Annali d'Italia, vol. 2 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750

Part 37

Chapter 373,337 wordsPublic domain

[1380] Isid., in Hist. Goth. apud Labbeum.

[1381] Orosius, lib. 7, cap. 43.

Anno di CRISTO CDXVIII. Indizione I.

BONIFACIO I papa 1. ONORIO imperad. 26 e 24. TEODOSIO II imperad. 17 e 11.

_Consoli_

ONORIO AUGUSTO per la dodicesima volta, e TEODOSIO AUGUSTO per l'ottava.

Ricuperate ch'ebbe _Vallia_ molte Provincie della Spagna dalle mani dei Barbari, sembra assai verisimile che le cedesse agli uffiziali dell'imperadore Onorio; perciocchè, secondochè scrive Idacio[1382], fu esso Vallia richiamato da Costanzo patrizio nelle Gallie, e d'ordine dell'imperadore quivi assegnata a lui e alla sua nazione, per abitarvi, la seconda Aquitania, dove è Bordeaux, con alcuni paesi circonvicini, cioè da Tolosa fino all'Oceano. Allora la Linguadoca cominciò ad essere appellata Gotia. Giordano storico[1383] chiaramente scrive che Vallia consegnò ai ministri dell'imperadore le provincie conquistate, e venne ad abitare a Tolosa. Ma poco egli godè di questi suoi vantaggi, perchè venne rapito dalla morte nel presente anno, con essere a lui succeduto nel regno gotico _Teodorico_, o sia _Teoderico_. Nella Cronica di Prospero questi avvenimenti son riferiti al susseguente anno. Nel presente Zosimo papa fulminò, siccome accennai, la sentenza contro gli errori di Pelagio e di Celestio, e dipoi fece istanza ad Onorio Augusto, dimorante in Ravenna, acciocchè per ordine suo costoro coi lor seguaci fossero cacciati da Roma e dall'altre città, e riconosciuti per eretici. Dobbiamo alla diligenza del cardinal Baronio l'editto allora pubblicato dall'imperadore, e indirizzato a _Palladio_ prefetto del pretorio d'Italia. In vigore di questo anche gli altri prefetti del pretorio, cioè _Agricola_ della Gallia e _Monasio_ dell'Oriente, ordinarono le medesime pene contra quegli eresiarchi. Nel qual tempo anche i vescovi africani in un concilio plenario, inerendo alla sentenza della sede apostolica, concordemente condannarono i suddetti eretici. Terminò il corso di sua vita in quest'anno a dì 26 di dicembre il medesimo _Zosimo_ papa, e dopo due giorni di sede vacante fu eletto nella chiesa di Marcello dalla miglior parte del clero, alla presenza di nove vescovi, per suo successore _Bonifazio_, vecchio prete romano, figliuolo di Giocondo, ma non senza tumulto e scisma. Imperciocchè un'altra parte del clero e del popolo, stando _Eulalio_ arcidiacono nella chiesa lateranense, quivi l'elessero papa: dal che seguirono molti sconcerti nell'anno appresso. Al presente appartiene ciò che narra Prospero Tirone[1384], o sia qualche altro Prospero, cioè che _Faramondo_ cominciò a regnare sopra i Franchi. Questo è, per quanto dicono, il primo re di quella nazione a noi noto, ma esso sta appoggiato all'autorità di uno scrittore non abbastanza autentico. Nè Gregorio Turonese, nè Fredegario conobbero alcun re de' Franchi di questo nome. Ammiano[1385] sotto l'anno 556 fa menzione dei re de' Franchi, ma senza dire qual nome avessero. Contuttociò è stato creduto dagli eruditi francesi sufficiente questa notizia, per cominciare da questo Faramondo il catalogo di essi re franchi; e tanto più perchè fa menzione di lui anche l'autore _de Gestis Francorum_, il quale si crede che vivesse circa l'anno di Cristo 700. Ma quell'autore racconta sul principio tante favole della venuta de' Franchi da Troja, e dà per avolo a Faramondo Priamo, e per padre Marcomiro, che non fa punto di credito all'asserzione sua intorno a Faramondo. Potrebbe anch'essere che nella Cronichetta di quel Prospero fosse stata incastrata ed aggiunta ne' secoli susseguenti la notizia d'esso Faramondo, da chi prese per buona moneta le favole inventate dell'origine de' Franchi. In fatti manca essa in qualche testo. Quello che è certo, questa bellicosa nazione, conosciuta anche ne' precedenti due secoli, signoreggiava allora quel paese che è di là dal Reno nella Germania, cominciando da Magonza fino all'Oceano, collimando, per quanto si crede, colla Sassonia e Svevia. Ermoldo Nigello[1386], il cui poema composto a' tempi di Lodovico Pio Augusto, fu da me pubblicato, scrive, essere stata a' suoi dì opinione che i Franchi tirassero la loro origine dalla Dania, o sia dal mar Baltico. Sopra di che è da leggere un'erudita dissertazione del celebre Leibnizio.

NOTE:

[1382] Idacius, in Chronic. Prosper, in Chronic.

[1383] Jordan., cap. 33 de Rebus Getic.

[1384] Prosper, in Chronic. apud Labb.

[1385] Ammian., lib. 16.

[1386] Ermold. Nigellus, lib. 4, in Rer. Italicar., p. 2, tom. 2.

Anno di CRISTO CDXIX. Indizione II.

BONIFACIO I papa 2. ONORIO imperadore 27 e 25. TEODOSIO II imp. 18 e 12.

_Consoli_

MONASIO e PLENTA.

Era insorto scisma, siccome di sopra accennai, nella Chiesa romana per l'elezione dei due competitori _Bonifacio_ ed _Eulalio_. Quasi tutto il clero e popolo aderiva a Bonifacio; ma Eulalio avea dalla sua Simmaco prefetto di Roma, il quale avendo scritto in suo favore a Ravenna, fu cagione che l'imperadore gli ordinasse con un rescritto cacciar Bonifacio dalla città, e di confermare Eulalio. Mandò anche Onorio a Roma Afrodisio vicario, tribuno, per tener il popolo a freno. Simmaco allora spedì alla chiesa di san Paolo fuori di Roma, dove s'era ritirato Bonifacio, a chiamarlo, per comunicargli l'ordine imperiale. Il messo fu maltrattato dal popolo che stava per Bonifacio. Onde Simmaco sdegnato per questo affronto, pubblicò tosto il comandamento dell'imperadore in favore d Eulalio, e mise le guardie alle porte della città, affinchè Bonifacio non entrasse, con dare susseguentemente avviso all'imperadore dell'operato, e con dipingere Bonifacio come uomo turbolento e sedizioso. Perciò Eulalio liberamente passò alla basilica Vaticana, e quivi alla papale celebrò la messa. Ma informato meglio l'imperadore dagli elettori di Bonifacio, chiamò amendue le parti a Ravenna, e per procedere saviamente, adunò un concilio di vescovi che ne giudicassero. Tuttavia perchè il negozio andò più a lungo di quel che si credeva, e sopravvenne la Pasqua, l'imperadore, per consiglio dei vescovi raunati nel concilio, mandò _Achilleo_, vescovo di Spoleti, a Roma per le funzioni di que' santi giorni, con ordinare a Bonifacio e ad Eulalio, che niun d'essi si accostasse a Roma, finattantochè non fosse decisa la lor controversia. Chiamò ancora molti altri vescovi più lontani, acciocchè fosse in ordine un concilio più numeroso del primo, da tenersi a Spoleti. Anche Placidia scrisse per questo ad _Aurelio_ vescovo di Cartagine. Ma Eulalio, per la sua superbia, sprezzati gli ordini imperiali, prima del vescovo di Spoleti volò a Roma di bel mezzogiorno, accolto dai suoi parziali con festa, ma non senza un gran tumulto, perchè se gli oppose la parte che teneva per Bonifacio, e in tal mischia molti furono maltrattati e feriti. Allora _Simmaco_, che dal cardinal Baronio vien tassato per sospetto e parziale in tal controversia, ma che nel progresso non si diede a conoscere per tale, immediatamente notificò tutto il succeduto all'imperadore Onorio ed a Costanzo di lui cognato, i quali adirati per tale insolenza, rescrissero tosto a Simmaco, che cacciasse Eulalio, e il confinasse nel territorio di Capoa, con riconoscere Bonifacio per legittimo papa. Eseguì Simmaco puntualmente l'ordine, e replicò alla corte con biasimare la temerità di Eulalio. E da lui stesso sappiamo che Bonifacio fu ricevuto con sommo giubilo e concordia di tutto il popolo. Tutto questo affare apparisce dalle lettere di Simmaco[1387], e dai rescritti imperiali, rapportati dal cardinal Baronio. Poscia Eulalio per misericordia fu creato vescovo di Nepi, per quanto scrive Anastasio, ossia l'antichissimo autore del Pontificale romano. E mancò poi di vita un anno dopo la morte di papa Bonifacio.

In quest'anno a dì 2 di luglio _Galla Placidia_, moglie di _Costanzo_ conte e patrizio, gli partorì in Ravenna un figliuolo, a cui fu posto il nome di _Flavio Placido Valentiniano_, che poscia divenne imperadore[1388]. Credono alcuni che _Placidio_, e non _Placido_, fosse chiamato dal nome della madre. Se non è fallato il testo di Apollinare Sidonio nel panegirico di Avito, ivi egli è chiamato _Placido_. Onorio suo zio, per le gagliarde istanze della sorella, gli diede da lì a non molto il titolo di _nobilissimo_, ch'era il primo grado d'onore per chi era destinato all'imperio. Avvenne in questo medesimo anno che i Barbari occupatori di alcune provincie della Spagna, dacchè non erano più infestati dai Goti, vennero alle mani fra loro[1389]. Gli Svevi, che aveano per loro re _Emerico_, soccombendo, furono assediati dai Vandali, dei quali era allora re _Gunderico_, ne' monti Nervasi, che son creduti quei della Biscaglia. Racconta eziandio Prospero Tirone[1390], che nell'anno presente _Massimo_ per forza ottenne il dominio delle Spagne, cioè quel medesimo che da Geronzio negli anni addietro fu creato imperadore, e fuggì poi ramingo e screditato appresso i Barbari dimoranti in Ispagna. Ma l'autor d'essa Cronica di troppo apre la bocca, certo essendo che parte della Spagna riconosceva allora per suo signore Onorio Augusto, ed un'altra parte era in potere de' Vandali e Svevi. Può esser che costui in qualche angolo di que' paesi facesse questa nuova scena. Tuttochè poi più fulmini si fossero scagliati contra l'eresia di Pelagio, questa più che mai ostinata resisteva e si dilatava. E specialmente verso questi tempi insorse in difesa d'essa _Giuliano_ vescovo di Eclano, città vicina allora a Benevento, la cui sedia fu poi trasferita a Frigento. L'infaticabil santo Agostino contra di costui e contra di tutta la setta seguitò a comporre varii libri; e i vescovi africani raunati nel concilio di Cartagine soddisfecero alle parti del loro zelo in condannarla ed estirparla. A questo medesimo fine Onorio imperadore, probabilmente mosso dal romano pontefice, unì la sua autorità, con inviare a dì 9 giugno di questo anno ad _Aurelio_ vescovo di Cartagine la costituzione da lui pubblicata nel precedente anno contra di Pelagio e Celestio. Abbiamo ancora un editto[1391], con cui il medesimo imperadore slargò fino a quaranta passi fuori della chiesa l'asilo, ossia l'immunità, per chi si ricoverava nei luoghi sacri. E perciocchè talvolta accadeva che delle persone innocenti o perseguitate da' prepotenti, erano imprigionate, con torsi loro i mezzi di potersi difendere, il piissimo imperadore ordinò nel medesimo editto che i vescovi avrebbono un'intera libertà di visitar le prigioni, per informarsi non meno del trattamento che si faceva a' poveri carcerati, che de' loro affari, per sollecitar poscia i giudici in loro favore. Sarebbe da desiderare che questa legge, rapportata dal Sirmondo, e simile ad un'altra del medesimo Augusto dell'anno 409, non fosse abolita, o che la pietà de' principi in altra maniera provvedesse al bisogno dei carcerati, con ricordarsi delle regole importantissime della carità cristiana.

NOTE:

[1387] Symmachus, in Auctuar. Epist.

[1388] Olympiod., apud Photium, pag. 192.

[1389] Idacius, in Chron. apud Sirmond.

[1390] Prosper, in Chron. apud Labb.

[1391] Sirmond., Append. al Cod. Theodos.

Anno di CRISTO CDXX. Indizione III.

BONIFACIO I papa 3. ONORIO imperadore 28 e 26. TEODOSIO II imp. 19 e 13.

_Consoli_

TEODOSIO AUGUSTO per la nona volta, e FLAVIO COSTANZO per la terza.

Erano, come dissi, assediati gli Svevi nei monti Nervasi della Spagna dai Vandali. Probabilmente costoro mandarono per aver soccorso da _Asterio_ conte delle Spagne; perciocchè Idacio racconta[1392] che i Vandali, all'udire che si avvicinava con grandi forze questo uffiziale dell'imperadore, levarono tosto l'assedio, ed abbandonata la Galizia, s'inviarono verso la provincie della Betica, con avere nel passaggio per Braga commessi alcuni omicidii. Dovea forse la Betica essere allora scarsa di presidii, e però se ne impadronirono. In Costantinopoli, secondo che riferisce la Cronica Alessandrina[1393], Teodosio Augusto era già pervenuto ad età competente per ammogliarsi. Pulcheria Augusta sua sorella, donna di gran senno, cercò dappertutto moglie che fosse degna di sì gran principe; e udito ch'egli non curava nè ricchezze nè nobiltà, premendogli solamente le virtù e la bellezza, gliene scelse finalmente una di suo genio; e questa fu _Atenaide_, figliuola di Eraclito filosofo, giovane di rara beltà, e addottrinata in molte scienze. A lei il padre in morendo avea lasciato solamente cento nummi in sua parte, con dire che a lei bastava per dote il sapere accompagnato dalla bellezza; e tutto il resto della sua eredità pervenne a due maschi, parimente suoi figliuoli. Mancato di vita il padre, Atenaide pretendendosi indebitamente, perchè senza sua colpa, diseredata ed aggravata, dimandò ai fratelli la sua legittima; e la risposta fu che eglino la cacciarono di casa. Ricoverossi ella per questo presso d'una sua zia materna, la quale seco la menò a Costantinopoli, per chiedere giustizia all'imperadore, e presentolla prima d'ogni altra cosa all'Augusta Pulcheria, implorando la di lei protezione. Pulcheria, adocchiato il graziosissimo aspetto di questa giovane, ed inteso ch'era vergine, e vergine dotata di gran prudenza e di molta letteratura, la fece restare in corte. Raccontò poi questa avventura a Teodosio suo fratello, senza tacere le singolari prerogative di corpo e d'animo che si univano in questa donzella. Di più non vi volle perchè Teodosio s'invogliasse di vederla. Fattala dunque di concerto venire nella camera di Pulcheria, il giovane imperadore in compagnia di Paolino suo compagno ed amico, che fu poi maestro degli uffizii, ossia maggiordomo maggiore, stando dietro ad una portiera la guatò ben bene, e in guisa tale, che straordinariamente gli piacque, e massimamente perchè Paolino proruppe in atti di ammirazione. _Questa è quella ch'io cerco_, disse allora Teodosio in suo cuore; ed indottala ad abbracciar le religion cristiana, perchè era nata ed allevata nel paganesimo, la prese poi nell'anno seguente a dì 7 di giugno per moglie, avendole fatto mettere nel battesimo il nome d'_Eudocia_. Onorio Augusto in quest'anno a dì 8 di maggio in Ravenna fece una costituzione, indirizzata a _Palladio_ prefetto del pretorio[1394], per rinnovar le leggi già fatte contra chi rapisse vergini consacrate a Dio, o in altra guisa insidiasse o pregiudicasse alla lor castità. Nella stessa legge presso il Sirmondo[1395] vien proibito agli ecclesiastici di tenere in casa persona di differente sesso, a riserva della madre, delle sorelle e figliuole, e della moglie, tenuta prima del sacerdozio. Giunto san _Girolamo_, celebre dottor della Chiesa, all'età di novanta anni, diede fine nel presente alla sua vita ed alle sue penitenze e gran fatiche in pro della Chiesa cattolica.

NOTE:

[1392] Idacius, in Chronico apud Sirmond.

[1393] Chron. Alexandrinum.

[1394] L. 3, lib. 9, tit. 25. Cod. Theod.

[1395] Sirmondus, Append. ad Cod. Theod.

Anno di CRISTO CDXXI. Indizione IV.

BONIFACIO I papa 4. ONORIO imperad. 29 e 27. TEODOSIO II imp. 20 e 14. COSTANZO imperadore 1.

_Consoli_

EUSTAZIO e AGRICOLA.

Non si quietò mai Galla Placidia, finchè non gli riuscì d'indurre il fratello Onorio Augusto a prendere per suo collega nell'imperio _Costanzo_ di lei marito. Però tali e tante furono le batterie ed istanze sue, che in quest'anno Onorio il dichiarò _Augusto_ a dì 8 di febbraio, per quanto s'ha da Teofane[1396]. L'autore della Storia Miscella scrive[1397] che Onorio conoscendo essere appoggiata la propria difesa tanto in guerra che in pace al valore e all'ingegno di Costanzo suo cognato, incitato anche dall'approvazione di tutti, il prese per suo collega. Olimpiodoro[1398], all'incontro, scrittore di quei tempi, asserisce che Onorio contra sua voglia il creò _Augusto_. Ma avendo i Greci sentita male questa elezione, può sospettarsi che il greco scrittore parlasse del medesimo tenore. Con tal congiuntura anche Galla Placidia di lui moglie ebbe il titolo e gli onori d'_Augusta_. Certo è che l'imperadore d'Oriente Teodosio, il quale probabilmente venendo a mancare Onorio senza figliuoli, sperava un dì riunire al suo l'imperio d'Occidente, disapprovò questa promozione; e però non volle ammettere il messo che gliene portò la nuova. Parimente attesta Filostorgio[1399] che essendo state mandate, secondo il rito d'allora le immagini di Costanzo Augusto a Costantinopoli, Teodosio non le volle ricevere, e che per questo affronto Costanzo si preparava per muovergli guerra, quando Iddio il chiamò a sè dopo sei mesi e venticinque giorni di imperio, cioè a dì 2 di settembre dell'anno presente. Olimpiodoro[1400] pretende che per l'afflizione di vedersi rifiutato in Oriente, e pentito d'essere stato alzato a grado sì sublime, perchè non poteva aver come prima i suoi divertimenti, egli cadesse malato. Ma Costanzo, uomo d'animo grande, non era sì meschino di senno e di cuore, da ammalarsi per questo. Una doglia di costa il portò all'altro mondo. Fama fu che in sogno udì dirsi: _I sei son terminati, e il settimo incomincia_: parole poscia interpretate dei mesi del suo imperio. Aggiugne il suddetto storico, che dopo la morte di Costanzo, molti vennero da tutte le parti a Ravenna a chiedere giustizia, pretendendosi spogliati indebitamente da lui de' loro beni, senza poterla nondimeno ottenere a cagione della troppa bontà, anzi della soverchia familiarità che passava tra Onorio e Placidia Augusta sua sorella, motivi che affogarono e renderono inutili tutte le doglianze di costoro. Ma se non merita fede questo istorico pagano, allorchè dopo aver fatto sì bell'elogio di Costanzo, cel vuole dipignere per uomo di debolissimo cuore; molto men la merita allorchè soggiugne, che, rimasta vedova Placidia, le mostrò tanto affetto l'Augusto Onorio, con baciarla anche spesso in volto, che corse sospetto d'una scandalosa amicizia fra loro. Queste senza dubbio son ciarle di uno scrittore gentile, nemico de' regnanti cristiani, o ciarle dei Greci, sempre mal affetti ai Latini. La virtù che maggiormente risplendè in Onorio, fu la pietà; e non ne era priva la stessa Galla Placidia.

Il Browero[1401] rapporta un epitafio, che per attestato di lui si conserva in Treveri nella basilica di san Paolino, posto a _Flavio Costanzo, uomo consolare, conte, e generale dell'una e dell'altra milizia, patrizio, e due volte console_. Ma questa iscrizione, quando sia legittima, potè ben essere fatta vivente Costanzo, ma non già servire a lui di memoria sepolcrale. Costanzo tre volte era stato console, e, quel che è più, _Augusto_. Negli epitafii degl'imperadori non si soleano mettere le dignità sostenute prima di arrivare all'imperio. Nè Costanzo terminò la vita in Treveri. Racconta Olimpiodoro[1402] che mentre esso Costanzo regnava con Onorio, venne a Ravenna un certo Libanio, mago ed incantatore solenne, che professava di poter far cose grandi contro ai Barbari senza adoperar armi e soldati; e diede anche un saggio di queste promesse. Pervenutone l'avviso a Placidia Augusta, mossa ella o da zelo di religione da paura di costui, minacciò fino di separarsi dal marito Costanzo, se non levava questo mal uomo dal mondo: il che fu fatto. Dobbiamo al cardinal Baronio[1403] l'editto indirizzato in questo anno, e non già nel precedente, da esso Costanzo Augusto a _Volusiano prefetto di Roma_, con ordine di cacciar via da essa città Celestio, il pestifero collega di Pelagio, con tutti i suoi seguaci. Attesta eziandio s. Prospero[1404], che ai tempi di Costanzo e dell'Augusta Placidia, per cura di Orso tribuno, fu atterrato in Cartagine il tempio della dea celeste, sotto il qual nome disputano tuttavia gli eruditi, qual falsa divinità fosse onorata dai Pagani, potendosi nondimeno credere con Apuleio che fosse Giunone. Era quell'idolo e tempio il più famoso dell'Africa. Aurelio vescovo di Cartagine lo avea mutato in una chiesa; ma i gentili spargevano dappertutto, che quivi infallibilmente avea da risorgere la loro superstizione; laonde, per togliere ad essi così vana speranza, il tempio fu interamente demolito. Salviano[1405] attesta che neppur molti de' Cristiani più riguardevoli dell'Africa sapeano trattenersi dall'adorare la celeste dea del loro paese. Leggesi ancora nel Codice Teodosiano una legge pubblicata in quest'anno da Onorio e Costanzo Augusti, in cui è ordinato che se un marito ripudia la moglie per qualche grave delitto, provato ne' pubblici tribunali, guadagni la di lei dote, e ripigli la donazione a lei fatta, e possa dipoi passare ad altre nozze. Lo stesso vien conceduto alle mogli provanti il delitto del marito, ma senza potersi rimaritare, se non dopo cinque anni. Fu stabilito con più ragione dalla Chiesa in vari tempi, e specialmente nel concilio di Trento, una diversa pratica: sopra di che si può vedere il trattato del Juenin _de Sacramentis_. In quest'anno _Claudio Rutilio Numaziano_, personaggio di gran merito e nobilità, ma pagano, ch'era stato prefetto di Roma, tornando nella Gallia sua patria, compose il suo Itinerario, opera degna di grande stima. Giunto a Piombino, narra che gli venne la nuova, come a _Volusiano_, suo singolare amico, era stata conferita la prefettura di Roma, la qual cade nel presente anno, secondochè si ricava dal soprammentovato editto contro dei Pelagiani.

NOTE:

[1396] Theoph., in Chron.

[1397] Histor. Miscell., lib. 14, tom. 1 Rer. Italic.

[1398] Olympiodorus, apud Photium, pag. 195.

[1399] Philostorg., lib. 12. Hist. Eccl.

[1400] Olympiodorus, apud Photium, pag. 195.

[1401] Browerus, Annal. Trever., lib. 5, num. 34

[1402] Olympiodorus, apud Photium, pag. 194.

[1403] Baron., Annal. Eccl. ad ann. 420.

[1404] Prosper, lib. 3, cap. 38, de Praedict.

[1405] Salvianus, lib. 8, de Gubern.

Anno di CRISTO CDXXII. Indizione V.

CELESTINO papa 1. ONORIO imperadore 30 e 28. TEODOSIO II imperad. 21 e 15.

_Consoli_

ONORIO AUGUSTO per la tredicesima volta, e TEODOSIO AUGUSTO per la decima.