Annali d'Italia, vol. 2 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750
Part 19
Ora le nuove della pericolosa malattia di esso Teodosio, la quale probabilmente fu lunga, fecero muovere dalle Gallie l'Augusto Graziano, temendo egli, che se in congiunture di tanto scompiglio fosse mancato di vita il collega, ne avrebbono trionfato i Barbari, e avrebbe potuto insorgere qualche tiranno in Oriente. Perchè dovettero poi di mano in mano venir nuove migliori della di lui salute, perciò si andò egli fermando in Italia; e noi il troviamo anche sul fine di giugno in Aquileja. Buona apparenza ancora c'è ch'egli passasse a Sirmio verso il principio di settembre, per abboccarsi con Teodosio, e conferir seco intorno ai presenti bisogni; perchè nel concilio d'Aquileia, tenuto nell'anno seguente, si legge ch'egli, stando in Sirmio, avea dati gli ordini per quella sacra assemblea. Scrivendo poi san Prospero[772], che mentre Teodosio si trovava infermo in Tessalonica, Graziano giudicò bene di far pace coi Goti; questo, se è vero, ci fan intendere la grave apprensione d'esso Augusto che fosse per mancare quel buon principe: laonde egli cercò di rimediare il meglio che potè alle perniciose conseguenze che per sì gran perdita si poteano temere. Idazio[773] scrive che Graziano riportò qualche vittoria nell'anno presente, ma senza dire se nell'Illirico, oppure nelle Gallie. Parla ancora d'altre conseguite da Teodosio, e con lui si accordano Marcellino conte[774], Filostorgio[775] e il Nazianzeno, ma senza che apparisca circostanza alcuna di sì favorevoli avvenimenti. Per lo contrario Zosimo, scrittore pagano[776], che per l'odio suo verso di Teodosio distruttore del gentilesimo, si studia di avvelenar, per quanto può, tutte le di lui azioni, racconta, che entrato l'esercito dei Goti nella Macedonia, Teodosio marciò contra di loro con quelle forze che potè adunare. Ma una notte i Goti, segretamente secondati dai lor disertori che si erano arrolati fra i Romani, passato il fiume, penetrarono nel campo dei Cristiani e a dirittura andarono dove era maggior copia di fuochi, immaginando che quivi fosse il quartiere dell'imperadore. Ebbe tempo Teodosio di montar a cavallo e di salvarsi. Fecero i suoi gagliarda resistenza ai Barbari con una strage grande d'essi, ma soperchiati in fine dall'esorbitante numero de' nemici, quivi lasciarono le lor vite. In questa occasione Zosimo fa il pedante addosso a Teodosio, tacciandolo di poca avvertenza per aver ammessi tanti Barbari nelle armate romane, pretendendo che costoro fossero segretamente congiurati per rivoltarsi, allorchè si trovassero assai cresciuti di numero. Vero è che, accortosi Teodosio di questo pericolo, prese lo spediente di inviarne una gran parte di guarnigione in Egitto sotto il comando di _Ormisda_, che altrove vedemmo figliuolo di un Sapore re di Persia. Ma costoro, non volendo alcun freno di disciplina, viveano a discrezione, prendendo i viveri senza pagare; s'intendevano con gli altri Goti nemici; e colle loro insolenze guastavano tutto l'ordine delle armate romane. Aggiunge finalmente Zosimo, aver Teodosio con gran rigore esatti i pubblici tributi, con ridurre in camicia molti de' suoi sudditi, di maniera che non si udivano che lamenti dappertutto, augurandosi molti d'essere piuttosto sotto i Barbari, che vivere nelle terre romane. Così quel nemico del nome cristiano. Ma può dubitarsi della verità di questi fatti, giacchè il dirsi da lui, che dopo quella notturna vittoria i Barbari divennero padroni della Macedonia e Tessalia, resta smentito dall'autentica testimonianza di sant'Ambrosio[777], che scrive avere il santo vescovo Acolio più volte difeso colle sue preghiere a Dio da coloro la città di Tessalonica. Ed in essa città le leggi del Codice Teodosiano ci assicurano che Teodosio soggiornò per la maggior parte dell'anno presente. Venuto poi il novembre, egli passò a Costantinopoli, dove dice Zosimo[778] per irrisione, ch'egli entrò come trionfante, quasi che avesse riportato delle vittorie e non delle busse; e che poi si diede alle delizie. Opponsi alle dicerie di costui il giovine Aurelio Vittore[779], il qual si crede vivuto in questi medesimi tempi, scrivendo egli tutto il contrario. L'elogio ch'ei fa di Teodosio, lo vedremo a suo tempo. E già abbiam detto che altri storici attribuiscono a Teodosio delle vittorie in questo medesimo anno.
Entrò il buon imperadore in Costantinopoli nel dì 24 di novembre (dovendosi leggere così nel testo d'Idazio[780]), dove fu ricevuto con gran festa. Una delle sue prime gloriose azioni fu di levar tutte le chiese agli Ariani, e di consegnarle a san _Gregorio Nazianzeno_[781], che governava allora il corpo dei cattolici di quella metropoli, finchè fosse eletto un vescovo della vera credenza. Lo stesso Augusto in persona gli diede il possesso di quella cattedrale, occupata per quarant'anni dalla setta ariana; e ciò seguì senza tumulto alcuno, e con gran gioia di tutti i cattolici. Varie leggi pubblicate nell'anno presente da questo saggio e pio imperadore, si veggono registrate nel Codice Teodosiano. In una di esse proibì ai giudici le azioni criminali ne' quaranta giorni della quaresima. Con un'altra intimò delle pene alle donne che si rimaritavano entro il termine dello scorruccio, ridotto allora ad un anno, applicando i lor beni agli eredi naturali, e non al fisco. Altre sue leggi dichiararono che chiunque avrà ottenuto dalla camera imperiale beni caduchi, e rimasti senza possessori legittimi, debba comparire colla spia ossia col denunziatore, da cui sia venuta la scoperta, che que' beni fossero caduchi, per provarne la verità. Se l'avviso era falso, s'intimava la pena capitale. Nè già lasciava Teodosio di odiar le spie, come professione troppo odiosa e turbatrice della pubblica quiete: il perchè volle che simili denunziatori, se per tre volte avessero dati simili avvisi, fossero puniti coll'ultimo supplizio. Ad impedire ancora le accuse di lesa maestà, portate da alcuni anche contra persone innocenti per profittar del confisco de' beni, decretò che questi tali non potessero mai ottener somiglianti beni. Prendeva in addietro il fisco tutte le sostanze dei banditi e relegati. Teodosio volle che loro si lasciasse la metà di essi beni, da essere compartita co' figliuoli. I beni poi de' condannati a morte (se pure non v'ha sbaglio in un'altra legge) volle che restassero intieramente ai lor figli o nipoti. Con altro editto comandò che non si potesse dar sentenza contra degli accusatori, se non si costituivano prigioni anch'essi. Nella qual congiuntura prescrisse de' buoni regolamenti in favore dei prigionieri, acciocchè non fossero maltrattati dai guardiani delle carceri, o detenuti più del dovere in quelle miserie. Per conto di chi avesse trovato un tesoro, vuole che tutto appartenga all'inventore, se l'ha scoperto nel proprio fondo. Ma se nel fondo altrui: un quarto ne vada al padrone del luogo. Altre sue leggi io tralascio, tutte tendenti al pubblico bene. Circa questi tempi pare che mancasse di vita _Sapore_ re di Persia, quel medesimo che tanto da fare avea dato in addietro ai Romani[782]. A lui succedette _Artaserse_ suo fratello, o piuttosto suo figliuolo, come si ha da Eutichio[783].
NOTE:
[766] Gothofred., Chronol. Cod. Theodos.
[767] Anecdot. Latin., Tom. I, Disser. X.
[768] Sozom., lib. 7, c. 4.
[769] Socrat., l. 5, cap. 6.
[770] Ambr., Epist. XXI et XXII.
[771] L. 1, cunctos Popul. De Fide Catholica, Cod. Theodos.
[772] Prosper, in Chron.
[773] Idacius, in Fastis.
[774] Marcellinus Comes, in Chronico.
[775] Philostorgius, lib. 9, c. 19.
[776] Zosimus, lib. 4, c. 31.
[777] Ambr., Ep. XXII.
[778] Zosimus, lib. 4, cap. 33.
[779] Aurel. Victor, in Epitome.
[780] Idacius, in Fastis.
[781] Gregorius Nazianz., Carm. 1. Marcellin., in Chronico.
[782] Agath., lib 4.
[783] Eutych., in Histor.
Anno di CRISTO CCCLXXXI. Indiz. IX.
DAMASO papa 16. GRAZIANO imperadore 15. VALENTINIANO II imperad. 7. TEODOSIO imperadore 3.
_Consoli_
FLAVIO SIAGRIO e FLAVIO EUCHERIO.
Abbiamo da Temistio che _Eucherio_, console fu zio paterno di Teodosio Augusto. Zosimo[784] parla del medesimo, e sembra chiamarlo zio dell'imperatore Arcadio, e per conseguente fratello, e non zio del medesimo Teodosio. Ma Temistio parla chiaro, e Zosimo vorrà dire gran zio. Dello varie dignità sostenute da _Siagrio_ primo console, è da vedere il Gotofredo[785]. La prefettura di Roma nelle leggi del Codice Teodosiano si trova amministrata da _Valeriano_. Per quanto poi si raccoglie dalle date di alcune di esse leggi, le quali è da dubitare se tutte sieno giuste, Graziano Augusto sul fine di marzo era in Milano, sul principio di maggio in Aquileia, verso il fin di settembre in Treveri, e in Aquileia sul fine dell'anno. Questi salti dalle Gallie in Italia e dall'Italia nelle Gallie non paiono molto verisimili. Confermò egli con suo rescritto[786] ad Antidio, vicario di Roma, il lodevol uso introdotto da Valentiniano suo padre di far grazia ai rei per la solennità della Pasqua, ma con eccettuare i colpevoli di enormi delitti pregiudiciali alla quiete del pubblico. Uno de' motivi probabilmente, per i quali Graziano con Valentiniano suo fratello si portò ad Aquileja fu un riguardevol concilio tenuto ivi nel settembre di quest'anno, essendo vescovo di quella città san _Valeriano_, uno de' più insigni prelati dell'Occidente. V'intervenne ancora sant'_Ambrosio_ vescovo di Milano, con farvi la prima figura. Trovavasi intanto Teodosio Augusto in Costantinopoli in molte angustie, perchè un nuvolo di Goti era ritornato nella Tracia. Avendo egli fatto nell'anno addietro istanza di soccorsi all'imperadore Graziano, questi gl'inviò un corpo di gente[787] sotto il comando di _Bautone_ e di _Arbogaste_, di nazione Franchi, uffiziali, militanti al di lui servigio, amendue chiamati da Zosimo disinteressati, valorosi e ben pratici del mestier della guerra. Ma di Arbogaste vedremo a suo tempo un gran tradimento. Arrivati che furono essi nella Macedonia, se non falla esso Zosimo, i Goti giudicarono meglio di ritirarsi di là, e di ritornarsene nella misera Tracia, per rodere quel poco che vi restava di bene. Perchè trovarono sì smunto quel paese, nè poteano metter piede nelle città e castella forti, cominciarono in fine a trattar di pace: del che parleremo all'anno seguente. Già vedemmo negli anni addietro, chi fosse _Atanarico_ re de' Goti, il quale piuttosto veniva appellato giudice di quella nazione, uomo superbo, che nell'anno 369 per far pace con Valente Augusto l'obbligò a portarsi in mezzo al Danubio, col pretesto di un giuramento da lui fatto di non mettere mai piede nelle terre dei Romani. Da che piombò sopra i Goti il gran flagello degli Unni, ebbe quel Barbaro il sapere o la fortuna di conservare i suoi Stati, o almen parte di essi sino al precedente anno, in cui finalmente restò detronizzato, e costretto a cercar altro cielo[788]. Zosimo[789] pretende che egli fosse cacciato da Fritigerno, Aleteo e Safrace, capi della stessa nazione, che danzavano di qua dal Danubio sulle provincie romane. Nel racconto di Zosimo v'ha delle frottole, dando egli il nome di Alamanni a questi capi, facendoli venir dalla Germania verso la Pannonia, ed abbattere prima di ogni altra impresa Atanarico, perchè il videro costante nella pace fatta con Teodosio: cose tutte prive di sussistenza. Quel solo che abbiam di certo, si è che questo principe barbaro, spinto da qualche fiero temporale, pensò a rifugiarsi sotto le ali di Teodosio, senza far caso del giuramento poco fa accennato[790], e di sottomettere a lui sè stesso e i suoi Stati. Temistio, filosofo ed oratore, che nei primi mesi di questo anno recitò nel palazzo di Costantinopoli alla presenza di Teodosio la sua orazione XV, con esaltare le virtù di esso Augusto, adduce[791] appunto la venuta di questo barbaro fiero e superbo a mettersi senz'armi e senza condizioni in mano di Teodosio, per pruova del gran concetto di bontà e fedeltà in cui era esso imperadore.
Venne dunque Atanarico a Costantinopoli[792], e vi entrò nel dì 11 di gennaio[793], incontrato dallo stesso Teodosio fuori della città, ed accolto con tutte le dimostrazioni di stima e di amicizia. Ma probabilmente gli affanni da lui patiti il fecero da lì a poco cadere infermo, di modo che nel dì 25 di esso mese terminò i suoi giorni di morte naturale, come s'ha vari autori[794], e non già violenta, come ha il testo di Prospero[795], che dee essere corrotto, dovendosi quivi leggere _occidit_ colla seconda breve, in vece di _occiditur_. Se altrimenti fosse stato, Zosimo, sì facile a sparlare di Teodosio, non avrebbe certamente lasciato nella penna un tal fatto, cioè trascurata questa occasione per morderlo. Anzi da lui abbiamo ch'esso Augusto fece seppellire quel barbaro re con tal magnificenza, che ne restarono ammirati tutti i Goti del suo seguito, e crebbe in loro l'affezione e stima verso di un sì amorevol regnante con riuscir fedelissimi da lì innanzi nel suo servigio. Fa poi menzione il suddetto Zosimo[796] di una vittoria riportata da Teodosio contro gli Sciti e Carpadoci, barbari settentrionali, ch'erano corsi anch'essi di qua dal Danubio, al vedere sì fortunati ed arricchiti i Goti. Rimasero essi sconfitti in una battaglia da Teodosio, ed obbligati a ripassare il fiume. Di più non ne sappiamo; siccome nè pure di alcun'altra militare impresa d'esso imperadore spettante all'anno presente, si truova vestigio nelle antiche istorie. Ma s'egli nulla di più operò contra de' Barbari assassini del romano imperio, somma gloria almeno conseguì colla protezion della vera Chiesa e col suo zelo per estirpar l'eresie. Ardente era il suo desiderio di mettere una volta fine, se mai era possibile, a tante dissensioni intorno ai dogmi della religion cristiana, cioè di estinguire tutte le eresie che laceravano allora specialmente le provincie di Oriente[797]. Il perchè raunò dalle contrade di sua giurisdizione in Costantinopoli un concilio di centocinquanta vescovi, i quali nel maggio di quest'anno confermarono la dottrina del concilio Niceno, stabilirono la divinità dello Spirito Santo, ed accordarono al vescovo di Costantinopoli un privilegio di preminenza. Non fu esso concilio a tutta prima riguardato come generale; tale bensì tenuto fu, dacchè Damaso papa e i vescovi di Occidente l'ebbero confermato. Eletto fu circa questi tempi vescovo di Costantinopoli san _Gregorio Nazianzeno_, uno dei più illustri scrittori della Chiesa di Dio; ma poco tenne quella sedia per la gara ed invidia di molti altri vescovi; imperciocchè, veggendosi egli mal veduto da essi e da una parte del popolo, ottenuto il congedo dall'imperadore, si ritirò nella Cappadocia patria sua. Non fu men gloriosa per Teodosio una legge[798] da lui pubblicata prima del suddetto concilio del dì 10 di gennaio, con cui proibì a qualunque setta d'eretici, e particolarmente ai Fotiniani, Ariani ed Eunomiani, il tenere alcuna assemblea nella città; ed inoltre comandò loro di consegnare ai vescovi cattolici tutte le chiese da essi occupate. L'incumbenza di eseguir questo editto fu data a _Sapore_, uno de' più illustri generali di Teodosio[799], il quale fedelmente soddisfece alla pia intenzione del principe con gioia indicibile di tutti i cattolici; nè mancarono i vescovi d'Occidente di rendere per tanto suo zelo pubbliche azioni di grazie a Teodosio nei loro concilii. Con altra legge data nel dì 2 di maggio il piissimo imperadore levò la cittadinanza romana, e il poter far testamento a chi dei cristiani fosse divenuto pagano, intimando la stessa pena alle varie sette de' Manichei. Volle dipoi vietata agli Eunomiani ed Ariani il fabbricar nuove chiese entro e fuori della città. In somma si vede spedito da Dio questo piissimo imperadore per restituire il suo lustro al cattolicismo in Oriente; ed ancorchè non cessassero per questo gli eretici di diverse sette in quelle parti, perchè i saggi imperadori non amavano, di convertir col terror della mannaie alla vera fede i traviati; pure quanto venne esaltata la Chiesa cattolica, altrettanto calò l'albagia e potenza delle diverse eresie.
NOTE:
[784] Zosimus, lib. 5, cap. 2.
[785] Gothofred., Chronol. Cod. Theodos.
[786] L. 6, de indulgent. crimin. Cod. Theod.
[787] Zosimus, lib. 4, cap. 33.
[788] Marcellinus, in Chronic.
[789] Zosimus, lib. 4, cap. 34.
[790] Socrat., lib. 5, cap. 10.
[791] Themist., Orat. XV.
[792] Zosim., lib. 4, c. 34.
[793] Idacius, in Fastis.
[794] Marcellinus, in Chron. Orosius, lib. 7, c. 34.
[795] Prosper, in Chronic.
[796] Zosimus, ut supra.
[797] Socrates, lib. 5, c. 8. Theodor., lib. 5, cap. 7. Labbe Concil.
[798] L. 6, de Haeret., Cod. Theod.
[799] Theod., lib. 5, cap. 2.
Anno di CRISTO CCCLXXXII. Indizione X.
DAMASO papa 17. GRAZIANO imperadore 16. VALENTINIANO II, imperad. 8. TEODOSIO imperadore 4.
_Consoli_
ANTONIO ed AFRANIO SIAGRIO.
_Antonio_, primo console orientale, vien fondatamente creduto, dal padre Pagi, e da altri, padre di _Flacilla_, ossia _Placilla_, moglie di Teodosio Augusto. Quanto a _Siagrio_, console occidentale, egli è riputato personaggio diverso da _Siagrio_, stato console nell'anno precedente, perchè nei più dei Fasti antichi e nelle leggi si vede enunziato console, senza esprimere per la seconda volta. Dal padre Sirmondo e dal Gotofredo fu con buone ragioni creduto quell'_Afranio Siagrio_ console, di cui in più di un'epistola parla Sidonio Apollinare: perciò col Relando ho anch'io tenuto che gli si possa dare il nome di _Afranio_. In due luoghi del Codice Teodosiano comparisce Severo prefetto di Roma, se pur non vi ha errore, perchè in altre leggi di questo medesimo anno _Severo_ (se pure è lo stesso) si truova nominato prefetto del pretorio. Per la maggior parte dell'anno presente, siccome si ricava dalle date di varie leggi[800], Graziano Augusto dimorò in Italia, ora in Milano, ed ora in Brescia, Verona e Padova. Una d'esse leggi cel fa vedere in Viminacio, città della Mesia sul Danubio, di là da Belgrado nel dì 5 di luglio. Ma trovandosi nel dì 20 di giugno in Padova, non si può facilmente immaginar questo salto in un paese di tanta distanza. Però par giusta la conghiettura del Gotofredo, ch'essa legge fosse non già data, ma solamente pubblicata in Viminacio. Ora il soggiorno d'esso Graziano in Italia abbastanza compruova, che quantunque si creda assegnata essa Italia coll'Africa e coll'Illirico occidentale a Valentiniano II suo fratello, pure Graziano seguitava, a cagion della di lui tenera età, a ritenerne il governo. Fra le leggi spettanti a questo anno di esso Augusto Graziano, una ne abbiamo, con cui ordina a Severo prefetto di fare una rivista de' poveri che fioccavano alla ricca e limosiniera città di Roma, con separare i robusti ed atti a lavorare, e di dar questi per ischiavi, se sono di condizion servile, a chi gli ha scoperti, oppure, se liberi, di obbligargli al lavoro delle campagne. Anche nel codice di Giustiniano si truovano leggi per rimediare a questi truffatori delle limosine destinate ai veri ed inabili poveri. S. Ambrosio[801] si duole anch'egli di questo abuso, e forse da lui venne il consiglio per provvedervi. Almeno è probabile che ad istanza sua Graziano con un'altra legge ordinasse[802], che quando i delinquenti fossero condannati a morte o ad altre severe pene, si aspettasse trenta giorni ad eseguirle. Dovea essere succeduto che qualche innocente avesse patita la morte, e che dopo alcun tempo si fosse scoperta la di lui innocenza. Ma quell'azione di Graziano, che fece più strepito nell'anno presente, fu l'ordine da lui dato, che si levasse dalla sala del senato romano la statua e l'altare della Vittoria, sopra il quale si facevano i giuramenti, ed i pagani soleano offerire dei sagrifizii. Inoltre fece occupar dal fisco tutte le rendite destinate al mantenimento di quei sacrifizii e dei pontefici gentili[803]: abolì ancora ogni privilegio conceduto dai predecessori a tutti i ministri degl'idoli, per la gola dei quali anche alcuni Cristiani deboli aveano rinunziato alla lor fede per farsi pagani. Fin qui le vergini vestali di rito gentile aveano pacificamente esercitato in Roma il loro mestiere. Graziano non le cassò già, ma tolse loro tutti i privilegi e le esenzioni, e comandò che si applicassero al fisco tutti gli stabili che per testamento fossero lasciati a quelle false vergini ed anche ai templi e ministri degl'idoli. Gran rumore e lamenti ne fecero i senatori, buona parte tuttavia pagani; e però _Simmaco_, celebre personaggio ed uno di essi, fu delegato in compagnia di altri, per portare a Graziano a nome del corpo del senato un memoriale pieno di doglianze per questo cotanto loro dispiacevole editto. Ma i senatori cristiani, che non erano pochi, fecero una protesta in contrario, ch'essi non acconsentivano alle istanze dei pagani, e formarono un'altra supplica in contrario, dichiarando che non interverrebbono più al senato, qualora vi si rimettesse quell'obbrobrio. Inviato quest'altro memoriale da papa Damaso a sant'Ambrosio, cagion fu che Graziano stesse saldo nel suo proposito, nè volesse dar orecchio al ricorso de' gentili. A ciò dovette anche contribuire la pia eloquenza di esso sant'Ambrosio, che godeva una singolar confidenza presso di questo imperadore. Qui nondimeno non finì la faccenda, siccome vedremo.