Annali d'Italia, vol. 2 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750

Part 28

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Era ben riuscito a questo generale di atterrar nell'anno precedente il suo emulo Rufino, figurandosi forse di poter mettere le mani anche nel governo dell'orientale imperio a tenore delle sue pretensioni. Ma insorse nella corte d'Arcadio un competitore anche più potente dell'altro, cioè l'eunuco _Eutropio_, che tosto fece argine ai disegni di Stilicone. Intanto i masnadieri goti seguitavano a devastare la Grecia. Ancorchè questa fosse della giurisdizion di Arcadio, non lasciò Stilicone di voler passare con assai forze sopra una flotta di navi, che approdò nel Peloponneso, o sia nella Morea. Zosimo[1119] scrive ciò fatto nell'anno precedente, ma, secondo Claudiano, ciò sembra avvenuto nel presente; e forse non sussiste ch'egli si fosse ritirato da quelle contrade. Gran copia di que' Barbari furono in vari incontri tagliati a pezzi, ed avrebbe Stilicone potuto farli perir tutti, se non si fosse perduto nelle delizie e nei divertimenti di buffoni e di donne poco oneste, concedendo nel medesimo tempo man larga ai suoi soldati di radere quelle poche sostanze che i Barbari aveano lasciate indietro. Grande ombra intanto e gelosia prese la corte di Costantinopoli di questi andamenti di Stilicone, e più ne prese Eutropio, siccome ben conoscente degli ambiziosi disegni di questo generale, e però si pensò quivi al riparo. S'erano ritirati i Goti nell'Epiro, e lo distruggevano. Arcadio, per consiglio de' suoi, maneggiò e conchiuse con loro un trattato di pace, ed accettò da lì a non molto _Alarico_ per generale dell'armi sue: con che cessò la paura del barbarico potere. Un passo più forte fece dipoi (non so dir se in questo, o nell'anno seguente) con dichiarare Stilicone perturbatore delle giurisdizioni altrui, e nemico pubblico e con occupar tutti i beni, cioè le terre ed il palazzo ch'egli godeva in Oriente. Sicchè Stilicone altro non avendo fatto che aumentare alla Grecia i malanni cagionati dai Goti, fu obbligato a ritornarsene in Italia. Tali atti per conseguente introdussero della diffidenza e del mal animo fra i due fratelli Augusti, benchè il maggior fuoco consistesse nel vicendevol odio dei due principali ministri e favoriti, cioè di _Stilicone_ e di _Eutropio_. Claudiano[1120] lascia intendere che si giocò dipoi ancora d'occulte insidie contro la vita di Stilicone, e per corrompere i generali di Onorio, essendosi intercette lettere che scoprirono gl'intrighi segreti. Intanto uno de' principali studi dell'eunuco Eutropio era quello di levarsi d'attorno le persone di credito, e chiunque potea fargli ombra, ed intorbidar la felicità del suo comando[1121]. Forse circa questi tempi egli trovò le maniere per far cacciare in esilio _Timasio_, valoroso general dell'armate, ed _Abondanzio_ già stato console[1122], con inventar cabale e false accuse, e trovar persone infami che tenevano mano a tutte le sue iniquità. Sotto un principe debole possono tutto i ministri cattivi. Molte leggi abbiamo dei due Augusti in quest'anno[1123], la maggior parte nondimeno di Arcadio, date in Costantinopoli. Alcune d'esse contro degli eretici, altre perchè non sia fatto aggravio ai giudici, altre perchè i magistrati spediscano prontamente le cause criminali, acciocchè non marciscano nelle prigioni i poveri carcerati.

NOTE:

[1115] Claud., de Consul. IV Honor.

[1116] Symmachus, lib. 4, epist. 61.

[1117] Anecdot. Latin., Dissert. IX ad s. Paulin.

[1118] Paulin., Vit. Sancti Ambros.

[1119] Zosim., lib. 5, cap. 7.

[1120] Claud., de Laud. Stiliconis.

[1121] Idem, in Eutropium, lib. 1.

[1122] Zosim., lib. 5, cap. 11.

[1123] Gothofred., Chron. Cod. Theod.

Anno di CRISTO CCCXCVII. Indiz. X.

SIRICIO papa 13. ARCADIO imperad. 15 e 3. ONORIO imperadore 5 e 3.

_Consoli_

FLAVIO CESARIO e NONIO ATTICO.

Console per l'Oriente fu _Cesario_. Viene appellato dal padre Pagi[1124] prefetto della città di Costantinopoli; ma chiaramente risulta dalle leggi del codice Teodosiano, ch'egli era prefetto del pretorio d'Oriente. Perchè in Roma una iscrizione si trova, dedicata alla madre degli dii da _Clodio Ermogeniano Cesario, uomo chiarissimo_, il Reinesio[1125] si avvisò che tali fossero i nomi di questo console; nel che fu seguitato dal Relando[1126]. Ma _Cesario_ console di questo anno dimorava in Oriente, e nulla avea che fare in Roma, e conseguentemente non si può dire spettante a lui quel marmo. _Attico_ fu console per l'Occidente. Quali ho io posto i nomi di questi consoli, tali si trovano in due iscrizioni da me date alla luce[1127]. Gran perdita fece nell'anno presente la Chiesa di Dio e di Milano per la morte dell'incomparabil arcivescovo di quella città, cioè di santo _Ambrosio_, accaduta nel dì 4 d'aprile, in cui correva allora il sabato santo. Le sue rare virtù, gloriose azioni e miracoli, si leggono nella di lui vita, scritta da Paolino suo diacono[1128], dall'Herman e dal Tillemont. V'ha chi riferisce all'anno seguente la di lui morte: ma le ragioni addotte dal padre Pagi, sufficienti sono a stabilirla nel presente. Seguitava l'Augusto Onorio a tener la sua corte in essa città di Milano, come consta da varie sue leggi[1129] di quest'anno pubblicate ivi, contandosene una sola data in Padova nel mese di settembre. Noi troviamo in esse stabiliti i privilegi e le esenzioni delle persone ecclesiastiche, e nominatamente del romano pontefice; saggi regolamenti per la quiete e maestà della città di Roma; e per mantenere in essa l'abbondanza del grano. Insorse in quest'anno un pericoloso turbine contra di esso Augusto nell'Africa. Il grado di conte e generale delle milizie di quelle provincie era da molto tempo esercitato da _Gildone_, personaggio africano, e fratello di quel medesimo Fermo che noi vedemmo ribellato all'imperio l'anno 375. Perchè egli aveva ben servito ai Romani contra d'esso suo fratello, fu promosso agli onori, ed arrivò ad ottenere l'importantissimo comando suddetto. Ma costui, se non falla Marcellino conte[1130], era pagano, e certamente i suoi costumi tale il davano a divedere. Secondo Claudiano[1131], l'avarizia, la crudeltà e la lussuria più stomacosa, tuttochè egli si trovasse in età avanzata, davano negli occhi di ognuno, e faceano gemere que' popoli che per dieci o dodici anni ebbero sulle spalle questo cattivo uffiziale. Sant'Agostino[1132] attesta anche egli che le di lui scelleraggini erano famose dappertutto. A compierle vi mancava la perfidia ed infedeltà verso il sovrano, ed egli a questo anche pervenne. Allorchè seguì la ribellione di Eugenio, già dicemmo che Teodosio Augusto con tutti gli ordini a lui inviati di venire in soccorso suo, non fu punto ubbidito, perchè il malvagio uomo avea risoluto di aspettare la decision della guerra, per seguitar poi chi restava vittorioso. Ebbe la fortuna che Teodosio sopravvisse poco, perchè certo ne avrebbe ricevuto da lui il meritato castigo.

Ora costui, dopo la morte di esso Teodosio, durante qualche tempo riconobbe per suo signore Onorio Augusto, alla cui giurisdizione apparteneva l'Africa tutta. Quindi cominciò delle novità. Eutropio, padrone della corte di Arcadio, e nemico di Stilicone, non cessava[1133] di attizzar il fuoco fra i due fratelli Augusti, e conoscendo che arnese cattivo fosse Gildone, si diede a lusingarlo con sì buon successo, che il trasse ad abbandonare Onorio, e a sottomettere l'Africa ad Arcadio[1134]. Fu nondimeno creduto che le mire di Gildone tendessero a rendersi signore assoluto delle provincie africane, senza dipendere da alcuno dei fratelli Augusti: cosa da lui riputata facile, stante la poco buona intelligenza che passava fra loro; oltre di che, li riputava egli come due fanciulli, da non prendersi punto soggezione di essi. Non prese già costui il titolo di re, come avea fatto Fermo suo fratello; ma non perciò lasciava di farla da re colle opere[1135], e teneva in piedi una possente armata di fanti e cavalli, mantenuta ed arricchita colle spoglie de' più facoltosi di quelle contrade. Da' suoi fedeli avvertito Onorio di tali andamenti del perfido Gildone, spedì al senato di Roma le memorie e pruove dei di lui delitti[1136], per le quali fu egli dichiarato nemico pubblico, e pubblicata la guerra contro di lui. Ma Gildone l'avea già cominciata contro la stessa Roma col non permettere che vi si conducesse grano per mare: cosa che accrebbe la carestia in quella gran città, tribolata dalla fame per altre precedenti disgrazie. Convenne dunque ricorrere al rimedio di formare una flotta ricca di molte vele, per menarne dalla Francia e dalla Spagna. In questo medesimo tempo Stilicone[1137] si applicò con tutta diligenza a fare i preparamenti opportuni di gente, navi e danari per liberar l'Africa da questo tiranno. Il senato romano intanto non mancò d'inviar ambasciatori ad Arcadio, per pregarlo di lasciar l'Africa a chi ne era legittimo padrone, e di non mischiarsi nella protezion di Gildone, procurando insieme di rimettere la buona armonia fra lui e l'Augusto suo fratello. Per la maggior parte di quest'anno si fermò esso Arcadio in Costantinopoli, e solamente nella state andò a villeggiare ad Ancira capitale della Gallizia[1138]. Molte leggi di lui si veggono contro chi entrasse per danaro nelle cariche della corte; editto che non si sa intendere come uscisse, quando vi dominava Eutropio, accusato da Claudiano, da Zosimo e da altri per venditore de' governi e degl'impieghi. Decretò la pena della vita contro i pubblicani ch'esigessero più delle tasse prefisse alle pubbliche imposte. Volle ancora che per riparar le strade, i ponti, gli acquidotti e le mura delle città, si servissero i governatori dei materiali di diversi templi di gentili ch'erano stati demoliti: con che la distruzione dell'idolatria anche per questo conto tornò in utilità del pubblico.

NOTE:

[1124] Pagius, Critic. Baron.

[1125] Reines., Ep. LXIX.

[1126] Reland., in Fast.

[1127] Thes. novus Inscript., pag. 394.

[1128] Paulin., Vit. Sancti Ambros.

[1129] Gothofr., Chron. Cod. Theodos.

[1130] Marcell. Comes, in Chronic.

[1131] Claud., de Bello Gildonis.

[1132] August., Ep. LXXXVII. et in Joh. Homil. V.

[1133] Claud., in Eutrop. Zosim., lib. 5, cap. 11.

[1134] Orosius, lib. 7, cap. 36.

[1135] Claud., de Bello Gildonis.

[1136] Symmachus, lib. 4, epist. 4.

[1137] Claud., in Eutrop.

[1138] Gothofred., Chron. Cod. Theodos.

Anno di CRISTO CCCXCVIII. Indiz. XI.

ANASTASIO papa 1. ARCADIO imperadore 16 e 4. ONORIO imperadore 6 e 4.

_Consoli_

FLAVIO ONORIO AUGUSTO per la quarta volta, e FLAVIO EUTICHIANO.

L'imperadore _Onorio_ procedette console in Milano per la quarta volta. _Flavio Eutichiano_ (che così si trova egli nominato in una inscrizione[1139]) fece la solennità del suo consolato in Costantinopoli, siccome console orientale. Era nel medesimo tempo prefetto del pretorio di Oriente, perchè non sussiste, come fu d'avviso il Tillemont, che quella prefettura fosse allora appoggiata a _Cesario_[1140]. Le leggi di Arcadio Augusto pertinenti all'anno presente quasi tutte son date in Costantinopoli, una in Nicea di Bitinia ed un'altra in Minizo della Galizia. Ordinò esso Augusto che fosse lecito ai Giudei di prendere i loro patriarchi per arbitrii nelle lor liti civili, e che i giudici dovessero eseguire i laudi proferiti da essi: il che con altra legge promulgata in quest'anno fu medesimamente conceduto ai vescovi della Chiesa cattolica. Contra degli eretici eunomiani e montanisti uscirono rigorosissime pene, ed altre ancora contro gli uffiziali militari che permettevano ai soldati di pascolare i lor cavalli nelle praterie dei particolari. Ma più delle altre leggi strepito fece una data nel dì 27 di luglio, di cui parla anche Socrate[1141], come procurata e voluta da _Eutropio_, ministro onnipotente nella corte di Arcadio. In questo anno fu essa pubblicata, e non già nel 396, come stimò il Tillemont[1142], citando Sozomeno[1143], perchè tanto questo storico, quanto Socrate attestano che non molto dappoi la vendetta di Dio cadde sopra il medesimo Eutropio. Questa legge fu che a niuno ricercato dalla giustizia fosse lecito il rifugiarsi nelle chiese, e che questi tali avessero da estrarsi di là per forza, e dovessero anche più severamente essere puniti per sì fatto ricorso. Troppi nemici si andava ogni dì facendo colla sua prepotenza ed avidità l'iniquo Eutropio, ed egli non voleva che alcuno fosse salvo dalle sue mani. È sembrato e sembra a molte savie persone, essere cosa ingiusta che le chiese di Dio servano di asilo e protezione ai malfattori che turbano la quiete del pubblico, ma giusta, per lo contrario, che sieno il rifugio dei miserabili. Certamente pare che non possa neppur piacere a Dio l'impunità dei gravi misfatti con malizia commessi, perchè troppo incomodo e danno proviene ai comuni dal sofferire nel loro seno certe erbe cattive, e si dee aver più carità ad un popolo intero che ad un particolare scellerato. E quando pur anche sia convenevole ammettere un asilo per cadauna città e terra, di cui godano varii delinquenti, non si dovrebbe permettere tanta moltiplicità d'altri asili, quanta è dappertutto la copia delle chiese e degli oratorii. Permise Iddio che non istesse molto lo stesso Eutropio a provar egli stesso l'ingiustizia di questa esorbitante legge; e ciò avvenne nel seguente anno. Varie appendici ancora conteneva il medesimo editto, e fra le altre cose era proibito ai debitori di qualunque fatta il godere della immunità de' sacri luoghi; e qualora gli ecclesiastici alla prima chiamata non li consegnavano alle mani della giustizia, erano costretti gli economi delle chiese a pagar quei debiti col danaro delle chiese medesime. Ma perchè questo ed altri capi della legge suddetta oltrepassavano le misure del giusto, della carità e del decoro della casa di Dio, fu poi da altre susseguenti riformata e corretta.

Noi lasciammo _Stilicone_ conte, e generalissimo dell'Augusto Onorio, tutto affaccendato nell'armamento per procedere contra di Gildone conte, usurpatore dell'Africa; quando la fortuna gli presentò un buon regalo[1144]. Avea Gildone un fratello, appellato _Masceldel_ o _Mascezel_, di professione cristiano, il quale, tra perchè vide in pericolo più volte la vita sua per le barbarie del fratello, e perchè non volle aver parte alla ribellione da lui meditata, se ne fuggì in Italia alla corte imperiale. Restarono due suoi figliuoli in Africa uffiziali di milizie; Gildone per vendetta amendue li fece uccidere: il che fu una lettera di maggiore raccomandazione per Mascezel appresso di Stilicone. Destinato questo Africano per capitan generale dell'armata allestita contra di suo fratello, fece vela con una possente flotta da Pisa, non ancor venuta la primavera di quest'anno. Abbiamo da Orosio che in passando Mascezel in vicinanza dell'isola della Capraia, dove, abitava allora un gran numero di santi romiti, si fece sbarcare colà, e siccome egli ero cristiano, così tanto fece colle sue preghiere, che indusse alcuni di que' buoni servi di Dio ad andar seco in quella spedizione. La lor compagnia, le preghiere, i digiuni, ch'egli con lor faceva, e il cantar egli de' salmi con essi, furono quell'armi, nelle quali egli maggiormente ripose la speranza della vittoria. Sbarcò l'esercito romano nell'Africa, e si accampò nella Numidia fra Tebaste e Metredera; ma poco tardò ad accorgersi della sua debolezza in confronto di quello che dalle molte nazioni africane aveva ammassato Gildone[1145]. Scrivono ch'egli menò in campo settanta mila combattenti, con deridere per conseguente il poco numero de' Romani, e con vantarsi di farli tutti calpestare dalla sua cavalleria[1146]. In fatti Mascezel, ben pesate le strabocchevoli forze nemiche, ad altro non pensava che a ritirarsi, quando una notte, per attestato di Paolino nella vita di san Ambrosio, gli apparve in sogno questo santo arcivescovo con un bastone in mano. Si gittò a' suoi piedi Mascezel, ed il santo col bastone tre volte picchiò in terra dicendo: _Qui, qui, qui,_ e disparve. Prese da tal visione il generale gran fidanza della vittoria in quel medesimo sito, e fra tre dì; e però stette saldo. Dopo aver dunque passata la notte precedente al terzo giorno[1147] in pregar Dio e salmeggiare, ed essersi munito col sacramento celeste, fatto giorno, mise in armi le sue genti per ben ricevere i nemici che si appressavano. Forse era sul fine di marzo. Alle prime schiere di Gildone, nelle quali s'incontrò, parlò di pace; ma perchè da uno degl'alfieri avversarii gli fu riposto con insolenza, gli diede un colpo di spada nel braccio, per cui la di lui bandiera si abbassò. Coloro che erano più addietro, mirando quel segno, ed avvisandosi che i primi si fossero renduti, calarono anche essi a gara le loro insegne, a si arrenderono a Mascezel. Probabilmente erano milizie romane costoro. I Barbari, veggendosi così abbandonati dai primi, presi dalla paura, dopo qualche leggiero combattimento, voltarono tutti le spalle[1148]. Ebbe Gildone tempo da fuggire in una nave, ma sorpreso da burrasca, fu suo malgrado spinto al porto vicino ad Ippona, dove gli vennero messe le mani addosso. Esposto agli scherni del popolo, fu poi cacciato in prigione, dove fra pochi giorni si trovò strangolato, per quanto si disse, di propria mano, senza che suo fratello Mascezel, ch'era lungi di là, venisse a sapere il gastigo datogli da Dio, se non dopo il fatto[1149]. In questa miracolosa maniera si dissipò quel temporale, e tornò l'Africa alla quieta primiera. Zosimo[1150] in due parole scrive che Gildone rimasto in una campale giornata sconfitto dal fratello, per non cadere in mano di lui, s'impiccò per la gola. Ma Paolo Orosio, che pochi anni dopo fu in Africa, ed informossi ben del fatto, e Paolino scrittore contemporaneo della vita di sant'Ambrosio, e Marcellino conte, ci assicurano che la faccenda passò come abbiam detto, sicchè in Roma nello stesso tempo fu portata la nuova dello sbarco de' nemici, e della presa di Gildone. I beni di costui, ch'erano immensi, e di assaissimi complici suoi, rimasero preda del fisco. La moglie e la sorella di lui si ritirarono a Costantinopoli, dove _Salvina_ di lui figlia era maritata con un cugino germano di Arcadio Augusto, chiamato _Nebridio_. Queste donne si veggono lodate dipoi da san Girolamo[1151] e da Palladio[1152] per la loro pietà. Tornossene _Mascezel_ vittorioso a Milano, dove fu accolto con assai carezze, e caricato di speranze da Stilicone. Ma o sia ch'egli pretendesse troppo, e che Stilicone, uomo tutto di mondo, nulla volesse dargli, abbiamo da Zosimo che Stilicone se ne sbrigò in una barbarica forma; perchè un dì cavalcando in sua compagnia con altri molti, Mascezel, nel passare sopra il ponte di un fiume, egli fu, per ordine di Stilicone, rovesciato nell'acqua, dove miseramente perì. Orosio[1153] aggiugne essersi egli insuperbito forte dopo la vittoria suddetta, e che più non curando la compagnia dei servi del Signore, osò anche violare il rispetto dovuto alle chiese, con estrarne per forza persone colà rifugiate, probabilmente complici di Gildone, ed aver egli perciò irritata la giustizia di Dio. Ma non lasciò per questo di dar negli occhi di ognuno la perfidia ed ingratitudine di Stilicone.

Sempre più intento questo ministro, siccome arbitro della corte di Onorio, a stabilir la propria fortuna e possanza, non era ancor giunto esso Augusto all'età di quattordici anni[1154], quando gli fece prender per moglie _Naria_ figliuola sua, e di _Serena_ cugina del medesimo Onorio, ancorchè neppur essa fosse in età nubile. Allorchè fu portata a Milano la nuova della disfatta di Gildone, si facevano tuttavia le allegrezze per tali nozze, nozze celebrate da Claudiano con un poema, e colla predizione di molti re che ne doveano nascere. Ma Claudiano era poeta, e non profeta: del che meglio si accorgeremo andando innanzi. Nel dì 26 di novembre dell'anno presente[1155] terminò Siricio romano pontefice la sua gloriosa vita, con avere meritato per le sue molte virtù d'essere annoverato fra i santi. Della durazion del suo pontificato già parlammo di sopra in riferir la sua elezione. Ebbe per successore nella sedia di san Pietro _Anastasio_ di nazione Romano. Non abbiamo lumi sufficienti dalla storia per intendere meglio ciò che circa questi tempi Claudiano[1156] accenna delle azioni di Onorio Augusto e di Stilicone suocero suo, dicendo ch'erano occupati a ricevere le sommissioni degli Alamanni, Svevi e Sicambri. V'ha una legge[1157] di questo imperadore, data nel dì 5 d'aprile dell'anno seguente, dove si parla di Barbari di diverse nazioni passati ad abitar nel paese romano. Questi tali venivano chiamati nelle Gallie _Leti_; e le terre che loro si davano da coltivare portavano il nome di _letiche_, con obbligo imposto ad essi di servire, occorrendo, nell'armate dell'imperadore, e per conseguente erano specie di benefizii o feudi. Gran dubbio ho io che i _Liti_ o _Lidi_ più volte nominati nei Capitolari di Carlo Magno, e che, secondo le prove da me addotte altrove[1158], non erano servi, ma uomini liberi, potessero essere gli stessi che _Leti_ di questi tempi, avendo potuto durare il lor nome sino al secolo nono. Essendo mancato di vita nel settembre del precedente anno _Nettario_ arcivescovo di Costantinopoli[1159], san _Giovanni Grisostomo_ fu nel dì 26 di febbraio dell'anno presente posto in quella cattedra con applauso di tutto il popolo. Questa fu una delle più lodevoli azioni che mai si facesse Eutropio, da noi veduto direttor supremo della corte di Arcadio Augusto. Imperciocchè egli fu quegli che fece venir da Antiochia questo santo e mirabil ingegno, e procurò che in lui cadesse l'elezione per l'arcivescovato di Costantinopoli. Felice sarebbe stato costui[1160] se avesse saputo profittare dell'amicizia di questo incomparabile dottor della Chiesa di Dio, il quale non mancò di fargli conoscere la vanità delle speranze umane, fondate sopra illustri dignità e sopra molte ricchezze; ma egli, ubbriaco della sua grandezza e cieco nella fortuna presente, si dovette ridere di lui, con giungere poi nel seguente anno a disingannarsi, ma senza che punto gli giovasse un tal disinganno. Teofane[1161] osserva che _Libanio_ sofista pagano, interrogato prima di morire, chi dovesse a lui succedere nella scuola, rispose: _Io direi Giovanni_ (appellato dipoi Grisostomo) _se non ce l'avessero rubato i Cristiani_; tanto era fin d'allora stimato il suo ingegno, prezzata la sua eloquenza.

NOTE:

[1139] Thesaur. novus Inscrip., pag. 194.

[1140] Gothofred., Chronol. Cod. Theodos.

[1141] Socrat., l. 6, cap. 5.

[1142] Tillemont, Mémoires des Empereurs.

[1143] Sozom., lib. 8, cap. 7.

[1144] Zosim., lib. 5, cap. 11. Orosius, lib. 7, cap. 36. Claud., de Laud. Stilic.

[1145] Claud., de Laud. Stiliconis.

[1146] Paulin., Vit. s. Ambros.

[1147] Orosius, lib. 7, cap. 36. Marcell. Comes, in Chronic.

[1148] Claud., de Laud. Stiliconis.

[1149] Idacius, in Chron.

[1150] Zosimus, lib. 5, cap. 12.

[1151] Hieron., in Epist.

[1152] Pallad., in Dialog.

[1153] Orosius, lib. 7, cap. 36.

[1154] Claud., de Laudib. Stilicon. Zosim., lib. 5, cap. 12.

[1155] Anast., Bibliothec. Baronius, Pagius, Papebrochius, etc.

[1156] Claud., de Laudib. Stilicon.

[1157] L. _Quoniam_ de Censitor. Cod. Theodos.

[1158] Antiquit. Italic. Tom. I, Dissert. XV.

[1159] Marcellinus Comes, in Chronic. Socrati, lib. 6, cap. 2.

[1160] Chrysost., Orat. in Eutrop.

[1161] Theoph., in Chronogr.

Anno di CRISTO CCCXCIX. Indizione XII.

ANASTASIO papa 2. ARCADIO imperadore 17 e 5. ONORIO imperadore 7 e 5.

_Consoli_

EUTROPIO e FLAVIO MALLIO TEODORO.