Annali d'Italia, vol. 2 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750

Part 33

Chapter 333,626 wordsPublic domain

Giunse Alarico sotto Roma, e la strinse d'assedio. Allora fu che nel senato si sollevarono sospetti contra di _Serena_ già moglie di Stilicone, quasichè ad istigazione sua i Barbari fossero venuti contro ad essa città. E bastarono tali sospetti al senato per decretar la morte di questa infelice, probabilmente innocente di simile attentato. Ad un tale decreto consentì anche _Placida_ sorella dell'imperadore, ancorchè Serena fosse sua parente dal lato di padre. La sentenza fu eseguita, e Zosimo pagano[1282] si figurò costei punita dagli dii della gentilità per aver tolta a Rea madre degli dii una collana di gran valore; ma ella potea ben avere senza questo falso misfatto degli altri delitti, per i quali Iddio volle gastigarla quaggiù. Si credevano i Romani che tolta di mezzo Serena, dovessero i Barbari andarsene con Dio. Ma si chiarirono ben presto dei loro vani supposti. Più che mai Alarico seguitò ad angustiare la città, e ad affamarla con impedire l'introduzion dei viveri sì pel fiume, come per terra, e crebbe talmente la fame, che si tirò dietro una fiera mortalità di popolo. Allora il senato determinò di spedir deputati a trattare d'accordo col generale degli assedianti, perchè erano tuttavia in dubbio se si trovasse ivi Alarico in persona. Data questa incumbenza a _Basilio_, già presidente della Spagna, spagnuolo di nascita, e a _Giovanni_, già preposto de' notai palatini[1283], presentatisi costoro ad Alarico, proposero la concordia; e per sostenere il decoro, si lasciarono scappare una bravata, con dire che il popolo romano era anche pronto per una battaglia. Alarico sogghignando rispose: _Anche il fieno folto si taglia più facilmente che il raro_: colle quali parole mise a riso tutti gli astanti. Proruppe poscia il Barbaro in dimande degne di un par suo, cioè che non leverebbe mai l'assedio, se non gli davano tutto l'oro e l'argento e le suppellettili preziose della città, e la libertà di tutti gli schiavi barbari. _Ma e che resterebbe a noi?_ rispose uno dei legati. _Le vite_, replicò il superbo Alarico. Qui fu chiesta dai legati la licenza di tornar nella città per trattare con gli assediati, i quali inteso che quivi era Alarico, e che faceva dimande cotanto esorbitanti, si videro disperati. Accadde, che venuti o chiamati apposta in Roma alcuni della Toscana, riferirono d'essersi salvata dai pericoli la città di Narni coll'avere sacrificato agli dii del gentilesimo. Non vi volle di più, perchè alcuni dei senatori tuttavia pagani proponessero come cosa necessaria alla liberazion di Roma quegli empii sagrifizii. Il fatto vien narrato da Sozomeno[1284] ed anche da Zosimo[1285], che vi aggiugne una particolarità, unicamente fabbricata dal suo cuore maligno, perchè pagano: cioè, che _Innocenzo_ papa, consultato sopra di ciò, serrasse gli occhi, e li lasciasse fare. Ma il fatto grida in contrario: poichè, per attestato dello stesso Zosimo, niuno de' tanti senatori cristiani volle intervenire a così abbominevol azione: anzi pare che in effetto desistessero per questo dal farla, e verisimilmente perchè il pontefice vi si oppose. Ma quand'anche avessero sagrificato, come sembra supporre Sozomeno, s'accorsero in breve della vanità di quest'empio rifugio. E nota il medesimo Sozomeno che i più giudiziosi riguardavano questa guerra e calamità per un giusto gastigo di Dio, che voleva punire i tanti peccati di Roma immersa nell'ozio e nel lusso, e tanti ostinati tuttavia nelle superstizioni del paganesimo. Lo stesso Alarico dicea di esser mosso da una voce interna che gli andava dicendo di affrettarsi per l'espugnazion di Roma. Finalmente convenne rimandare ambasciatori ad Alarico, e capitolare che i Romani gli pagassero cinquemila libbre d'oro, trentamila d'argento, quattromila giubbe di seta, tremila pelli tinte in grana, e tremila libbre di pepe. Ma perchè l'erario era esausto, nè i particolari potevano supplire così in un subito allo sborso di tanto oro ed argento, si mise mano ai templi de' gentili, con asportarne le statue d'oro e d'argento, e tutti gli ornamenti preziosi delle altre: il che viene detestato da Zosimo gentile, e specialmente per la statua della Fortezza, a cagione della cui perdita i pagani credettero che dovessero succedere infinite traversie da lì innanzi a Roma. Pagato il danaro, furono spediti all'imperatore Onorio legati, pregandolo di consentire alla pace, anzi alla lega con Alarico: al qual fine aveva anche il Barbaro voluto per ostaggi molti figliuoli de' nobili romani. Furono da lì innanzi lasciati entrare i viveri in Roma, e l'esercito nemico si ritirò, col quale s'andarono ad unire circa quarantamila schiavi barbari, che di giorno in giorno fuggivano di Roma.

Intanto il tiranno Costantino avea fissata la residenza sua in Arles, e veggendo gli affari dell'imperadore Onorio in pessimo stato[1286], dichiarò Augusto suo figliuolo _Costante_, a cui dianzi avea conferito il titolo di _Cesare_[1287]. Inoltre giudicò bene d'inviar ad Onorio un'ambasceria, che giunta a Ravenna, gli dimandò perdono a nome di Costantino[1288], con allegare per iscusa la violenza a lui fatta dall'esercito. Onorio, perchè non potea di meno, e sulla speranza di salvare la vita a Vereniano e Didimio suoi parenti, condotti prigionieri di Spagna a Costantino, con trovarsi poi burlato perchè questi già erano stati trucidati, non solamente fece vista di accettare la scusa, ma gl'inviò ancora la porpora imperatoria, riconoscendolo per collega nell'imperio. Probabilmente ciò avvenne nell'anno presente.

NOTE:

[1265] Zos., lib. 5, c. 41.

[1266] Socrates, lib. 6, cap. 23.

[1267] Procop., de Bell. Pers., lib. 1, cap. 2.

[1268] Theoph., in Hist. ad Ann. Alexandr. 406.

[1269] Zosim., lib. 6, cap. 28.

[1270] Philostorg., lib. 12, cap. 2.

[1271] Zosim., lib. 5, cap. 29.

[1272] Zosim., lib. 6, cap. 32.

[1273] Olympiod., apud Photium, pag. 180.

[1274] Sozom., lib. 9, cap. 4. Orosius, lib. 7, cap. 38.

[1275] Zosim., lib. 5, c. 34. Philostorg., lib. 12, c. 3.

[1276] Rutilius, in Itiner., lib. 1.

[1277] Chronicon Alexandrinum.

[1278] Gothofred., Chronol. Cod. Theodos.

[1279] Zosimus, lib. 5, cap. 35.

[1280] Photius, pag. 181.

[1281] Zosim., lib. 5, cap. 36.

[1282] Zosim., lib. 5, cap. 40.

[1283] Chronicon Alexandrinum.

[1284] Socrat., lib. 9, cap. 6.

[1285] Zosimus, lib. 5, cap. 41.

[1286] Orosius, lib. 7, cap. 40.

[1287] Sozom., lib. 9, cap. 11.

[1288] Zosimus, lib. 5, cap. 43.

Anno di CRISTO CDIX. Indizione VII.

INNOCENZO papa 9. ONORIO imperad. 17 e 15. TEODOSIO II imperad. 8 e 2.

_Consoli_

ONORIO AUGUSTO per l'ottava volta, e TEODOSIO AUGUSTO per la terza.

_Bonosiano_ vien chiamato il prefetto di Roma dell'anno corrente in una legge del Codice Teodosiano. Quanto si è di sopra narrato della morte di Stilicone e dell'assedio di Roma vien riferito dal cardinal Baronio, da Jacopo Gotofredo e da altri nell'anno presente. E sembra certo difficile che essendo stato ucciso Stilicone verso il fine del precedente agosto, Alarico, che ne dovette ricevere l'avviso stando fuori d'Italia, potesse far tanto viaggio, operar tante cose ne' quattro mesi che restavano di quell'anno. Contuttociò chiaramente narrando Zosimo istorico[1289], che dopo tali avvenimenti Onorio entrò console per l'ottava volta, e Teodosio II Augusto per la terza; il che accadde nel principio di quest'anno; più sicuro è l'appoggiarsi a lui scrittore contemporaneo, come ha fatto il padre Pagi, che ai moderni. E tanto più perchè, per attestato del suddetto Zosimo, essendo stati inviati dai Romani, dopo la liberazion della città, ambasciatori a Ravenna, Onorio Augusto nel licenziarli levò a Teodoro la dignità di prefetto del pretorio, e la conferì a Ceciliano, uno di essi legati. Ora nel Codice Teodosiano si trovano due leggi date in Ravenna nel gennaio del presente anno, ed indirizzate a Teodoro prefetto tuttavia del pretorio, al quale poi si vide sostituito nel medesimo grado Ceciliano suddetto, con essere a lui indirizzate altre leggi date nello stesso gennaio[1290]. Una specialmente è degna d'essere avvertita perchè testimonio dell'insigne carità d'Onorio, ordinando egli sotto gravi pene, che ogni domenica i giudici facciano la visita dei carcerati, per sapere se sieno ben trattati; e che ai poveri sia somministrato il vitto; e che sopra ciò vegli lo zelo dei vescovi. S'era anche introdotta dai due Valentiniani ed altri imperadori cristiani la piissima consuetudine di liberar tutti i prigioni in onore del santo giorno di Pasqua, a riserva dei rei di enormi delitti. (Veggasi il codice Teodosiano _de Indulgentia Criminum_). Il qual rito si osserva tuttavia in assaissimi luoghi della cristianità, e massimamente in Modena. Furono dunque nel principio di quest'anno inviati dal senato romano ambasciatori ad Onorio Augusto, _Ceciliano Attalo_ e _Massimiano_, per pregarlo di approvar la pace, di cui s'era trattato con Alarico. Uomo timido, e però irresoluto, era l'imperadore. Non volle dar ostaggi nè acconsentir a varii capi della capitolazione. Zosimo ne incolpa _Olimpio_ che imbrogliava tutto. Furono rimandati senza conclusione alcuna; _Ceciliano_ creato prefetto del pretorio, _Attalo_, sopraintendente al fisco. Ma per difesa di Roma Onorio spedì a quella volta seimila bravi Dalmatini sotto il comando di Valente. Parve a questo condottiero vergognosa cosa il guidar quegli armati per vie disusate, come di nascosto; ma quando meno sel pensava, li condusse in bocca ad Alarico, il quale gli aspettava, e tutti li fece prigionieri, a riserva di un centinaio, e dello stesso Valente, ch'ebbero la fortuna di salvarsi. Attalo fiscale giunto a Roma, avendo osservato che Eliocrate con troppa piacevolezza si portava nel cercare i partigiani di Stilicone, e in confiscare i lor beni, il mandò a Ravenna, dove per questo gran delitto corse pericolo di perdere la vita, se non si rifugiava in una chiesa. Massimiano, il terzo dei suddetti ambasciatori, caduto nel ritornare a Roma in mano de' Barbari, fu ricuperato da Mariniano suo padre con trentamila pezze d'oro.

Cresceva intanto la confusion nel senato e popolo romano tra per le irresolutezze dell'imperadore, e per aver tuttavia vicino a sè Alarico minaccioso, e con forze da eseguir le minacce. Però inviarono ad Onorio altri ambasciatori, tra i quali fu lo stesso Innocenzo papa; ed Alarico diede lor buona scorta, affinchè andassero sicuri. Dispose Dio in questa maniera le cose per sottrarre il buon pontefice alla terribil tragedia che dipoi succedette in Roma, perciocchè egli si fermò da lì innanzi in Ravenna coll'imperadore. Calò intanto in Italia Ataulfo cognato di Alarico, conducendo una mediocre armata. Onorio fatti raunar quanti soldati potè, gl'inviò a contrastargli il passo; e si venne anche ad un fatto di armi, in cui circa mille cinquecento Goti restarono sul campo, e solamente diciassette Romani, se pure è da credere. Il rimanente de' Barbari passò e andò ad unirsi con Alarico[1291]. E fino a questa ora _Olimpio_ avea comandato a bacchetta nella corte d'Onorio. Seppero gli eunuchi tanto intronar le orecchie di esso imperadore, rappresentandogli questo primo ministro come origine di tutti i presenti malanni, che lo indussero a deporlo. Sotto un principe di testa debole, quando nascono torbidi, nulla è più facile che il veder di simili scene. Olimpio temendo di peggio, scappò in Dalmazia. Tornato, non so quando, a Roma, e ristabilito in qualche uffizio, Costanzo cognato dell'imperadore, secondochè narra Olimpiodoro[1292], dopo avergli fatto tagliar le orecchie, il fece anche uscir di vita a forza di bastonate, incolpandolo di tanti disordini per cagion di lui occorsi all'imperio romano. _Giovio_, probabilmente pagano di cuore, in suo luogo occupò il ministero. Era prefetto del pretorio; ebbe anche il titolo di patrizio. _Attalo_ fu allora creato prefetto di Roma; e seguirono altre mutazioni nella corte di questo buon Augusto, che tutte per la debolezza del suo governo tornarono in suo pregiudizio. E perciocchè per le segrete istigazioni del suddetto Giovio, ammutinati in Ravenna i soldati, più non vollero per lor capitani Turpillione e Vigilanzio, nè a palazzo Terenzio ed Arsacio mastri di camera, Onorio li cacciò in esilio, e i due primi furono uccisi nel viaggio. Fu costituito generale delle truppe romane esistenti nella Pannonia, Norico, Rezia e Dalmazia, _Generido_, Barbaro bensì, ma persona di gran valore e disinteressato. Costui, perchè era pagano, e per una legge d'Onorio, era vietato ai pagani ogni carica militare, non volle assumere il comando; e con ciò obbligò l'imperadore ad abolir quella, con lasciare a tutti la libertà della religione, e l'abilità alle dignità e alla milizia. Egregiamente da lì innanzi Generido corrispose all'espettazione che si avea della sua fedeltà e valore, con aver ben difese e conservate le provincie a lui confidate. Altre leggi diede in quest'anno Onorio, nelle quali specialmente provvide con piissima sapienza, che non fossero oppressi gli accusati, che non venissero maltrattati i carcerati. Meritano ben d'essere lette quelle leggi nel Codice Teodosiano. Inoltre ordinò che fossero cacciati da Roma e dalle altre città tutti i professori della strologia giudiciaria, appellati allora matematici, che al dispetto di altre precedenti leggi seguitavano ad esercitare la lor fallacissima arte.

Ad istanza di Giovio, primo ministro di Onorio, secondochè scrive Zosimo[1293], o pure papa Innocenzo, come vuol Sozomeno[1294], Alarico venne fino a Rimini per trattare di pace. Richiedeva questo Barbaro che l'imperadore gli pagasse ogni anno una certa somma d'oro e di grano per mantener le sue genti; che il dichiarasse generale dell'una e dell'altra milizia; che per abitazione delle sue soldatesche gli assegnasse le due Venezie, il Norico e la Dalmazia. Ma l'imperadore non senza ragione troppo abborriva l'avere per generale, e soggiornante nel cuor d'Italia un barbaro, un infedele, qual era Alarico. Però scrisse a Giovio, il quale era andato a Rimini per questo trattato, che per lo danaro e grano si accorderebbe, ma che non poteva patire di dar carica alcuna a costui. Giovio ebbe l'imprudenza di far leggere in pubblico la lettera dell'imperadore: cosa che alterò forte il Barbaro, di maniera che infuriato si mosse subito per ritornare contra di Roma. Ma pentito nel viaggio mandò varii vescovi ad Onorio per indurlo pure alla pace, con far proporre condizioni più moderate, contentandosi di stare nel Norico, e di una discreta paga e contribuzione di grano. Neppur questo ebbe effetto, perchè Giovio, per levarsi di dosso il sospetto ch'egli se l'intendesse con Alarico, tornato che fu a Ravenna, giurò egli e fece giurare (se prudentemente, nol so) ad Onorio e a tutta la sua corte, di non far mai pace alcuna con Alarico; e perciò inutili riuscirono tutte le proposizioni di accomodamento. Maggiormente dunque indispettito Alarico, tornò coll'esercito sotto Roma, minacciando al senato e al popolo l'ultimo eccidio, se non si accordavano con esso lui contra di Onorio, principe, a cui pareva che nulla premesse la salute di quella gran città. Resisterono un pezzo i Romani, ma poichè Alarico si fu impadronito di Porto, senza più lasciar entrare viveri in Roma, affamati furono costretti ad accordarsi[1295]. L'accordo fu che _Attalo_ prefetto della città, ed amico de' pagani, venne dichiarato imperadore, siccome persona amata dai Goti, perchè battezzata da Sigesario, vescovo della lor nazione e setta. Veggonsi presso il Mezzabarba[1296] le medaglie battute in suo onore, dove è chiamato _Prisco Attalo_. Non tardò costui a creare _Lampadio_ prefetto del pretorio, e _Marciano_ prefetto della città. Dichiarò ancora Alarico generale delle sue armate, e Ataulfo conte della cavalleria domestica. Entrato colla porpora in senato, diede un bel saggio della sua vanità con una diceria piena di arroganza, in cui si vantava di voler sottomettere tutto il mondo. Quindi unitamente con Alarico mosse l'esercito contra di Onorio Augusto, che seguitava a dimorare in Ravenna. E senza voler badare ad Alarico che lo consigliava d'inviare in Africa un buon corpo di truppe per levare il comando di quelle provincie ad Eracliano, gli bastò di spedire colà un certo Costantino con pochi soldati, scioccamente lusingandosi che al comparire delle sue lettere, tanto Eracliano, quanto l'esercito d'Africa abbasserebbono la testa, e seguirebbono il partito suo.

Giunta che fu l'armata di Attalo e di Alarico a Rimini, Onorio pieno di spavento inviò per suo legato colà Giovio, suo primo ministro, per trattare di concordia, con esibire ad Attalo di accettarlo suo compagno nell'imperio, ma costui, gonfio per la sua dignità, pretese che Onorio si eleggesse un'isola, per menar ivi da privato il resto dei suoi giorni. Il peggio fu che lo stesso Giovio (se pure non fu occulto artifizio) s'accordò con Attalo per deprimere Onorio, giugnendo infino a proporre di tagliar qualche membro all'infelice Augusto. E tali erano gli uffiziali che quel buon principe eleggeva, e a' quali commetteva i più importanti affari dello Stato. Andò più volte innanzi e indietro Giovio, e finalmente restò presso d'Attalo, che il dichiarò patrizio, facendo costui nello stesso tempo credere ad Onorio che per suo bene operava così. S'era già preparato Onorio per ritirarsi presso il nipote Teodosio, quando all'improvviso gli venne un soccorso di quattromila soldati dall'Oriente, che il rincorò e svegliò in guisa, che fidata ad essi la guardia di Ravenna, quivi determinò di star saldo fino ad intendere l'esito degli affari dell'Africa. Già tutto era in pronto per istrignere Ravenna con vigoroso assedio; ma rimase sturbato da altri avvenimenti il disegno. Alarico non ristette di operar colla forza, che le città dell'Emilia e della Liguria accettassero Attalo per imperadore. La sola Bologna fece resistenza e soffrì l'assedio. Quello che maggiormente disgustò Alarico, fu la nuova venuta dall'Africa, che _Eracliano_, conte, cioè governatore di quelle contrade, avea fatto trucidare Costantino colà inviato a nome di Attalo, e poste guarnigioni in tutte le città marittime, non lasciava più andar grani ed altri viveri alla volta di Roma: il che cagionò fra poco una fiera carestia e fame nel numeroso popolo di essa città. Concepì perciò Alarico un grave sdegno contra di Attalo, che aveva voluto operar di sua testa in negozio di tanto rilievo. Si aggiunsero i mali uffizii che presso di lui continuamente faceva Giovio per abbattere questo imperador di teatro, e forse con buon fine per facilitar la pace con Onorio, levando di mezzo costui che non serviva se non d'impedimento. Perciò Alarico, per quanto scrive Zosimo, fuori di Rimini il depose, con ispogliarlo del diadema e della porpora, e ridurlo a vita privata con Ampelio suo figliuolo. Il ritenne nondimeno presso di sè, per impetrargli il perdono, se seguiva la pace con Onorio, di cui pare che si trattasse seriamente fra l'imperadore ed Alarico. Fu poi un'altra volta esaltato, e da lì a non molto deposto questo efimero Augusto.

Occorse eziandio che Saro, altre volte nominato di sopra, condottiere di trecento bellicosi Barbari, il quale non s'era in que' torbidi dichiarato nè per Onorio nè per Alarico[1297], ma non avea cara la lor concordia per suoi particolari fini, all'improvviso assalì le soldatesche condotte da Ataulfo cognato di Alarico, o pur le guardie del medesimo Alarico, e molte ne tagliò a pezzi; dopo di che andò ad abbracciare il partito di Onorio. Se volessimo qui prestar fede a Filostorgio[1298], gli diede anche una rotta; ma questo non s'accorda con gli altri storici d'allora. Fece nascere il fatto di Saro dei gravi sospetti in cuore di Alarico, dubitando egli che sotto il color della pace, che si trattava sempre e mai non si conchiudeva, gli fossero tese insidie. E però fumando di rabbia, se ne tornò sotto Roma, e di nuovo l'assediò. Si sostennero i Romani contra le di lui armi; ma non già contro la fame, la quale crebbe a tal segno, che migliaia di persone ne perirono, e si trovarono madri che levarono la vita ai figliuoli per salvare con quel cibo la propria. Ma finalmente bisognò soccombere. Alarico vittorioso entrò di notte nella città, in quella città, che per tanti secoli, non vinta da alcuno, avea data la legge a sì gran parte del mondo. Il Sigonio, il cardinal Baronio, il Gotofredo, il Tillemont ed altri furono di parere che questa orrida tragedia succedesse nell'anno 410. Ma il padre Pagi con vari argomenti pruova che nel presente anno a dì 24 d'agosto Roma venne nelle mani dei Barbari, e sant'Isidoro chiaramente mette questo fatto sotto l'era 447, che corrisponde all'anno corrente. Prospero Tirone ne parla sotto il consolato di Varane, che fu nell'anno seguente. Se nondimeno si verificasse che Tertullo disegnato console da Attalo in questo anno, nel principio poi del susseguente avesse assunto il consolato in Roma, converrebbe mutar opinione. Cassiodoro in fatti e Vittorio mettono consoli all'anno 410 _Tertullo_ e _Varane_. Orosio chiama questo Tertullo _console di apparenza_, e pare che neghi ch'egli poi giugnesse mai ad esercitare il consolato. Strana cosa è intanto, che resti dubbioso il tempo di sì gran tragedia. Non si può senza lagrime rammentare la crudeltà esercitata dai Goti in questa occasione. Per tre giorni diedero il sacco a quante ricchezze e mobili preziosi Roma avea lungamente raunato in sè colle spoglie e coi tributi di tanti popoli. Furono tormentati senza compassione alcuna i nobili e benestanti, perchè rivelassero i tesori creduti nascosi. Non si perdonò all'onore delle matrone e delle vergini, e neppur delle consecrate a Dio. Furono anche mietute a migliaia entro e fuori di Roma le vite del popolo in tal copia, che non v'era gente bastante a dar loro sepoltura. Restò inoltre ridotta in cenere dalle fiamme buona parte di essa città. Ma Iddio in punire con sì terribil flagello le reliquie ostinate del paganesimo in Roma, e la superbia e tanti vizii di quella città, fece nondimeno conoscere la sua misericordia e potenza agli stessi gentili. Perciocchè i Goti erano cristiani, benchè professori dell'eresia di Ario; ed Alarico loro ordinò di rispettare nel saccheggio i luoghi sacri, e specialmente le basiliche de' santi apostoli Pietro e Paolo: comando che fu religiosamente osservato da que' Barbari, e ne profittarono gli stessi pagani che colà si rifugiarono, con aver anche i Barbari portato rispetto ai sacri vasi delle basiliche suddette. Ma sopra ciò è da vedere l'insigne opera di sant'Agostino _De Civitate Dei_, scritta dopo la presa di Roma, per difendere la religione di Cristo dalle bestemmie vomitate in tal congiuntura dai gentili, quasichè all'avere aboliti gl'idoli e introdotta la legge sacrosanta di Gesù Cristo si dovessero attribuire tante calamità che in que' tempi diluviarono sopra Roma e sopra l'imperio romano. Pretende parimente il celebre monsignor Bossuet, vescovo di Meaux[1299], che si compiessero in questa rovina di Roma le profezie di san Giovanni nell'Apocalisse, avendo Iddio voluto dare con ciò l'ultimo colpo all'idolatria, e vendicare il sangue di tanti santi svenati dalla crudeltà de' pagani.