Annali d'Italia, vol. 2 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750
Part 16
Per tal ingiuria ed enorme prepotenza sommamente irritati i Quadi, trassero in lega i Sarmati, stomacati tutti dell'iniquo procedere de' Romani; e, passato il Danubio, vennero a farne vendetta con dare il sacco e guasto ad un gran tratto dell'Illirico. Poche erano allora nella Pannonia e nella Mesia le guarnigioni e forze dei Romani, perchè Valentiniano avea fatto passare in Africa alcune legioni[649] che ivi prima stanziavano: perciò niun ritegno trovarono al lor furore que' Barbari. Passò in così pericolosa congiuntura per la Pannonia la figliuola del fu imperadore Costanzo, che in una medaglia (se pure è fattura legittima) si vede appellata _Flavia Massima Costanza_[650]. Andava ella verso le Gallie per unirsi in matrimonio con _Graziano Augusto_ figliuolo di Valentiniano. Poco vi mancò che questa principessa non fosse colta un dì da que' Barbari in una villa chiamata Pistrense. _Messala_ governator della provincia ebbe la fortuna di trafugarla e di ridurla salva in Sirmio. Crebbe poi cotanto la possanza de' Quadi, che _Probo_ prefetto del pretorio dell'Illirico, trovandosi in essa città di Sirmio, fu in procinto di abbandonarla. Ma avendo ripigliato il coraggio, e fatto quel preparamento che potè per difendersi, i Quadi non la toccarono, intenti, più che ad altro, a perseguitare _Equizio_, creduto da essi autore della morte di Gabinio loro re. In fatti diedero una rotta a due legioni romane comandate da lui, e stesero i lor saccheggi per buona parte della Pannonia. Vollero nello stesso tempo i Sarmati fare il medesimo giuoco nella Mesia superiore, ma quivi ritrovarono un forte ostacolo in _Teodosio_ juniore, figlio di quel Teodosio generale, che già vedemmo inviato in Africa per la ribellione di Fermo. Con titolo di duca governava allora esso Teodosio juniore quella provincia, e benchè giovinetto di prima barba, e provveduto di poche truppe[651], pure parte con astuzie militari e parte con arditi combattimenti, e con riportarne vittoria, così ben si maneggiò, che que' Barbari giudicarono meglio di trattar di pace: ottenuta la quale, scornati se ne ritornarono al loro paese. Portati gli avvisi di questa guerra dalle lettere di Probo a Valentiniano Augusto, siccome poco fa accennai, non se ne fidò egli, e spedì colà _Paterniano_ suo segretario per chiarirsene meglio[652]. Essendo poi questi ritornato con più cattive nuove, allora Valentiniano tutto impazienza volea cavalcare alla volta dell'Illirico; ma i suoi ufficiali tanto dissero, con rappresentargli la stagion troppo avanzata, e il pericolo che _Macriano_ re degli Alamanni, trovando sguernita di truppe la Gallia, potrebbe far dei malanni, che rimise alla primavera seguente il suo viaggio. Fu dunque presa la risoluzion di proporre la pace ad esso Macriano, con invitarlo a comparire alle rive del Reno. Venne egli in fatti pieno di albagia al vedersi ricercato di accordo, come s'egli avesse da dar la legge ai Romani. Comparve anche Valentiniano al congresso in barca con un magnifico seguito; ed in fine si stabilì fra loro la desiderata concordia. Mantenne poi Macriano fedelmente l'amicizia coi Romani; ma avendo dopo qualche tempo voluto entrar nel paese dei Franchi, e dargli disordinatamente il sacco, questa insolenza gli costò ben caro, perchè, colto in un'imboscata da _Mellobaude_, chiamato re bellicoso di quella nazione da Ammiano, quivi lasciò la vita. Credesi oggidì che nell'anno presente accadesse in mirabil forma l'elezione[653] di santo _Ambrosio_ arcivescovo di Milano, alla cui consacrazione consentì volentieri Valentiniano che si era restituito a Treveri: intorno al qual fatto si può consultare la storia ecclesiastica.
Ne' primi mesi di quest'anno, ed anche nel maggio, noi troviam tuttavia Valente Augusto in Antiochia[654], dove stato era durante il verno il suo soggiorno. Quivi fu scoperta una congiura tramata contra di lui. Alcuni pagani, e specialmente certi filosofi, dati allora alla magia e ad altre arti o imposture per iscoprir l'avvenire[655], si avvisarono di cercar con sacrilega curiosità chi avesse da succedere nell'imperio ad esso Valente, giacchè tolto gli avea la morte l'unico suo figliuolo. Zonara[656] descrive la forma del sortilegio fatto da essi, da cui si raccolsero queste tre lettere TH, E ed O. Cercando coloro a chi potesse convenir tal predizione, niuno cadde loro in mente più a proposito di un _Teodoro_, ch'era in questi tempi secondo notaio, o sia segretario di Valente, giovane di bell'aspetto, letterato prudente, nobilmente nato nelle Gallie, e soprattutto pagano: il che servì a quei tali di stimolo a maggiormente crederlo destinato dai falsi dii al trono. Gliene parlarono, gliel fecero credere; ed egli invanitosi cominciò a tener delle combriccole per questo co' suoi aderenti; e poi, siccome fu provato, furono fatti dei tentativi contro la vita di Valente. Ma scopertosi l'affare, e ricavata la verità del fatto, un seminario fu questo di terribili processi e condanne, non solamente di chi avea tenuta mano, ma ancora di molti innocenti, perchè Valente non si sapea saziare di perseguitare e punire chiunque ancora era sospettato di attendere alla negromanzia e ai mezzi d'indovinar le cose future. Teodoro fu strangolato, o pure gli fu mozzato il capo. Degli altri uccisi abbiamo una lunga lista presso Ammiano e Zosimo, e fra questi si contarono dei primi uffiziali della corte[657]. Altri furono banditi, e massimamente _Eusebio_ ed _Ipazio_, già stati consoli nell'anno 359, e cognati del fu Costanzo Augusto, i quali da lì a poco tempo furono richiamati con onore. Scaricossi ancora lo sdegno implacabile di Valente contro de' filosofi gentili d'allora, siccome persone tutte in concetto di attendere alla magia e principali autori di quella cospirazione. Ebbe fra gli altri tagliata la testa _Massimo_[658] il più rinomato di tutti, che tanta figura avea fatto a' tempi di Giuliano Apostata discepolo suo. _Libanio sofista_[659], benchè anch'egli attaccato alla negromanzia, la scappò netta, perchè nulla si potè provare contra di lui. Ed allora fu che si fece una gran perquisizione dei libri che trattavano di magia e d'incanti, di sortilegii e di strologia giudiciaria: perchè non si può dire quanto ubbriachi allora fossero i gentili di sì fatte sacrileghe imposture. Gran copia d'essi fu pubblicamente bruciata nella piazza d'Antiochia, e questo fu l'unico bene della rigorosa giustizia, o, per dir meglio, della crudeltà inaudita che Valente esercitò in tal occasione. Crudeltà, dico, la qual anche più detestabil sarebbe stata, se fosse vero ciò che scrivono Socrate e Sozomeno, cioè che egli fece morir molte persone, perchè portavano il nome di _Teodoro_, _Teodosio_, _Teodulo_, _Teodoto_ e simili; ma se ne può dubitare. Certo è che Dio preservò il giovine _Teodosio_, da noi veduto duca della Mesia, avendolo riserbato in vita per farne un'insigne imperadore, siccome a suo tempo vedremo. Nè già finì in quest'anno la carneficina suddetta, perchè durò il resto della vita di Valente. Ed ecco quanti mali può produrre (e n'abbiam veduto tanti altri esempli) la prosunzion degli uomini in voler indagare l'avvenire, paese riserbato alla cognizione del solo Dio. A queste tragiche scene un'altra ne aggiunse Valente Augusto. Tutte le apparenze sono che _Para_ re dell'Armenia, dacchè implorò il patrocinio di esso imperadore contro de' Persiani, osservasse una fedeltà onorata verso di lui. _Terenzio_ duca allora, per quanto sembra, difensor dell'Armenia, con più lettere lo andò screditando presso del medesimo Augusto[660], rappresentandolo per inumano verso de' suoi sudditi, e vicino ad accordarsi coi Persiani. Valente perciò il chiamò a Tarso città della Cilicia, dove, dopo di essersi fermato non poco tempo senza ottener licenza di passare alla corte, venne scoprendo i mali uffizii fatti contra di lui, e che si meditava di mettere in Armenia un altro re. Bastò questo, perchè egli con trecento de' suoi che l'aveano accompagnato se ne fuggisse, ed ebbe la fortuna di ritirarsi, al dispetto di chi il seguitò, salvo nei proprii Stati. Non lasciò egli per questo di star fedele verso i Romani; ma Valente, che non sel potea persuadere, diede segreta incumbenza a _Traiano_ conte, comandante dell'armi romane in Armenia, di sbrigarsi di lui in qualche maniera. In fatti Traiano tanto seppe adescare l'incauto re con finte lusinghe, che il trasse un di seco a pranzo. Sul più bello del convito entrò un sicario che gli tolse la vita: assassinio infame commesso contro le leggi dell'ospitalità venerate dai Barbari stessi, e simile all'altro che abbiam veduto di sopra, di Gabinio re dei Quadi: tanto era decaduta la virtù nei petti romani.
NOTE:
[644] Reland., Fast. Consul.
[645] Gothofred., Chronol. Cod. Theodos.
[646] Ammianus, lib. 28, c. 1.
[647] Ammianus, lib. 29, cap. 6.
[648] Zosimus, lib. 4, cap. 16.
[649] Ammian., lib. 29, cap. 6.
[650] Mediobarbus, Numism. Imperat.
[651] Themist., Orat. XIV. Zosimus, lib. 4, c. 16.
[652] Ammian., lib. 30, c. 3.
[653] Hieronymus, in Chron.
[654] Gothofr., Chronol. Cod. Theodos.
[655] Zosimus, lib. 4, c. 13. Ammianus, lib. 21, cap. 1 et seq.
[656] Zonar., in Annalib.
[657] Liban., in Vita sua. Socrates, lib. 4, cap. 19. Sozomenus, lib. 6, c. 35.
[658] Eunap., in Vit. Sophist., c. 3.
[659] Liban., in Vita sua.
[660] Ammian., lib. 30, cap. 1.
Anno di CRISTO CCCLXXV. Indizione III.
DAMASO papa 10. VALENTE imperadore 12. GRAZIANO imperadore 9. VALENTINIANO juniore imp. 1.
Dopo il consolato di GRAZIANO AUGUSTO per la terza volta e di EQUIZIO.
Con questa formola si trova ne' fasti e nelle storie segnato l'anno presente, perchè niun fu disegnato per empiere la sedia curule, e vestir la trabea consolare. San Girolamo[661] attribuisce la cagion di tale ommissione alla irruzion de' Sarmati nella Pannonia, quasichè le guerre dell'imperio romano impedissero la creazion de' consoli. Sembra ben più probabile che non passasse buona intelligenza fra i due fratelli Augusti nella nomina d'essi consoli, con iscorrere poi l'anno senza dichiararne alcuno. Probabilmente _Euprassio_ continuò anche in quest'anno nella prefettura di Roma. La stanza di Valentiniano Augusto per tutto il verno dell'anno corrente fu in Treveri, dove anche troviamo una sua legge[662], data nel dì 9 di aprile. Lasciato poscia alla guardia delle Gallie _Graziano Augusto_ suo figliuolo, egli ne' seguenti mesi eseguì la risoluzione presa di portarsi nell'Illirico per reprimere l'insolenza dei Quadi e Sarmati, che tuttavia malmenavano le contrade romane. Oltre ad un buon esercito, menò seco _Giustina Augusta_ sua moglie e _Valentiniano juniore_, suo minor figliuolo, da essa a lui partorito, il quale si crede che fosse allora in età di quattro o cinque anni[663]. Per la strada se gli presentarono i deputati de' Sarmati per trattar di pace. Valentiniano li rimandò, con dire che giunto egli al Danubio, allora se ne palerebbe. Arrivato a Carnunto, città che vien creduta il luogo del moderno Haimburg, trenta miglia in circa di sotto da Vienna d'Austria, quivi fermata la corte, si applicò alle disposizioni militari convenevoli per dare la mala pasqua ai Barbari suddetti; ma senza fare alcuna ricerca dell'assassinio fatto a Gabinio re de' Quadi. Mostrossi solamente voglioso di abbattere _Probo_ prefetto del pretorio, il quale, se s'ha da credere ad Ammiano gentile, cioè ad un nemico dei cristiani, avea commesso di grandi estorsioni ed ingiustizie, per far colar l'oro nella borsa del principe, e sostener sè stesso in quell'illustre carica. E certamente fu creduto che se Valentiniano non si fosse affrettato a morire, non mancava la rovina di Probo. Durante il tempo di tre mesi che questo imperadore dimorò in Carnunto, egli fece tagliar la testa a Faustino, nipote di _Giuvenzio_ prefetto del pretorio delle Gallie, accusato di aver ucciso un asino per far dei sortilegii; ed inoltre perchè avendogli per burla un certo Negrino dimandato di essere fatto segretario di corte, ridendo avea risposto: _Fammi imperatore, se vuoi quest'uffizio._ Per questa burla Faustino, Negrino ed altri perderono la vita; e di questo passo camminava la giustizia sotto Valentiniano, che non voleva essere da meno di Valente suo fratello.
Venuto il settembre, spinse egli innanzi _Merobaude_ e _Sebastiano_ conte con diverse brigate di armati addosso a' Quadi[664]; ed egli stesso in persona col resto dell'armata passò dipoi il Danubio, e fece dare il sacco e il fuoco ad un buon tratto del nemico paese, essendosi ritirati alle montagne quei popoli. Senza far altra bravura che questa, se ne ritornò poi indietro, e dopo essersi fermato in Acinco per qualche tempo, si rimise in cammino alla volta di Sabaria con animo di svernare in quella città. Arrivato che fu alla volta di Bregizione, comparvero colà i deputati dei Quadi per chiedere perdono e pace. Furono ammessi all'udienza; e perchè si voleano scusare con pretendere fatte da persone particolari senza assenso del comune le insolenze passate, a Valentiniano si accese la bile, di maniera che fremendo rimproverò forte a quella nazione, come ingrata, i benefizii ricevuti dai Romani. Calmossi dipoi, ma all'improvviso cominciò a vomitar sangue, e il prese un sudore mortale. Portato a letto, non si trovò se non tardi un cerusico che gli aprisse la vena; fatto anche il salasso, non ne uscì neppure una goccia. Sicchè di lì a poche ore terminò il corso di sua vita[665] nel dì 17 di novembre, in età d'anni cinquantacinque, e dodici d'imperio. Ammiano fa qui un compendio delle qualità buone e cattive di questo imperatore[666]. Altri ancora commendarono la di lui gravità, la castità, la perizia militare, il coraggio, la vigilanza per dar le cariche a persone degne, e castigar i dilitti, con altre belle doti, per le quali fu creduto ch'egli avrebbe potuto uguagliar la gloria di Traiano e di Aureliano, se egli non avesse avuto il contrappeso di varii difetti. Il principale fu l'eccessivo suo rigore, che passò ad essere crudeltà, e talvolta involse non meno i rei che gl'innocenti. Ne abbiamo accennato alcuni esempli, ed Ausonio stesso, in parlando a Graziano Augusto di lui figlio, confessa che sotto suo padre la corte era tutta piena di terrore, e in volto de' magistrati si leggeva una continua inquietudine e tristezza. Questo suo genio sanguinario bastante ben è a far parere un nulla tutte le altre sue virtù. Padri amorevoli e clementi, e non implacabili aguzzini o carnefici de' popoli, han da essere i principi che tendono alla vera gloria, e fan conto del Vangelo. Vi si aggiunse ancora l'avarizia; perchè sebben sui principii si guardò dall'aggiungere nuovi aggravii ai suoi sudditi, col tempo poi mutò registro, e, per attestato di Ammiano[667] e di Zosimo[668], egli si acquistò l'odio d'ognuno per le eccessive imposte, che faceva anche esigere con tutto rigore, e si studiava per tutte le vie anche indecenti di ricavare ed accumulare danaro. Fu osservato che nello spazio di trenta anni addietro erano cresciute al doppio le gravezze dei sudditi del romano imperio. Sicchè, ben pesato il tutto, benchè sant'Ambrosio, Aurelio Vittore, Sozomeno ed altri esaltino la persona e il governo di Valentiniano, tuttavia nelle bilance di Dio e degli uomini non avrà mai credito un principe cristiano a cui manchi la clemenza e la carità verso de' suoi popoli. Fu poi portato il di lui corpo imbalsamato a Costantinopoli, per essere seppellito appresso gli altri Augusti cristiani.
Dacchè cessò di vivere questo imperadore, apprension non poca vi fu che qualche sedizione potesse insorgere nell'armata, e che taluno macchinasse di occupar il trono cesareo. Però _Merobaude_, uno dei primi generali, trovata maniera di allontanar _Sebastiano_ conte, tenne consiglio con gli altri primarii uffiziali, e fu risoluto di proclamare Augusto _Flavio Valentiniano juniore_, secondogenito del defunto imperadore[669]. Era troppo lontano _Graziano imperadore_, suo fratello maggiore, perchè dimorante allora in Treveri, per poter impedire le novità temute; e sapendo gli uffiziali qual fosse la di lui bontà e rettitudine, si avvisarono di poter innalzare questo principe, stante il pericolo presente, senza incorrere nella di lui disgrazia, per aver ciò osato prima di ricercarne il di lui consenso. E così fu. Certamente Graziano se l'ebbe a male, e non men di lui Valente suo zio; ma non tardarono amendue ad approvar questo fatto; Valente, per non poter di meno, e Graziano per la sua buona indole e virtù, per cui non lasciò mai, finchè visse, di far conoscere il suo buon cuore verso di esso fratello. Trovavasi il fanciullo Valentiniano allora, siccome accennammo, in età di circa cinque anni, lungi dall'armata ben cento miglia. Furono spediti corrieri a chiamarlo, e venuto che fu ad Acinco nella Pannonia con Giustina Augusta sua madre, il dichiararono _Imperadore Augusto_ nel dì 22 di novembre. Zosimo[670] e Vittore[671] attribuiscono la di lui promozione principalmente a _Merobaude_ e ad _Equizio_ generali; il primo di essi storici, siccome ancora Eunapio[672], lasciarono scritto che i due fratelli divisero fra loro l'Occidente, con aver Graziano ritenuta per sè la Gallia, la Spagna e la Bretagna, con assegnar al fratello l'Illirico, l'Italia e l'Africa. Ma questa divisione si tiene piuttosto fatta dopo l'anno di Cristo 379; ed il Gotofredo[673] osservò che stante l'essere Valentiniano II in età pupillare, e però incapace di reggere, Graziano Augusto continuò ancora da qui innanzi il governo di tutto l'Occidente. Abbiamo inoltre dalla Cronica Alessandrina[674] ch'esso Graziano, dopo la morte del padre, richiamò alla corte _Severa_ sua madre già esiliata da Valentiniano seniore, che utilmente si servì dipoi co' suoi consigli. Parimente in questi tempi, per attestato di Zosimo[675], si fecero sentire degli orrendi tremuoti, che specialmente danneggiarono l'isola di Creta, la Morea e tutta la Grecia, a riserva dell'Attica. Per conto di Valente Augusto, le leggi del Codice Teodosiano[676] ci assicurano essersi egli trattenuto in Antiochia sino al principio di giugno, e vi si truova anche nel dì 5 di dicembre. Andarono innanzi indietro[677] varie ambasciate di esso Augusto e di Sapore re di Persia per intavolar la pace; ma in fine nulla si conchiuse, e durò tuttavia la guerra aperta fra loro: laonde ognun di essi seguitò a far preparamenti per farsi giustizia coll'armi.
NOTE:
[661] Hieronymus, in Chronicon.
[662] Gothofred., Chronolog. Cod. Theodos.
[663] Ammian., lib. 30, cap. 5.
[664] Ammian., lib. 30, c. 5 et seq.
[665] Idacius, in Fastis. Hieronymus, in Chronic. Socrat., lib. 4, cap. 31.
[666] Ammianus. Victor. Ansonius. Symmachus. Zosim. et alii.
[667] Ammianus, lib. 30, cap. 8.
[668] Zosim., lib. 4, c. 3.
[669] Zosimus, lib. 4, c. 19. Ammianus, lib. 30, cap. 10.
[670] Zosimus, lib. 4, cap. 19.
[671] Aurelius Victor, in Epitome.
[672] Eunap., Legat. Tom. I Hist. Byz.
[673] Gothofred., Chronol. Cod. Theodos.
[674] Chronicon Alexandr.
[675] Zosimus, lib. 4, cap. 18.
[676] Gothofr., Chronol. Cod. Theodos.
[677] Ammianus, lib. 30, cap. 1.
Anno di CRISTO CCCLXXVI. Indizione IV.
DAMASO papa 11. VALENTE imperadore 13. GRAZIANO imperadore 10. VALENTINIANO II imperadore 2.
_Consoli_
FLAVIO VALENTE AUGUSTO per la quarta volta e FLAVIO VALENTINIANO juniore AUGUSTO.
Portò opinione il Panvinio[678] che la prefettura di Roma fosse in quest'anno esercitata da _Euprassio_, e poi da _Probiano_. Il Codice teodosiano[679], a cui si dee più fede, ci mostra ornati di quella dignità _Rufino_, e poi _Gracco_, il qual ultimo, per attestato di san Girolamo[680], bruciò e rovesciò gran copia d'idoli in Roma stessa, e professò dipoi la religione cristiana. In età di circa diecisette anni era _Graziano Augusto_ allorchè l'imperador Valentiniano suo padre terminò il corso del suo vivere. Giovane ben fatto di corpo, ma più d'animo, perchè dotato d'un eccellente naturale, come confessano gli stessi storici pagani[681]. Di buon'ora fu istruito nelle belle lettere, con aver per maestro un insigne letterato, cioè _Ausonio_, al quale, anche dopo aver ricevuta la porpora imperiale, professò sempre un particolar rispetto, e conferì varie cariche, alzandolo sino al consolato. Parlano gli autori d'allora[682] della moderazione nel cibo e nella bevanda di questo principe, della sua rigorosa castità, affabilità, e soprattutto della sua bontà e pietà cristiana, per cui meritò gli elogii di santo Ambrosio e di Ausonio. Della sua delicatezza in questo proposito diede egli sui principii una luminosa pruova, col ricusar l'abito e il titolo di pontefice massimo[683] che gli portarono i pagani. In somma arrivò a dire Ammiano, tuttochè storico gentile e poco amico dei cristiani, essersi unite in Graziano tante e sì belle doti, che avrebbe potuto aspirare alla gloria de' più rinomati Augusti, se breve non fosse stata la sua vita, e non avesse avuto ai fianchi de' ministri cattivi, da' quali non potè guardarsi la sua non per anche matura prudenza, e l'età sua troppo giovanile, per cui, dandosi ai divertimenti, lasciava lor fare quanto volevano. Una delle sue prime azioni fu quella di ascoltar le querele universali de' popoli, e massimamente del senato romano contro i ministri della crudeltà di suo padre[684]. Erano questi _Massimino_, allora prefetto del pretorio delle Gallie, _Simplicio_ e _Doriferiano_. Processati costoro, provarono anche essi, ma colpevoli, il supplizio che a tanti anche innocenti aveano fatto provare. E perciocchè il senato romano dovette far doglianze per tanti dell'ordine suo o uccisi o calpestati in maniere indebite da Valentiniano, in lor favore spedì Graziano un editto, che con gioia fu letto dal celebre _Simmaco_[685], uno allora de' senatori. Siccome riportò plauso da ognuno la morte data a quei crudeli ministri, così fu detestata l'altra di _Teodosio_ conte, governatore allora dell'Africa. Aveva questo valente uffiziale estinta già in quelle provincie la ribellion di Fermo[686], restituita la pace a tutto il paese, e continuava con gran saviezza il suo governo in quelle parti. Ma gl'invidiosi, gramigna che specialmente alligna in alcune corti, mirando con gelosia il di lui merito, seppero così ben dipingerlo al giovinetto incauto Graziano, come persona pericolosa e capace di far delle novità, che andò in Africa l'ordine di levargli la vita, e questo venne eseguito. Fu di parere Socrate[687] che, ad istigazion di Valente Augusto, per cagione del nome di Teodosio da lui odiato, siccome dicemmo di sopra, a questo bravo generale fossero abbreviati i giorni del vivere. Valente non comandava nell'Africa, e pare che neppur passasse grande armonia fra lui e il nipote Graziano, oltre all'osservarsi già scorsi due anni dopo la di sopra accennata congiura di Teodoro. Comunque sia, dappoichè il giovane _Teodosio_ suo figlio arrivò ad essere imperadore, il senato romano onorò con delle statue la memoria di esso suo padre, il quale, giacchè ricevette il battesimo prima di morire per ottener la remission dei peccati, è da credere che più gloriosamente fosse coronato in cielo. La di lui disgrazia intanto si tirò dietro quella del suddetto Teodosio suo figliuolo, il quale fu obbligato a dimettere il governo della Mesia, di cui era duca, e a ritirarsi in Ispagna patria sua. Nulladimeno non andò molto che Graziano, aperti gli occhi, e pentito, il richiamò per alzarlo all'imperio.