attestato di Olimpiodoro, rimasero costernati e tutti pieni d'affanno; se non che da lì a qualche tempo arrivato Candidiano, glorioso per l'acquisto di varie città, li rallegrò, e fece ritornar loro in petto il coraggio.

NOTE:

[1422] Prosper, in Chron. apud Labb.

[1423] Olympiodorus, apud Photium, p. 198.

[1424] Procop., lib. 1, cap. 3, de Bell. Vand.

[1425] Marcell., in Chronico.

[1426] Philost., Hist. Eccl. lib. 12, cap. 13.

Anno di CRISTO CDXXV. Indizione VIII.

CELESTINO papa 4. TEODOSIO II imper. 24 e 18. VALENTINIANO III imperad. 1.

_Consoli_

TEODOSIO AUGUSTO per l'undecima volta e VALENTINIANO CESARE.

Una legge del Codice Teodosiano ci fa vedere in quest'anno _Fausto_ prefetto di Roma. Quanto era avvenuto di sinistro ad Ardaburio, generale di Teodosio Augusto, avea messo in grande agitazione l'animo d'esso imperadore, sì perchè avea male incominciata l'impresa, sì perchè temeva che il tiranno Giovanni facesse qualche brutto giuoco ad Ardaburio: di maniera che egli determinò di passare in persona in Italia contra del medesimo tiranno, il quale, per attestato d'una iscrizione da me data alla luce[1427], si vede che avea preso il consolato probabilmente nell'anno presente. Socrate[1428] ci è testimonio che esso Augusto venne fino a Salonichi; ma ivi fu colto da una malattia che l'obbligò in fine a ritornarsene a Costantinopoli. Seguita a scrivere Socrate che Aspare generale di esso Augusto, considerando dall'un canto la prigionia del padre, e sapendo dall'altro che era in marcia una possente armata di Barbari, condotta da Aezio in aiuto del tiranno, non sapea qual partito prendere. Ma che prevalsero presso Dio le preghiere di Teodosio principe piissimo; imperciocchè un angelo in forma di pastore condusse Aspare, ch'era alla testa d'un buon corpo di gente, per una palude vicina a Ravenna, per la quale non si sa che alcuno mai passasse. Arrivò questa truppa fino alle porte di Ravenna, che si trovarono aperte, ed entrata fece prigione il tiranno Giovanni. Portata poi questa felice nuova a Teodosio, mentre stava col popolo nel circo per vedere la corsa dei cavalli, il pio Augusto si rivolse al popolo con dire: _Lasciamo un poco questi spettacoli, e andiamo alla chiesa a ringraziar Dio, la cui destra ha atterrato il tiranno._ Tutti abbandonarono il circo, e salmeggiando tennero dietro all'imperadore fino alla chiesa, dove si fermarono tutto quel dì, impiegandolo in rendimento di grazie all'Altissimo. Ma Filostorgio[1429] storico, di credenza ariano ed eunomiano, in questa avventura non riconobbe miracolo alcuno, narrando nella seguente maniera la presa del tiranno. Dappoichè venne alle sue mani Ardaburio, il trattò con molta civiltà e cortesia, lusingandosi di tirarlo nel suo partito; e probabilmente l'astuto prigioniere fece vista di volersi accordare con lui. Fu dunque data ad Ardaburio la città per carcere; laonde ebbe tutta la comodità che volle per trattar coi capitani del tiranno, e per ascoltar varie loro doglianze, ed anzi per iscoprire in loro inclinazione a tradirlo. Se ne prevalse egli, e disposte le cose, fece con lettere segretamente intendere ad Aspare suo figliuolo che venisse prontamente, perchè teneva la vittoria in pugno. Aspare non perdè tempo, e giunto colla cavalleria a Ravenna, per quanto si può giudicare, nell'aprile dell'anno presente, dopo una breve zuffa fece prigione il tiranno per tradimento dei medesimi di lui uffiziali. Anche Marcellino conte lasciò scritto che Giovanni piuttosto per inganno di Ardaburio e di Aspare, che per loro bravura, precipitò.