Annali d'Italia, vol. 2 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750
Part 21
[820] Ambros., lib 3 de Off., cap. 7.
[821] Idem, Relat. Symmach.
[822] Mediobarbus, Numism. Imperator.
[823] Zosimus, lib. 4, cap. 33.
[824] Usserius, de Britan. Eccl.
[825] Pacatus, in Panegyr. Theodos.
[826] Zosim., lib. 4, cap. 33. Victor, in Epitome.
[827] Sulpic. Sever., Vit. S. Martini, cap. 23.
[828] Orosius, lib. 7, cap. 34.
[829] Gregor. Turonensis, lib. 1, cap. 43.
[830] Prosper, in Chronic.
[831] Zosim., lib. 4, c. 35.
[832] Gildas, de excidio Britan.
[833] Socrates, l. 5, cap. 11.
[834] Sozom, lib. 7, c. 13.
[835] Zosimus, lib. 4, cap. 35. Victor, in Epitome. Pacatus, in Panegyr. Prosper, in Chronic.
[836] Baron., Annal. Eccl.
[837] Valesius, Rer. Franc., lib. 2.
[838] Tillemont, Mémoires des Emper.
[839] Pacatus, in Panegyr.
[840] Prosper, in Chronic.
[841] Ambros., in Psalm. 61, num. 23 et seq.
[842] Zosimus, cap. 35.
[843] Prosper, in Chronic., Rufinus, Marcellin.
[844] Socrates, lib. 5, c. 11.
[845] Sozom., lib. 7, c. 13.
[846] Marcellinus, in Chronic.
[847] Ambros., de Fid., lib. 1, cap. 20.
[848] Zosimus, lib. 5, c. 39.
[849] Idem, l. 4, c. 36.
[850] Ambr., in Ps. 61 et Epist. XXIV.
[851] Rufinus, lib. 2, c. 13.
[852] Philostorg., lib. 10, c. 5.
[853] Pacat., in Panegyr.
[854] Ambr., Epist. XXIV.
[855] L. 43, de Appellat. Cod. Theodos.
[856] Fabretus, Inscript., pag. 576.
[857] Orosius, l. 7, c. 35.
[858] Pacatus, in Panegyr.
[859] Themist., Orat. XVIII.
[860] Idem, ibid.
[861] Rufinus, lib. 2, c. 15.
[862] Ambros., Epist. XXIV.
[863] Paulin., in Vita S. Ambrosii.
[864] Sulpicius Sever., in Vita S. Martini, c. 23.
Anno di CRISTO CCCLXXXIV. Indiz. XII.
DAMASO papa 19. VALENTINIANO II imperad. 10. TEODOSIO imperadore 6. ARCADIO imperadore 2.
_Consoli_
FLAVIO RICOMERE e CLEARCO.
_Ricomere_, primo nella dignità consolare, è quel medesimo valente generale, che da Graziano Augusto era stato spedito in aiuto a Teodosio, e si trova anche appellato _Ricimere_. L'altro console _Clearco_ era forse nell'anno presente anche prefetto della città di Costantinopoli[865]. _Simmaco_, celebre personaggio, si trova prefetto di Roma in quest'anno. Di tal sua dignità egli parla in alcune sue lettere. Egli anche fu che in questo anno inviò _Agostino_, poi santo vescovo, per maestro di retorica a Milano. Nel dì 11 di dicembre terminò i giorni del viver suo _Damaso_ pontefice romano[866], riferito poi nel catalogo de' santi a cagion delle sue opere gloriose, massimamente concernenti la difesa della dottrina della Chiesa cattolica. Pochi giorni stette a succedergli nella cattedra di san Pietro, _Siricio_, di nazione romano. Così il padre Pagi[867], contro l'autorità del cardinal Baronio e del padre Papebrochio, i quali differiscono all'anno seguente la elezion di Siricio. Del loro parere sono anch'io, per quel che dirò all'anno stesso. Già abbiam veduto che _Clearco_ fu in quest'anno prefetto di Costantinopoli, parendo che la data di una legge di Teodosio lo intitoli così; ma non possiamo fidarci di quella data, da che abbiamo indizii che _Temistio_[868], famoso filosofo pagano ed oratore di questi tempi, fu promosso a quella carica nell'anno presente, e recitò di poi un'orazione in lode di Teodosio. Il non dir egli parola della nascita di _Onorio_, secondogenito di esso Augusto, nè dell'ambasciata dei Persiani fa abbastanza conoscere che quel panegirico fu recitato prima del settembre di quest'anno. Imperciocchè _Flacilla_, o sia _Placilla_ Augusta, nel dì 9 di settembre partorì all'Augusto consorte _Flavio Onorio_[869], nato nella porpora, come diceano i Greci, perchè venuto alla luce dappoichè il padre era imperadore, laddove _Arcadio_ primogenito, e già dichiarato _Augusto_, nella privata fortuna del padre era stato partorito. Ad esso Onorio fu immantinente conferito il titolo di _nobilissimo_. Già il defunto _Artaserse_ re della Persia avea avuto per successore il suo figliuolo _Sapore III_. Abbiamo da Idazio[870] ch'egli nell'anno presente inviò una solenne ambasciata a Teodosio Augusto per trattar di pace fra i due imperii. Pacato[871] ne parla anche egli, con indicare i presenti da lui inviati in tale occasione a Costantinopoli, cioè di perle, stoffe di seta, ed animali propri per tirare il cocchio trionfale, e verisimilmente elefanti domesticati. Orosio[872] e il giovane Vittore[873] scrivono che Teodosio strinse, mercè di un trattato di pace, buona amicizia coi Persiani; ma non è ben certo se questa pace ora succedesse, o se fosse piuttosto una tregua, perchè vedremo nell'anno 389 un'altra ambasceria de' Persiani per questo effetto; e per altro conto restano in molta oscurità gli affari de' Romani con quella nazione. Certo è che guerra non fu gran tempo dappoi fra le suddette due potenze.
Vegniamo ora a Massimo tiranno. Tanto si trattenne nella di lui corte santo Ambrosio, e tal fu la sua destrezza, che finalmente conchiuse la pace fra lui e Valentiniano Augusto. Per quel che apparisce dalle conseguenze, consiste il massiccio della capitolazione in questi due punti: cioè Valentiniano riconosceva Massimo per legittimo imperador delle Gallie, Spagne e Bretagna, e vicendevolmente Massimo accordava che Valentiniano resterebbe pacifico possessore e signore dell'Italia, dell'Illirico occidentale e dell'Africa. Pretese esso Massimo col tempo di essere stato burlato con varie promesse, che poi furono senza effetto, da _Ambrosio_ e da _Bautone_ conte, compagno, secondo le apparenze, di quella ambasciata: ma il santo arcivescovo sostenne poscia di nulla avergli promesso, e discolpò ancora Bautone. Nel ritornarsene egli a Milano, trovò a Valenza del Delfinato altri ambasciatori spediti a Massimo per iscusar Valentiniano, se non potea passar nelle Gallie, come il borioso tiranno tuttavia pretendeva. Poco nondimeno teneva per questa pace sicuro sè stesso Massimo, ogni qualvolta anche Teodosio dal canto suo non acconsentisse. Però, per testimonianza di Zosimo[874], spedì altri suoi ambasciatori ad esso Teodosio, nè trovò in lui gran difficoltà ad approvar quell'accordo e a permettere che l'immagine del tiranno si mettesse con quelle degli altri due Augusti. Anzi dovendo partire _Cinegio_ pel governo dell'Africa, Teodosio gli diede ordine di portare colà l'immagine del medesimo per farla vedere a que' popoli in segno della contratta amicizia. Ma se crediamo ad esso Zosimo, anch'egli si accomodò a questa concordia in apparenza, meditando nello stesso tempo di fargli guerra subito che gliel permettessero i propri interessi, o piuttosto che gliene desse occasione il perfido usurpatore, siccome in fatti avvenne. In questa maniera Massimo giunse a restar pacifico padrone di tanti Stati. Ci ha conservata sant'Ambrosio[875] la memoria di un altro fatto, senza apparire se spettante a questo o pure all'anno seguente. Certamente esso accadde dopo la conchiusion della pace suddetta. Cioè gli Alamanni Giutunghi vennero a bottinar nella Rezia, perchè seppero ch'era stata regalata da Dio di un buon raccolto. Bautone conte, poco fa da noi mentovato, ebbe maniera di muovere contra di loro gli Unni e gli Alani, i quali entrati nel paese di essi Alamanni, vi diedero un gran sacco sino ai confini delle Gallie. Gravi doglianze fece per questa irruzione Massimo, perchè l'apprese suscitata da Valentiniano, per nuocere anche a lui in guisa che esso Valentiniano, affine di togliere i pretesti di qualche rottura, a forza di danaro fece tornar que' Barbari alle lor case.
Da una lettera di Simmaco[876] parimente ricaviamo che nell'Illirico accadde guerra contra de' Sarmati, i quali doveano aver passato il Danubio per saccheggiare il paese romano. Quel generale, sotto il cui comando era o la Pannonia, o la Mesia superiore, diede a coloro una tal rotta, che moltissimi ne uccise, ed altri fatti prigioni inviò a Roma: perlochè meritò un grand'elogio da Valentiniano. Noi troviamo questo giovinetto imperadore nell'anno presente quasi sempre in Milano[877], a riserva di una scorsa da lui fatta ad Aquileia. Aveva egli disegnato console per l'anno prossimo _Vettio Agorio Pretestato_, celebre personaggio allora, ma pagano, e che esercitava ora la carica di prefetto del pretorio d'Italia, di cui si veggono vari elogi presso gli scrittori gentili, e nelle antiche iscrizioni. Ma prima ch'egli arrivasse a vestir la trabea consolare la morte il rapì con incredibil doglia del senato e popolo romano. Ne parla molto Simmaco nelle sue lettere, ed anche san Girolamo che si trovava allora in Roma. Perchè costui aveva impetrato da Valentiniano un decreto poco favorevole ai Cristiani, ciò fece coraggio a Simmaco prefetto di Roma, e agli altri senatori romani della fazion pagana ed idolatrica, senza saputa, o almeno senza consenso de' senatori cristiani, di fare un tentativo maggiore, cioè di formare un decreto, per chiedere a Valentiniano Augusto che fosse rimesso nella sala del senato l'altare della Vittoria, già tolto per ordine di Graziano Augusto. Ne formò la supplica ossia la relazione Simmaco, adducendo quante ragioni (ben tutte frivole) egli seppe trovare; e questa fu spedita alla corte con forte speranza, che trattandosi di un regnante sì giovane, e però non atto a discernere la falsità di quei motivi, il negozio verrebbe fatto. Penetrata questa notizia all'orecchio di santo Ambrosio[878], con tutta sollecitudine stese egli una contrasupplica, in cui sì forti ragioni intrepidamente espose del non doversi accordare quella infame dimanda, che Valentiniano stette saldo in sostener l'operato dall'Augusto suo fratello, sicchè andarono falliti i disegni del paganesimo. Fu di poi ampiamente confutata dal santo arcivescovo la relazione di Simmaco, e noi tuttavia abbiamo questi pezzi fra le opere di esso Simmaco e di sant'Ambrosio. Immemorabile era l'uso che i nuovi consoli facessero dei regali agli amici e ad altre assaissime persone, e che i questori e pretori solennizzassero la loro entrata in quei posti con dei giuochi pubblici, nel che conveniva impiegare gran copia d'oro. La vanità di molti aveva anche introdotti altri intollerabili abusi e spese eccessive, colle quali stoltamente si venivano ad impoverir le persone nobili, per comperar del fumo. Simmaco ne promosse la riforma, e la ottenne da Valentiniano; e pur egli, per attestato di Olimpiodoro[879], due mila libbre d'oro di peso impiegò per la pretura di un suo figliuolo. Teodosio anch'esso in quest'anno pubblicò una prammatica per lo stesso fine, siccome fece altre leggi in favore della religione cristiana, che si possono leggere nel Codice Teodosiano. Crede in oltre il Gotofredo che a questi tempi appartenga una di lui legge, con cui proibisce il matrimonio fra i cugini germani sotto rigorose pene.
NOTE:
[865] Gothofred., Chronol. Cod. Theodos.
[866] Prosper, in Chronic.
[867] Pagius, Crit. Baron.
[868] Themist., Orat. XVII et XVIII.
[869] Idacius, in Fastis. Chronicon Alexandrin. Socrat., lib. 5, cap. 12.
[870] Idacius, ib.
[871] Pacatus, in Panegyr.
[872] Orosius, lib. 7, cap. 34.
[873] Victor, in Epit.
[874] Zosimus, lib. 4, cap. 37.
[875] Ambr., Epist. XXIV.
[876] Symmach., lib. 10, epist. 61.
[877] Gothofred., Chronol. Cod. Theod.
[878] Ambros., in Symmachum, et alii.
[879] Olympiodorus, apud Photium.
Anno di CRISTO CCCLXXXV. Indiz. XIII.
SIRICIO papa 1. VALENTINIANO II imperad. 11. TEODOSIO imperadore 7. ARCADIO imperadore 3.
_Consoli_
FLAVIO ARCADIO AUGUSTO, e BAUTONE.
Abbiam già veduto che questo _Bautone_ conte, uomo di gran valore e fedeltà, era uno de' generali di Valentiniano juniore Augusto, e però fu console per l'Occidente. _Agostino_, maestro in questi tempi di retorica in Milano, recitò nelle calende di gennaio un panegirico che non è giunto ai dì nostri, in onore di lui esistente in quella città, dove tuttavia era la corte. Chi fosse in quest'anno prefetto di Roma, non si è potuto chiarire in addietro. Raccogliesi dalle lettere di Simmaco[880] ch'egli disgustato per molti affanni da lui patiti nell'esercizio di questa dignità nell'anno antecedente, fece istanze alla corte per esserne scaricato; ma senza apparire s'egli fosse esaudito. Tuttavia tengo io per fermo che in luogo suo venisse surrogato per l'anno presente _Severo Piniano_. Che questo nobilissimo romano fosse prefetto di Roma, ne ho addotto le pruove altrove[881], cioè le parole di Palladio e di Eraclide. E che la di lui prefettura cadesse appunto in quest'anno, chiaramente si raccoglie da una lettera di Valentiniano Augusto, indirizzata a lui nel dì 23 di febbraio dell'anno corrente, riferita dal Cardinal Baronio[882], in cui si rallegra per la elezione di Siricio papa, accaduta poco tempo prima. M'induco medesimamente a credere, in vigor di essa lettera che Siricio papa fosse eletto (non senza contraddizione del tuttavia vivente Ursino, o sia Ursicino, che avea fatta guerra anche a papa Damaso) non già, come vuole il padre Pagi, nel dì 22 di dicembre dell'anno precedente, ma bensì nel gennaio del presente, come tenne il suddetto cardinal Baronio. Non vo' io trattener qui i lettori coll'esaminar le ragioni del Pagi. A me solo basterà di dire che l'epitaffio di papa Siricio, su cui egli fonda tutto il suo raziocinio, non è certo se sia fattura di quei tempi. Noi possiam con ragione tenerlo per composto da qualche miserabil poeta de' tempi susseguenti, giacchè esso è un componimento di versi mancanti di prosodia. Ne' tempi correnti fiorivano mirabilmente in Roma le lettere, nè si può mai credere che ad un sì ignorante poeta fosse data la commissione di ornar il sepolcro di un romano pontefice con versi che gridano misericordia.
Per la maggior parte di quest'anno noi troviamo, siccome poco fa accennai, Valentiniano Augusto colla sua corte in Milano[883], dove son date alquante sue leggi. Altre ve n'ha pubblicate in Aquileia, e forse una in Verona. Teodosio Augusto, per quanto risulta dalle leggi di lui, sembra non essersi punto mosso da Costantinopoli. Diede questo buon imperadore nei tempi correnti una pruova luminosa della sua singolar bontà. Aveano varie persone tenuto delle assemblee contra di lui, producendo varii augurii, sogni ed altri creduti indovinamenti dell'avvenire[884]. Scoperto l'affare, ad un rigoroso processo si diede subito principio, non solamente contro i delinquenti, ma contro quelli ancora che aveano saputo e non rivelato il fatto. Sotto altri imperadori nè pur uno d'essi avrebbe scappata la morte. Così non fu sotto il cattolico Teodosio. Sulle prime egli dichiarò di non voler mischiato in tal processo chiunque reo solamente era di non aver rivelato i manipolatori della congiura, o per aver parlato poco rispettosamente di lui. Pubblicò dipoi nell'anno 393 una legge, con cui proibiva il procedere giudizialmente contro chiunque avesse sparlato del principe. Continuarono i processi contra de' veri congiurati; e perchè pareva che il buon Augusto ne fosse scontento, uno de' magistrati un dì gli disse, che la principal cura degli uffiziali della giustizia doveva esser quella di assicurar la vita del principe: _Sì,_ rispose egli, _ma più ancora vorrei che aveste cura della mia riputazione._ La sentenza di morte fu pronunziata contra di costoro, ma allorchè i carnefici erano sul punto di eseguirla, si spiccò dal palazzo una voce che si sparse immediatamente per tutta la città, che l'imperadore faceva lor grazia. E così fu. Non solamente donò egli loro la vita, ma anche la libertà di dimorare in quel paese che più loro piacesse; e volle che Arcadio Augusto suo figlio anch'egli segnasse la grazia, per avvezzarlo di buon'ora agli atti di clemenza. Temistio aggiugne che a questo perdono consentì sopra gli altri l'imperadrice _Flacilla_ ossia _Placilla_, con cui egli soleva consigliarsi in affari di tal natura. Ma Iddio appunto nell'anno presente chiamò a sè questa piissima Augusta, le cui rare doti e virtù, e specialmente la pietà, e un continuo zelo per la religion cattolica, si veggono esaltate non men dagli scrittori cristiani, cioè da s. Gregorio Nisseno[885], da s. Ambrosio, da Teodoreto, e Sozomeno[886], ma ancora dal pagano Temistio. Meritò ella, in una parola, che la chiesa greca la registrasse nel catalogo de' santi. Figliuoli di essa e di Teodosio furono _Arcadio_ allora Augusto, ed _Onorio_ che col tempo fu anch'egli imperadore. Una lor figlia, appellata _Pulcheria_ mancò di vita circa questi tempi, e se ne vede l'orazion funebre fra le opere del suddetto Nisseno.
Viveva in questi medesimi tempi un'altra imperadrice, ma di professione e costumi affatto contrarii, e questa era _Giustina_ madre del giovanetto Valentiniano Augusto. Dopo la morte del vecchio Valentiniano suo consorte, cavatasi la maschera, ella si scoprì ariana; e, dimorando col figliuolo in Milano, città il cui popolo era tutto zelante per la dottrina e chiesa cattolica, si mise in testa di voler pure promuover ivi gl'interessi dell'empia sua setta. Per essere il figliuolo di età immatura, grande era la di lei autorità, e suo gran consigliere le stava sempre ai fianchi _Ausenzio_[887], che s'intitolava vescovo, venuto già dalla picciola Tartaria, dopo aver ivi commesso di gravissime iniquità. Voleva pure costui in quella città una chiesa per servigio dei suoi pochi ariani, consistenti in alcuni uffiziali di corte, e in quei non molti Goti che militavano nelle guardie; ma ritrovò contrario a' suoi disegni l'arcivescovo _Ambrosio_, la cui costanza episcopale non si lasciava intimorire neppur dalle minacce de' più crudeli supplizii[888]. Questi gli fece fronte, ed insieme il popolo tutto, pronto a perdere piuttosto la vita, che a dar luogo alla eresia. Si seppe già risoluto in corte che fosse ceduta agli ariani la basilica Porziana, oggidì chiamata di s. Vittore, ch'era allora fuori della città, e che il santo arcivescovo per questo era stato chiamato. Il popolo anch'esso corse a furia colà; e perchè un uffizial di corte mandato con dei soldati per dissiparli vi trovò del duro, fu pregato lo stesso Ambrosio di pacificar quel rumore, con promessa di non dimandar la suddetta basilica. Ma nel dì seguente, giorno 4 di aprile, vennero uffiziali a chiedergli la basilica nuova, da lui fabbricata entro la città, appellata oggidì di san Nazario. Le risposte del santo furono magnanime e risolute, di non poter dare ciò ch'era di Dio, e su cui l'imperadore non aveva autorità. Ne' giorni santi seguenti si rinforzò la persecuzione, per occupar pure una delle basiliche; ma il santo arcivescovo e il popolo resisterono fino al giovedì santo, in cui cessò quella tempesta, senza che si spargesse il sangue di alcuno. Di più non rapporto io, perchè s'ha da prendere questo bel pezzo dalla storia ecclesiastica e dalla vita dell'incomparabile arcivescovo sant'Ambrosio, la cui saviezza, coraggio e zelo in tal congiuntura son tuttavia da ammirare[889]. Dopo questo inutile sforzo non cessò l'infuriata Giustina di tendergli insidie e di procurarne l'esilio; ma Iddio anche miracolosamente difese sempre il suo buon servo, non essendo già cessata in quest'anno la guerra contra di lui e della fede cattolica.
NOTE:
[880] Symmachus, lib. 10, epist. 25, 36, 47.
[881] Anecdot. Latin. Tom. I, Dissert. VI, et inter opera s. Paulini Edit. Veronens.
[882] Baron., Annal. Eccl. ad hunc annum.
[883] Gothofred., Chronol. Cod. Theodos.
[884] Liban., Orat. XIV. Themist., Orat. XIX.
[885] Gregor. Nyssenus, in funer. Plac.
[886] Ambros. Theodor. Sozomenus. Themistius.
[887] Ambros., Epist. XX.
[888] Ambros., in Psalm. 36.
[889] Paulin., in Vit. Sancti Ambros.
Anno di CRISTO CCCLXXXVI. Indiz. XIV.
SIRICIO papa 2. VALENTINIANO II imperad. 12. TEODOSIO imperadore 8. ARCADIO imperadore 4.
_Consoli_
FLAVIO ONORIO _Nobilissimo fanciullo_, ed EVODIO.
Le leggi del codice Teodosiano[890] ci fan vedere nel dì 11 di giugno prefetto di Roma _Sallustio_, e poscia di nuovo nel dì 6 luglio in quella dignità _Piniano_ sopra da noi mentovato, e possessor di essa anche nell'anno precedente. Seguitò in questo anno Valentiniano Augusto a dimorare in Milano, e Teodosio Augusto per lo più stette in Costantinopoli. Quanto al primo di questi regnanti, altro non ci suggerisce la storia intorno alle azioni di lui per conto dell'anno presente, se non che egli inviò ordine al suddetto Sallustio prefetto di Roma di rifabbricare la basilica di san Paolo nella via che conduce ad Ostia; ciò apparendo da una sua lettera pubblicata dal cardinal Baronio[891]. Ma l'Augusta Giustina sua madre non tralasciava intanto di abusarsi del di lui nome ed autorità per esaltare la fazion degli ariani suoi favoriti, e distruggere, se fosse stato possibile, la cattolica chiesa di Dio. Ottenne ella dunque che l'Augusto giovane suo figliuolo formasse un'empia legge in favor degli ariani[892]. Benevolo, segretario, oppure notaio o archivista della corte incaricato di stenderla, amò piuttosto di rinunziar la sua carica e ritirarsi ad una vita privata, che di contaminar la sua penna con quel sacrilego editto. L'iniquo vescovo degli ariani Ausenzio quegli poi fu che lo compose. Nel dì 21 di gennaio di quest'anno si vide pubblicata quella legge, con cui si concedeva un'intiera libertà agli ariani di tener le loro assemblee dovunque volessero, con rigorose pene contra dei cattolici che a ciò si opponessero. In vigore di tal proclama andarono ordini a cadauna delle città di rilasciare ad essi eretici almeno una chiesa, con pena della testa a chi resistesse. Fu perciò intimato in Milano a santo Ambrosio di cedere agli ariani la basilica Porziana coi vasi sacri. Con petto forte il santo arcivescovo ricusò di ubbidire. Per questa ripugnanza un tribuno gli portò l'ordine di uscir dalla città, ed egli costantemente protestò di non poter abbandonar quel gregge che Dio avea raccomandato alla sua custodia. Vennero minacce di farlo morire, ed egli nulla più desiderava che di sofferire il martirio. Minore non era lo zelo del popolo suo, il quale per paura che il sacro pastore se n'andasse, o per amore o per forza, corse alla basilica suddetta, e per più giorni e notti stette ivi dentro in guardia. Colà inviò la corte una man di soldati per impedire alla gente di entrarvi; ma eglino stessi s'accordavano coi cattolici. Fu allora che sant'Ambrosio, affinchè non si annojasse il buon popolo in quella specie di prigionia, introdusse l'uso di cantar inni, salmi ed antifone, come già si usava nelle chiese d'Oriente: tanto che anch'esso influì dipoi alla conversione di sant'Agostino. D'ordine dell'imperadore fu intimato a sant'Ambrosio di comparire a palazzo per disputar della fede con Ausenzio davanti ai giudici da eleggersi dall'una e dall'altra parte. Ma Ambrosio con lettera a Valentiniano fece intendere i giusti motivi suoi di non ubbidire. In somma i cattolici conservarono la basilica, e il santo Arcivescovo a dispetto d'altre calunnie ed insidie a lui tese dalla furibonda imperadrice ariana, stette saldo[893], e con lui si unirono dipoi anche i miracoli nella scoperta de' sacri corpi de' santi Gervasio e Protasio, che accrebbero la confusion degli ariani, e fecero cessar la persecuzione di Giustina. Chi di più ne desidera, dee far ricorso alla storia ecclesiastica[894]. Il bello fu che Massimo il tiranno, udita questa persecuzion de' cattolici, se ne prevalse, per guadagnarsi l'aura di principe zelante della vera religione, con iscrivere a Valentiniano, ed esortarlo a desistere dal far guerra alla Chiesa vera di Dio, e di seguitar la fede de' suoi maggiori; e v'ha chi aggiugne di avergli anche minacciata guerra per questo.