Annali d'Italia, vol. 2 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750

Part 34

Chapter 343,306 wordsPublic domain

A tanti malanni se ne aggiunsero in questo anno altri fuora d'Italia, perciocchè gli Alani, Vandali e Svevi entrarono di settembre, ossia di ottobre, nell'Illirico, per attestato di Prospero[1300] e d'Idacio[1301] storici, empiendo quelle provincie di stragi e saccheggi. E giacchè troppo era lacerato in Italia ed impotente a fare resistenza l'imperio romano, si scatenarono tutte le altre nazioni barbare, e penetrando anche esse nelle Gallie, devastarono le provincie di Lione, di Narbona, di Aquitania e d'altri paesi. San Girolamo in una sua lettera[1302] nomina i _Quadi, Vandali, Sarmati, gli Alani, i Gepidi, gli Eruli, i Sassoni, i Borgognoni, gli Alamanni e gli Unni_. Parte ancora di questi Barbari, essendo aperti i passi de' Pirenei, tenne dietro ai Vandali, allorchè marciarono in Ispagna, e con esso loro si unì a conquistare e distruggere quelle provincie. Ossia poi che i Vandali fossero i più, o che le altre nazioni barbariche si suggettassero ai re vandali, noi troviamo varii autori che sotto il nome di Vandali comprendono tutti i Barbari che s'impadronirono della Spagna. Ritorniamo a Roma. Dopo avere i Barbari per tre giorni saccheggiata l'infelice città, e commesse in essa tutte le crudeltà possibili (non si sa il perchè, ma forse mossi da Dio), ne uscirono, e se ne andarono nella loro malora. Così lasciò scritto Paolo Orosio[1303]. Se a Marcellino conte prestiam fede[1304], dopo sei dì seguì la loro ritirata. E Socrate aggiugne che ciò accadde per paura dei soccorsi che Teodosio II Augusto inviava ad Onorio suo zio: del che nondimeno niun vestigio si trova presso gli altri autori. Alarico che, secondo Zosimo, molto tempo prima tenea sotto buona guardia _Placidia_ sorella d'Onorio, seco la condusse in forma onesta e decente al suo grado, forse fin d'allora con pensiero di darla per moglie ad Ataulfo suo cognato, siccome poscia seguì. Passò il barbarico esercito pieno di ricchezze per le provincie della Campania, Lucania e dei Bruzii, con commettere anch'ivi tutte le più orrende inumanità. Sappiamo da santo Agostino[1305] che la città di Nola vi fu devastata, e fatto prigione san Paolino vescovo di quella, che non avea voluto fuggire. Continuò Alarico il viaggio fino a Reggio di Calabria con pensiero di passare in Sicilia, e di là in Africa, sperando di facilmente impadronirsi di quel paese. Ma Dio, che per gli occulti suoi giudizii s'era servito di questo barbaro per gastigare i peccati de' Romani, non istette molto a metter fine alle sue crudeltà. Si fermò costui non poco all'assedio di Reggio, ed essendosi imbarcata una parte della sua armata per passare in Sicilia, fiera tempesta sopravvenuta li fece perir tutti su gli occhi dello stesso re barbaro. E così terminò quest'anno sì funesto e vergognoso al nome romano. Ma io non vo' lasciar di aggiugnere qui una notizia degna della curiosità di tutti, di cui siam debitori ad Olimpiodoro storico greco e pagano di quei tempi, giacchè Fozio[1306] ci ha conservati alcuni pezzi o estratti della di lui storia, da cui si raccoglie qual fosse anche allora lo stato della gran città di Roma. Scrive egli adunque che in cadauno dei grandi palagi di essa città si trovava tutto ciò che ogni mediocre città può avere, cioè ippodromo per la corsa de' cavalli, piazza, tempio, fontane e vari bagni. Il perchè Olimpiodoro compose per essa un verso, così tradotto in latino:

_Est urbs una domus: mille urbes continent una urbs._

Aggiugne che le terme pubbliche, ossia i bagni, erano di straordinaria grandezza, fra le quali quelle di Antonino aveano millesecento sedili di marmo pulito, e quelle di Diocleziano quasi il doppio. Che le mura di Roma, secondo le misure prese da Ammone geometra, allorchè i Goti la prima volta l'assediarono, giravano lo spazio di ventun miglia. Scrive eziandio che molte famiglie romane aveano di rendita annua de' loro beni quattro milioni d'oro, senza il frumento, vino, ed altri naturali che avrebbono dato un terzo della suddetta somma d'oro, se si fossero venduti. Altre famiglie aveano un milione e mezzo, ed altre un milione di rendita. Che Probo figliuolo di Alipio nella pretura ai tempi di Giovanni tiranno (cioè l'anno di Cristo 424) spese un milione e dugentomila nummi d'oro (erano questi, per quanto credo, soldi d'oro, presso a poco corrispondenti al nostro scudo, ossia ducato, ossia fiorino d'oro). E che Simmaco oratore, il qual era contato fra i senatori di mediocre patrimonio, mentre Simmaco suo figliuolo esercitò la pretura (il che seguì prima che Roma fosse presa da Alarico), avea speso due milioni d'oro per la sua solenne entrata. E che dipoi Massimo, uno de' più ricchi e felici, per la pretura del figliuolo, aveva speso quattro milioni d'oro; perciocchè i pretori per sette giorni davano al popolo un grandioso divertimento di giuochi e spettacoli. Ma finalmente Dio venne a visitare il lusso dei Romani; e il peggio è che neppur dopo sì grave gastigo si emendarono dei lor vizii e peccati.

NOTE:

[1289] Zosimus, lib. 5, cap. 42.

[1290] Cod. Theod., lib. 9, III 3, lib. 7.

[1291] Zosimus, lib. 5, cap. 48.

[1292] Olympiodorus, apud Photium, pag. 180.

[1293] Zosim., lib. 5, cap. 48.

[1294] Sozom., lib. 9, cap. 7.

[1295] Zosimus, lib. 6, cap. 6. Sozomenus, lib. 9, cap. 8.

[1296] Mediob., Numismat. Imperat.

[1297] Sozom., lib. 9, cap. 9.

[1298] Philostor., lib. 12 Hist.

[1299] Bossuet, Expos. de l'Apocal.

[1300] Prosper, in Chronic.

[1301] Idacius, in Chronic.

[1302] Hieron., Epist. ad Ageruchiam.

[1303] Orosius, lib. 2, cap. 19.

[1304] Marcell. Comes, in Chron. apud Sirmondum.

[1305] August., de Civit. Dei, lib. 1, cap. 10.

[1306] Olympiod., apud Photium, pag. 198.

Anno di CRISTO CDX. Indizione VIII.

INNOCENZO papa 10. ONORIO imperadore 18 e 16. TEODOSIO II imperad. 9 e 3.

_Consoli_

FLAVIO VARANE e TERTULLO.

In quest'anno ancora si può credere che continuasse nella prefettura di Roma _Bonosiano_, perchè ornato di questa dignità il troviamo anche nell'anno seguente. Ma durante il gran temporale finora descritto che mai faceva l'imperadore Onorio? Se ne stava in Ravenna senza impugnare spada, senza muoversi da sedere; nè si sa ch'egli unisse esercito o facesse altri maneggi per opporsi ai Barbari, quasi che non vi fosse legione alcuna de' Romani. In tempi tali c'era bisogno d'un valoroso e saggio imperadore; che non sarebbono succeduti tanti disordini. Tale certo non si può dire che fosse Onorio. Anzi Cedreno[1307] e Zonara[1308], storici greci, a' quali precedette Procopio[1309], cel rappresentano per uno stolido, raccontando inoltre, che portatagli da un uomo tutto affannato la nuova che Roma era stata presa dai Goti, egli battendo le mani con ischiamazzo rispose: _Come può esser questo, se Roma poco fa era qui?_ Intendeva egli di una gallina che gli era molto cara, a cui avea posto il nome di Roma. _Eh signore_, ripigliò allora il messo sospirando, _io non parlo di un uccello, parlo della città di Roma_. Verisimilmente questa fu una finzione de' Greci che sempre hanno portata antipatia ai Latini. Tuttavia non senza fondamento fu screditata dai Greci la persona di Onorio. Grande era la pietà di questo principe, grande il suo amore per la religione cattolica. Abbiamo anche delle bellissime leggi pubblicate da lui. Ma questo non basta per sostenere il peso di un vasto imperio, e per ben governare e difendere i suoi popoli. Ci vuol anche mente e coraggio; e di queste due qualità non era assai provveduto Onorio, e per questo lo sprezzarono tanto i Barbari quanto i suoi proprii sudditi, i quali proruppero in tante ribellioni. Sarebbe egli stato un buon monaco, e per disavventura sua ed altrui fu un cattivo imperadore. Venuto intanto a sua notizia che gli Africani s'erano portati con tutta fedeltà, ricusando di sottomettersi ad Attalo imperadore immaginario, in ricompensa del buon servigio rimise a quei popoli tutto quel che dovevano all'erario cesareo fino all'Indizione V, cioè fino all'anno 408. La lettera[1310] è indirizzata a _Macrobio_ proconsole d'Africa, che forse potrebbe essere stato l'autore dei Saturnali. E perciocchè i donatisti, eretici in quelle parti, per le disgrazie che opprimevano l'imperio romano, si erano dati più che mai ad insolentire, egli con rigorose nuove leggi represse la loro baldanza; e di più, ad istanza dei vescovi cattolici d'Africa, tutti ansiosi della pace fra que' Cristiani, ordinò che si facesse una pubblica e solenne conferenza fra essi cattolici e i donatisti, con inviare a tal fine colà Marcellino tribuno e notaio, acciocchè vi assistesse in suo nome. Fu in fatti tenuta questa celebre conferenza nell'anno seguente.

In questo tempo il barbaro re _Alarico_, dopo aver consumato del tempo nell'assedio della città di Reggio in Calabria, fu colpito da Dio con una morte subitanea. Sant'Isidoro[1311] ciò riferisce all'anno 448 dell'era spagnuola, che corrisponde al presente dell'era nostra. Il seppellirono i suoi nell'alveo del fiume Baseno, avendone prima fatte ritirar le acque per altro alveo scavato apposta dagli schiavi, e fattele poscia ritornar nel primo. Ed acciocchè niuno ne sapesse il sito, uccisero tutti quei miseri schiavi. Molte ricchezze inchiusero nel suo sepolcro, e ciò secondo il costume de' Barbari; e presero quella precauzione, affinchè la cupidigia di quel tesoro e l'odio dei Romani non concorressero a violarne il sepolcro. In luogo di Alarico fu riconosciuto per re dai Goti _Ataulfo_ di lui cognato. Dove poi si stesse, e che operasse in questo e nell'anno appresso questo novello re dei Barbari, è assai scuro nella storia. Giordano storico scrive[1312] ch'egli tornò di nuovo a Roma, e a guisa delle locuste ne corrose quello che vi era rimasto di buono, e che nella stessa forma spogliò l'Italia delle private ricchezze, senza che Onorio gli potesse resistere. Aggiugne che da Roma condusse via _Placidia_ sorella di esso imperadore, e giunto al Foro di Livio, ossia a Forlì (l'autore della Miscella scrive al Foro di Cornelio, cioè ad Imola), quivi la prese per moglie, dopo di che divenne amico di Onorio, e sostenne i di lui interessi. Ma di questo secondo spoglio di Roma non ne parlando alcuno degli scrittori contemporanei o vicini, difficilmente si può qui prestar fede a Giordano, che fu più di un secolo lontano da questi fatti. Vacilla eziandio la sua autorità nell'asserire seguito allora il matrimonio di Ataulfo con Placidia, essendovi altri scrittori che lo asseriscono celebrato ben più tardi. Ben credibile è il resto del racconto di Giordano. Certamente passò Ataulfo per l'Italia andando verso la Gallia; e perchè conduceva un esercito di gente brutale, sfrenata e masnadiera, non è da maravigliare se dovunque passarono lasciarono funesta memoria della loro rapacità e violenza. Sembra nondimeno ch'egli non valicasse l'Alpi se non nell'anno seguente. Per conto poi del suo buon animo verso d'Onorio, non se ne ha a dubitare per quel che vedremo. Era Ataulfo di cuore più generoso e meglio composto che il fiero Alarico. Cominciò di buon'ora ad aspirar alle nozze con _Galla Placidia_; e questa saggia principessa gli dovette ben far conoscere che senza l'approvazione dell'imperador suo fratello ella non consentirebbe giammai a prenderlo per marito, ed essere perciò necessario che si studiasse di camminar con buona armonia verso di lui. Perciò la storia non racconta mali trattamenti fatti da Ataulfo al dominio dell'imperio romano, perchè egli non ne dovette fare. Aveva, come dicemmo, _Costantino_ tiranno della Gallia ricercata ed ottenuta l'amicizia di Onorio Augusto, ed era anche stato riconosciuto _Augusto_ da lui, perchè gli fece credere di voler passare in Italia per liberarlo dal furore dei Barbari. In quest'anno in fatti egli calò in Italia[1313] con molte forze: per l'Alpi Cozzie verso Susa, e giunse fino a Verona; e già si preparava per passare il Po e venire a Ravenna per trattare con Onorio, quando un accidente gli fece mutar pensiero. Dappoichè _Giovio_ primo ministro d'Onorio si ritirò da lui per seguitare il partito di Attalo, succedette nel suo grado _Eusebio_ mastro di camera dello stesso imperadore. Durò poco la sua fortuna perchè un dì _Allovico_ generale delle truppe cesaree il fece sì fieramente bastonare, che il misero sotto a quei colpi lasciò la vita. Questa indegnità, cioè questo nuovo esempio, accrebbe il poco concetto, in cui era Onorio, al vedere ch'egli non ne fece risentimento alcuno. Tuttavia ne impresse ben viva in suo cuore la memoria. Fu dipoi scoperto, o almen fatto credere a lui in occasione della calata in Italia di Costantino tiranno, che questo generale se l'intendeva seco, meditando amendue di levare al vero imperadore quel poco che gli restava in Italia. Allora fu che Onorio si svegliò, nè passò molto, che cavalcando a spasso per la città, mentre Allovico, secondo il costume, gli andava innanzi, diede ordine che costui fosse ucciso, e l'ordine fu ben tosto eseguito. Scese allora da cavallo Onorio, e inginocchiatosi pubblicamente rendè grazie a Dio, perchè lo avesse liberato da un insidiator manifesto. Udita ch'ebbe Costantino la morte di costui, di galoppo se ne tornò indietro, e ripassate l'Alpi, si ridusse di nuovo ad Arles, verificando con questa fuga le reità addossate ad Allovico.

NOTE:

[1307] Cedren, Hist. tom. I, pag. 336.

[1308] Zonaras, in Annal. tom. 1, pag. 40.

[1309] Procop., de Bello Vandal., lib. 1, cap. 2.

[1310] Cod. Theodos. tom. 4, pag. 199.

[1311] Isidorus, in Histor. Goth. apud Labbeum

[1312] Jord., de Rebus Getic., cap. 31.

[1313] Olympiod. apud Photium, pag. 182. Sozom., lib. 9, cap. 12.

Anno di CRISTO CDXI. Indizione IX.

INNOCENZO papa 11. ONORIO imperadore 19 e 17. TEODOSIO II imper. 10 e 4.

_Console_

TEODOSIO AUGUSTO per la quarta volta senza collega.

Per quest'anno ancora continuò _Bonosiano_ ad esercitar la carica di prefetto di Roma, ciò apparendo dalle leggi del Codice Teodosiano. Credevasi Costantino tiranno di avere stabilito il suo dominio anche in Ispagna, allorchè inviò colà _Costante_ suo figliuolo, dichiarato poscia da lui _Augusto_. Ma avvenne che _Geronzio_, il più bravo de' generali ch'egli avesse, uomo per altro perfido e cattivo, rivoltò contra di lui l'armi nella medesima Spagna, e tirati nel suo sentimento quanti soldati romani si trovarono in quelle parti, creò col consenso loro imperadore un certo _Massimo_, che Olimpiodoro chiama suo figliuolo[1314], ma da Paolo Orosio[1315], autore più degno di fede, perchè spagnuolo ed allora vivente, non vien riconosciuto per tale. Frigerido storico presso Gregorio Turonese[1316], il chiama uno de' clienti di Geronzio: il che s'accorda con Sozomeno[1317] là dove scrive che costui era familiare di Geronzio, uomo per altro di bassa nascita e senza ambizione, che allora militava nelle guardie del corpo dell'imperadore. Pare eziandio che supponga dichiarato Augusto questo Massimo solamente, dappoichè Geronzio giunto nella Gallia ebbe atterrato Costante. Comunque sia, certo è che Geronzio, lasciato questo fantasma in Tarragona, giacchè quella provincia restava illesa dai Barbari, co' quali, secondo Olimpiodoro, egli avea fatto un trattato di pace; e raunate quante milizie romane potè, ed aggiunte ancora molte dei Barbari che erano nella Gallia, si mosse contra di Costante e di Costantino con isperanza di sottoporre le Gallie al suo imperadore. Giunto pertanto a Vienna del Delfinato, trovò ch'era ivi alla difesa Costante figliuolo del tiranno. Ebbe la maniera di aver la città, e di far tagliare la testa al difensore. Dopo di che si rivolse contra del di lui padre Costantino, il quale s'era rinserrato e fortificato in Arles. Sozomeno scrive che appena fu udita da esso Costantino la ribellion di Geronzio e di Massimo, che spedì di là del Reno Edobico suo capitano a chieder soccorso ai Franchi e agli Alemanni, e con questa speranza s'accinse a sostener bravamente l'assedio posto da Geronzio a quella città.

Erano in tale stato gli affari della Gallia, quando Iddio, che mortifica e vivifica, accordò alla pietà d'Onorio Augusto ciò che mancava a questo buon principe, con provvederlo di un braccio gagliardo ed atto a sostenere il vacillante imperio, voglio dire di un nuovo generale d'armata. Questi fu _Costanzo_, personaggio non barbaro, ma suddito de' Romani, nato nell'Illirico, come asserisce Olimpiodoro[1318], in Panese o sia Naisso, città della Dacia novella. Lo avea la natura formato degno di comandare ad altri, grande di corpo, con fronte larga, occhi grandi e vivaci, i quali chinandosi sul collo del cavallo, egli movea di qua e di là con velocità per osservare tutto quel che passava. All'aspetto era talmente serio, che sembrava melanconico e scuro; ma nella mensa e nei conviti si facea conoscere assai gaio ed ameno, e scherzava egregiamente fin coi buffoni. Valoroso di sua persona e con senno capace di trattar grandi affari e di comandare un'armata; fra gli altri suoi costumi, niente era avido dell'oro; virtù nulladimeno, di cui parve che si dimenticasse, dappoichè arrivò al non più oltre della fortuna. Aveva egli da giovinetto servito negli eserciti romani a' tempi di Teodosio il Grande, e per varii gradi era giunto ad avere il titolo di conte, allorchè Onorio l'elesse per generale dell'armata che dovea passare in Francia contro al tiranno Costantino. Per compagno e luogotenente gli fu dato _Ulfila_, il cui nome ci fa abbastanza intendere, ch'egli era o Goto o pure Unno di nazione. E siccome osservò Paolo Orosio[1319], la condotta di questo uffiziale, cioè di Costanzo, fece conoscere quanto più utile era all'imperio l'aver de' generali romani che dei barbari, come s'era lungamente praticato in addietro. Passò nella Gallia, e alla comparsa sua nelle vicinanze d'Arles, città allora assediata da Geronzio, tra l'essersi risvegliato nell'esercito romano di esso Geronzio l'amore e la venerazione verso il legittimo lor signore ed imperadore, e mercè del credito, e probabilmente dei segreti maneggi di Costanzo, i soldati di Geronzio, per altro mal soddisfatti del suo imperioso e severo procedere, per la maggior parte l'abbandonarono, e vennero sotto le bandiere del medesimo Costanzo conte. Non perdè tempo Geronzio a scappare, e con pochi si ritirò in Ispagna. Ma quivi i soldati spagnuoli, conceputo dello sprezzo per lui a cagion di questa fuga, determinarono di ammazzarlo. In fatti l'assediarono una notte in casa sua, ma bravamente si difese coll'aiuto de' suoi servi sino alla mattina, in cui fuggendo avrebbe forse anch'egli potuto salvare la vita, ma per amore di Nonnechia sua moglie nol fece. Toltagli poi ogni speranza di salute, perchè i soldati aveano attaccato il fuoco alla casa, ucciso prima un Alano suo servo fedele, e la moglie, che istantemente il pregarono di non lasciarli in vita, poscia con un pugnale ch'egli si spinse nel cuore, finì anch'egli di vivere: se pure, come Onorio racconta, non furono i soldati che risparmiarono a lui la fatica di uccidersi. Sozomeno[1320], che racconta questo fatto, loda la moglie di costui, come donna d'animo virile, perchè cristiana, aggiugnendo ch'ella ebbe un fine degno della sua religione, con aver per quel suo coraggio lasciata una sempiterna memoria di sè stessa ai posteri; senza badare che presso i gentili erano ben in pregio simili bravure, ma secondo la religion di Cristo un tal furore non si può scusar da peccato. La caduta di Geronzio si tirò dietro quella del suo imperadore _Massimo_, che, abbandonato da' soldati della Gallia, fu spogliato della porpora e degradato, con essergli nondimeno donata la vita, perchè essendo uomo umile e modesto, parve che non si avesse più da temere di lui. Olimpiodoro all'incontro narra che costui dopo la morte di Geronzio se ne fuggì presso i barbari suoi collegati. Questo avenne solamente l'anno seguente, secondochè narra s. Prospero nella sua Cronica. Truovasi poi, per attestato di Prospero Tirone (o sia d'altro autore), che circa l'anno 419 Massimo colla forza si fece signore _delle Spagne_, e che nel 422 preso, fu trionfalmente condotto a Ravenna e mostrato al popolo nei tricennali d'Onorio Augusto. Marcellino conte, e Giordano storici scrivono lo stesso. Perciò Adriano Valesio e il Pagi sono stati d'avviso che il medesimo Massimo rinnovasse la ribellione in Ispagna, e che in fine si rifugiasse tra i Barbari: opinione che si rende quasi certissima dalle parole d'Orosio, là dove scrive, prima di dar fine alla sua Cronica, parlando del deposto Massimo: _Costui di presente bandito vive mendico fra i Barbari in Ispagna._ Qualche partito di malcontenti dovette di nuovo mettere in teatro questo imperadore da scena, ma ebbe corta durata. Nel Codice Teodosiano[1321] esistono varii editti di Onorio contra di costui.