Annali d'Italia, vol. 2 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750
Part 25
Orientali furono amendue i consoli. Il secondo, cioè _Rufino_, è quel mal uomo che andava crescendo di autorità e potenza nella corte di Teodosio Augusto. Videsi in questo anno una nuova deplorabil tragedia nella persona di _Valentiniano II Augusto_. Era giunto questo principe all'età di vent'anni, e dopo la partenza di Teodosio dall'Italia avendo ripigliato il governo totale dei suoi stati, se n'era passato nella Gallia per vegliare agli andamenti de' Barbari e dar buon sesto a quegli affari. Noi abbiamo le mirabili qualità e belle doti di questo giovane principe, a noi descritte con pennello maestro da sant'Ambrosio[1013], cioè da quel sacro eloquentissimo pastore, che amava e teneva lui come in luogo di figlio, e da lui ancora teneramente era amato. Dacchè mancò di vita Giustina sua madre, seguace dell'arianesimo, e dacchè egli cominciò a conversare col cattolico imperador Teodosio, si assodò egli maggiormente nella vera fede e dottrina, e crebbe sempre più nella divozion verso Dio, e nella correzione dei suoi giovanili difetti. Dianzi si dilettava dei giuochi del circo, e dei combattimenti delle fiere[1014]: rinunziò a tutti questi spassi. Dava negli occhi di ognuno la sua amorevolezza, la sua modestia, e la cura gelosa della purità, tuttochè non fosse ammogliato; tenendo egli in servitù il suo corpo e i suoi sensi, più che non facevano i padroni i loro schiavi. Non si può dire quanto foss'egli inclinato alla clemenza, quanto alieno dal caricar di nuove imposte i suoi popoli, quanto abborrisse gli accusatori[1015]. Soprattutto professava amor per la giustizia, applicato agli affari, e protettor dichiarato della religion cattolica; e siccome egli amava grandemente i suoi sudditi, così dai sudditi suoi era universalmente amato e riverito[1016]. Mentr'egli dunque dimorava nelle Gallie in Vienna del Delfinato, lungi dai consigli di sant'Ambrosio, s'avvisarono i senatori romani della fazion pagana, che questo fosse il tempo propizio per rinnovar le batterie affin di ottener il ristabilimento del sacrilegio altare della Vittoria, ma ritrovarono un principe, a cui premeva più di piacere a Dio che agli uomini, e ne riportarono la negativa. Per attestato di sant'Ambrosio[1017], poco tempo prima della sua morte accadde questo illustre segnale del suo attaccamento alla religione di Cristo. Insorsero intanto rumori di guerra dalla parte dei Barbari, che essendo alle mani fra loro, minacciavano anche l'Alpi, per le quali è divisa l'Italia dall'Illirico. Mosso da questi sospetti sant'Ambrosio[1018] avea risoluto di passar nelle Gallie, per trattarne con Valentiniano; ma inteso poi che lo stesso Augusto pensava di passar egli in Italia, non si mosse. Allorchè Valentiniano seppe avere il santo arcivescovo mutata risoluzione, gli spedì uno dei suoi uffiziali, di quei che erano chiamati silenziarii, per pregarlo di non omettere diligenza per venirlo a trovare, stante il suo desiderio di ricevere dalle mani di lui il sacro battesimo (perchè non era se non catecumeno), sì grande era l'amore e la stima sua verso quell'insigne prelato. Dopo avere scritto e spedito a sant'Ambrosio, tale era la di lui impazienza di vederlo, che due dì dopo dimandava se era ancor giunto. E ciò avvenne nell'ultimo giorno di sua vita, come s'egli avesse un chiaro presentimento della disavventura che gli accadde.
Conviene ora avvertire che dappoichè l'Augusto Valentiniano fu ito nelle Gallie, per far ivi da padrone, ritrovò un uffiziale che si mise a fare il padrone sopra di lui. Questi era _Arbogaste_, conte, generale dell'armi in quelle provincie, lo stesso che avea tolto di vita Vittore figlio di Massimo tiranno, e rimesse le Gallie alla ubbidienza d'esso Valentiniano. Costui non si sa bene, se fosse di nazione Franco od Alamanno, nè se nato nelle Gallie, concordando nondimeno i più[1019] in riguardarlo di nascita, o almen di origine, Barbaro, e in dire che gran credito si era acquistato colla sua bravura e perizia nell'arte militare, ed anche nel disinteresse. Più a lui che al principe si mostravano attaccati ed ubbidienti i soldati. Suida[1020] anch'egli ne lasciò un elogio tratto da Eunapio e da Zosimo, autori, che per essere pagani, volentieri lodarono Arbogaste della loro setta. Ma Socrate[1021], Paolo Orosio[1022] e Marcellino conte[1023] cel dipingono qual era in fatti, cioè uomo ruvido, altero, barbaro e capace di ogni misfatto. Tal predominio prese egli nella corte[1024], che Valentiniano tardò poco a vedersi divenuto un imperadore di stucco. Gregorio Turonense[1025] cita qui uno storico più degno degli altri di fede, perchè probabilmente vivuto nelle Gallie, e in questi tempi, appellato _Sulpicio Alessandro_; il quale attesta aver Arbogaste tenuto Valentiniano come prigione in Vienna, a guisa di un privato; aver date le cariche militari non ai Romani, ma bensì ai barbari Franchi, e le civili a persone unicamente dipendenti da lui; aver egli ridotta a tal suggezione la corte, che niuno degli uffiziali osava di far cosa ordinatagli da Valentiniano in voce o in iscritto, senza che questa fosse prima approvata da Arbogaste[1026]. Ora trovandosi l'infelice giovane Augusto in sì duro crogiuolo, altamente se ne lagnava e andava scrivendo lettere a Teodosio Augusto, con avvisarlo degli strapazzi a lui fatti, e con iscongiurarlo di venire in diligenza a liberarlo: se no, ch'egli verrebbe a trovarlo. Una di queste lettere spedita senza precauzione dovette essere intercetta da Arbogaste, e scoprirgli il cuore e i desiderii del principe. Penetrato dipoi ch'egli meditava di far il viaggio d'Italia, allora fu che per paura di vedersi più efficacemente accusato presso di Teodosio, concepì il nero disegno di torgli la vita. Certamente santo Ambrosio accenna che il disegno di Valentiniano di venire in Italia cagion fu della sua rovina. Zosimo[1027] e Filostorgio[1028] due altre particolarità aggiungono, che si dovettero spacciare dipoi, senza saper noi se vere o false. Cioè che un dì Valentiniano, non potendo più sofferire la schiavitù in cui si trovava, assiso sul trono fece chiamare Arbogaste, e guatatolo con torva occhiata gli presentò una polizza, portante che il privava della carica di generale. Gli rispose con fiera altura costui che quella carica non gliel'aveva egli data, nè togliere gliela poteva; e stracciata la carta e gittatala per terra, se ne andò. O allora, o in altra occasione accadde ancora, secondo Filostorgio, che Valentiniano per parole offensive dettegli da Arbogaste, sì fattamente s'accese di collera, che volle dar di mano alla spada di una guardia per ucciderlo. La guardia il trattenne; e benchè egli dipoi cercasse di addolcir questo trasporto, con dire che per l'impazienza di vedersi così maltrattato e vilipeso, aveva voluto uccidere sè stesso, pure Arbogaste n'ebbe assai per conoscere di qual animo fosse il principe verso di lui.
Non fu dunque da lì innanzi un segreto questa dissensione tra Valentiniano ed Arbogaste[1029]. E perchè questi ne dava la colpa ad alcune persone innocenti di corte, quasi che ascendessero il fuoco, Valentiniano si protestava pronto di eleggere piuttosto la morte, che a sofferir di vederle in pericolo per sua cagione. Nè già mancò chi s'interpose per riconciliarli insieme, e vi si accomodava con sincerità il giovane Augusto. Anzi fra gli altri motivi di chiamar santo Ambrosio nelle Gallie, vi era ancor quello di voler lui per mallevadore della progettata concordia. E lo stesso santo arcivescovo acerbamente si afflisse dipoi[1030], per aver tardato ad andare, perchè avendo anche Arbogaste molta stima di lui, avrebbe sperato di acconciar quegli affari, e di risparmiare all'infelice principe il colpo che l'atterrò, mentre esso Ambrosio era in cammino. Ma finiamola con dire che Arbogaste, fors'anche per aver intesa la venuta di un prelato di tanto credito, natagli apprensione, che tal maneggio fosse per suo danno, s'affrettò a levar la vita a questo amabil Augusto. Venuto il dì 15 di maggio dell'anno presente, secondo la chiara testimonianza di sant'Epifanio[1031], Zosimo e Filostorgio dicono che egli, mentre si divertiva sulla riva del Rodano, fu ucciso da Arbogaste, o pure dai di lui sicarii. Ma la corrente degli scrittori, cioè Orosio, esso Epifanio, Marcellino conte, Socrate ed altri, scrivono che egli fu una notte strangolato per ordine di Arbogaste; e per far poi credere che egli da sè stesso si fosse per disperazione levata la vita, la mattina si trovò appeso il di lui corpo ad un trave. San Prospero, Rufino e Sozomeno pare che prestassero fede a questa ingiuriosa voce, la quale è distrutta dall'autorità di sant'Ambrosio, con aver egli sostenuto nell'orazion funebre di esso principe, da lui poscia recitata in Milano, che, stante la premura mostrata d'essere battezzato, l'anima di lui era in salvo. Di questo così esecrando misfatto niun processo fu fatto dipoi per la prepotenza di Arbogaste. Procurò egli bensì, per abbagliar la gente, di comparir doglioso della sua morte, di fargli un solenne funerale nel dì seguente della pentecoste, e di permettere che il suo corpo fosse trasportato a Milano. Confessa sant'Ambrosio[1032] che i gemiti e le lagrime dei popoli in tal congiuntura furono incessanti, parendo a cadauno d'aver perduto piuttosto il lor padre che un imperadore, e che fino i Barbari, e chi parea dianzi suo nemico, non poterono risparmiare il pianto all'udire il miserabil fine di sì buon principe. _Giusta_ e _Grata_ di lui sorelle, o sia che accompagnassero il di lui corpo, o pure che si trovassero in Milano, non potevano darsi pace per sì gran perdita; ed, assistendo alla sepoltura, che dopo due mesi gli fu data in quella città presso il corpo di Graziano Augusto, ascoltarono quei motivi di consolazione, che seppe loro somministrare nell'orazione funebre il santo arcivescovo di Milano.
Si può credere che dopo l'orrida suddetta tragedia il perfido generale Arbogaste avrebbe volentieri occupato il trono imperiale: ma o perchè non volle con questo salto dichiararsi colpevole della morte del suo sovrano, oppure, perchè essendo di nascita barbaro, giudicò pericoloso il prendere lo scettro dei Romani[1033]: certo è ch'egli scelse persona che portasse il nome d'imperadore, e ne lasciasse a lui tutta l'autorità. Gran confidenza passava tra lui ed _Eugenio_, uomo che di maestro di grammatica e di retorica, s'era alzato al grado di segretario o d'archivista nella corte di Valentiniano[1034]. Se di lui parla Simmaco in due sue lettere[1035], dove gli dà il titolo di _chiarissimo_, potrebbe essere stato anche più eminente il di lui grado: e Filostorgio[1036] sembra dire che fu maggiordomo. Era amicissimo del general _Ricomere_, ma più di _Arbogaste_, e però opinion fu che fra lui ed esso Arbogaste si formasse il concerto della morte di Valentiniano, avendogli l'indegno conte promesso di crearlo imperadore. Così fu fatto. Arbogaste imboccò le milizie, acciocchè il volessero e dichiarassero Augusto; e però Eugenio salì sul trono, nè tardarono le provincie della Gallia a riconoscerlo per loro signore. Quanto all'Italia abbiam pruove nell'anno seguente, che anch'essa venne alla di lui ubbidienza. Ma per conto dell'Africa e dell'Illirico, non v'ha apparenza che accettassero la signoria del tiranno, tuttochè costui avesse in animo, anzi sperasse gagliardamente l'acquisto di tutto l'imperio romano[1037], perchè i pagani cominciarono ad empiergli la testa di vane promesse di vincere Teodosio, tripudiando essi al vedere che Arbogaste, adoratore anch'egli de' falsi dii, si dava a conoscere arbitro degli affari sotto il nuovo tiranno. Portata intanto a Costantinopoli la nuova dell'assassinio di Valentiniano; ne provò Teodosio una somma afflizione ed inquietudine[1038], e _Gallia Augusta_, sorella dell'ucciso principe, coi suoi pianti e lamenti mise sossopra quella real corte[1039]. Andava il saggio principe ondeggiando fra i pensieri di pace e di guerra, quando gli arrivò un'ambasceria spedita da Eugenio per intendere s'egli il voleva o no per collega nell'imperio. Il capo di tal deputazione era un Rufino ateniese, accompagnato da alcuni vescovi della Gallia, i quali ebbero tanta sfrontatezza di difendere come innocente Arbogaste davanti ad esso Augusto. Dopo la dimora di qualche tempo furono essi rispediti, non si sa con quale risposta; ma ben si sa con ricchi regali, e probabilmente senza quel frutto che desideravano. Già vedemmo che _Rufino_ fu console nell'anno presente, e come egli aveva fatto levar di vita il valoroso generale _Promoto_. Vi restava _Taziano_ prefetto del pretorio d'Oriente, personaggio che gli faceva ombra, non men che _Procolo_ di lui figliuolo, prefetto della città di Costantinopoli. Si accinse Rufino ad atterrarli amendue, e gli riuscì il disegno. Secondo le apparenze fece saltar fuori contra di loro delle accuse di avanie e rubamenti da lor tutti ne' loro uffizii. Fu spogliato Taziano della dignità di prefetto del pretorio, e in questa ebbe per successore lo stesso Rufino, cominciandosi a veder leggi di Teodosio date sul fine d'agosto, e indirizzate a lui con questo titolo. Procolo figlio d'esso Taziano sul principio della tempesta se ne era fuggito, nè si sapea dove fosse. Lasciossi infinocchiar cotanto suo padre dalle promesse di Rufino, che il fece venire; ma continuò il processo contra di loro in maniera tale che esso Taziano fu relegato nel suo paese, e condannato a morte il figliuolo. La sentenza contra dell'ultimo fu eseguita nel dì 6 di decembre[1040]; perchè Teodosio spedì ben l'ordine della grazia, ma colui che lo portava, passando d'intelligenza con Rufino, andò sì lentamente che non arrivò a tempo di farla valere. Furono per ordine di Teodosio cassati molti atti di Taziano e di Procolo; quantunque Claudiano[1041] da lì a qualche anno mettesse fra i reati dell'iniquissimo Rufino questa persecuzione fatta a Taziano e a suo figlio, pure assai fondamento s'ha per credere che i lor vizi fossero meritevoli delle suddette condanne[1042]. Certamente Taziano (checchè in sua lode ne dica Zosimo storico gentile) gran persecutor dei Cattolici, era stato sotto Valente Augusto; e _sant'Asterio_[1043] riguardò la di lui peripezia per un gastigo di Dio. In quest'anno il piissimo imperador Teodosio pubblicò una nuova celebre costituzione[1044] contra tutte le superstizioni del paganesimo, vietando con rigorose pene ogni culto degl'idoli, ogni sacrifizio ed ogni impostura dell'aruspicina. Altre leggi di lui spettanti all'anno presente abbiamo, o contro gli eretici, o per sollievo dei popoli, o per tener in disciplina i soldati, o per estirpare i ladri, con altri regolamenti tutti degni di lode.
NOTE:
[1013] Ambros., Oration. de obitu Valentiniani.
[1014] Philostorg., l. 11, cap. 1.
[1015] Sozom., l. 7, c. 22.
[1016] Orosius, l. 7, c. 35.
[1017] Ambr., Epist. LXII, Class. I.
[1018] Ambr., in Oration. de obitu Valentiniani.
[1019] Zosim., lib. 4, cap. 53. Philostorg. Claud. et alii.
[1020] Suidas verbo _Arbogastes_.
[1021] Socrat., l. 5, c. 25.
[1022] Orosius, lib. 7, cap. 35.
[1023] Marcell. Comes, in Chronic.
[1024] Sozom., l. 7, c. 22.
[1025] Gregor. Turonensis, lib. 2, cap. 8.
[1026] Zosim., lib. 4, cap. 53.
[1027] Zosim., lib. 4, c. 53.
[1028] Philostorg., lib. 11, cap. 1.
[1029] Ambros., Oration. de obitu Valentiniani.
[1030] Paulin., in Vit. s. Ambrosii.
[1031] Epiphan., de Mensuris, num. 20.
[1032] Ambros., Orat. de obitu Valentiniani.
[1033] Philost., l. 11, c. 2. Orosius, l. 7, c. 35.
[1034] Socrates, l. 5, cap. 25. Zos., l. 4, c. 54.
[1035] Symmach., l. 2, ep. LX et LXI.
[1036] Philost., lib. 11, c. 2.
[1037] Sozom., l. 7, c. 22.
[1038] Zosimus, l. 4, cap. 55.
[1039] Rufinus, l. 2, cap. 31.
[1040] Chronicon Alexandrinum.
[1041] Claud., in Rufin., lib. 1.
[1042] Rufinus, l. 10, c. 2.
[1043] Asterius, Homil. in fest. Kal.
[1044] L. 12, de Paganis, Cod. Theod.
Anno di CRISTO CCCXCIII. Indizione VI.
SIRICIO papa 9. TEODOSIO imperadore 15. ARCADIO imperadore 11. ONORIO imperadore 1.
_Consoli_
FLAVIO TEODOSIO AUGUSTO per la terza volta, e ABONDANZIO.
Questi furono i consoli dell'Oriente, perciocchè per conto dell'Occidente _Eugenio_ tiranno prese il consolato, e ne abbiamo i riscontri in qualche iscrizione; una avendone rapportata anch'io[1045]. Solo procedette console Eugenio, per lasciar l'altro luogo all'Augusto Teodosio, che non gli avea per anche dichiarata la guerra. A chi fosse in quest'anno appoggiata la prefettura di Roma, a noi resta ignoto. Sulpicio Alessandro storico, conosciuto dal solo Gregorio Turonense, e da lui citato[1046], racconta che passava qualche nemicizia fra _Arbogaste_ generale dell'armi del tiranno Eugenio, e _Junnone_ e _Marcomiro_ principi della nazion dei Franchi. Per vindicarsi di loro, Arbogaste passò colla sua armata a Colonia e poi nel furore del verno dell'anno presente valicato il Reno, andò a dare il guasto al paese d'essi Franchi, nè vi trovò opposizione alcuna, essendo fuggiti gli abitanti. Paolino nella vita di sant'Ambrosio[1047] scrive aver egli fatta guerra ai Franchi, benchè fosse anche egli della lor nazione, e dacchè ebbe sconfitto molti di essi, aver poi stabilita pace col resto di loro. Anche il suddetto Sulpicio storico attesta che Eugenio tiranno con tutte le sue forze si lasciò vedere sul Reno, per rinnovar la pace e la lega antica coi re dei Franchi e degli Alamanni. Aspettavasi ormai Eugenio la guerra dalla parte di Teodosio: e però in quest'anno attese ad ingrossar la sua armata, non solamente con truppe romane, ma ancora con arrolar quanti Franchi ed Alamanni vollero militar sotto le sue bandiere. _Arbogaste_ era il general comandante di tutti. Già l'Italia ubbidiva ad Eugenio, e i pagani, accortisi del loro vantaggio, al vedere esso Arbogaste pagano arbitro dell'imperio, e lo stesso Eugenio poco buon cristiano, corsero a dimandargli il ristabilimento dell'altare della Vittoria, e la restituzione delle rendite tolte ai loro templi e sacerdoti. Veramente Eugenio, per attestato di sant'Ambrosio[1048] e di Paolino[1049], diede loro più di una negativa; tante nondimeno furono le lor batterie, che infine permise quanto chiedevano per l'altare della Vittoria; ma per conto dell'entrate in vece di renderle ai templi, le dispensò ad Arbogaste, a _Flaviano_ prefetto del pretorio, e ad altri nobili romani, ma romani gentili. Venuta poi la primavera sen venne il tiranno con tutto il suo sforzo in Italia per osservare gli andamenti del temuto Teodosio. Sul principio dell'usurpazione sua egli avea scritto a sant'Ambrosio per tirar dalla sua un prelato di tanta conseguenza e stima. Sant'Ambrosio non gli diede risposta; solamente poi gli scrisse per raccomandargli varie persone, e, udendosi poi imminente la di lui calata in Italia, si ritirò da Milano a Bologna, indi a Faenza, e finalmente a Firenze per non comunicare con chi alla tirannia avea congiunta la protezione del paganesimo. Da Firenze poi scrisse a lui una lettera piena di generosità e prudenza per giustificar la sua ritirata.
Teodosio Augusto in questo mentre faceva tutte le necessarie disposizioni per procedere contra del tiranno, senza però trascurare di far del bene al pubblico. Le leggi da lui pubblicate in quest'anno[1050] tutte si veggono date in Costantinopoli. Con alcune d'esse promosse la militar disciplina levando varii abusi, e soprattutto ordinando che i soldati non potessero pretendere nè dimandare a chi gli alloggiava nè legna, nè olio, nè materazzi, nè di farsi pagare in denaro i naturali loro dovuti. Allorchè i regnanti del mondo si preparavano a far guerra, uso loro ordinariamente è di mettere delle nuove imposte addosso ai miseri popoli. L'ottimo imperadore Teodosio, che cercava nelle imprese la benedizione di Dio, lungi dal voler imporre nuovi aggravi ai suoi sudditi in occasion di questo armamento contra di Eugenio, con sua legge nel dì 12 di giugno, abolì ancora un aggravio dianzi imposto dal decaduto Taziano, e fece restituire tutti que' beni che quell'uffiziale indebitamente avea confiscato a varie persone, o esiliate, o fatte morire: sopra di che il cardinal Baronio lasciò scritte varie eccellenti riflessioni. Ma ciò che incomparabilmente diede a conoscere l'impareggiabil bontà di questo imperatore, fu la celebre legge[1051] emanata nel dì 9 d'agosto. In altri tempi sotto gli Augusti pagani delitto capitale fu riputato lo sparlare del principe, e il diffamare il suo nome con parole insolenti ed oltraggiose. Il buon Teodosio ordina con quell'editto ai giudici, che niuno di questi tali mormoratori sia suggetto alla pena ordinaria portata dalle leggi, aggiungendo quelle belle parole: _Perchè se la lor maldicenza proviene da leggerezza indiscreta, noi dobbiamo sprezzarla; se da cieca pazzia, abbiamo da averne compassione, e se poi da cattiva volontà, a noi conviene il perdonar_. Pertanto solamente ordina che sia riferito a lui quanto ne dicessero le persone per esaminare se occorresse farne ricerca, esigendo la prudenza che non si trascurino certe insolenze che tendessero a sedizioni e a turbar la quiete dello Stato. L'anno fu questo, in cui Teodosio[1052] dichiarò _Augusto_ il suo secondogenito _Flavio Onorio_, ch'era in età di dieci anni. Si è disputato fra gli eruditi, se tal dichiarazione accadesse nel gennaio, oppure nel novembre dell'anno presente, nè si è potuto finora adeguatamente decidere la quistione[1053]. Fu medesimamente nel presente anno dato compimento in Costantinopoli ad un'insigne piazza, che portò in nome di Teodosio: intorno a che è da vedere quanto lasciò scritto nella sua Costantinopoli cristiana il Du-Cange[1054]. In essa città anche nel seguente anno fu alzata una statua di Teodosio a cavallo sopra la colonna di Tauro istoriata, e tale statua si pretende che fosse d'argento.
NOTE:
[1045] Thesaur. novus Inscript., p. 394.
[1046] Gregor. Turonensis, l. 2, c. 8.
[1047] Paulin., in Vit. s. Ambrosii.
[1048] Ambros., Epist. LXI, Class. I.
[1049] Paulin., in Vit. s. Ambrosii.
[1050] Gothofred., in Chronol. Cod. Theodos.
[1051] L. unica, _Si quis Imperatori maledixerit_, Cod. Theodos.
[1052] Philost., l. 11, c. 1. Sozomenus, l. 8, c. 24. Claud. Marcellin. Comes, in Chronico.
[1053] Chron. Alexandrinum.
[1054] Du-Cange, Hist. Byzant.
Anno di CRISTO CCCXCIV. Indiz. VII.
SIRICIO papa 10. TEODOSIO imperadore 16. ARCADIO imperadore 12. ONORIO imperadore 2.
_Consoli_
FLAVIO ARCADIO AUGUSTO per la terza volta, e FLAVIO ONORIO AUGUSTO per la seconda.