Annali d'Italia, vol. 2 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750
Part 24
A questi tempi attribuisce Prudenzio nel suo poema[968] la conversione di moltissimi pagani, tanto dell'ordine senatorio ed equestre, quanto del popolo romano, alla religion di Cristo. Certo è che Roma anche prima era piena di cristiani, e fra essi gran copia si contava di senatori: ma specialmente la nobiltà continuava nell'attaccamento all'idolatria. L'esempio dell'imperator Teodosio, il suo zelo, le sue esortazioni furono ora un'efficace predica a quelle reliquie del gentilesimo per abbracciar la fede di Gesù Cristo; di maniera che da lì innanzi si videro molte principali case di Roma adorare il Crocifisso, abbandonati i templi degl'idoli, e frequentate le chiese dei Cristiani, con gloria immortale di Teodosio; il che si ricava ancora da san Girolamo[969], autore di questi tempi, che descrive come affatto abbattuto il paganesimo in Roma, ancorchè non lasciassero molti di persistere ostinatamente nell'antica superstizione. Attese ancora lo zelante Augusto a purgare quella gran città da varii disordini ed abusi. Uno particolarmente vien osservato da Socrate[970] e dall'autore della Miscella[971]. Nel sito de' pubblici forni e mulini v'era gran quantità di case, divenute ricettacolo di ladri e di femmine di mala vita, che attrappolavano con facilità la gente concorrente per necessità colà, ritenendo inoltre come prigioni specialmente i forestieri, per farli voltar le macine poste sotterra, senza che se ne accorgesse il pubblico, e vendendo poi le cattive donne la loro mercatanzia. Informato di questa infamia Teodosio, vi provvide in buona forma. Trovò parimente un detestabil abuso nella condanna delle donne convinte di adulterio. La pena destinata al loro fallo era quella di far crescere i lor dilitti, perchè venivano relegate nei pubblici postriboli. Teodosio fece diroccar quelle case, e pubblicò altre pene contra delle adultere. Inoltre per le istanze di _papa Siricio_, che aveva scoperto in Roma una gran quantità di eretici manichei, ordinò che fossero cacciati tutti costoro fuori della città, pubblicando gravissime pene contra di loro. Diminuì parimente il numero delle ferie, acciocchè il corso della giustizia non patisse pregiudizio. In somma gran bene, per quanto potè, fece a quella città con riportarne la benedizione di tutti. Verso il principio poi di settembre si rimise in viaggio per tornarsene a Milano. Le leggi del codice Teodosiano[972] cel fanno vedere nel dì 3 di esso mese in Valenza (nome scorretto), poscia nel foro di Flaminio, città una volta confinante a Foligno, e sul fine di novembre in Milano, dove soggiornò dipoi nel verno seguente, ed ordinò che i vescovi e chierici eretici fossero cacciati dalle città e dai borghi. Ricavasi da Gregorio Turonese[973] che circa questi tempi i popoli franchi avevano fatta qualche irruzion nelle Gallie. Probabilmente per cagion de' loro movimenti o passati o temuti, giudicò Teodosio necessaria in quelle parti la persona di Valentiniano Augusto. Ha perciò creduto taluno che questo principe passasse colà negli ultimi mesi dell'anno presente; ma di ciò possiam dubitare; anzi neppur sappiamo s'egli vi andasse nell'anno seguente. Generale dell'armi era in que' tempi nelle Gallie _Arbogaste_. Socrate[974] scrive che Teodosio partendosi da Roma, ivi lasciò Valentiniano. Circa questi tempi racconta san Prospero[975] che i Longobardi, i quali cominciavano ad acquistarsi nome presso i Romani, essendo mancati di vita i loro duci, crearono il primo re della lor nazione, cioè Agelmondo figliuolo d'Ajone.
NOTE:
[959] Gothofred., Chron. Cod. Theodos.
[960] Symmachus, lib. 2, Epist. XIII.
[961] Symmachus, ibid. et Epist. XXXI. Prosper., lib. 4, cap. 38. Socr., lib. 5, cap. 14.
[962] Idacius, in Fastis.
[963] Rufin., lib. 11, cap. 17.
[964] Pacatus, in Panegyr.
[965] Pagius, Crit. Baron.
[966] Socrat., lib. 5, cap. 14.
[967] Sozom., lib. 7, cap. 14.
[968] Prudentius, in Symmachum.
[969] Hieron., Epist. V, et in Juvinianum.
[970] Socrates, lib. 5, cap. 18.
[971] Miscell., lib. 8.
[972] Gothofred., Chron. Cod. Theod.
[973] Gregor. Turonensis, l. 2, c. 9.
[974] Socr., l. 5, c. 18. Miscella, I, 13.
[975] Prosper, in Chron.
Anno di CRISTO CCCXC. Indizione III.
SIRICIO papa 6. VALENTINIANO II imper. 16. TEODOSIO imperadore 12. ARCADIO imperadore 8.
_Consoli_
FLAVIO VALENTINIANO AUGUSTO per la quarta volta, e NEOTERIO.
Continuò ancora per l'anno presente _Albino_ ad essere prefetto di Roma, ciò apparendo dalle leggi del Codice Teodosiano[976] promulgate da Valentiniano Augusto. Dove dimorasse questo principe, e cosa egli operasse non ce ne dà lume alcuno la storia antica. Noi veggiamo che Teodosio Augusto governava in questi tempi come dispoticamente l'Italia, pubblicando nondimeno le leggi a nome ancora di esso Valentiniano. Consta poi dalle suddette leggi che Teodosio si fermò in Milano sino al principio di luglio. Il troviamo poi in Verona sul fine di agosto e sul principio di settembre, e di nuovo in Milano nel dì 26 di novembre, con aver passato anche il verno susseguente in essa città. Con una delle sue leggi si studiò egli di estirpare da Roma la infamia di quel peccato di carnalità che è contrario all'ordine della natura, imponendo la pena di essere bruciato vivo a chi ne fosse convinto. Con un'altra[977] data in Verona ordinò che i monaci dovessero starsene ritirati nelle solitudini, e non più capitar nelle città, acciocchè eseguissero in tal maniera la lor professione, che è di vivere fuori del secolo e nel silenzio. Furono i giudici che lo indussero a far questa legge, perchè quei buoni servi del Signore venivano nelle città per intercedere il perdono ai condannati alle pene, ed impedivano l'esercizio della giustizia sì necessaria al buon governo, con esser giunto l'uso della lor compassione ed intercessione ad alcuni disordini ed abusi, con levare per forza essi condannati dalle mani de' giustizieri. Ma Teodosio, conosciuto poi meglio il soverchio rigore di questo editto, nell'anno 392 lo ritrattò, concedendo ad essi monaci la libertà di entrar nelle città, allorchè intervenissero motivi di necessità, o di carità del prossimo. Pubblicò egli ancora un editto nel dì 21 di giugno intorno alle diaconesse; ordinando che non venissero ammesse a quel grado, se non quelle che fossero giunte all'età di sessant'anni. Avendo esse dei figliuoli, non potevano lasciare i lor beni nè alle chiese, nè agli ecclesiastici nè ai poveri. Ancor questa legge fu poscia rivocata da lui.
Un funesto avvenimento dell'anno presente diede molto da discorrere e sarà sempre memorabile ne' secoli avvenire. Trovavasi in Tessalonica _Boterico_ comandante dell'armi di Teodosio nell'Illirico[978]. Perchè egli fece mettere in prigione un pubblico auriga ossia cocchiere, reo d'enorme delitto, il popolo di quella città, nel dì che si facea nel circo una solenne corsa di cavalli, dimandò con istanza la liberazione di costui, e, non avendola potuta ottenere, sì furiosamente si sollevò, che a colpi di pietre uccise quel primario uffiziale: e Teodoreto aggiunge che più d'uno de' cesarei ministri vi perì. Giunta a Milano la nuova di tal misfatto, Teodosio altamente sdegnato ne determinò un esemplare gastigo. Teneva allora un concilio numeroso di vescovi sant'_Ambrosio_ in essa città di Milano contro gli errori dell'eresiarca Gioviniano, e per altri bisogni della Chiesa. Si mossero quei santi vescovi, e più degli altri Ambrosio, per placar l'ira del principe, il quale vinto dalle loro ragioni e preghiere si piegò alla misericordia[979]. Ma lasciatosi poi svolgere dagli uffiziali della corte, e massimamente da _Rufino_ suo maggiordomo, mandò segretamente l'ordine del gastigo, senza che sant'Ambrosio lo penetrasse. Non s'accordano gli scrittori in raccontar quella tragica scena. Rufino pretende che raunato il popolo nel circo, i soldati ne fecero un fiero scempio. Paolino, nella vita di sant'Ambrosio, scrive che per tre ore si fece strage degli abitanti di quella città. Teodoreto e Sozomeno con poco divario ne parlano. Chi fa giungere il numero dei morti a sette mila persone[980]. Teofane[981] e Zonara[982], aprendo troppo la bocca, dicono quindici mila. Quel che è certo, fece orrore ad ognuno un castigo sì indiscreto, sì ingiusto, perchè vi perì gran quantità di passeggieri e forestieri e d'altre persone innocenti. Allorchè si seppe in Milano questa orrida ed inaudita carneficina ed inumanità, sant'Ambrosio e i vescovi adunati nel concilio la riguardarono con gemiti e sospiri come un delitto enormissimo. Ritiratosi in villa il santo arcivescovo, allorchè Teodosio tornò da non so qual viaggio, gli scrisse una lettera[983] piena di modestia e d'amore, ma insieme con forza ed autorità, rappresentandogli il commesso gravissimo eccesso, esortandolo a farne pubblica penitenza coll'esempio di Davide, e protestando che senza di questa esso Ambrosio non offerirebbe il divino sacrifizio, se Teodosio avesse intenzione di assistervi. Non dovette far breccia questa lettera nel cuore del per altro piissimo Augusto, scrivendo Paolino[984] e Teodoreto[985], che arrivato esso imperadore a Milano, e volendo, secondo il suo solito, andare alla chiesa, trovò sant'Ambrosio sul limitar della porta, che con ecclesiastica libertà gli ricordò il grave suo reato, e il pubblico scandalo dato con tanta crudeltà al popolo cristiano, e che così macchiato del sangue di tanti innocenti, non gli era lecito di entrare nel tempio di Dio. E perchè Teodosio rispose che anche Davidde avea peccato, prese la parola Ambrosio con dire: _Giacchè, signore, avete imitato Davidde peccante, imitatelo anche penitente._ Tale impressione fecero queste parole nel cuor di Teodosio, che si arrendè, accettò la pubblica penitenza, come era allora in uso nella Chiesa di Dio; pubblicamente pianse il suo peccato, pregando il popolo per lui; e finalmente riconciliato con Dio, ed assoluto dalla scomunica, fu ammesso ai divini uffizii[986]. A questo fatto aggiugne Teodoreto altre particolarità, che non c'è obbligo di crederle, perchè non s'accordano col racconto d'altri. Quel ch'è fuor di dubbio, non si può abbastanza ammirar la generosa libertà del santo arcivescovo nell'opporsi al delinquente imperadore, e l'eroica umiliazione dell'imperadore stesso. Gloriosa fu la prima, più gloriosa anche l'altra, di maniera che sant'Agostino[987], Paolino[988], Rufino[989], Sozomeno[990], Teodoreto[991], Facondo Ermianense[992], Incmaro ed altri antichi e moderni scrittori, non si saziano di esaltare perciò l'incomparabile pietà di questi due illustri personaggi, e di proporre per esempio ai regnanti cristiani e ai sacri pastori la magnifica azione dell'uno e dell'altro.
Eppure s'è trovato a dì nostri un Crouzas protestante, il quale nella novella sua logica, gran rumore ha fatto contro l'arditezza, anzi contro la temerità di questo santo arcivescovo, per aver egli osato impedire l'ingresso nel sacro tempio al maggior di tutti i monarchi. Dovea certo delirare costui, allorchè fece una sì indecente scappata contra di uno dei più insigni vescovi della Chiesa di Dio, e trovò sconvenevole ciò che ogni altra persona, provveduta di senno e conoscente della forza della religion cristiana, giudicò allora e sempre giudicherà sommamente lodevole. Lasciano forse i re e monarchi d'essere degni e bisognosi di correzione, e di cader anche nelle scomuniche, allorchè prorompono in enormi misfatti, con iscandalo universale dei loro sudditi? Quel solo che debbono in casi tali attendere i ministri di Dio, si è di ben consigliarsi colla prudenza, per non contravvenire ai suoi dettami, cioè, come lo stesso sant'Ambrosio osservò[993], di non far temerariamente degli affronti ai principi per delitti lievi o meritevoli di compatimento; ma per i grandi peccati un vescovo può e dee, come ambasciatore di Dio coll'esempio di Natan e d'altri santi uomini, avvertirli de' loro eccessi, e ricordar loro l'obbligo di farne penitenza. Ed appunto in que' tempi la penitenza pubblica fra i Cristiani era in gran vigore. Similmente ha il prudente prelato da riflettere, se principi tali sieno o no capaci di correzione, affinchè essa correzione, in vece di guarirli, non li renda peggiori, ed essi non aggiungano qualche nuovo grave delitto ai precedenti; poichè in tal caso altro non occorre che pregar Dio che gli emendi e conduca al pentimento. Ora se l'enorme fallo dell'Augusto Teodosio meritasse correzione dal prelato, a cui come cristiano era soggetto anche quel principe coronato, ognun sel vede. E per isperarne buon frutto, non mancarono punto i lumi della prudenza. Nulla dico del gran credito, in cui era anche presso di Teodosio sant'Ambrosio per la nobiltà de' suoi natali, per l'eminente sacro suo grado, e più per la straordinaria sua virtù e pietà. Basta solamente riflettere che sant'Ambrosio assai conosceva qual buon fondo di massime cristiane, di clemenza e di timor di Dio si trovasse nel cuor di Teodosio, e che per conseguente non s'aveano da temere stravaganze da sì saggio e sì ben costumato principe, ma bensì da sperar quella emendazione e penitenza ch'egli in fatti gloriosamente accettò e fece. Abbiamo dallo stesso arcivescovo[994] che da lì innanzi non passò giorno, in cui il piissimo Teodosio non si ricordasse e dolesse del gravissimo errore da lui commesso nella strage suddetta del popolo di Tessalonica: tanta era la di lui conoscenza dei doveri del principe, e principe cristiano[995]. Formò ancora una legge che le sentenze di morte non si dovessero eseguire se non trenta giorni dopo la lor pubblicazione. È stato creduto che di lui non di Graziano Augusto sia una simil legge da noi rammentata all'anno 382, ma il padre Pagi lo nega. Però da sregolata testa viene la trabocchevol censura fatta da Crouzas contra di una delle più gloriose azioni di sant'Ambrosio: azione per cui gli si professò sempre obbligato, finchè visse Teodosio, ed accrebbe verso di lui il suo amore. Finiamo l'anno presente con dire che per attestato di Marcellino conte[996] un obelisco magnifico fu alzato nel circo di Costantinopoli[997] siccome ancora una colonna davanti al tempio di santa Sofia, su cui fu posta la statua di Teodosio tutta di argento, pesante settemila e quattrocento libbre. Questa poi, secondo Zonara[998], fu levata di là da Giustiniano nell'anno diecisettesimo del suo regno, non per mal animo verso Teodosio, ma per amore a quel metallo. Aggiunge lo stesso Marcellino conte che fra _Arcadio Augusto_ e _Galla_ imperadrice sua matrigna insorsero in quest'anno dei dissapori, per i quali essa uscì, oppur fu cacciata di palazzo. Il natural buono e pacifico di Arcadio non lascia credere molto verisimilmente un tal fatto.
NOTE:
[976] Gothofred., Chronol. Cod. Theodos.
[977] L. 1 de Monach. Cod. Theodos.
[978] Sozom., l. 5, c. 17. Theodor., l. 5, c. 17. Rufinus, l. 2, c. 18.
[979] Paulin., Vit. Sancti Ambros.
[980] Miscell., l. 13.
[981] Theoph. 2 in Chronogr.
[982] Zonar., in Annal.
[983] Ambros., ep. LXI, Class. I.
[984] Paul., Vit. Sancti Ambros.
[985] Theod., lib. 5, cap. 17.
[986] Rufin., l. 3, c. 18. Sozomenus, l. 7, c. 25. Augustinus, de Civit. Dei, lib. 5, cap. 26.
[987] August., ibidem.
[988] Paulin., Vit. Sancti Ambros.
[989] Rufinus, lib. 3, cap. 18.
[990] Sozom., lib. 7, cap. 25.
[991] Theod., lib. 5, cap. 17.
[992] Facundus, lib. 12, cap. 5.
[993] Ambros., in Psalm. 37.
[994] Ambros., Orat. de obitu Theodosii.
[995] Theodor., l. 5, c. 17.
[996] Marcellinus Comes, in Chron.
[997] Du-Cange, Hist. Byzant.
[998] Zonar., in Annal.
Anno di CRISTO CCCXCI. Indizione IV.
SIRICIO papa 7. VALENTINIANO II imperad. 17. TEODOSIO imperadore 13. ARCADIO imperadore 9.
_Consoli_
TAZIANO e QUINTO AURELIO SIMMACO.
_Taziano_, e non già _Tiziano_, fu il console orientale di quest'anno, Taziano, dico, il quale nel medesimo tempo esercitava la carica di prefetto del pretorio in Oriente. _Simmaco_ quello stesso è di cui si è parlato più volte di sopra, già prefetto di Roma, gran promotore del paganesimo, e celebre fra i letterati per le sue lettere e per la sua eloquenza alquanto selvatica. Dalle leggi[999] del codice Teodosiano risulta che nel febbraio del presente anno era tuttavia prefetto di Roma _Albino_. Trovasi poi nel dì 14 di luglio ornato di quel titolo _Alipio_, il quale in una iscrizione rapportata dal Grutero[1000], si vede nominato _Faltonio Probo Alipio_. Abbiamo leggi date col nome d'amendue gl'imperadori in Milano nel mese di marzo, poscia altre date ne' susseguenti mesi in Concordia, Vicenza ed Aquileia. Pretende il padre Pagi[1001] che la pubblicata in Concordia, città d'Italia, sia da riferire a Valentiniano juniore, il quale per conseguente dovea essere tuttavia in Italia, senza essere passato nelle Gallie, per osservarsi la medesima indirizzata a Flaviano prefetto del pretorio d'Italia e dell'Illirico, giurisdizione d'esso Valentiniano. Noi potremmo tenere per certa cotal opinione, se fosse indubitato che Teodosio non si mischiasse per questi tempi nel governo ancora dell'Italia; del che pure ci dà indizio la sua lunga permanenza in Milano. Noi, per altro, niuna notizia abbiamo delle particolari azioni di Valentiniano spettanti a questo anno, se non che le leggi suddette paiono indicare ch'egli stette in Italia finchè vi dimorò Teodosio, giacchè abbiamo la suddetta legge data in Aquileja nel dì 14 di luglio, che deve appartenere a lui, poichè un'altra data in Costantinopoli nel dì 18 d'esso mese (la quale si dee riferire a Teodosio) ci fa veder questo Augusto già uscito d'Italia, e pervenuto colà. Ma o la data d'essa ultima legge è fallata, o pur fallò Socrate in iscrivendo[1002] che Teodosio entrò col figlio suo Onorio in Costantinopoli solamente nel dì 10 di novembre dell'anno presente. Racconta Zosimo[1003], essersi esso Teodosio nel suo ritorno fermato in Tessalonica, capitale della Tessalia e d'altre provincie, perchè trovò quelle contrade maltrattate dai Barbari sbandati nelle precedenti guerre, i quali, ricovrandosi ne' boschi e nelle paludi, e prevalendosi della lontananza di Teodosio, commettevano continuamente saccheggi ed assassinii. Andò arditamente in persona (se pur è credibile) lo stesso Augusto a spiare dove era il ricovero di quei masnadieri; e, trovatolo, mosse a quella volta i soldati, per man de' quali si fece un gran macello di que' ribaldi. Generale di tale spedizione fu specialmente _Promoto_, che in questa medesima occasione lasciò la vita in un'imboscata a lui tesa dai Barbari. Pretende Zosimo che _Rufino_ mastro degli uffizii, ossia maggiordomo di Teodosio, già molto potente nella corte, per particolari suoi disgusti il facesse ammazzare, tenendo segreta intelligenza co' Barbari. Ma parlando Claudiano di questa morte ne' suoi poemi contro di Rufino, senza attribuirgli un sì fatto tradimento, si può dubitare dell'asserzion di Zosimo. Secondo il medesimo Claudiano[1004], Stilicone vendicò poi la morte di Promoto suo amico con perseguitare i Bastarni uccisori del medesimo, e ridurli insieme coi Goti, Unni ed altri Barbari che infestavano la Tracia, in una stretta valle, dove tutti gli avrebbe potuti tagliare a pezzi, se il traditor Rufino non avesse condotto Teodosio a far pace con essi.
L'anno fu questo in cui principalmente i due cattolici Augusti, fecero risplendere il loro zelo in favore della religion cristiana e della vera Chiesa di Dio. Abbiamo tre loro editti[1005], pubblicati contro degli eretici ed apostati; e similmente due altri contra degli ostinati pagani, vietando loro, sotto varie pene, ogni culto degl'idoli, ogni sagrifizio, e l'entrar negli antichi templi del gentilesimo, per adorarvi i falsi dii. Ma particolarmente stese Teodosio questi divieti e pene all'Egitto, per le istanze di _Teofilo_ zelantissimo vescovo di Alessandria. Marcellino conte[1006], all'anno 389 scrive che il gran tempio di Serapide, anticamente eretto in quella città, fu allora abbattuto, e l'opinione di lui fu seguitata dal cardinal Baronio, dal Petavio e dal Tillemont. Ma il Gotofredo e il padre Pagi (forse con più ragione) ne riferiscono la demolizione all'anno presente, in vigor delle suddette leggi. Ammiano Marcellino[1007] parla di quel tempio, come di una maraviglia del mondo, ed alcuni pretesero[1008] che fosse il più grande e bello che esistesse sopra la terra. Una particolar descrizione ce ne lasciò Rufino storico di questi tempi, tale rappresentandone la magnificenza e ricchezza, che sembra ben fondato il giudizio di chi ne fece il grande elogio. Incredibil era il concorso dei divoti pagani a questo santuario della loro superstizione, e di qui ancora veniva grande utilità e vantaggio alla stessa città di Alessandria. Socrate[1009], Sozomeno[1010], Rufino[1011], Teodoreto[1012] ed altri, raccontano a lungo l'occasione, in cui quel nido famoso del gentilesimo fu diroccato. Me ne sbrigherò io in poche parole. Avendo il buon vescovo Teofilo ottenuto da Teodosio un cadente tempio di Bacco per farne una chiesa, vi scoprì delle grotte piene di ridicolose ed infami superstizioni dei gentili, che fors'anche servivano all'impudicizia e alle ladrerie dei sacerdoti pagani. Perchè fece condurre per la città queste obbrobriose reliquie, i pagani, massimamente filosofi, scoppiarono in una sollevazione contro dei cristiani; ne ferirono e ne uccisero molti; e dipoi si afforzarono nel tempio, poco fa mentovato, di Serapide, da cui sboccando di tanto in tanto, recavano gravi danni al popolo cristiano. Informato di questa turbolenza Teodosio, siccome principe clemente, non volle già gastigar le persone secondo il loro demerito, ma solamente che fossero loro tolti tutti i templi, perchè occasioni più volte ad essi di sedizioni. Essendo fuggiti i pagani per paura del gastigo, allora Teofilo fece demolire quel superbo edifizio. Poscia tutti i busti di Serapide sparsi per la città, e l'altre statue degli dii bugiardi, ed ogni altro tempio de' gentili furono atterrati; nè solamente in Alessandria, ma anche in altre città dell'Egitto e dell'Asia, con trionfar la Croce, ed annientarsi sempre più l'imperio dell'idolatria e dei demonii.
NOTE:
[999] Gothofred., Chronol. Cod. Theodos.
[1000] Gruter., pag. 286.
[1001] Pagius, Crit. Baron.
[1002] Socrates, lib. 5, cap. 18.
[1003] Zosimus, lib. 4, cap. 48.
[1004] Claud., Panegyr. Stilic., et in Rufin., lib. 1.
[1005] Gothofred., Chronol. Cod. Theodos.
[1006] Marcell. Comes, in Chron.
[1007] Ammian., Marcell., l. 22.
[1008] Theod., lib. 5, cap. 22.
[1009] Socrates, l. 5, cap. 16.
[1010] Sozom., lib. 7, cap. 15.
[1011] Rufinus, lib. 3.
[1012] Theod., lib. 5, cap. 22.
Anno di CRISTO CCCXCII. Indizione V.
SIRICIO papa 8. TEODOSIO imperadore 14. ARCADIO imperadore 10.
_Consoli_
FLAVIO ARCADIO AUGUSTO per la seconda volta, e RUFINO.