Annali d'Italia, vol. 2 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750

Part 17

Chapter 173,559 wordsPublic domain

Probabilmente fu in quest'anno che Valente Augusto, seguitando a dimorare in Antiochia (non si sa per qual motivo), inviò il filosofo _Temistio_[688] a Graziano suo nipote, abitante allora in Treveri nelle Gallie. Passò questo pagano filosofo per Roma, dove nel senato stesso egli pronunciò un'orazione sua, che contien lodi ancora di esso Graziano, rappresentando la di lui bontà e liberalità, e l'aver egli come annientati gli esattori crudeli delle imposte. Sappiamo infatti da Ausonio[689] che questo benigno Augusto avea rimesso ai popoli i debiti trascorsi, e fatta abbruciare ogni carta dei medesimi con sua singolar gloria e benedizion della gente. In questi tempi cominciò a farsi nominare la fiera nazion degli Unni, Tartari abitanti verso la palude Meotide, oggidì il mar di Zabacca, che tanti guai, siccome vedremo, recarono di poi alle contrade dell'Europa. Di essi, cioè de' loro barbari costumi e paesi, parlano a lungo Ammiano[690], Giordano[691] ed altri antichi scrittori[692]. Costoro, invogliati di miglior abitazione, mossero prima la guerra agli Alani, abitanti lungo il fiume Tanai, e li soggiogarono. Poscia rivolsero le armi contra degli Ostrogoti con tal felicità, che _Ermenirico_ re di essi Goti, e poscia il di lui successore vi perderono la vita. Il terrore di gente sì inumana, che non dava quartiere ad alcuno, si sparse per tutti que' paesi, e cagion fu che quanti Goti poterono salvarsi, non men Visigoti che Ostrogoti, crederono meglio di abbandonar le loro terre, e di ritirarsi buona parte di essi verso quelle dell'imperio romano; e non avendo potuto fermarsi nella Podolia, s'inoltrarono sino alla Moldavia. Di là spedirono deputati a Valente Augusto, pregandolo di volerli ricevere ne' suoi Stati, promettendo di servir nelle armate romane, e di vivere da fedeli suoi sudditi. _Ulfila_, vescovo loro, ch'era, o pur divenne poscia ariano, come vuol Sozomeno[693], fu il capo dell'ambasceria. Questi insegnò poi le lettere ai Goti, tradusse in lingua loro le divine Scritture, e trasse alla religion cristiana quei che fin qui aveano professata l'idolatria. Gran dibattimento fu nel consiglio di Valente, se si doveva ammettere o no questa foresteria negli Stati dell'imperio[694]. Prese l'affermativa, parte perchè si figurò Valente di superiorizzare colle lor forze i suoi nipoti, e parte perchè parve gran vantaggio il poter con questi Barbari provveder di reclute le armate romane; e forse non era male, purchè fossero state ben eseguite le precauzioni prese per dare loro ricetto. Cioè che si facessero prima passar di qua dal Danubio i lor figliuoli, i quali si trasportassero in Asia per servire di ostaggi della fedeltà de' padri; che ognun di essi Goti prima di passare avesse da consegnar l'armi in mano degli uffiziali romani. Quest'ultimo ordine fu per disattenzione ed iniquità di essi uffiziali malamente eseguito. Credesi che ne passassero in questi tempi circa ducento mila colle lor mogli e figliuoli[695], e questi si sparsero per la Tracia e lungo il Danubio. Altre nazioni gotiche[696], le quali restavano di là da quel fiume, veduto sì buon accoglimento fatto da Valente ai lor nazionali, spedirono anche esse per ottener la medesima grazia, ma n'ebbero la negativa, perchè troppo pericoloso si conobbe l'ammetterne di più. Tuttavia questo esempio produsse delle brutte conseguenze, perchè innumerabili altri Goti da lì a qualche tempo anch'essi passarono di qua dal Danubio al dispetto de' Romani, e con esso loro si unirono anche i Taifali, popolo infame per le sue impurità, di modo che si vide inondata in breve la Tracia colle vicine provincie da un'immensa folla di Barbari, amici di quattro giorni, e poi nemici perpetui, e distruggitori del romano imperio. Cominceremo a chiarircene nell'anno seguente.

NOTE:

[678] Panvin., in Fast.

[679] Gothofred., Chronol. Cod. Theodos.

[680] Hieron., Epist. 7 ad Laetam. Prudentius, in Symmac.

[681] Ammian., lib. 27. cap. 6. Victor, in Epitome. Themistius, Or. XV.

[682] Rufinus, Hist., lib. 2, cap. 13. Ausonius, in Panegyric.

[683] Zosimus, lib. 4, cap. 36.

[684] Ammianus, lib. 28, cap. 1.

[685] Symmachus, lib. 10, epist. 2.

[686] Orosius, lib. 7, cap. 33.

[687] Socrates, lib. 4 Hist., cap. 15.

[688] Themist., Orat. XIII.

[689] Auson., in Panegyr.

[690] Ammian., lib. 31, cap. 2.

[691] Jordan., de Reb. Get., cap. 37.

[692] Zosimus, lib. 4, cap. 20. Sozomenus, Agathius el alii.

[693] Sozom., lib. 6 Histor., cap. 37.

[694] Eunap., de Legat. Tom. I Histor. Byzant.

[695] Idacius, in Fastis.

[696] Zosim., lib. 4, cap. 20. Orosius. Hieronymus, in Chronic.

Anno di CRISTO CCCLXXVII. Indizione V.

DAMASO papa 12. VALENTE imperadore 14. GRAZIANO imperadore 11. VALENTINIANO II imperad. 3.

_Consoli_

FLAVIO GRAZIANO AUGUSTO per la quarta volta e MEROBAUDE.

Per qualche tempo dell'anno presente continuò ad essere prefetto di Roma _Gracco_[697], ed ebbe poi per successore _Probiano_. Abbiamo veduto di sopra come una prodigiosa quantità di Goti avea ottenuta per sua stanza la Tracia e il lungo del Danubio. Necessaria cosa sarebbe anche stata che si fosse provveduto al loro bisogno di abitazione e di vitto[698]. Mancò tal provvisione per la colpa di _Lupicino_ conte della Tracia e di _Massimo_ duca di quelle parti, i quali facevano mercatanzia di quella povera gente, obbligandola a comperar caro i viveri, e a vendersi schiavi per ottener del pane. Ecco dunque condotti alla disperazione i Goti[699], i quali, altro ripiego non conoscendo alla fame che di ricorrere all'armi, cominciarono a poco a poco ad ammutinarsi. Accortosene Lupicino, ritirò dalle ripe del Danubio le guarnigioni per costringerli colla forza a passar più oltre nel paese. Arrivò con essi a Marcianopoli nella Mesia, e quivi invitò seco a pranzo _Fritigerno_ ed _Alavivo_ capi dei medesimi, ma senza voler che alcun altro de' Goti entrasse nella città; e perchè alcuni v'entrarono, li fece uccidere. I Goti, anch'essi infuriati per questo, ammazzarono alquanti soldati romani. Fritigerno ebbe l'accortezza di salvarsi, col fingere di portarsi a pacificare i suoi. Si venne per questo alle mani fra i Goti e i Romani fuori di Marcianopoli, e gli ultimi ebbero una gran rotta. I Goti allora colle armi dei vinti molto più vennero a farsi forti. In questo tempo una infinità d'altri Goti, ch'erano di là dal Danubio, senza aver potuto ottener la licenza di passar nel paese romano, trovate sguernite le rive del fiume, e però niun ostacolo ai loro passi, se ne vennero di qua, e andarono poscia ad unirsi con Fritigerno. Altri Goti che stanziavano in Andrinopoli fecero lo stesso, e con loro eziandio si unirono assaissimi altri Goti che erano schiavi; sicchè, divenuta formidabile l'armata de' medesimi, si mise a dare il sacco alla Tracia, e si vide infine a crescere ogni dì più il loro numero colla giunta di moltissimi Romani ridotti alla disperazione per la gravezza delle imposte. Dimorava tuttavia in Antiochia Valente Augusto, e ricevute queste amare nuove, e premendogli più i serpenti che egli s'era tirati in seno, che ogni altro affare, spedì _Vittore_ suo generale al re di Persia _Sapore_, per conchiudere seco la pace. Fu essa in fatti conchiusa: non ne sappiam le condizioni; si può ben credere che furono svantaggiose per chi dovette comperarla.

Intanto Valente premurose lettere inviò al nipote Graziano Augusto, pregandolo di soccorso in così scabrosa congiuntura. Non mancò Graziano[700] di mettere in viaggio un buon corpo di gente sotto il comando di _Ricomere_ capitan delle guardie, e di _Frigerido_ duca. Ma per la strada molti di queste brigate desertando se ne tornarono alle lor case, e fu creduto per ordine segreto di _Merobaude_ generale di esso Graziano, per paura che, sprovvedute le Gallie dell'occorrente milizia, i Germani, passato il Reno facessero qualche irruzione. Frigerido anch'egli, preso da vera o da falsa malattia, si fermò per istrada. Il solo Ricomere, colle truppe che gli restavano, arrivò ad unirsi con _Profuturo_ e _Traiano_, generali spediti da Valente con alcune legioni nella Tracia per accudire ai bisogni. Tenuto consiglio di guerra, determinaro questi uffiziali di andar osservando e stringendo i Goti, per dar loro alla coda, qualora andassero mutando il campo. Ma i Goti non erano di parere di lasciarsi divorare a poco a poco; e però, spediti qua e là avvisi ai loro nazionali, che tutti corsero ad attrupparsi e formarono un'armata prodigiosa, di lunga mano superiore alla romana, altra risoluzione non vollero prendere, che quella di una giornata campale. A questa in fatti si venne un dì nel luogo detto ai Salici fra Tomi e Salmuride nella picciola Tartaria. Durò la fiera battaglia dal mattino sino alla sera, senza dichiararsi la vittoria per alcuna delle parti; ma perchè i Romani erano troppo inferiori di numero ai Barbari, ogni lor perdita fu più sensibile che quella de' nemici. San Girolamo[701] all'anno seguente, ed Orosio[702], con iscrivere che i Romani rimasero sconfitti dai Goti, forse vollero indicare questo sanguinoso fatto d'armi. Non istimarono bene i generali romani di tentare ulteriormente la fortuna, e giacchè si avvicinava il verno, si ritirarono a' quartieri in Marcianopoli. Ingrossati poscia i Goti coll'arrivo di molti Unni ed Alani, corsi anch'essi all'odore della preda, non si potè più loro impedire che non facessero continue scorrerie e saccheggi per la Tracia. Osò Farnobio, uno de' lor capi, con gran seguito di Taifali di tener dietro a Frigerido generale di Graziano; ma questi camminando con gran circospenzione, allorchè se la vide bella, verso Berea gli assalì, e gli sconfisse colla morte dello stesso Farnobio. Non ne restava un di costoro vivo, se non avessero implorato il perdono, e si fossero renduti prigioneri. Frigerido mandò poi costoro in Italia a coltivar le terre poste fra Modena, Reggio e Parma. Con queste calamità ebbe fine l'anno presente.

NOTE:

[697] Gothofred., Chronol. Cod. Theodos.

[698] Ammianus, lib. 31, cap. 4.

[699] Hieronymus, in Chronic.

[700] Ammian., lib. 31, cap. 7.

[701] Hieron., in Chron.

[702] Orosius, lib. 7, cap. 33.

Anno di CRISTO CCCLXXVIII. Indiz. VI.

DAMASO papa 13. GRAZIANO imperadore 12. VALENTINIANO II imperad. 4.

_Consoli_

FLAVIO VALENTE AUGUSTO per la sesta volta e FLAVIO VALENTINIANO juniore _Augusto_ per la seconda.

Giacchè niuna memoria ci resta di chi esercitasse nell'anno presente la prefettura di Roma, sia a noi lecito il conghietturare che in essa continuasse _Probiano_. Le leggi del Codice teodosiano[703] ci fan conoscere Graziano Augusto tuttavia dimorante in Treveri nel dì 22 d'aprile di quest'anno. Poco però dovette stare a mettersi in marcia colle sue milizie per soccorrere Valente Augusto suo zio, addosso al quale facevano allora da padroni i Goti. Avvisati preventivamente gli Alamanni cognominati Lenziani[704], abitanti presso le Rezie, da un lor nazionale, militante nelle guardie di esso Augusto, della spedizion che si preparava verso l'Illirico, rotta la pace, neppur aspettarono la divisata partenza delle milizie romane, per far un'irruzione di qua dal Reno. Ciò fu loro ben facile nel mese di febbraio, per aver trovato il ponte formato dai ghiacci di quel fiume. Ma furono respinti dalle guarnigioni poste in que' siti. Avviatesi poi le soldatesche di Graziano alla volta del Levante, ecco di nuovo con forze di lunga mano maggiori comparir gli stessi Alamanni di qua dal Reno, e mettersi a saccheggiar le terre romane con terrore di tutto quel paese. Fece Graziano allora retrocedere dall'impreso viaggio le sue milizie, ed unitele colle altre rimaste nelle Gallie, spedì contro dei nemici quell'armata sotto il comando di _Nannieno_ prudente suo generale, e di _Mellobaude_ re o sia principe valoroso de' Franchi, il quale non isdegnava di servire allora nella corte cesarea in grado di capitan delle guardie, nè altro sospirava che di venire ad un fatto d'armi. Vi si venne infatti, essendosi affrontati i due nemici eserciti ad Argentaria, creduta oggidì la città di Colmar nell'Alsazia. Paolo Orosio[705] pretende (e par seco d'accordo Ammiano) che lo stesso Graziano v'intervenisse in persona, confidato nella potenza di Gesù Cristo, siccome buon principe cattolico ch'egli era. Sulle prime i Romani piegarono, sopraffatti dall'esorbitante numero de' nemici; ma poi, ripigliato coraggio, talmente menarono le mani, che gli Alamanni andarono in rotta, restandone trenta mila morti sul campo, se s'ha da credere alla Cronica di san Girolamo[706], a Cassiodoro[707] suo copiatore e al giovine Vittore[708]. Ma l'ordinario costume degli storici e de' vincitori si è di accrescere il pregio delle vittorie. Ammiano solamente scrive essersi creduto che non più di cinque mila di coloro si salvassero colla fuga, e che vi restò morto lo stesso _Priario_ re di quella gente. Non bastò a Graziano questo felice successo; ma, passato all'improvviso il Reno colla sua armata, entrò nel paese nemico con intenzione di distruggere un popolo che non sapea mantener la fede, ed inquietava sì sovente il territorio romano. Altro scampo non trovarono quegli abitanti, che di ritirarsi ai siti più rapidi e scoscesi delle loro montagne colle proprie famiglie. Furono anche ivi perseguitati e bloccati, tanto che si trovarono costretti ad arrendersi ed arrolarsi ne' reggimenti romani, col non aver più osato que' Barbari durante l'assenza di Graziano di far alcun altro moto o tentativo. Io so che san Girolamo, a cui tenne dietro Cassiodoro, mettono questo fatto all'anno precedente, seguitati in ciò dal Gotofredo[709], e dal Pagi[710]. Ma chi ben riflette a quanto di tali battaglie e vittorie narra Ammiano, e massimamente al vedere ch'esse accaddero poco prima che Graziano s'inviasse verso l'Illirico (il che egli eseguì nell'anno presente) troverà più fondati i conti dell'Hermant[711] e del Tillemont[712], che ne parlano sotto quest'anno. Fa qui Ammiano[713], benchè scrittor gentile, un elogio di Graziano con dire che sembra incredibile la prestezza con cui egli, assistito da Dio, fece questa impresa, giovine di primo pelo, di indole buona, eloquente, moderato, bellicoso e clemente; e che avrebbe potuto pareggiar la gloria dei più rinomati Augusti, se non avesse trascurato, come anche attesta Vittore[714], il pubblico governo, perdendosi ne' serragli a tirar di arco alle bestie e che questo era il suo più favorito sollazzo. Continuò poscia Graziano il suo viaggio coll'esercito alla volta della Pannonia, per soccorrere Valente, a cui già aveva inviato _Sebastiano_ conte per comandare la fanteria. Avendo egli tolto a _Frigerido_ il comando dell'armi dell'Illirico per darlo a _Mauro_ conte, creduto più animoso, se n'ebbe poscia a pentire, perchè costui in una battaglia coi Goti, data al passo de' Suchi, n'ebbe la peggio. Arrivò Graziano a Sirmio, e di là passato sino al luogo appellato _Castra Martis_, spedì _Riomere_ suo generale all'Augusto zio, per avvisarlo del suo arrivo e pregarlo che lo aspettasse.

Quanto ad esso Valente, stette egli fermo in Antiochia ne' primi mesi dell'anno corrente, attendendo la primavera per muoversi, ancorchè gli venissero frequenti corrieri con avviso che i Goti desolavano tutta la Tracia[715] e scorrevano sino alla Macedonia e Tessaglia, con essere giunte alcune loro masnade infin sotto Costantinopoli, ed averne saccheggiati i borghi. Dopo aver egli spedita innanzi la cavalleria de' Saraceni, che bravamente fece sloggiare i nemici dai contorni di quella regale città[716], anch'egli arrivò là nel dì 30 di maggio dell'anno presente[717]. Fu mal veduto dal popolo[718], che alla sua soverchia tardanza attribuiva i tanti danni e mali inferiti dai Barbari a quella provincia. Giunsero que' cittadini ne' giuochi del circo con una specie di ammutinamento a chiedergli delle armi, con esibirsi di andar eglino a combattere co' nemici. Se l'ebbe forte a male Valente. Levato il comando della fanteria a _Trajano_ conte cattolico, lo diede al poco fa memorato conte _Sebastiano_, disponendo tutto la giustizia di Dio per punire il principe ariano e questo generale manicheo, amendue stati finora fieri persecutori di chi professava il cattolicismo. Per consiglio appunto di esso Sebastiano venne Valente dipoi all'infelice battaglia, di cui ragioneremo fra poco; e ciò contro il parere di _Vittore_ generale cattolico, e di _Arinteo_ altro suo generale. Poco si fermò Valente in Costantinopoli, e ne uscì nel dì 11 di giugno, minacciando fiera vendetta, se poteva ritornare, delle ingiurie che quel popolo gli avea dette o fatte in questa e in altre occasioni. Nel passare davanti alla cella di un santo romito, appellato _Isacco_[719], questi il fermò con predirgli un funesto successo nella guerra contra de' Barbari, dacchè egli era in disgrazia di Dio, ai cui servi aveva fatta tanta guerra finora. Valente il fece imprigionare ordinando che fosse ben custodito sino al suo ritorno. Passò dipoi a Melantiade, luogo distante da Costantinopoli circa venti miglia, e di là inviò Sebastiano conte con un corpo scelto di gente a dar la caccia a' Goti. Riuscì infatti a questo generale di sconfiggere alcune loro brigate, e di torre ad essi un grandissimo bottino; e, se crediamo a Zosimo[720], il suo parere fu di risparmiar la battaglia, e di andar pizzicando i Barbari in quella forma. Non volle ascoltarlo Valente, infatuato della speranza di una vittoria che non potea mancare alla bravura del poderoso suo esercito, e con tal idea passò ad Andrinopoli, dove arrivò anche _Ricomere_ coll'ambasciata di Graziano. Era di sentimento il general _Vittore_, che si aspettasse la unione dell'Augusto nipote: lo desiderava anche Valente; ma gli adulatori, e fra gli altri lo stesso _Sebastiano_, mutate già le sue massime, sostennero non doversi permettere che Graziano entrasse a parte della vittoria. In somma fu risoluta la battaglia, e, benchè giugnesse una deputazion di Fritigerno, di cui era capo un prete ariano, per proporre qualche convenzione ed accordo, si rimandò senza farne caso.

Era il dì 9 d'agosto, giorno in cui Valente credendo di raccogliere una gloriosa vittoria, da' suoi peccati fu condotto alla perdizione. Avendo egli lasciato il bagaglio dell'armata presso di Andrinopoli con buona scorta[721], e mandato il tesoro nella città, sul far del giorno s'inviò in traccia de' nemici. Dopo otto o pur dodici miglia di cammino, sul bollente mezzogiorno arrivò l'imperiale armata a scoprire il campo de' Barbari, cinto all'intorno dal numeroso loro carriaggio; e si diedero i capitani a formar le schiere. Lo astuto Fritigerno volendo guadagnar tempo, perchè Alateo e Safrace suoi capitani con un buon corpo di gente, che si aspettava, non eran giunti peranche, spedì ambasciatori a Valente per pregarlo di pace. La risposta fu, che se Fritigerno mandasse per ostaggi dei principali della sua nazione, si darebbe orecchio. Innanzi e indietro andarono le parole, e intanto l'esercito romano in armi pel caldo e per la sete languiva. Mandò Fritigerno a dire che in persona sarebbe egli venuto a trattare, purchè se gli dessero de' buoni ostaggi. _Ricomere_ spontaneamente si esibì di andarvi, e in fatti era già incamminato verso il campo nemico, quando _Bacuro_, capitano degli arcieri, senza aspettar gli ordini de' comandanti, attaccò la mischia; e poco stettero ad essere alle mani tutte le due armate. Terribile e sanguinoso fu il conflitto, di cui si legge la descrizione in Ammiano[722]. A me basterà di dire che o venisse il difetto dal poco buon ordine de' Romani, come vuol taluno, trovandosi la cavalleria troppo lontana, o pure dal non aver essa cavalleria fatto il suo dovere con sostener la fanteria: certo è che l'armata romana restò intieramente sconfitta con sì fatta perdita, che almeno due terzi di essa vi perirono; e, dopo la battaglia di Canne, altra simil perdita non avea mai sofferto l'imperio romano. Fra gli altri primi offiziali che vi lasciarono la vita, si contarono _Trajano_, _Sebastiano_ conte, _Valeriano_ contestabile, _Equizio_ mastro del palazzo, e trentacinque tribuni. Ma ciò che maggiormente rendè memorabile così funesta giornata fu l'infelice morte del medesimo imperadore Valente, che in due maniere vien raccontata. Vogliono alcuni[723] che malamente ferito restasse morto nel campo della battaglia, e che spogliato poi dai Barbari senza conoscere il corpo suo, e confuso con gli altri, non se ne avesse più contezza. Gli altri (e questi sono i più) tengono[724] ch'egli ferito cercò di salvarsi, ma non potendo reggersi a cavallo, e sorpreso anche dalla notte, si rifugiò in una casa contadinesca, alla quale sopraggiunti i Barbari attaccarono il fuoco, ed egli con gli altri del suo seguito restò quivi bruciato. Un solo giovane, che ebbe la sorte di salvarsi con uscire per una finestra, per quanto portò la fama, questi fu che raccontò poi questo lagrimevol esempio della vanità delle umane grandezze; e quella certo di Valente Augusto con un soffio venne meno, con restar egli privo anche dell'onore della sepoltura. La morte sua, succeduta nell'anno cinquantesimo della sua età, fu dipoi dai cattolici riguardata come un giusto castigo della mano di Dio per le persecuzioni da lui fatte al cattolicismo affin di promuovere l'arianesimo; e gli stessi pagani, ancorchè non molestati per le loro superstizioni, non che i cristiani, la tennero per un pagamento da lui meritato per le tante crudeltà commesse. Ammiano[725], raccontando vari presagi della rovina di Valente, confessa avere avuto in uso il popolo d'Antiochia di dire: _Che sia bruciato vivo Valente_. Vien poi il medesimo storico rammentando tanto il buono che il cattivo di questo imperadore. Soprattutto fra i suoi pregi conta il non aver egli mai accresciuto le gabelle e gli aggravii del pubblico, ed essere stato rigoroso esattor della giustizia; nemico de' ladri e dei giudici che si lasciavano sovvertir dai doni: liberale e splendido per le fabbriche da lui fatte in varie città. Altre sue lodi si truovano in una orazion di Temistio[726]. Ma, voltando carta, Ammiano sembra distruggere quanto ha detto di buono, con rappresentar Valente insaziabile nel radunar danaro; solito a deputar giudici onorati per le cause criminali, ma con volerne poi riserbate le decisioni all'arbitrio suo; selvatico, collerico e troppo inclinato a spargere il sangue de' sudditi col familiar suo pretesto di essere offesa o sprezzata la principesca sua maestà. Di più non ne dico, bastando sapere che non fu punto compianta la morte di lui: il che suol essere la pietra del paragone del merito o demerito dei regnanti.