Annali d'Italia, vol. 2 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750

Part 31

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Uscito da sì gravi pericoli Onorio Augusto, si era restituito a Ravenna, nella qual città si veggono date molte leggi di lui, tutte spettanti a quest'anno, e che comprovano appartenere all'anno precedente il fatto d'armi di Pollenza. Perciocchè alcune di esse compariscono scritte in Ravenna nel febbraio, marzo e maggio, nei quali mesi Onorio certamente non fu in Ravenna, ma bensì in Asti, allorchè Alarico portò la guerra nella Liguria, e fu sconfitto. Incresceva ai Romani questa residenza dell'imperadore, avvezzi ad aver sotto gli occhi il principe e lo splendore della sua corte, senza l'incomodo di far viaggi lunghi per trovarlo. Perciò gli spedirono una solenne ambasceria, pregandolo di consolare col suo ritorno a Roma i lor desiderii, e di andare a ricevere il trionfo che gli aveano preparato. E perciocchè intesero che i Milanesi aveano fatta una simile deputazione, per tirar esso Augusto alla loro città, si raccoglie da una lettera di _Simmaco_, che nel mese di giugno determinarono di spedirgli degli altri ambasciatori colla stessa richiesta. Di questa congiuntura si servirono alcuni senatori tuttavia pagani per chiedere ad Onorio la licenza di celebrare i giuochi secolari. San Prudenzio, valente poeta cristiano, fioriva allora in Ispagna sua patria. Prese egli a scrivere contro la relazione di Simmaco prefetto di Roma, composta già nell'anno 384, per rimettere in piedi l'ara della Vittoria, e confutata in que' tempi da Sant'Ambrosio; e può parere strano come Prudenzio ne parli, come se Simmaco avesse allora presentata quella supplica ad Onorio. Ora Prudenzio con parole chiare attesta la vittoria riportata da' Romani presso Pollenza colla rotta di Alarico, ed indirizza quell'apologia ad Onorio Augusto, che tuttavia dimorava in Ravenna, pregando di non permettere più le superstizioni dei pagani, e specialmente di proibire i sanguinosi spettacoli de' gladiatori, contrari alla legge di Cristo, e già vietati da Costantino il grande. Può servire ancora il medesimo poema assai lungo ed erudito di san Prudenzio a farci intendere seguita la suddetta battaglia di Pollenza nell'anno antecedente, e non già nel presente. Ora l'Augusto Onorio prese, prima che terminasse l'anno, la risoluzion di passare a Roma, per ivi celebrare i decennali del suo imperio dopo la morte del padre: al qual fine fu disegnato console per l'anno seguente. Descrive Claudiano[1237] il suo viaggio per l'Umbria, e la magnifica solennità con cui egli entrò in Roma, avendo al suo lato nel cocchio il suocero Stilicone, con immenso giubilo del popolo romano. Partorì nell'anno presente[1238] a dì 10 o 11 di febbraio _Eudossia_ Augusta ad Arcadio imperadore la quarta figliuola, a cui fu posto il nome di _Marina_. Furono poi grandi rumori in Costantinopoli per la prepotenza di questa imperadrice. Divenuta padrona del marito e dell'Oriente, perchè disgustata di san _Giovanni Grisostomo_, impareggiabile e zelantissimo vescovo di quella gran città, pontò cotanto, che il fece deporre e mandare in esilio; dal che seguirono perniciosi tumulti. Ne fa menzione anche Zosimo[1239], e taglia i panni addosso ai monaci d'allora, mischiati in quei torbidi, con dire ch'essi avendo già tirata in lor dominio una gran quantità di beni, e col pretesto di sovvenir con quelle rendite i poveri, aveano, per così dire, ridotto ognuno alla povertà; iperbole che scredita il di lui racconto; ma che non lascia di farci intendere, come i monaci, appena nati nel secolo precedente, s'erano moltiplicati per le ville, e non trascuravano il mestier di far sua la roba altrui.

NOTE:

[1237] Claud., de IV Consulatu Honor.

[1238] Chron. Alexandr. Marcell. Comes, in Chronico.

[1239] Zosim., lib. 5, cap. 23.

Anno di CRISTO CDIV. Indizione II.

INNOCENZO papa 4. ARCADIO imperadore 22 e 10. ONORIO imperadore 12 e 10. TEODOSIO II imperadore 3.

_Consoli_

ONORIO AUGUSTO per la sesta volta, e ARISTENETO.

Tutta fu in festa la città di Roma pel consolato e per i decennali dell'Augusto Onorio, che furono celebrati con suntuosi spettacoli. Ma non già coi giuochi secolari, nè colle zuffe de' gladiatori, come avrebbono desiderato que' Romani che tuttavia stavano ostinati nel gentilesimo. Il cardinal Baronio, che di tal permissione aveva accusato Onorio Augusto, vien giustamente ripreso dal Pagi. Ma nè il Pagi nè Jacopo Gotofredo ebbero già buon fondamento di credere e chiamare ingannato il Baronio, allorchè scrisse all'anno 325 che Costantino il grande, con una legge data in Berito, aveva proibito per tutto l'imperio romano i giuochi sanguinosi de' gladiatori. Siccome io altrove ho dimostrato[1240], non può negarsi quell'universale divieto di Costantino. Ma era sì radicato l'abuso, n'erano si incapricciati i popoli, che dopo la morte di quell'invitto imperadore tornarono, malgrado de' suoi successori, a praticarlo, con estorquere eziandio la permissione di essi da alcuni Augusti. Ma in fine, per attestato di Teodoreto[1241], Onorio con sua legge vietò ed abolì per sempre quell'abbominevole spettacolo che costava tanto sangue e tante vite d'uomini per dare un divertimento al pazzo popolo. In quest'anno poi Onorio pubblicò una legge[1242], in cui, se crediamo al padre Pagi suddetto, _Judaeos et Samaritanos omni militia privavit_. Ma non credo io tale il senso di quella legge, quando pure il Pagi l'intenda per la vera milizia. Proibisce ivi l'imperadore ai Giudei, l'aver luogo nella _milizia_, cioè negli uffizii di coloro che _agenti degli affari del principe_ erano nominati, perchè il nome di _milizia_ abbracciava tutti gli uffizii della corte. Bollivano tuttavia in Oriente le persecuzioni contra di san Giovanni Grisostomo, quel mirabil oratore della Grecia cristiana, e tanto papa Innocenzo I, quanto l'imperadore Onorio si affaticarono in aiuto di lui. Ma era gran tempo che non passava buona armonia tra esso Onorio ed Arcadio Augusto di lui fratello; e però inutili furono le loro raccomandazioni. Per altro sì quel santo patriarca, quanto Teofilo patriarca di Alessandria, a lui opposto, riconobbero in tal congiuntura l'autorità primaria del romano pontefice, al quale il primo si appellò, e l'altro inviò per questa discordia i suoi legati. Fermossi in Roma l'imperadore Onorio parecchi mesi. Prima che terminasse l'anno, è più che verisimile ch'egli si restituisse a Ravenna, perchè quivi si trovano date alcune sue leggi nel principio di febbraio del susseguente anno. I motivi che l'indussero a ritirarsi colà, è da credere che fossero i preparamenti che si udivano farsi dai Barbari per una nuova irruzione in Italia. Alarico sembrava quieto, perchè guadagnato da Stilicone; ma _Radagaiso_, condottiere, ossia re degli Unni, ossia de' Goti, Scita, cioè Tartaro di nazione, forse mal soddisfatto del disonore inferito ai popoli settentrionali nella rotta data dai Romani ad esso Alarico, pensò a farne vendetta. Più probabilmente ancora, secondochè era allora in uso dei Barbari, anch'egli divorava co' desiderii la città di Roma. In essa città, a lor credere, erano le montagne d'oro, ivi stavano raunate da più secoli le ricchezze della terra. Perciò costui mise insieme una formidabil armata, composta di Unni, Goti, Sarmati e di altre nazioni situate di là dal Danubio. Paolo Orosio[1243] e Marcellino[1244] la fanno ascendere a più di dugento mila combattenti; Zosimo storico[1245] fino a quattrocento mila: numero verisimilmente eccessivo. Probabile è che in questo medesimo anno costui si appressasse all'Italia, e forse ancora v'entrò, per quanto pare che accenni Prospero Tirone[1246]. Grande spavento, fiera costernazione si sparse per tutta l'Italia. Pertanto l'Augusto Onorio, veggendo imminente quest'altra tempesta, giudicò più sicuro il soggiorno di Ravenna, città pel suo sito fortissima, e maggiormente ancora per esser più alla portata di dar gli ordini e di provvedere ai bisogni. Mancò di vita in quest'anno _Eudossia_ imperadrice, moglie di Arcadio Augusto, chiamata al tribunale di Dio a rendere conto, qual nuova Erodiade, della fiera persecuzione ch'ella avea mossa contro il santo ed incomparabil patriarca di Costantinopoli _Giovanni Grisostomo_. Il Breviario Romano, che nelle lezioni di questo santo mette la morte d'essa Augusta quattro dì dopo quella del Grisostomo nell'anno di Cristo 407, merita in quel sito di essere corretto. Sì Zosimo[1247] che Sozomeno, Filostorgio ed altri scrittori riferiscono a quest'anno una fiera irruzion degl'Isauri per quasi tutte le provincie romane dell'Oriente. Il generale Arbazacio, spedito contro di costoro, ne fece gran macello, ma, vinto dai loro regali, non proseguì l'impresa.

NOTE:

[1240] Thesaur. Novus Inscription., pag. 179.

[1241] Teodor., Hist., lib. 5, cap. 24.

[1242] L. 16, tit. 8. Cod. Theod.

[1243] Orosius, lib. 7, cap. 37.

[1244] Marcellinus Comes, in Chron.

[1245] Zosimus, lib. 5, cap. 26.

[1246] Prosper Tiro, in Chron.

[1247] Zosim., ibid., cap. 28

Anno di CRISTO CDV. Indizione III.

INNOCENZO papa 5. ARCADIO imperad. 23 e 11. ONORIO imperadore 13 e 11. TEODOSIO II imperadore 4.

_Consoli_

FLAVIO STILICONE per la seconda volta ed ANTEMIO.

Stando l'imperadore Onorio in Ravenna, pubblicò editti[1248] rigorosi contra de' Donatisti, più pertinaci ed insolenti che mai in Africa, comandando l'unione fra essi ed i cattolici: rimedio che riuscì poi salutevole per quella cristianità. Era entrato, o pure entrò in quest'anno _Radagaiso_ in Italia con quel diluvio di Barbari che ho detto di sopra, con saccheggi e crudeltà inudite, scorrendo dappertutto senza opposizione alcuna. L'imperadore Onorio andò raunando quante soldatesche potè; prese ancora al suo soldo molte squadre di Goti, Alani ed Unni, condotti da Uldino e Saro lor capitani. Ma Stilicone maestro di guerra non volle già avventurarsi a battaglia o resistenza alcuna in campagna aperta. Andò solamente costeggiando i movimenti di sì sterminata oste, finchè la medesima si diede a valicar l'Apennino con pensiero di continuare il cammino alla volta di Roma, città che piena di spavento si tenne ancora come perduta. E in Roma appunto questa terribil congiuntura diede motivo ai pagani, che tuttavia ivi restavano, di attribuire tutti questi mali alla religion cristiana, e all'avere abbandonato gli antichi dii, e di prorompere perciò in orride bestemmie, con proporre eziandio di rimettere in piedi gli empii lor sagrifizii e riti. Anzi costoro in lor cuore si rallegravano, perchè Radagaiso, pagano anch'egli, avesse da venire a visitarli, sperando con ciò di veder risorgere la tanto depressa loro superstizione. Ma non era ancora giunto il tempo che Dio avea destinato di punire Roma, capitale del romano imperio bensì, ma anche di tutti i vizii, e in cui per anche l'idolatria ostinatamente si nascondea, e la superbia apertamente regnava. Secondochè osservarono Paolo Orosio e sant'Agostino, colla venuta di Alarico, e poi di Radagaiso, Dio mostrò in lontananza a quella città il gastigo acciocchè si emendasse e facesse penitenza; ma indarno lo mostrò. Nè volle permettere che questo re pagano giugnesse a punire i Romani, perchè la sua crudeltà avrebbe potuto portarvi un universale eccidio, e ridurla in una massa di pietre. Fu infatti, secondo tutte le apparenze, miracoloso il fine di questa tragedia, per cui la costernazione s'era sparsa per tutta l'Italia. Appena Radagaiso fu giunto di là dell'Apennino, che Stilicone colle truppe romane ed ausiliarie cominciò a tagliargli le strade, a togliergli il soccorso dei viveri, ed a ristringerlo. Il ridusse la mano di Dio nelle montagne di Fiesole presso Firenze, e quella innumerabil moltitudine di Barbari si vide serrata fra quelle angustie ed oppressa dalla fame, e con perdere il coraggio e il consiglio, si diede per vinta. Attesta il suddetto Orosio che non vi fu bisogno di metter mano alle spade e di venire a battaglia, e che i Romani mangiando e bevendo e giocando terminarono questa guerra. Radagaiso senza saputa de' suoi tentò di salvarsi solo colla fuga, ma caduto in mano de' Romani, fu da lì a poco levato di vita. Restò schiava la maggior parte dei suoi, che a guisa di vili pecore erano sì per poco venduti, che con uno scudo d'oro se ne comperava un branco. E questo fine ebbero i passi e le minaccie di quest'altro re barbaro con ammirazione di tutti. Ma ben diversamente Zosimo, storico[1249] greco de' medesimi tempi, racconta quel fatto. Se a lui crediamo, Stilicone, con poderoso esercito di trenta legioni romane e colle truppe ausiliarie, all'improvviso assalì que' Barbari, e passò a fil di spada l'immensa lor moltitudine, a riserva di pochi che rimasero schiavi: del che egli riportò le lodi ed acclamazioni di tutta l'Italia.

Si dee anche aggiugnere una particolarità degna di memoria, che Paolino, scrittore contemporaneo della vita di sant'Ambrosio, ci ha conservata[1250]. Aveva il santo arcivescovo promesso di visitar spesso i Fiorentini suoi cari. Ora _nel tempo che Radagaiso_ (son parole da me volgarizzate di Paolino) _assediava la stessa città di Firenze, trovandosi quei cittadini come disperati, il santo prelato_ (che nell'anno 397 avea terminati i suoi giorni) _apparve in sogno ad uno di essi, e gli promise nel dì seguente la liberazione: cosa che da lui riferita ai cittadini, li riempiè di coraggio. In fatti nel giorno appresso, arrivato che fu Stilicone, allora conte, coll'esercito suo, si riportò vittoria de' nemici. Questa notizia l'ho io avuta da Pansofia piissima donna._ Tali parole suppliranno a quanto manca nel racconto di Paolo Orosio. Fa menzione eziandio sant'Agostino[1251] di quel gran fatto, con iscrivere che _Radagaiso in un sol giorno con tanta prestezza fu sconfitto, che senz'essere non dirò morto, ma neppur ferito uno de' Romani, restò il di lui esercito, che era di più di centomila persone, abbattuto, ed egli poco dopo preso co' figliuoli e tagliato a pezzi_. Dice ancora in uno de' suoi sermoni[1252], che _Radagaiso fu vinto coll'aiuto di Dio in maravigliosa maniera_. Prospero[1253] notò che il grande esercito di Radagaiso era diviso in tre parti, e però più facile riuscì il superarlo. Non ci maraviglieremmo di questa diversità di relazioni, se non fossimo anche oggidì avvezzi a udir delle battaglie descritte con troppo gran divario da chi le riferisce. Vien rapportata dal cardinal Baronio, dal Petativo, dal Gotofredo e da altri non pochi questa insigne vittoria all'anno susseguente 406, nel quale veramente Marcellino conte istorico la mette. Ma, secondochè osservarono il Sigonio e il Pagi, si ha essa da riferire all'anno presente, in cui vien raccontata da Prospero nella sua Cronaca e da Isidoro in quella de' Goti. E di questa verità ci assicura san Paolino vescovo di Nola, che recitando a dì 14 di gennaio dell'anno 406 il suo poema XIII in onore di san Felice, che io diedi alla luce[1254], scrive, restituita la pace, e sconfitti i Goti che già vicini minacciavano Roma stessa. Ecco le sue parole:

_Candida pax laetum grata vice temporis annum_ _Post hyemes actas tranquillo lamine ducit, ec._

Aggiugne che i santi aveano impetrata da Dio la conservazione dell'imperio romano.

_Instantesque Getas ipsis jam faucibus Urbis._ _Pellere, et exitium, seu vincula vertere in ipsos,_ _Qui minitabantur romanis ultima regnis._

Finalmente che s'era in ciò mirata la potenza di Cristo:

_.... mactatis pariter cum Rege profano_ _Hostibus._

Dalle quali parole, conformi ancora a quelle di Prospero nella Cronica, intendiamo non sussistere l'asserzion di Orosio che ci rappresentò seguita quella vittoria senza verun combattimento e senza strage de' Barbari. Il Sigonio[1255] saggiamente immaginò che la battaglia seguisse sotto Fiorenza, e che, ritiratosi Radagaiso con gli avanzi dell'esercito nei monti di Fiesole, fosse poi dalla fame forzato a rendersi. Fiorivano specialmente in questi tempi san _Girolamo_ in Palestina, sant'_Agostino_ in Africa, san _Prudenzio_ poeta in Ispagna, e san _Giovanni Grisostomo_ esiliato nell'Armenia, oltre ad altri santi e scrittori. Ma era infestata la Chiesa di Dio dai Donatisti eretici nell'Africa, e da Pelagio e Celestio e da Vigilanzio, altri eretici in Italia e nelle Gallie.

NOTE:

[1248] Gothofr., Chron. Cod. Theodos.

[1249] Zosimus, lib. 5, cap. 26.

[1250] Paulin., Vit. S. Ambros.

[1251] S. August., lib. 5 de Civit. Dei, cap. 23.

[1252] Idem, Serm. 29 in Lucam.

[1253] Prosper, in Chron.

[1254] Anecdot. Latin. Tom. I.

[1255] Sigonius, de Regno Occident., lib. 10.

Anno di CRISTO CDVI. Indizione IV.

INNOCENZO papa 6. ARCADIO imperad. 24 e 12. ONORIO imperad. 14 e 12. TEODOSIO II imperadore 5.

_Consoli_

ARCADIO AUGUSTO per la sesta volta ed ANICIO PROBO.

Per la memorabil vittoria riportata contra dei Goti fu innalzato in quest'anno un arco trionfale in Roma con istatue agl'imperadori allora viventi, cioè ad Arcadio, Onorio e Teodosio II, figliuolo d'esso Arcadio, siccome si raccoglie da un'iscrizione presso il Grutero[1256], la quale, quantunque mancante, pare nondimeno che riguardi il tempo di quella felice avventura. A Stilicone ancora in riconoscimento del valore fu innalzata una statua di rame ed argento nella stessa città dal popolo romano, per cura di _Flavio Pisidio Romolo prefetto di Roma_. Ne rapporta il suddetto Grutero l'iscrizione[1257]. Seguitò intanto l'imperadore Onorio a soggiornare in Ravenna, e quivi pubblicò una legge riferita nel Codice Teodosiano[1258], in cui ordinava a _Longiniano_ prefetto del pretorio di esaminare se i commissari inviati ne' cinque anni addietro per le provincie, affine di regolar le pubbliche imposte, aveano soddisfatto al loro dovere; e di gastigare, se erano stati negligenti, e molto più se avessero fatte delle estorsioni ai popoli. Convien poi dire che non fossero cessati i pubblici timori e malanni, perchè in questo anno medesimo a nome di tutti tre gli Augusti uscì fuori un editto nel mese di aprile, col quale comandavano di prendere l'armi per amore della patria, non solamente alle persone libere atte alle medesime, ma eziandio agli schiavi, ai quali vien promessa la libertà se si arroleranno, giacchè alla sola gente libera era tuttavia permessa la milizia. Nella legge seguente ancora si promette un buon soldo a chiunque verrà ad arrolarsi. Queste leggi han fatto credere al Baronio e al Gotofredo che tante premure di Onorio per aumentare le armate procedessero dall'irruzione di Radagaiso, la cui guerra perciò essi riferiscono al presente anno. Ma altre cagioni mossero Onorio Augusto a procurar l'accrescimento delle sue truppe. Per attestato di Zosimo storico[1259], Stilicone, prima eziandio che Radagaiso entrasse in Italia, menava delle trame segrete con Alarico re de' Goti, che s'era ritirato verso il Danubio per essere fiancheggiato da lui, giacchè nudriva il disegno di assalire l'Illirico e levarlo ad Arcadio, tra il quale ed Onorio suo fratello sempre furonvi gare e gelosie, e non mai buona amicizia. Durava tuttavia questo trattato di Stilicone, dappoichè terminata fu la scena di Radagaiso. Oltre a ciò, in questo medesimo anno bolliva un gran moto ne' Vandali, Svevi ed Alani, e s'udiva preparato da loro un potentissimo esercito, con timore che questo nuovo torrente venisse a scaricarsi anch'esso sopra la misera Italia. Ma avendo i suddetti Barbari presente la mala fortuna di Alarico e di Radagaiso in queste contrade, rivolsero la rabbia loro contro le Gallie, e passati dal Danubio al Reno, opponendosi indarno i Franchi al loro passaggio, entrarono in quelle provincie, e quivi fissarono il piede. Nè loro fu difficile, perchè Stilicone, come dicemmo, per l'antecedente guerra d'Italia, avea ritirate tutte quelle legioni, che la saviezza de' Romani teneva sempre ai confini tra la Gallia e la Germania. Testimonii di questa invasione fatta dai Barbari nelle Gallie in quest'anno, abbiamo Prospero Tirone, Paolo Orosio e Cassiodoro. Però, senza ricorrere alla guerra di Radagaiso, la storia ci somministra assai lumi per intendere onde nascesse il bisogno di nuove e maggiori forze ad Onorio a fine di rimediare, per quanto si poteva, ai disordini ed alle rovine del vacillante imperio. Se crediamo ad un antico scrittore citato da Adriano Valesio[1260], _Godigisclo_ re de' Vandali fu assalito nel suo viaggio alla volta delle Gallie dai Franchi, popoli allora della Germania, e nel combattimento lasciò la vita con circa venti mila de' suoi. Accorsi poscia gli Alani, salvarono il resto di quella gente; ed uniti poscia insieme, al dispetto de' Franchi, passarono il Reno, e sul fine di quest'anno entrarono nelle Gallie. _Gunderico_ allora divenne re dei Vandali. Certo è, per attestato ancora di san Girolamo[1261], che costoro presero dipoi e distrussero Magonza, metropoli allora della Germania prima, e dopo lungo assedio s'impadronirono di Vormazia, e la spianarono. Ridussero eziandio in loro potere Argentina, Rems, Amiens, Arras ed altre città di quella provincia. E di qui ebbe principio una catena d'altre maggiori disavventure del romano imperio, siccome andremo vedendo.

NOTE:

[1256] Gruter., pag. 287, n. 1.

[1257] Idem, pag. 412, n. 4.

[1258] L. 8, cod. Theod. tit. 11, lib. 10.

[1259] Zosimus, lib. 5, cap. 26 et seq.

[1260] Valesius, Hist. Franc., lib. 2, cap. 9.

[1261] Hieron., in Epist. ad Ageroch.

Anno di CRISTO CDVII. Indiz. V.

INNOCENZO papa 7. ARCADIO imperadore 25 e 13. ONORIO imperadore 15 e 13. TEODOSIO II imperadore 6.

_Consoli_

ONORIO AUGUSTO per la settima volta, e TEODOSIO AUGUSTO per la seconda.

Una legge del Codice Teodosiano ci avvisa essere stato prefetto di Roma in quest'anno _Epifanio_. Zosimo storico[1262] quegli è che narra, come Stilicone con istrana politica, in vece di pensare a reprimere i Barbari entrati nelle Gallie, facea de' gran preparamenti in quest'anno per assalire e torre ad Arcadio Augusto l'Illirico, ch'egli meditava di unire all'imperio occidentale di Onorio. Se l'intendeva egli segretamente con Alarico, e costui doveva anch'esso accorrere colle sue forze alla meditata impresa. Ma rimase sturbato l'affare, perchè corse voce che Alarico avea terminato con la vita ogni pensiero di guerra: e gran tempo ci volle per accertarsi della sussistenza di tal nuova, che in fine si scoprì falsa. Accadde inoltre che vennero avvisi ad Onorio come s'era sollevato l'esercito romano nella Bretagna, con avere eletto imperadore _Marco_, il quale in breve restò ucciso, e poscia _Graziano_, anche esso da lì a pochi mesi estinto; e finalmente _Costantino_, il quale tuttochè fosse persona di niun merito, pure perchè portava quel glorioso nome, fu creduto a proposito per sostenere quell'eccelsa dignità. O sia che l'esercito britannico giudicasse necessario un Augusto presente in quelle parti, e in tempi tanto disastrosi per l'entrata dei Barbari nelle Gallie, che minacciavano anche la stessa Bretagna, senza speranza di soccorso dalla parte di Roma; oppure che niuna paura e soggezione si mettessero di Onorio, imperadore lontano e dappoco; giunsero coloro a questa risoluzione, che fece sventare i disegni di Stilicone contra l'imperio orientale di Arcadio. Nè si fermò nella Bretagna sola questo temporale. Il tiranno Costantino, raunate quante navi e forze potè delle milizie romane e della gioventù della Bretagna, passò nelle Gallie, prese la città di Bologna, tirò a sè le truppe romane, ch'erano sparse per esse Gallie, e stese il suo dominio fino alle Alpi che dividono l'Italia dalla Gallia. Probabilmente faceva egli valere per pretesto della sua venuta la necessità di opporsi ai Barbari; ma intanto egli ad altro non pensava che ad assoggettarsi le Gallie stesse, lasciando che i Barbari proseguissero le stragi, i saccheggi e le conquiste nella Belgica e nell'Aquitania, provincie allora le più belle e ricche di quelle parti.