Annali d'Italia, vol. 2 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750

Part 22

Chapter 223,316 wordsPublic domain

Nell'anno presente ebbe l'imperadore Teodosio guerra coi popoli Grutongi, cioè con una nazion barbarica sconosciuta dianzi, e venuta a dare il sacco alla Tracia, senza dubbio dalla Tartaria. Ma probabilmente non erano se non alcuna di quelle tribù di Goti, delle quali Ammiano molto prima di questi tempi fece menzione. Zosimo parla di una irruzione qualche anno prima. Ma si può giustamente attener qui all'asserzione di Marcellino conte[895], corroborata da Idacio[896] e da Claudiano[897], attribuendola ognun d'essi all'anno presente. Vuole esso Zosimo[898] che la gloria di avere sconfitti questi Barbari sia tutta dovuta a _Promoto_ generale di Teodosio, il quale, stando alla guardia delle rive del Danubio, e vedendo sì gran gente invogliata di passar quel fiume, tese loro una trappola, inviando spie doppie, cioè persone pratiche della loro lingua, che si vantarono di far loro prendere il general romano con tutti i suoi a man salva. Da questa lusinghevol promessa allettati i Barbari, imbarcarono una notte in gran copia di piccoli legni la più robusta gioventù con un altro corpo che tenea dietro ai primi, e in tempo di notte si misero a valicare il Danubio. Promoto che avea preparata una flotta numerosa di navi più grosse, fattala scendere, si mise nella concertata notte con esse alla riva opposta, aspettando i nemici. Vennero, ed egli con furore gli assalì. Parte di coloro perdè la vita nell'acqua, parte provò il taglio delle spade, e fra questi perì _Odoteo_ re o principe loro. I più restarono prigioni e specialmente i rimasti nell'altra riva, addosso i quali passò dipoi l'armata dei Romani con prenderli quasi tutti, e le lor mogli, fanciulli e bagaglie. Certo è che Teodosio col figliuolo Arcadio si trovò in persona a questa guerra. Zosimo almen confessa che egli era poco lungi di là, nè è da credere che si facesse tal impresa senza saputa ed ordine suo. Promoto gli presentò poi quella gran moltitudine di prigioni e di spoglie; ma Teodosio non solamente li fece tutti mettere in libertà, ma anche dispensò loro non pochi regali, acciocchè si arrolassero fra le sue milizie, siccome in fatti avvenne. Abbiamo da Idacio[899] che i due Augusti entrarono trionfanti in Costantinopoli per tal vittoria nel dì 12 di ottobre. Tal conto poi fece di questi Teodosio[900], che essendo una parte d'essi di quartiere a Tomi della picciola Tartaria, ed avendo voluto far delle insolenze in quella città, perlocchè Geronzio comandante ivi delle milizie romane li mise tutti a fil di spada: vi mancò poco che invece di ricompensa non levasse la vita ad esso Geronzio. La salvò egli con donar tutti i suoi beni agli eunuchi di corte, la potenza de' quali era anche allora esorbitante. Ma il racconto è di Zosimo, cioè di un nemico di tutti i principi cristiani. A questo anno ancora pare che s'abbiano a riferir le seconde nozze di Teodosio Augusto con _Galla_ figliuola di Valentiniano I imperadore e di Giustina, e per conseguenza sorella di Valentiniano juniore[901], giacchè ne parlano circa questi tempi Filostorgio[902] e Marcellino conte[903]. Zosimo rapporta questo maritaggio all'anno seguente, e forse anche più tardi. Fu dipoi Galla la madre di _Galla Placidia_, principessa, di cui avremo da parlar non poco nel decorso della presente storia. Potrebbe essere che avvenisse ancora in quest'anno ciò che racconta Libanio[904] (giacchè non sussiste, come pensò il cardinal Baronio[905], ch'egli fosse morto alcuni anni prima), cioè che uno dei primi senatori, senza sapersi se di Costantinopoli o di Antiochia, prestando fede ai sogni che gli promettevano le maggiori grandezze, e contando questi suoi delirii a diverse persone, fu processato, e con lui diversi degli ascoltatori, fra' quali poco vi mancò che lo stesso Libanio non fosse compreso. Ma per la bontà di Teodosio non andò innanzi il rigore della giustizia. Pochi furono i tormentati, due solamente gli esiliati, e niuno vi perdè la vita.

NOTE:

[890] Gothofred., Chronol. Cod. Theodos.

[891] Baron., Annal. Eccl. ad hunc Annum.

[892] Rufinus, lib. 2, cap. 15 et 16. Theodoret., lib. 5, cap. 3. Ambrosius, Epist. XXXI. Gaudentius, in Sermon.

[893] Paulin., in Vit. s. Ambrosii.

[894] Rufinus. l. 2, cap. 16. Theodor., l. 5, c. 14.

[895] Marcell. Comes, in Chronico.

[896] Idacius, in Chron.

[897] Claudianus, in Consul. IV Honorii.

[898] Zosimus, l. 4, cap. 38.

[899] Idacius, in Fastis.

[900] Zosimus, lib. 4, cap. 40.

[901] Idacius, in Fastis.

[902] Philostorg., lib. 10, cap. 7.

[903] Marcell. Comes, in Chronico.

[904] Liban., in Vit. sua.

[905] Baron., Annal. Eccl.

Anno di CRISTO CCCLXXXVII. Indiz. XV.

SIRICIO papa 3. VALENTINIANO II imperad. 13. TEODOSIO imperadore 9. ARCADIO imperadore 5.

_Consoli_

FLAVIO VALENTINIANO AUGUSTO per la terza volta, ed EUTROPIO.

Il prefetto di Roma anche per tutto il corrente anno si può credere che fosse _Piniano_, giacchè nel codice Teodosiano abbiamo una legge a lui indirizzata nel gennaio. Furono per attestato di Marcellino conte[906] e d'Idazio[907] celebrati in Costantinopoli nel dì 16 d'esso gennaio i quinquennali di Arcadio Augusto con gran magnificenza e giuochi pubblici; e secondo Libiano pare che tal festa desse occasione ad una sedizion fiera che si svegliò nella città d'Antiochia. Perchè occorrevano gravi spese, allorchè si celebravano somiglianti feste, massimamente per regalar le milizie, Teodosio intimò una gravosa imposta ai popoli del suo dominio, e per cagion d'essa inferocito quello di Antiochia si alzò a rumore. Gran disputa è stata fra gli eruditi intorno all'anno di questa sollevazione che fece grande strepito in Oriente, perchè gli stessi antichi si truovano discorsi fra loro nell'assegnarne il tempo. Teodoreto e Sozomeno sembrano riferirla ad alcuni anni appresso; ed altri prima, ed altri dopo la guerra di Massimo tiranno, di cui parleremo. Però il cardinal Baronio, il Petavio e il Valesio la mettono nell'anno 388 seguente; ma il Gotofredo, il Pagi e il Tillemont, fondati specialmente sull'autorità di Libanio[908] testimonio oculare di questa turbolenza, la tengono succeduta nell'anno presente. Non tratterrò io i lettori con sì fatte liti, e, non volendo discordare dagli ultimi, ne fo menzione in quest'anno, con dire che leggendosi in Antiochia l'editto di quella contribuzione, la quale se fu per cavar moneta da celebrare i quinquennali suddetti, si doveva intimare molto prima del gennaio dell'anno presente, parve essa così eccessiva, che fu accolta con lamenti e lagrime da quel popolo. Passò la feccia di quella plebe dalle querele ad un tumulto, ed ingrossatosi a poco a poco il loro numero colla giunta d'altri malcontenti, la prima scarica del loro furore fu addosso ad un bagno pubblico. Tentarono di poi questi sediziosi di sfogare la loro rabbia contra del governatore; ma questo fu difeso dalle guardie; sicchè tutta la matta lor furia si volse alle statue di Teodosio, di Flacilla Augusta, dei due lor figliuoli Arcadio ed Onorio, e di Teodosio padre del medesimo imperadore[909]. Con delle funi le rovesciarono a terra, le spezzarono, le strascinarono per la città con grida e scherni quanti mai seppero. Attaccarono anche il fuoco ad una casa de' principali della città, ed avrebbono fatto altrettanto ad altre, se non fossero giunti gli arcieri del governatore, i quali col solo ferire un paio di que' fanatici, misero il terrore negli altri, di maniera che in breve si calmò tutto quel popolare tumulto. Furono ben presi e fatti giustiziar dal governatore i primari autori della sedizione, e infino i loro innocenti figliuoli; ma perciocchè in casi tali facilmente non riputati colpevoli tutti gli abitanti d'una città, gli uni per aver fatto il male, e gli altri per non essersi opposti, si sparse un'incredibile costernazione fra tutti que' cittadini, aspettando essi ad ogni momento (e ne corse anche la fama) che arrivassero le milizie imperiali a dare il sacco alla città, e ad empierla di sangue. Perciò si vide in poco tempo spopolata quella capitale, fuggendo chi alle città vicine, chi alla campagna, chi alle montagne colle loro mogli e figliuoli, e con quel meglio che poteano portar seco. San Giovanni Grisostomo, quel mirabile sacro orator della Grecia, che si trovò presente a scena sì dolorosa, in più luoghi delle sue omelie fa un patetico ritratto del miserabile stato in cui si trovò allora Antiochia: dal che nondimeno seppe Iddio ricavare buon frutto, perchè quell'emendazion di vizii e costumi ch'esso santo con tutte le sue esortazioni e minaccie non poteva ottenere, l'ottenne il terror dell'umana giustizia in questa sì deplorabile congiuntura. Tutto fu allora compunzione e divozione; cessarono i teatri, gli spettacoli, le danze, le ubbriachezze; ognun correva alla chiesa, alle prediche; ognun si rivolse alle preghiere, affinchè Iddio ispirasse al cuor del regnante la clemenza.

Se vogliam credere a Libanio[910] e a Zosimo[911], fu deputato dalla città esso Libanio, e un Illario, persone di gran credito, per portarsi alla corte ad implorar la misericordia del principe. Ma abbiamo un testimonio di maggior autorità, cioè il suddetto Grisostomo, il quale in varie sue omelie ci assicura essere bensì stati deputati alcuni della città per sì fatta spedizione, ma che uditosi dipoi ch'essi per alcuni accidenti s'erano fermati per istrada, _Flaviano_ vescovo d'Antiochia, uomo di rara santità, benchè vecchio, benchè in malo stato di sanità, e in stagion rigida, tuttavia prese l'assunto di passare in Costantinopoli, per disarmare, s'era possibile, l'ira di Teodosio. Si accordan gli antichi scrittori, cioè i santi Ambrosio e Grisostomo, Vittore, Teodoreto, Sozomeno, Libanio e Zosimo, in dire che essendo suggetto Teodosio ne' primi empiti della collera a prendere delle risoluzioni violente, ebbe in animo e minacciò di voler rovinare Antiochia dai fondamenti, e levar la vita ad un gran numero di quegli abitanti, irritato soprattutto dall'ingratitudine d'essi, perchè più che ad altra città, aveva egli compartito più benefizii e favori ad essa. Ma siccome i principi ed uomini saggi non mai eseguiscono i primi consigli della bollente collera, ma dan luogo a più mature riflessioni; così egli senza precipitar ne' gastighi, ordinò che si levassero al popolo d'Antiochia tutt'i privilegi, tutti i luoghi de' lor cari divertimenti, e massimamente il titolo di metropoli[912], con sottometterla a Laodicea; e poscia spedì colà due suoi uffiziali, cioè _Ellebico_ generale dell'armi in Oriente, e _Cesario_ suo maggiordomo, per processare chiunque si trovasse colpevole. Le prigioni si trovarono ben tosto piene, pronunziate le condanne, preparate le mannaie. Ma eccoti venire alla città i santi romiti di que' contorni, e massimamente _san Macedonio_ il più illustre degli altri, i quali uniti coi sacerdoti di essa città (un d'essi era allora il _Grisostomo_) animosamente si affacciarono ai giudici, ricordando loro l'ira di Dio, e protestando come sconvenevol azione ad un principe, il volere estinguere le immagini vive di Dio a cagione di molte immagini e statue, che si sarebbero fra poco ristabilite. Tanto in somma dissero, che fermarono l'esecuzion delle condanne con indurre i giudici ad informar prima di tutto l'imperadore, ed aspettarne dei nuovi ordini. Cesario stesso passò per le poste con tutta diligenza alla corte, e diede le notizie occorrenti. Ma intanto il venerabil aspetto, le lagrime e le ragioni del vescovo _san Flaviano_ avevano fatto breccia nel cuore di Teodosio, cuore non di macigno, ma inclinato alla clemenza, in guisa che non parlava più che di perdono. L'ultima mano la diede Cesario colla sua venuta, fiancheggiato ancora dalle umilissime lettere scritte ad esso imperadore da san Macedonio e dagli altri santi romiti, e dalla città di Seleucia, a' quali si aggiunse anche il senato e popolo implorando tutti misericordia. Concedette infatti Teodosio un intero perdono alla città d'Antiochia, la ristabilì negli antichi suoi privilegi e diritti, e cassò tutte le condanne con immortal sua gloria ed inesplicabil allegrezza di quel popolo, compiuta poi all'arrivo del santo lor vescovo Flaviano.

Ma questo rumore dell'Oriente, che si suppone accaduto nel presente anno, un nulla fu rispetto all'altro che indubitatamente in questi tempi accadde in Occidente. Imperocchè cominciarono a traspirare delle cattive intenzioni in Massimo tiranno, di rompere la pace con Valentiniano Augusto, e d'invadere l'Italia. Forse per ispiare i di lui andamenti fu risoluto nel consiglio d'esso Augusto di rispedire al tiranno quel medesimo arcivescovo _Ambrosio_ che vedemmo nell'anno precedente così perseguitato dalla medesima corte, perchè il credito, l'eloquenza e l'onoratezza sua non avevano pari. Non si ritirò il santo pastore da questa impresa, e il suo viaggio si dee credere impreso dopo la pasqua dell'anno presente, accaduta nel dì 25 di aprile; perciocchè in quel santo giorno egli conferì il battesimo ad _Agostino_, poi santo, vescovo e dottor della Chiesa; e non già nell'anno seguente, come han creduto molti, ma nel presente, come han provato varii eruditi, ed ho anch'io confermato altrove[913]. Passò dunque sant'Ambrosio a Treveri, mostrando di non aver altra commessione che quella di domandare il corpo dell'ucciso Graziano Augusto[914]: il che sarebbe un pegno della buona armonia che dovea continuar fra loro. Trovò Massimo dei pretesti per non rilasciargli quel corpo, ossia le di lui ossa. E perchè egli pretese che Ambrosio e Bautone l'avessero ingannato, con avergli promesso molto e nulla attenuto, sant'Ambrosio discolpò sè stesso e il compagno. Ma vedendo che nulla restava da sperare, domandò ed ottenne il suo congedo; e dacchè fu in luogo libero, spedì innanzi a Valentiniano una lettera, con cui il ragguagliava di quanto era succeduto, conchiudendo che _l'esortava di star ben in guardia contra di un uomo, il quale sotto le apparenze della pace si preparava alla guerra_. Non s'ingannò sant'Ambrosio. Abbiamo da Zosimo[915] che Valentiniano, in questa incertezza di cose, spedì un'altra ambasciata a Massimo, per chiarirsi pure se si poteva delle di lui intenzioni; e l'ambasciatore fu _Donnino_, uomo soriano, di sua gran confidenza e di non minor lealtà. Tali carezze, così bei regali a lui fece Massimo, che il buon uomo si figurò non esserci persona sì amica di Valentiniano come quel tiranno. Anzi avendogli Massimo esibito un corpo delle sue soldatesche, affinchè servissero a Valentiano contra de' Barbari che minacciavano la Pannonia, il mal accorto Donnino, le accettò, e con esse se ne ritornò in Italia. Bel servigio ch'egli fece a Massimo, perchè il tiranno che dianzi conosceva quanto fosse difficile e pericoloso il mettersi a passar con un'arma a le strade e i passi stretti dell'Alpi, dopo aver in questa maniera addormentato Donnino, e mandata innanzi una buona scorta delle sue genti, a tutto un tempo gli tenne dietro col grosso dell'esercito suo, e con tal segretezza, che si vide calato in Italia, prima che giugnesse avviso della mossa delle sue armi. Se sussiste la data di una legge del codice Teodosiano[916], Valentiniano Augusto era tuttavia in Milano nel dì 8 di settembre dell'anno corrente. Zosimo cel rappresenta in Aquileia, allorchè inviò Donnino nelle Gallie.

Ora un sì inaspettato turbine dell'armi del tiranno e la poca forza delle proprie, colla giunta della voce precorsa, che le mire di Massimo principalmente tendevano a prendere vivo Valentiniano, fecero pensare unicamente il giovane Augusto alla fuga[917]. Pertanto imbarcatosi in una nave coll'imperadrice _Giustina_ sua madre, che più che mai cominciò a provare il flagello di Dio per li suoi peccati, e con Probo prefetto del pretorio, fece vela per l'Adriatico alla volta di Tessalonica; dove giunto, di là spedì a Teodosio Augusto la serie delle sue disavventure con implorar l'assistenza del di lui braccio in così grave bisogno. Abbiamo da Teodoreto, avergli Teodosio risposto non essere da stupire dello stato infelice dei di lui affari e dei prosperosi del tiranno, da che Valentiniano avea impugnata la vera fede, e il tiranno l'avea protetta. Per attestato di Zosimo[918] e di Marcellino conte[919], venne poi esso Teodosio in persona a fare una visita al cognato Augusto e alla suocera, e s'impegnò di adoperar tutte le sue forze per ristabilirli ne' loro stati, sì per la gratitudine ch'egli professava a Graziano suo benefattore, come per essere marito di _Galla_, sorella di esso Valentiniano. Scrive lo stesso Zosimo che Galla venne colla madre a Tessalonica, e che ora solamente Teodosio, preso dalla di lei bellezza, la ricercò ed ottenne per moglie dalla madre. Ma Marcellino conte e Filostorgio scrivono, essersi effettuate tali nozze nell'anno precedente. Ordinò ancora Teodosio, che fosse fatto un trattamento onorevole all'Augusto cognato e a tutta la sua corte. Tenuto poscia consiglio, fu presa la risoluzione di spedire ambasciatori a Massimo, prima di venire all'armi, per esortarlo a restituir gli stati occupati a Valentiniano, e per minacciar guerra in caso di rifiuto, giacchè l'imminente verno non permetteva di far per ora di più. Sozomeno e Socrate scrivono, all'incontro, che preventivamente Massimo inviò ambasciatori a Teodosio, per giustificare (cosa impossibile) le novelle sue usurpazioni contro la fede dei trattati. Certo è che nè Massimo si sentì voglia di lasciar la preda addentata, nè Teodosio di fare un menomo accordo con lui. E qui ci vien meno la storia, tacendo essa quanto operasse il tiranno, dacchè coll'esercito suo calò in Italia ed obbligò Valentiniano alla fuga. Abbiam nondimeno bastevol fondamento di credere, anzi chiare pruove ch'egli si impadronisse di Roma e dell'Italia tutta, e che infin l'Africa solita a prestare ubbidienza a quel principe che comandava in Roma, anch'essa ai di lui voleri senza contrasto si sottomettesse. Sant'Ambrosio[920] in una lettera a Faustino dopo l'anno 388, scrive che venendo esso Faustino a Milano, potè vedere _Claterna_, posta di là da Bologna, e poi _Bologna_ stessa, _Modena_, _Reggio_, _Brescello_ e _Piacenza_, città con assai castella dianzi floridissime, ma divenute nobili cadaveri, perchè mezzo diroccate allora, e prive quasi affatto di abitatori. Con ragionevol conghiettura il cardinal Baronio stimò che la desolazion di queste città e terre sia da attribuire alla fierezza di Massimo, o perchè i popoli facessero resistenza al di lui arrivo, o perchè i cittadini con abbandonarle e ritirarsi alle montagne, gli fecero conoscere di non voler lui per padrone. Del che abbiamo anche un barlume nel panegirico di Teodosio, rammentando Pacato[921] le mortali piaghe _(alta vulnera)_ che il tiranno avea fatto all'_Italia_. Che venissero alla di lui divozion Bologna e Verona, s'ha dalle iscrizioni[922] a lui poste in quelle città. E che anche Roma al giogo di lui si sottomettesse, chiaramente apparisce da sant'Ambrosio[923], là dove scrive a Teodosio Augusto sul fine dell'anno seguente, che Massimo tiranno, avendo ne' mesi addietro inteso come in Roma era stata bruciata una sinagoga degli Ebrei, avea spedito colà un editto, affinchè fosse rifatta. _Quum audisset Romae Synagogam incensam, Edictum Romam miserat, quasi vindex disciplinae publicae._ Aggiungasi a ciò l'aver Simmaco, senatore di Roma e letterato celebre, ma pagano, composto un nuovo panegirico in lode di Massimo[924], e recitatolo alla di lui presenza, probabilmente nell'anno seguente, e forse in Aquileja. Per questa infedeltà e arditezza fu egli poi processato come reo di lesa maestà dai ministri di Teodosio, oppur di Valentiniano; e se non si salvava in una chiesa de' Cristiani, correa pericolo della sua testa. Veggonsi inoltre delle iscrizioni comprovanti il dominio di Massimo in Roma. Dicendo poi Pacato[925] che l'Africa restò esausta di danari per le contribuzioni ad essa imposte dal tiranno, abbastanza intendiamo che colà ancora si stese la di lui signoria. Aquileia intanto, città forte, dovette resistere a Massimo, e possiam conghietturare che assediata da lui si sostenesse fino all'anno seguente.

NOTE:

[906] Marcellin. Comes.

[907] Idacius, in Fastis.

[908] Liban., Orat. XXIII.

[909] Zosim., l. 4, c. 41. Sozomen., l. 7, c. 23. Theod. Chrysostom.

[910] Liban., Orat. XIV.

[911] Zosim., lib. 4, cap. 41.

[912] Theodor., l. 5, c. 19. Libanius, Orat. XV. Chrysost., Hom. 17.

[913] Anecdot. Latin. Tom. I, Dissert. 15.

[914] Ambr., Epist. XXIV.

[915] Zosimus, lib. 4, cap. 42.

[916] L. 4, de Principib. agent. Cod. Theodos.

[917] Sozom., l. 7, c. 14. Socrat., l. 5, cap. 11. Theodor., lib. 5, cap. 14.

[918] Zosimus, lib. 4, cap. 43.

[919] Marcell. Comes, in Chronico.

[920] Ambros., Epist. XXXIX. Class. I. edit. noviss.

[921] Pacatus, in Panegyr., cap. 24.

[922] Malvasia, Marm. Felsin. Thesaur. Insc., pag. 465.

[923] Ambros., Epist. LXI. Class. I.

[924] Socrates, l. 5, cap. 14.

[925] Pacatus in Panegyr., c. 38.

Anno di CRISTO CCCLXXXVIII. Indiz. I.

SIRICIO papa 4. VALENTINIANO II imperad. 14. TEODOSIO imperadore 10. ARCADIO imperadore 6.

_Consoli_

FLAVIO TEODOSIO AUGUSTO per la seconda volta, e CINEGIO.