Annali d'Italia, vol. 2 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750

Part 3

Chapter 33,276 wordsPublic domain

Trovavasi nella Pannonia generale della fanteria _Vetranione_[98], uomo originario della Mesia superiore, invecchiato nel mestier della guerra, cristiano di professione, come eziandio si deduce dalle medaglie[99]. All'udire Aurelio Vittore[100], questi era persona di brutal barbarie, corrispondente alla vil sua nascita, che nè pur sapea leggere, che pareva uno stolido, ed era in fine un pessimo uomo. Ben diversamente parla di lui Giuliano l'Apostata[101], mostrando stima delle di lui qualità; ed Eutropio[102] ne fa un elogio, con descriverlo vecchio, fortunato nell'armi, che si faceva amare da tutti per la sua civiltà ed umore allegro, per la sua probità e pel suo vivere all'antica, ancorchè nulla avesse studiato, e cominciasse solamente in questi tempi ad imparar di leggere e scrivere. Vetranione adunque, intesa ch'ebbe la morte dell'Augusto Costante, e trovata sì bella occasione, si fece acclamare _Augusto_ dalla sua armata, ed occupò tutte le dipendenze dell'Illirico, cioè la Pannonia, le Mesie, la Grecia, la Macedonia ed ogni altra parte di quelle contrade; e ciò nel primo giorno di marzo, come s'ha dalla Cronica Alessandrina[103], e non già di maggio, come per errore si legge nel testo d'Idazio[104]. Se abbiamo qui a prestar fede a Filostorgio[105]; non di suo capriccio Vetranione prese la porpora, ma per consiglio di _Costantina Augusta_, sorella di Costanzo Augusto e vedova di Annibaliano, già re del Ponto, la quale, temendo che Magnenzio non s'impadronisse anche dell'Illirico, con questo ripiego volle parare il colpo. Aggiugne quello storico che si andò ancora di concerto con esso Costanzo, e che egli mandò il diadema a Vetranione. Teofane[106] del pari lasciò scritta la risoluzion suddetta di Costantina, per opporre questo Augusto, creatura sua, al tiranno Magnenzio; e lo stesso vien accennato da Giuliano[107]. Scrive inoltre Zonara[108] che Vetranione mandò a chiedere soccorso di gente e danaro a Costanzo, da cui, per testimonianza di Giuliano, venne fornito di tutto, giacchè Vetranione protestava di voler tenere esso Costanzo per suo imperadore, con far egli non altra figura che quella di suo luogotenente. Dal che veniamo ad intendere, perchè, avendo anche Magnenzio inviato a lui dei deputati per tirarlo nel suo partito, tuttavia Vetranione preferì sempre l'alleanza di Costanzo, e si dichiarò contra del tiranno Magnenzio.

Vegniamo alla terza scena. Avea ben Roma accettato per suo signore il suddetto Magnenzio; ma _Flavio Popilio Nepoziano_, già stato console nell'anno 336, per essere figliuolo d'_Eutropia_ sorella del gran Costantino, trovò d'avere dal canto suo più diritto al dominio di Roma, che il barbaro traditore Magnenzio; e però[109], unita una gran frotta di giovani scapestrati, ladri e gladiatori, e presa la porpora nel dì 3 di giugno, venne alla volta di Roma. Uscito con sue genti contra di lui _Aniceto_, o sia _Anicio_, prefetto del pretorio di Magnenzio, tardò poco a tornarsene indietro sconfitto, e fece serrar le porte di Roma. Per forza, al dire d'Aurelio Vittore, Nepoziano v'entrò dipoi, e gran sangue sparse, verisimilmente di chi sosteneva la fazion di Magnenzio. Ma che? non passò un mese, che quel _Marcellino_, da cui si può dire che Magnenzio avea in certa guisa ricevuto l'imperio, e che era divenuto sopraintendente a tutta la di lui corte, spedito con grandi forze da esso Magnenzio, venne ad affrontarsi coi Romani[110]. Abbiamo da san Girolamo[111], che per tradimento di un Eraclida senatore rimasero sconfitti i Romani, ed ucciso Nepoziano, la cui testa sopra una picca fu dipoi portata per Roma. A questa vittoria tenne dietro un gran macello di chiunque s'era dichiarato parziale di Nepoziano. Sfogò Marcellino inoltre la rabbia sua contra di qualunque persona che avesse attinenza per via di donne alla famiglia imperiale, e vi perì fra l'altre la stessa _Eutropia_ madre di Nepoziano e zia dell'Augusto Costanzo. Anche Temistio fa menzione[112] delle crudeltà usate da Magnenzio contra del senato e popolo di Roma; queste nondimeno si veggono attribuite da Giuliano[113] ai ministri di lui, cioè, per quanto si può credere, al suddetto Marcellino. Santo Atanasio[114] parla anch'egli di tali carnificine, siccome altresì nella sua Storia Socrate[115], con asserire che molti senatori vi perderono la vita, e con supporre che Magnenzio in persona venisse a Roma: del che non resta alcun altro segnale nelle antiche storie. Abbiamo bensì da Giuliano[116] ch'egli fece morir molti uffiziali della propria armata, ed obbligò con un eccesso di tirannia i popoli a pagare al suo fisco la metà dei lor beni sotto pena della vita (il che se non s'intende della metà delle rendite, io non so credere vero e nè pur possibile). Diede anche licenza agli schiavi di denunciare i lor padroni, e sforzò altri a comperar le terre del principato, con altre iniquità che non sono espressamente dichiarate dagli scrittori d'allora. E tutto per ammassar danaro e milizie, sotto pretesto di voler muover guerra ai Barbari, ma in effetto per farla contra di Costanzo.

Mentre in queste rivoluzioni di cose si trovava involto l'Occidente, non era meno in tempesta l'Oriente. Imperocchè in quest'anno, di nuovo ritornò Sapore re della Persia[117] ad assediar Nisibi nella Mesopotamia, dopo aver dato un gran guasto a que' paesi e presi ancora varii castelli. Non oso io decidere se questo sia il secondo o pure il terzo assedio di quella città, come fu d'avviso il Tillemont[118]; il quale scrive che _Lucilliano_, suocero di Gioviano, che fu poi imperadore, era comandante allora di Nisibi, e fece una maravigliosa difesa. Zosimo[119], parlando d'esso Lucilliano, e della sua bravura in difendere quella città, chiaramente riferisce quell'assedio, non al presente anno, ma bensì all'anno 360, siccome allora vedremo. Può essere che Zosimo s'ingannasse scambiando i tempi, come il Petavio avvertì[120]. Quanto al presente, l'abbiamo descritto da Giuliano[121], da Teodoreto[122], da Zonara[123] e da altri, i quali ci fan vedere i mirabili sforzi de' Persiani per espugnar quella fortezza. Giacchè a nulla servivano gli assalti, gli arieti e le mine, ricorse Sapore al ripiego di levar l'acqua ai cittadini, con voltare altrove il fiume Migdonio che passava per mezzo alla città. Ma pozzi e fontane non mancarono al bisogno di quegli abitanti. Quindi si studiò Sapore d'inondar con quel fiume la città; ma essendo alto il piano d'essa, altro non fecero le acque che allagarla d'intorno. Se con delle macchine poste sopra navi fu fatta guerra alle mura, vi si trovarono anche valorosi difensori che vano renderono ogni sforzo nemico. L'ultima e più formidabile pruova per vincere l'ostinata città, fu quella di trattener l'acque del fiume alla maggior possibile altezza, e poi di lasciarle precipitar addosso alle mura. In fatti ne restò abbattuta una parte, ed allora i Persiani alzarono un grido, come se già si vedessero padroni di Nisibi. Ma affacciatisi dipoi alla breccia per entrarvi, vi trovarono una resistenza sì forte, che furono obbligati a ritirarsi, avendo anche il cielo combattuto con pioggia e fulmini in favore de' difensori. Concordano gli storici cristiani che l'assistenza e le preghiere del santo vescovo della città suddetta, Jacopo, quelle furono che ottennero da Dio la preservazione di Nisibi tanto ora, quanto ne' precedenti assedii, sicchè non cadesse in man dei Persiani. Rifecero i Nisibini un muro interiore, e contuttochè Sapore continuasse pertinacemente anche un mese l'assedio, pure altro non ne riportò che la perdita d'assaissime migliaia d'uomini e cavalli, e di moltissimi elefanti, per tal maniera che scornato dopo quattro mesi si vide sforzato a levar il campo, e a ritornarsene al suo paese, dove sfogò la sua rabbia contro molti de' suoi uffiziali, imputando a lor difetto l'infelice riuscita di quell'impresa, secondo l'uso dei tiranni d'Oriente, presso i quali ogni perdita si attribuisce a colpa de' generali, e si punisce la sfortuna come un grave delitto. Restò con ciò abbassata non poco la superbia e fierezza del re persiano, nel cui regno entrati intanto i Massageti, fecero vendetta anch'essi dei danni recati al paese cristiano.

Durante questo celebre assedio s'era trattenuto l'Augusto Costanzo in Edessa e in Antiochia senza osare di comparir in campo contra dell'innumerabil esercito de' Persiani; e poichè intese la loro ritirata, tutto lieto rivolse più che mai i pensieri agli affari dell'Occidente, non parendo probabile ch'egli partisse prima di quell'assedio dalla Soria, come ha l'autore della Cronica Alessandrina[124]. Aveva egli in questo tempo raunata quanta gente atta all'armi egli potè raccogliere dai suoi Stati, ed allestita anche una formidabil flotta di navi, che dall'adulatore Giuliano[125] vien chiamata superiore a quella di Serse. L'intenzione sua era di procedere con tutto queste forze contra del tiranno Magnenzio; ed affinchè i nemici persiani non si prevalessero della sua lontananza, provvide tutte le fortezze di frontiera di buone guarnigioni, di macchine e di viveri; e poi si mosse dalla Soria alla volta di Costantinopoli. Aveva più d'una volta Magnenzio spediti suoi deputati ad esso Costanzo, per trattare un qualche accordo, affin di assicurare e legittimare l'usurpazion sua: e di ciò parla anche sant'Atanasio[126]. Ma Costanzo, che si credeva avere dalla sua Vetranione, divenuto imperadore dell'Illirico, e, per conseguente, giudicava il suo partito superiore di forze a quello del tiranno, niun ascolto avea dato finora a sì fatte proposizioni. Restò egli dipoi ben sorpreso o stordito, allorchè gli giunse l'avviso che Vetranione e Magnenzio aveano fatta pace fra loro. Più ancora crebbe l'apprensione e l'affanno suo, quando arrivò ad Eraclea della Tracia[127], perchè ivi se gli presentarono gli ambasciadori di amendue, cioè _Rufino_ prefetto del pretorio, _Marcellino_ già da noi veduto il braccio diritto di Magnenzio, e general delle sue armi, insieme con due altri primarii uffiziali, cioè Nuneco e Massimo. Esposero costoro che Magnenzio e Vetranione erano pronti a riconoscere Costanzo per Augusto primario, purchè egli volesse lasciar loro godere il medesimo titolo, cercando di persuaderglielo con ricordare gl'incerti avvenimenti delle guerre. Magnenzio inoltre, per assodar meglio l'amicizia, proponeva di torre per moglie Costanza, o pur Costantina, sorella del medesimo Costanzo, esibendo nello stesso tempo a Costanzo una sua figliuola per moglie: segno che egli era vedovo allora. Trovossi ben imbrogliato Costanzo, nè sapea qual risoluzion prendere, se non che Zonara[128] scrive essergli apparuto in sogno Costantino suo padre, che presentargli Costante, gli ordinò di vendicarne la morte, e gli promise la vittoria. Vera o falsa che sia tal diceria, certo è intanto che Costanzo rigettò ogni proposizion di Magnenzio; ma forse trattò più dolcemente con quei di Vetranione.

Quindi coraggiosamente marciò innanzi, ed arrivò sino a Serdica, capitale della Dacia novella[129]. Turbossi veramente Vetranione all'improvvisa venuta di Costanzo: ma non lasciò di andare ad incontrarlo con un corpo vigoroso d'armata, maggiore ancora di quella di Costanzo: il che si crede che inducesse Costanzo a trattar amichevolmente con lui, e dopo avergli confermato il titolo d'Augusto, ed unite le sue colle di lui milizie, si diede a trattar seco delle maniere di opprimere Magnenzio. Un dì poi alla presenza di tutte le lor truppe salirono amendue sopra un palco, e Costanzo, come più privilegiato per la preminenza della sua nascita, fece[130] una arringa in latino a quell'esercito, ricordando ad ognuno la liberalità loro usata da Costantino suo padre, e il giuramento da essi prestato di dare assistenza ai di lui figliuoli, e pregando ognuno di mostrar la fedeltà e l'amore dovuto, per vendicar la morte di suo fratello Costante, e per non lasciar impunito l'indegno usurpatore Magnenzio. Finì con dire che egli non dimandava se non quello che gli conveniva di ragione, essendo di dovere che l'eredità di un fratello pervenisse all'altro. Stava ben la lingua in bocca a Costanzo, e però tra il suo bel dire, e l'aver dalla sua tutto il suo esercito, con aver anche guadagnato con regali segretamente molti dell'armata di Vetranione, ancorchè nulla specificatamente proferisse contra d'esso Vetranione, tuttavia quelle milizie all'improvviso con alte grida si lasciarono intendere di non volere se non _Costanzo_ per imperadore[131], che a lui solo servirebbono, per lui solo spenderebbono sangue e vita. Accortosi allora troppo tardi il vecchio _Vetranione_ della rete, in cui era caduto, altro scampo non ebbe che di gittarsi ai piedi dell'Augusto, e di deporre la porpora e il diadema. Costanzo, senza lasciarsi vincere in cortesia, l'abbracciò, chiamollo suo padre, e gli diede volentieri la mano a scendere dal trono. Succedette questo fatto nel dì 25 di dicembre dell'anno presente, e non già del seguente, come ha Idazio[132]; imperciocchè la Cronica Alessandrina[133] ed anche Aurelio Vittore[134] non danno più di dieci mesi d'imperio a Vetranione. Che in Naisso, città della Dacia novella, si trovasse allora Costanzo, l'abbiamo da san Girolamo[135], ma Socrate e Sozomeno dicono in Sirmio. Dan qui nelle trombe Giuliano[136] e Temistio[137], esaltando con lodi magnifiche Costanzo, per essersi egli con tanta animosità, eloquenza e destrezza sbrigato di questo competitore, ed aver con sì poca fatica guadagnate tante e sì fertili provincie, piene di popoli bellicosi, ed insieme un'armata di venti mila cavalli, e d'una copiosissima fanteria. Quello che indubitatamente ognun riconoscerà per lodevole in Costanzo è il trattamento ch'egli fece al deposto Vetranione. Gli avrebbono fra poco tempo i tiranni sotto qualche pretesto tolta la vita, acciocchè non potesse risorgere. Ma Costanzo[138], senza permettere che gli fosse fatto alcun torto, il tenne seco a tavola, poscia il mandò ad abitare in Prusa di Bitinia, con ordine che gli fosse fatto un trattamento onorevole ed anche delizioso. Quivi, secondo Zonara[139], egli tranquillamente campò anche sei anni, esercitandosi in opere di cristiana pietà e in limosine ai poveri, con trovar più dolce quella vita, siccome libera dalle spine dei gran governi. Sovente ancora[140] scrisse a Costanzo, ringraziandolo del bene fattogli, con liberar la sua vecchiaia dalle inquietudini del principato, ed esortandolo ad abbracciar anch'egli un eguale stato di felicità. Il testo di Socrate pare che dica ciò scritto da Costanzo a Vetranione; ma han creduto il Tillemont[141] e il Fleury[142] che colla mutazion sola d'una parola più naturale sia il primo senso, e al loro parere par giusto l'attenersi.

NOTE:

[75] Bucher., in Catalogo.

[76] Idacius, in Fast. Zosimus, lib. 2, cap. 42. Zonar., in Eutrop. Aurelius Victor. Socrat. et alii.

[77] Zosimus. Idacius. Hieron. Aurel. Victor.

[78] Zonaras, in Annal.

[79] Athanasius, in Apolog. Optatus, lib. 3.

[80] Victor, in Epitome. Victor, de Caesarib. Eutrop., in Breviar.

[81] Aurelius Victor. Eutropius.

[82] Liban., Orat. III.

[83] Ammianus Marcellinus, lib. 20, cap. 11.

[84] Athanasius, in Epistol. ad Solitar.

[85] Julian., Orat. I. Zosimus, lib. 2, cap. 43.

[86] Zonar., in Annal.

[87] Aurelius Victor, in Epitome.

[88] Idem, de Caesarib.

[89] Eutrop., in Breviar.

[90] Mediobarbus, Numismat. Imper.

[91] Julian., Orat. I.

[92] Aurelius Victor, de Caesarib.

[93] Zonaras, in Annal.

[94] Philostorgius, lib. 3, cap. 26.

[95] Julian. Libanius. Zosimus et alii.

[96] Aurelius Victor, in Epitome.

[97] Athanasius, in Apolog.

[98] Chron. Alexandrinum.

[99] Mediobarbus, Numismat. Imper.

[100] Aurelius Victor, de Caesarib.

[101] Julian., Orat. I.

[102] Eutrop., in Breviar.

[103] Chron. Alexandrinum.

[104] Idacius, in Fastis.

[105] Philostorg., Histor., lib. 3, cap. 22.

[106] Theophan., in Chronogr.

[107] Julian., Orat. I.

[108] Zonaras, in Annalibus.

[109] Zosimus, lib. 2, cap. 43. Idacius. Aurel. Victor. Eutrop.

[110] Idacius, in Fastis.

[111] Hieronymus, in Chronico.

[112] Temisthius, Orat. III.

[113] Julian., Orat. II.

[114] Athan., in Apolog.

[115] Socrat., lib. 1, cap. 32.

[116] Julian., Orat. I.

[117] Idacius, in Fastis. Socrates, Histor. Eccl., lib. 2, cap. 26. Chron. Alexandrinum. Zonaras, in Annalib. Julian., Orat. II.

[118] Tillemont, Mémoires des Empereurs.

[119] Zosimus, lib. 3, cap. 8.

[120] Petav., in Notis ad Julianum.

[121] Julian., Orat. II.

[122] Theodoret., Histor., lib. 2, cap. 26. Chron. Alexandrinum.

[123] Zonaras, in Annalib.

[124] Chron. Alexandr.

[125] Julian., Orat. I.

[126] Athanasius, Apolog.

[127] Petrus Patricius, de Legat. Tom. I Histor. Byzant.

[128] Zonaras, in Annal.

[129] Julian., Orat. II.

[130] Zosimus, lib. 2, cap. 44.

[131] Socrat., lib. 2, cap. 28. Zonar., in Annal.

[132] Idacius, in Fastis.

[133] Chronic. Alexandrinum.

[134] Aurel. Vict., de Caesarib.

[135] Hieron., in Chron.

[136] Julian., Orat. I.

[137] Themistius, Orat. III.

[138] Chron. Alex. Philostorg. Zosimus. Julianus et alii.

[139] Zonar., in Annal.

[140] Socrat., lib. 2, cap. 28.

[141] Tillemont, Mémoires des Empereurs.

[142] Fleury, Hist. Eccl., lib. 13.

Anno di CRISTO CCCLI. Indizione IX.

GIULIO papa 15. COSTANZO imperadore 15.

Dopo il consolato di SERGIO e NEGRINIANO.

Così è notato in tutti i Fasti, perchè nei paesi dipendenti da Costanzo Augusto non furono riconosciuti i consoli che Magnenzio elesse per quest'anno in Roma. Per altro abbiamo la testimonianza dell'Anonimo[143] Autore de' prefetti di Roma che _Magnenzio_ e _Gaisone_ (lo stesso che tolse di vita Costante Augusto) furono consoli in Roma nell'anno presente. Un frammento nondimeno d'antica iscrizione, da me dato alla luce[144], parla di _Magnenzio_ e _Decenzio consoli_, e parrebbe che appartenesse a questo anno. Quanto alla prefettura di Roma, v'ebbe più volte cangiamento di ministri nell'anno corrente[145]. _Fabio Tiziano_ la tenne per i due primi mesi. Nel primo dì di marzo a lui succedette _Aurelio Celsino_. Nel dì 12 di maggio _Celio Probato_, al quale nel dì 7 di giugno fu sostituito _Clodia Adelfio_; e nel dì 18 di dicembre surrogato gli fu _Valerio Procolo_. Fra gli altri Adelfio fu sospettato di nudrir pensieri pregiudiziali contra di Magnenzio, come s'ha da Ammiano Marcellino[146]. Passò l'Augusto Costanzo il verno in Sirmio della Pannonia, dove andò facendo le necessarie disposizioni per procedere ostilmente al primo addolcirsi della stagione contra del tiranno Magnenzio. Ma eccoti novelle che il re Sapore di Persia[147] con formidabile armata minacciava di nuovo la Mesopotamia, e corse anche voce che entratovi dopo fieri saccheggi fosse ritornato indietro. Conobbe allora Costanzo di non poter solo accudire a due diverse guerre, e che per acquistar l'Occidente, correva pericolo di perder l'Oriente; e però venne alla risoluzione di eleggersi un collega, il quale mentr'egli guerreggiava nell'una parte, avesse l'occhio alla difesa dell'altra. Niuna prole maschile fin qui gli aveva dato Iddio, e nè pur gliene diede dipoi. Rivolse dunque il guardo a _Gallo_ suo cugino, figliuolo di _Giulio Costanzo_, cioè di un fratello del gran Costantino. Avea _Gallo_ col fratello suo _Giuliano_, che fu poi Apostata, quasi miracolosamente scappata la morte nell'anno 337, allorchè Costante Augusto fece quell'orrido macello di tanti suoi parenti, e fra gli altri del padre d'esso Gallo. Tornato poi in sè stesso, non solo lasciò di perseguitare i due giovanetti cugini[148], ma ebbe cura di farli signorilmente educare, con restituire a Gallo buona parte de' beni paterni e a Giuliano quei della madre, tenendoli nondimeno amendue come in una specie d'esilio in varii luoghi, e specialmente in una terra della Cappadocia. L'occasione suddetta portò che gli affari di Costanzo abbisognassero d'un braccio fedele per costodir l'Oriente dai continuati insulti de' Persiani. Costanzo adunque, chiamato a sè Gallo, gli conferì il titolo e la dignità di _Cesare_ nel dì 15 di marzo[149], e nel medesimo tempo volle ch'egli sposasse sua sorella, chiamata da alcuni _Costanza_, ma che, per attestato di Ammiano, fu veramente _Costantina_, vedova del già re Annibaliano. Poscia il mandò alla difesa dell'Oriente, dandogli per generale dell'armi _Lucilliano_. Benchè _Gallo_ prendesse allora il nome di _Costanzo_, o per onorare il benefattore Augusto, o pure per ricreare suo padre Giulio Costanzo, nientedimeno gli scrittori continuarono a chiamarlo Gallo, per non confondere il nome di lui con quello del regnante imperadore. Il Gotofredo[150] fu di parere che Gallo assumesse il nome non di Costanzo, ma di _Costante_, citando in prova di ciò Idazio[151] e l'autore della Cronica Alessandrina[152], ma il Tillemont[153] con più fondamento sostenne la precedente opinione; e pur troppo si trovano nelle memorie antiche sovente confusi e cambiati questi nomi per la loro vicinità, o per le abbreviature. Dovrebbono servire a decidere questa per altro poco importante quistione le medaglie[154] rapportate da varii autori col CONSTANTIVS GALLVS, se noi fossimo certi della loro legittimità. In passando esso Gallo per Nicomedia[155], visitò Giuliano suo fratello, ivi dimorante sotto la disciplina di Eusebio vescovo ariano di quella città.