Annali d'Italia, vol. 2 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750
Part 18
Terminata la sanguinosa battaglia coll'eccidio de' Romani, nel dì seguente i vittoriosi Goti, ben informati che in Andrinopoli erano ricoverati i tesori e i principali uffiziali della corte, volarono ad assediar quella città[727]. Ma, privi affatto di attrezzi militari, e non pratici della maniera di formar assedii, diedero ben dei feroci assalti, ma con loro gran perdita furono respinti, in guisa tale, che scorgendo l'impossibilità di quell'impresa, se ne partirono. Andarono poscia a mettere il campo in vicinanza della città di Perinto, ma senza osare di assalir quella città, intenti unicamente al saccheggio di quel fertile paese, con ammazzare o fare schiavi quanti infelici contadini cadevano nelle loro mani[728]. Di là facevano varie scorrerie sino a Costantinopoli; ma dalla cavalleria de' Saraceni, che era alla guardia di quella città, riportarono varie percosse; e però giudicarono meglio di spendere altrove il tempo e i passi. Diedersi dunque pel restante di quest'anno a scorrere e saccheggiare per la Tracia, Mesia e Tartaria minore senza trovare in luogo alcuno opposizione. Troppo erano sbigottiti, troppo avviliti i Romani. Ebbe perciò a dire uno dei principali Goti[729], che si maravigliava molto dell'imprudenza di essi Romani, perchè non solamente negavano di ceder loro quelle provincie, ma speravano ancora di vincere, quando poi si lasciavano scannare come tante pecore; e che quanto a lui era già stanco per non aver fatto altro che ucciderne. Parimente Eunapio[730] attesta che in quei tempi, siccome i Goti tremavano all'udire il nome degli Unni, altrettanto facevano i Romani udendo il nome dei Goti: a tale stato avea la empietà e la imprudenza di Valente e dei suoi cattivi ministri ridotto il romano imperio in quelle parti. Nè già si fermò nella Tracia e nei vicini paesi la rabbia ed avidità di quei Barbari; passò nell'Illirico stendendo coloro i saccheggi sino ai confini dell'Italia. Di questa favorevol congiuntura si prevalsero anche gli Alani i Quadi e Sarmati per venire di qua dal Danubio, e devastar quanto paese poterono: il flagello di tanti Barbari durò poi più anni coll'esterminio delle misere provincie romane. S. Girolamo[731] circa l'anno di Cristo 396 fece un lagrimevol ritratto di tante disavventure, con dire che correano già venti anni, dacchè i Goti, Sarmati, Quadi, Alani, Unni, Vandali e Marcomanni continuavano a saccheggiare e guastare la Scizia romana, la Tracia, la Macedonia, la Dardania, la Dacia, la Tessalia, l'Acaia, i due Epiri, la Dalmazia, e le due Pannonie. Si vedevano uccisi o condotti in ischiavitù fino i vescovi, non che gli altri del popolo; svergognate le nobili matrone e le sacre vergini, uccisi i preti e gli altri ministri dei santi altari; smantellate o divenute stalle di cavalli le chiese, e conculcate le sacre reliquie. In una parola, tutto era pieno di gemiti e grida, ed altro dappertutto non si vedeva se non un orrido aspetto di morte, andando in rovina l'imperio romano, ancorchè neppure per tante percosse della mano di Dio la superbia degli uomini si potesse piegare. Altrove attesta il medesimo santo[732], che l'Illirico composto di varie provincie, la Tracia e la Dalmazia sua patria, erano restate paesi incolti, senza abitatori, senza bestie, e divenuti boschi e spinai. Altrettanto va deplorando i mali di allora s. Gregorio Nazianzeno[733]. Era in pericolo di partecipar di somiglianti sciagure anche l'Asia[734], dove si trovava dianzi gran copia di Goti, i quali, all'udire i fortunati avvenimenti dei lor nazionali in Europa, già cominciavano a macchinar sedizioni nelle città d'Oriente. Ma, accortosene _Giulio_ generale dell'armi in quelle parti, seppe così accortamente dar gli ordini opportuni a diverse di quelle città, che un determinato giorno li fece tutti tagliare a pezzi. Con questo racconto termina Ammiano Marcellino la sua storia, siccome ancora s. Girolamo la sua cronica, continuata dipoi da Prospero Aquitano.
Scappato per sua buona ventura dall'infausta battaglia di Andrinopoli _Vittore_ generale di Valente, con quella poca cavalleria che restò illesa, traversò la Macedonia, ed arrivò a trovar Graziano Augusto, il quale, udite le triste nuove della suddetta battaglia e della morte dell'Augusto suo zio, se n'era tornato a Sirmio. Perchè ci abbandona qui Ammiano, cominciamo a penuriar di notizie, e niun preciso lume abbiamo di quello che operasse di poi esso Augusto. V'ha chi pretende[735] ch'egli tosto passasse a Costantinopoli, per prendere il possesso degli stati che in Oriente godeva l'estinto Valente; ma di ciò niun vestigio s'incontra altrove, e noi il troveremo anche nel gennaio del seguente anno in Sirmio[736]. Quel che è certo, giacchè Valente non lasciò dopo di sè alcun figlio maschio, ma solamente due figliuole, appellate _Carosa_ ed _Anastasia_, Graziano pacificamente venne riconosciuto per lor sovrano dalle provincie orientali, e massimamente dal popolo di Costantinopoli. Ma ritrovando egli sì sconvolti gli affari della Tracia e dell'Illirico a cagion del diluvio di tanti Barbari, e Barbari insuperbiti per la riportata gran vittoria, allora fu che richiamò alla corte _Teodosio il giovane_, il quale, dopo la morte indebitamente data a Teodosio suo padre governatore dell'Africa, si era ritirato ad una vita privata ed occulta nella Spagna sua patria. Conosceva Graziano il valore, la prudenza e le altre virtù di questo uffiziale, e che potea promettersi un buon servigio da lui in sì scabrose contingenze, e però venuto ch'egli fu, gli diede il comando di una parte della sua armata. Se si ha da credere a Teodoreto[737] non perdè punto di tempo il generale Teodosio a marciare contra dei Barbari, cioè, per quanto pare, dei Sarmati, e diede loro una considerabile rotta, obbligando quei che sopravanzarono al filo delle spade[738] a salvarsi di là dal Danubio. Ne portò egli la nuova a Graziano, il quale a tutta prima durò fatica a crederla, finchè gli fu confermata da più persone la verità di quel fatto. Gran merito si fece presso di lui Teodosio con questa prima azione.
NOTE:
[703] Gothofred., in Chronolog. Cod. Theodos.
[704] Ammian., lib. 31, cap. 10.
[705] Orosius, lib. 7, cap. 33.
[706] Hieronymus, in Chronic.
[707] Cassiodorus, in Fast.
[708] Aurelius Vict., in Epitome.
[709] Gothofred., in Chronolog. Cod. Theod.
[710] Pagius, Crit. Baron.
[711] Hermant, Vie de Saint Basil.
[712] Tillemont, Mémoires des Empereurs.
[713] Ammian., lib. 31, cap. 10.
[714] Aurelius Victor, in Epit.
[715] Zosimus, lib. 4, cap. 21.
[716] Eunap., de Legat.
[717] Idacius, in Fastis.
[718] Socrat., lib. 4, cap. 31.
[719] Sozom., lib. 4. cap. 40. Theodoret., lib. 4, c. 41. Theophan., Chronogr. Zonar., in Annalib.
[720] Zosimus, lib. 4, cap. 23.
[721] Idacius, in Fastis. Socrates, lib. 4, cap. 28. Ammianus, lib. 31, cap. 12.
[722] Ammian., lib. 31, cap. 13. Socrates, lib. 4, cap. 36. Sozom., lib. 6, cap. 40. Liban., in Vita sua.
[723] Hieron., in Chron. Victor, in Epit. Ammian., l. 31, c. 14.
[724] Rufinus, Zosimus, Orosius, Socrates, Sozomen. et alii.
[725] Ammian., lib. 31, cap. 1.
[726] Themist., Or. XI.
[727] Ammian., lib. 3, cap. 15. Socrat., l. 4, cap. 1.
[728] Idacius, in Fastis.
[729] Chrysost., ad Viduam.
[730] Eunap., de Legat.
[731] Hieron., in Epitaph. Nepotian., ad Heliod.
[732] Idem, in Sophon., cap. 1.
[733] Gregorius Nazianzen., Orat. XIV.
[734] Ammianus, lib. 31, cap. 16. Zosimus, l. 4, c. 26.
[735] Pagius, Crit. Baron.
[736] Gothofr.
[737] Theodor., lib. 5, cap. 5.
[738] Pacatus, in Panegyr.
Anno di CRISTO CCCLXXIX. Indizione VII.
DAMASO papa 14. GRAZIANO imperadore 13 VALENTINIANO II imperad. 5. TEODOSIO imperadore 1.
_Consoli_
DECIMO MAGNO AUSONIO e QUINTO CLODIO ERMOGENIANO OLIBRIO.
_Ausonio_, primo di questi due consoli, celebre scrittore dei presenti tempi, quel medesimo è che, nato nelle Gallie in Bordeaux di mediocre famiglia, avea avuto l'onore di essere maestro di Graziano Augusto. La gratitudine di questo principe, arrivato che fu al governo degli stati, non si restrinse solamente a farlo prefetto del pretorio delle Gallie; il volle anche rimunerare colla più cospicua dignità dell'imperio, creandolo console nell'anno presente. Si disputa tuttavia, se egli fosse cristiano o pagano[739]. Alcuni suoi versi (se pure sono tutti di lui) cel rappresentano professore della fede di Cristo; il complesso nondimeno di tanti altri suoi versi pieni di paganesimo, e di sordide impurità, porge sospetto giusto ch'egli fosse un gentile. Certamente s'egli fu cristiano, dovette esser tale più di nome che di fatti: tanto que' suoi poemi svergognano la professione di sì santa religione. L'altro console, cioè _Olibrio_, quello stesso è che abbiam veduto in addietro prefetto di Roma. Nell'anno presente, se non son fallati i testi del Codice Teodosiano[740], essa prefettura fu appoggiata ad _Ipazio_. Passò l'Augusto Graziano il verno in Sirmio, e quivi riflettendo al miserabil sistema dei tempi correnti per la inondazione di tante nazioni barbariche nell'Illirico e nella Tracia, con essere nello stesso tempo minacciate anche le Gallie dagli Svevi ed Alamanni; conoscendo inoltre che non era possibile a lui solo il sostenere in tali circostanze il peso dell'occidentale e insieme dell'orientale imperio, trovandosi il fratello Valentiniano in età puerile, e che bisogno ci era di un braccio forte per rimediare ai presenti disordini e ai maggiori pericoli dell'avvenire, determinò di scegliere un collega nell'imperio[741]. Si fermarono i suoi sguardi e riflessi (giacchè trovar non dovette alcuno dei suoi parenti atto a sì gran soma) sopra _Teodosio il giovane_, da lui poco fa alzato al grado di generale, personaggio che negli anni addietro, ed ultimamente ancora, si era segnalato in varie imprese militari. Però chiamatolo a Sirmio nel dì 19 (Socrate scrive nel dì 16) di gennaio dell'anno presente, ancorchè trovasse in lui della ripugnanza non finta, il dichiarò _imperadore Augusto_[742], con approvazione e plauso di chiunque non penuriava di giudizio. Era Teodosio nato in Ispagna in Cauca città della Galizia, e non già in Italica patria di Traiano, come scrisse Marcellino conte; e quantunque non manchino scrittori che il fanno discendente da esso Traiano[743], pure gran pericolo vi ha che figlia dell'adulazione fosse la voce di una tal parentela. Certo è bensì che nei pregi egli somigliò non poco a quel rinomato Augusto, e non già ne' vizii. Ebbe per padre, siccome dicemmo, quel _Teodosio_ conte, valoroso generale, che per ordine dello sconsigliato Graziano Augusto fu ucciso in Africa. _Onorio_ vien malamente appellato suo padre da Vittore[744], il quale dà il nome di _Termanzia_ alla di lui madre. Intorno a vari suoi fratelli e parenti hanno disputato gli eruditi[745], ma io non vo' fermare i lettori in sì spinose ricerche. Credesi che Teodosio, allorchè fu alzato al trono, si trovasse nel più bel fiore della sua età, cioè di circa trentatrè anni. Aveva per moglie _Elia Flacilla_, nominata per lo più dagli scrittori greci[746] _Placilla_, ed anche _Placidia_, da alcuni creduta figliuola di quell'Antonio che vedremo console nell'anno 382. Delle rare qualità e virtù di questo novello Augusto, per le quali si meritò il nome di _grande_, ragioneremo altrove. Per ora basterà il dire ch'egli aveva ereditato dai suoi maggiori l'amore della religion cristiana, tuttochè per anche non avesse ricevuto il sacro battesimo, secondo l'uso od abuso di molti d'allora; ma che poco tarderemo a vederlo entrato pienamente nella greggia di Cristo, con divenir poi da lì innanzi il più luminoso de' suoi pregi la pietà e l'amor della vera religione.
Fu dunque di nuovo partito il romano imperio. _Graziano_ ritenne per sè l'Italia, l'Africa, la Spagna, la Gallia e la Bretagna. Vuol Zosimo[747] che esso Graziano assegnasse a _Valentiniano II_ suo fratello minore le due prime provincie coll'Illirico, e taluno pensa ciò fatto nell'anno presente; ma Graziano, attesa la tenera età di esso Valentiniano, almen come tutore, continuò anche da lì innanzi a comandare in tutte le suddette provincie di sua porzione. A _Teodosio_ toccò Costantinopoli colla Tracia, e tutte le Provincie dell'Oriente colle quali solea andar unito l'Egitto: Sozomeno[748] vi aggiugne anche l'Illirico: per la qual asserzione gli vien data una mentita dal Gotofredo[749], perchè di ciò non parlano gli altri storici; e molto più perchè ci son pruove che Valentiniano iuniore signoreggiò in esso Illirico. Ma il padre Pagi[750] e il Tillemont[751] eruditamente ha dimostrato che l'Illirico fu in questi tempi diviso in occidentale ed orientale. Nel primo si contavano le due Pannonie, i due Norici e la Dalmazia. Nell'altro la Dacia, la Macedonia, i due Epiri, la Tessalia, l'Acaia e l'isola di Creta. Restò in potere di Graziano l'occidentale, e l'altro pervenne a Teodosio. Dopo avere in questa guisa regolati i pubblici affari, Graziano si mise in viaggio per ritornar nelle Gallie. Le leggi[752] del Codice Teodosiano cel fanno vedere in Aquileia sul principio di luglio, sul fine in Milano. Professava questo principe una particolar amicizia e confidenza con sant'_Ambrosio_ arcivescovo dell'ultima città suddetta; e per le istanze di lui questo insigne pastore scrisse i suoi libri della Fede. All'incontro per le premure di sant'Ambrosio si può ben credere che esso Augusto pubblicasse in Milano nel dì 3 di agosto una legge[753] riguardante gli eretici. Aveva egli nell'anno precedente, mentre dimorava in Sirmio, con suo editto permessa la libertà a tutte le sette degli eretici[754] a riserva degli Eunomiani, Manichei e Fotiniani, accomodandosi alla necessità de' tempi e per guadagnarsi gli animi degli Orientali, gente avvezza alle novità e alle eresie. Ora colla legge suddetta emanata in Milano egli proibì a tutti gli eretici di predicare i lor falsi dogmi, e di tener delle assemblee, e di ribattezzare: il che massimamente si usava dai Donatisti. Se non prima, certamente dimorando Graziano in Milano, gli dovettero giugnere avvisi che gli Svevi e gli Alamanni faceano de' fieri movimenti, e già erano passati di qua dal Reno ai danni delle Gallie. Prese egli dunque il cammino frettolosamente per la Rezia alla volta di Treveri[755], dove una sua legge cel rappresenta già arrivato nel dì 14 di settembre. Abbiamo ben da Sozomeno[756] che l'armi sue ripulsarono i Barbari della Germania, giunto ch'egli fu colà; ma non parlandone Ausonio nel suo panegirico, si può giustamente dubitar di tali imprese. Non può già restar dubbio intorno al tempo in cui esso Ausonio recitò il suo panegirico in rendimento di grazie a questo Augusto pel consolato suo, essendo ciò avvenuto dappoichè lo stesso Graziano si fu restituito a Treveri, e però non nel principio dell'anno presente, ma almen dopo l'agosto, e più probabilmente verso il fin di quest'anno. Nè si dee tralasciare che san Prospero, nella sua cronica[757] intorno a questi tempi comincia a farci udire il nome de' popoli _longobardi_, conosciuti nondimeno fino ai suoi tempi da Cornelio Tacito; e questi son quegli stessi che due secoli dopo vennero a recar tanti affanni all'Italia. Scrive egli che questa nazione uscita dalle estremità dell'Oceano o della Scandinavia, cercando miglior nido, sotto la condotta di Ibor e Aione lor capi, vennero verso la Germania, e mossa guerra ai Vandali, li vinsero, piantandosi, come si può credere, nel loro paese.
Restò l'Augusto Teodosio, dopo la partenza di Graziano, nell'Illirico, attorniato bensì dagli splendori dell'eccelsa novella sua dignità, ma insieme in una immensa confusione di cose. Piene tutte le contrade dell'Illirico e della Tracia di Barbari[758] orgogliosi, che in niun luogo trovavano resistenza; i popoli o trucidati, o avviliti dal terrore, o fatti schiavi; egli senza armata valevole a far fronte, e que' pochi combattenti romani che vi restavano chiusi nelle città e castella, senza osar di muovere un passo contra di quella gente fiera e vincitrice. Contuttociò Teodosio animosamente si applicò alla cura di tante piaghe, dichiarando suoi generali _Ricomere_ e _Majorano_ che con fedeltà e bravura secondarono le sue disposizioni. Venuto a Tessalonica ossia a Salonichi, nel giugno di quest'anno quivi ricevette gli omaggi di molte città che gli spedirono i lor deputati. _Temistio_ sofista[759] specialmente fu uno degl'inviati dal senato e popolo di Costantinopoli, che non dimenticò di procurar privilegi e vantaggi per i senatori di quella regal città. Attese Teodosio in Tessalonica ad unir quanta gente potè atta alle armi, prendendo coloro ancora che lavoravano alle miniere, come avvezzi ad una vita dura e faticosa. Tutti gli addestrò in breve all'arte e disciplina militare, e restituì il coraggio a chi lo avea perduto. Poscia allorchè si vide assai forte, uscì in campagna, e cominciò a dar la caccia alle nazioni barbare. Prosperose furono in più incontri le armi di lui. Idacio[760] e Prospero[761] scrivono aver egli riportate molte vittorie de' Goti, Alani ed Unni, e che nel dì 17 di novembre le liete nuove ne furono portate a Costantinopoli[762]. Non ci resta scrittore che più precisa memoria di que' fatti ci somministri, fuorchè Zosimo[763], il quale parla di un solo di essi, molto vantaggioso ai Romani. _Modare_, nato di regal sangue in Tartaria, essendo passato al servigio de' Romani, tal credito si era acquistato colle sue azioni guerriere, che pervenne al grado di generale. Essendo egli andato un dì colle truppe di suo comando a portarsi sopra una collina, fu avvertito dalle spie che un grossissimo corpo di Barbari era venuto ad accamparsi al piede di quella collina, e che tutti stavano a tavola in gozzoviglia, tracannando i vini rubati. Li lasciò egli ben bene aborracchiare e prendere sonno; ed allora coi suoi quietamente calò, e diede loro addosso. Tutti a man salva gli uccise, e dipoi prese le donne e i fanciulli con quattromila carrette, sulle quali in vece di letto posavano ed erano condotte in volta le loro famiglie. Dalle lettere di san Gregorio Nazianzeno[764] par che si possa ricavare che il suddetto general Modare fosse cristiano e cattolico. Tra questi fortunati combattimenti, e l'aver Teodosio tratte alcune altre brigate di que' Barbari a chieder pace e a dargli ostaggi[765], o pure ad arrolarsi nell'esercito suo (che di questo ripiego si servì egli ancora per maggiormente sminuire il numero de' nemici) cangiarono faccia gli affari, e non passò il presente anno, che la Tracia respirò, e si vide tutta o quasi tutta libera dal peso di que' crudi masnadieri.
NOTE:
[739] Scalig. Cave, Tillemont et alii.
[740] Gothofr., Chronol. Cod. Theodos.
[741] Themistius, Orat. XIV.
[742] Pacatus, in Panegyr. Idacius, in Chronic. Zos. lib. 4, cap. 24. Chronicon Alexandrin. Prosper., in Chronic.
[743] Socrates, Hist. Eccl. Victor, in Epitome. Claudian. et alii.
[744] Victor, in Epitome.
[745] Tillemont, Mémoires des Empereurs.
[746] Du-Cange, Hist. Byzant.
[747] Zosimus, lib. 4, cap. 19.
[748] Sozom., Histor. Eccl., lib. 7, cap. 14.
[749] Gothofred., Chronol. Cod. Theodos.
[750] Pagius, Crit. Baron. ad ann. 380.
[751] Tillemont, Mémoires des Empereurs.
[752] Gothofred., Chronol. Cod. Theodos.
[753] L. 5, de Haeret. Cod. Theodos.
[754] Suidas, verbo _Gratianus_. Socrates, l. 5, cap. 2 et 4. Sozomenus, lib. 7, cap. 1.
[755] Auson., in Panegyr.
[756] Sozom., ib., cap. 4.
[757] Prosper, in Chron.
[758] Themist., Orat. XVI. Zosim., lib. 4, cap. 25.
[759] Idem, Orat XIV.
[760] Idacius, in Fastis.
[761] Prosper, in Chronic.
[762] Sozom., lib. 4, cap. 25.
[763] Zosim., ibid.
[764] Gregor. Nazianz., Epist. CXXXV et seq.
[765] Sozom., lib. 7, cap. 4.
Anno di CRISTO CCCLXXX. Indizione VIII.
DAMASO papa 15. GRAZIANO imperadore 14. VALENTINIANO II, imperad. 6. TEODOSIO imperadore 2.
_Consoli_
FLAVIO GRAZIANO AUGUSTO per la quinta volta, e FLAVIO TEODOSIO AUGUSTO.
Le leggi del Codice Teodosiano[766] ci danno prefetto di Roma nell'anno presente _Paolino_. Che questi non fosse quel Paolino, il quale fu poi vescovo santo di Nola, come si diede a credere il cardinal Baronio, forse sufficientemente l'ho io provato altrove[767]. Passò Graziano Augusto il verno di quest'anno in Treveri, e dopo il dì 13 di febbraio sen venne in Italia, trovandosi egli in Aquileia nel dì 14 di marzo, e in Milano nel dì 24 e 27 d'aprile. Il motivo di questo viaggio abbiamo ragion di credere che fosse la malattia mortale, da cui fu sorpreso Teodosio Augusto, mentre soggiornava in Tessalonica nei primi mesi dell'anno presente, secondochè si ricava da Sozomeno[768], a cui in questo proposito pare dovuta più fede che a Socrate[769], il quale cel rappresenta caduto infermo negli ultimi mesi. Benchè questo buon principe col cuore e colle opere si fosse mostrato fin qui cristiano, pure non avea per anche preso il sacro battesimo. Il pericolo che gli sovrastò per quel malore, servì a lui di stimolo per non differir maggiormente di chiedere, e con ansietà, il lavacro della regenerazione, affin di ottenere il perdono de' suoi peccati. Per buona fortuna di lui e della Chiesa cattolica si trovò vescovo di Tessalonica in questi tempi sant'_Ascolio_ ossia _Acolio_, prelato di eminenti virtù. Anche per gl'interessi temporali grande obbligo a lui professava la sua città; imperciocchè, per attestato di sant'Ambrosio[770], nel tempo che tutto l'Illirico era inondato e desolato dai Barbari, egli non solamente preservò Tessalonica dai loro insulti, ma li cacciò ancora dalla Macedonia, non già colla forza delle armi, ma unicamente colle sue preghiere a Dio, da cui inviata la peste nel barbarico esercito, obbligò quella fiera gente a fuggirsene e a liberar il paese. Chiamato da Teodosio il santo vescovo, volle prima esso Augusto saper da lui qual fede egli professasse, e qual fosse la vera in mezzo a tante sette che tutte professavano la legge di Gesù Cristo. Il buon prelato gli disse di seguitar la dottrina insegnata dagli Apostoli, professata dalla Chiesa romana, capo di tutte, e stabilita nel concilio di Nicea, con asserirgli inoltre che tutte le provincie dell'Illirico, anzi dell'intero Occidente, non altra fede tenevano che questa appellata la cattolica; al contrario delle province orientali divise in più sette. Allora il saggio Augusto protestò con allegria di voler dare il suo nome alla Chiesa cattolica; e però secondo i riti e la dottrina della medesima Chiesa ricevette il sacro battesimo, nè tardò a farlo conoscere all'imperio romano. Cioè, come si può conghietturare, ad istanza d'esso sant'Acolio, pubblicò in Tessalonica nel dì 28 di febbraio una celebre legge[771], con cui ordinò che tutti i popoli a lui ubbidienti dovessero seguitar la fede che la Chiesa romana avea ricevuto da san Pietro, ed era insegnata allora da papa _Damaso_ e da _Pietro_ vescovo d'Alessandria, con intimare l'infamia ed altre pene a chi la rigettasse, e con proibir le conventicole di qualsivoglia setta ereticale. Questo nobil editto riguardante nondimeno i soli eretici, e non già i pagani, seguitato poi da altre azioni di questo glorioso e piissimo Augusto, e dalla benedizione di Dio, produsse col tempo mirabili frutti per la pura religione di Cristo, siccome consta dalla storia ecclesiastica.